lunedì 3 febbraio 2014

LISTA TSIPRAS, PROVARE A GUARDARE DIETRO AL FUMO PER VEDERE L'ARROSTO.




A proposito della lista Tsipras per le elezioni europee mi pare necessario guardare dietro al fumo per capire cosa succede all'arrosto.
1) I professori hanno messo in piedi un appello che ha un buon indirizzo politico (l'opposizione ai socialisti e la scelta del Gruppo Unitario della Sinistra) e - dietro alla paura per i partiti - una idea ademocratica di costruzione della lista stessa. i professori si sa, sono bonapartisti per definizione e pensano di poter dare i voti, non di doverli prendere.
2) SEL ha detto nel suo congresso che vuole la lista unitaria ma non vuole andare nel GUE, bensì per continuare a inseguire Renzi e Schulz e poi vuole candidare Vendola (cosa impedita dai vincoli posti dai professori). Per questo SEL prega e lavora perché la lista dei professori salti per aria in modo da potersi fare tranquillamente la propria lista di partito - allargata ovviamente a tutta la sinistra, trovando orecchie attente in alcune personalità dell'associazionismo e nella sinistra per il lavoro (PdCI, Salvi, Patta, Grassi, etc). L'obiettivo di SEL è quello di continuare nella propria linea di fare la sinistra a parole per stare dietro al PD e ai socialisti nei fatti.
SEL ha il tempo che lavora dalla sua. Infatti SEL avendo il gruppo parlamentare, non ha bisogno di raccogliere le firme per fare la lista. Basta che aspetti che non si faccia la lista dei professori per proporre la sua come la vera lista unitaria. Infatti in questi giorni c'è una grande attività di uomini e donne di movimento che scrivono sul manifesto contro il carattere settario della scelta del GUE e vi è un grande lavorio di qualche autorevole compagna per convincere Syriza a sostenere in Italia una lista che non scelga il GUE ma lasci libertà di scelta ai singoli candidati su quale gruppo europeo scegliere se eletti.
3) Nelle aree di movimento e nella base di rifondazione cresce il nervosismo contro i professori, considerati antidemocratici e quindi in nome della democrazia e della partecipazione si attaccano i professori senza accorgersi che i principali beneficiari di questa offensiva sono quelli di SEL che la lista non la vogliono fare nemmeno morti.

Ci troviamo quindi di fronte a tre posizioni che non portano a fare una lista di sinistra che sostenga Tsipras e che possa unificare i movimenti in Italia: una posizione - i professori - sostanzialmente giusta politicamente ma che ha metodi professorali e quindi non democratici. Una seconda posizione - SEL - che attacca in vari modi i professori per far saltare l'operazione e farsi tranquillamente la propria lista che non rompa con il PD. Una terza posizione - ingenua - che in nome della sinistra e della democrazia, attacca in primo luogo i professori, senza capire c he in questo modo favorisce l'operazione di SEL.

Verrebbe da dire cosa si può fare? Si potrebbe discutere, senza far troppo casino, con Syriza e con i professori, per salvaguardare la sostanza della proposta dei professori - la scelta dell'alternatività ai socialisti - rendendola maggiormente democratica, finalizzata a costruire un vero spazio pubblico della sinistra. Voglio pensare che in questi giorni, chi sta parlando poco, stia facendo questo lavoro, perché è l'unica strada per riuscire a costruire una vera lista unitaria della sinistra in Italia.

Mauro Calvise

domenica 2 febbraio 2014

Non uccidete la Lista Tsipras!


alexis-tsiprasSiamo tra i tanti che hanno aderito all’idea di una lista unitaria della sinistra in nome di Alexis Tsipras e abbiamo salutato con gioia i tanti appelli, tra i quali il vostro, che si muovevano in quella direzione, certi che le differenze e i veti sarebbero stati con intelligenza da tutti rimossi per permettere la più ampia partecipazione a questa avventura.
Siamo invece rimasti profondamente amareggiati ieri quando abbiamo ricevuto la vostra mail inviata a tutti i sottoscrittori del vostro appello e siamo rimasti impietriti e increduli quando abbiamo potuto leggere la versione integrale della lettera che vi state preparando a spedirci nelle prossime ore:
- la responsabilità della composizione e della qualità della lista e del rispetto delle indicazioni è dei sei promotori…
- I tempi stretti a nostra disposizione – saremo probabilmente l’unica lista sottoposta al tour de force della raccolta delle firme – non consentono ulteriori forme di consultazione sulle candidature. Si esclude fin da ora di rimetterle alla votazioni di assemblee esposte all’occupazione o alla prevaricazioni di ristretti gruppi organizzati e, tanto meno, a votazioni on-line che non garantiscono alcuna forma di discussione e di confronto tra i partecipanti…
Voi vi arrogate il diritto non solo di dettare le regole per la presentazione delle candidature, di porre dei veti, di stabilire chi può stare nei comitati elettorali e chi no, ma addirittura vi ergete e giudici unici che avranno il compito di scegliere i candidati. Il tutto con la più banale delle scuse: la mancanza di tempo !
L’aver vinto un concorso universitario o essere editorialisti di un grande quotidiano mainstream e decisamente liberista vi dà forse più diritti di altri ? Di chi da decenni lotta quotidianamente in difesa dei diritti sociali senza avere le spalle coperte da sicure carriere?
E dalle vostre garantite posizioni, che diritto avete di porre dei veti ? Ad esempio perché mai tutti coloro che hanno alle spalle un’esperienza politica di rilievo o istituzionale devono essere messi all’indice ? Non può invece essere utile la loro esperienza? Sono stati tutti dei ladri, dei farabutti ?
Abbiamo criticato giornalmente Grillo e Renzi per mancanza di democrazia, ma il primo almeno permette il voto online e il secondo organizza le primarie dentro il suo partito. Al vostro confronto sono dei campioni di democrazia.
Com’è possibile che persone di grande cultura che tutti noi stimiamo, come Camilleri e Gallino arrivino a proporre una cosa simile ?
Siamo andati a Roma il 12 ottobre per difendere la Costituzione e la democrazia e oggi assistiamo al tentativo da parte vostra di privatizzare la partecipazione politica.
Ci stiamo battendo contro un parlamento di “nominati” ed oggi dovremmo accettare la medesima logica, se non peggio, solo perché siete voi a proporla? Al massimo ci concedete di poter dare una preferenza scegliendo tra chi voi avete “nominato” in lista.
Tsipras non è proprietà né vostra, né di nessun altro. E’ l’opportunità, e forse l’ultima, offerta a tutti noi, sinistra e popolo.
Voi in questo modo state distruggendo questa possibilità. Una lista che nasce al chiuso di una stanza, decisa da sei persone, non ha nessuna possibilità.
Uccidete la partecipazione, al massimo riuscirete ad avere qualche cortigiano che vi chiederà il posto in lista. Ma così non si va da nessuna parte, altro che 4%.
Vi chiediamo di fermarmi, di mettere le vostre esperienze a disposizione di un progetto collettivo senza pretendere di esserne i proprietari.
Organizziamoci subito per gestire tutti insieme questa avventura e per organizzare le primarie per scegliere i candidati, poi con le preferenze saranno gli elettori a scegliere chi, nel caso riuscissimo a superare il 4%, andrà a Bruxelles.
Fatevi un esame di coscienza.
P.S.: chi condivide lo spirito di questa lettera ci aiuti a farla girare.
RED.
da Liberazione.it

"Tsipras è l'occasione per spostare l'asse dal Nord al Sud Europa". Intervista a Roberto Musacchio






La candidatura di Tsipras nella sinistra europea è vissuta come un passaggio straordinario mentre in Italia c’è, a voler essere buoni, una interpretazione di bottega. Qual è il tuo pensiero?
Occorre una chiave di lettura dei problemi nodi della sinistra italiana, altrimenti non si accede mai al percorso verso una soluzione. I problemi sono di vario tipo e però tra questi non si può non sottolineare che noi siamo stati i primi ad essere stati sconfitti nell’impatto con la costruzione di una dimensione politica europea. Parlo sia dell’ambito istituzionale che per quanto riguarda il cammino della sinistra. A me sembra un paradosso, sinceramente. Siamo stati i primi, come sinistra, ad aver intuito che certi probemi avrebbero avuto nell’Europa la giusta dimensione per la ricerca di una soluzione. E poi non c’è dubbio che abbiamo contribuito a questa invenzione così importante come il partito della Sinistra europea. E però avendo colto che il tema era proprio quello non siamo risuciti a stare all’altezza della sfida. Avremmo dovuto pensare noi stessi fin da prima come una parte della politica europea anche nel processo di cambiamento di Rifondazione comunista. L’altro tema è contribuire alla costruzione delle piattaforme europee. C’è, infine, anche il tema della democrazia. La crisi democratica che misuriamo in Italia è maturata proprio nella cessione di sovranità venuta dall’Europa. Per uno come me che pensa che non possa esserci solo una dimensione nazionale della risposta questo ragionamento mi pare particolarmente utile per capire i nostri problemi in Italia. Negli altri paesi d’Europa non è che si sia andati così avanti ma da noi si sente di più. Non è un caso che da noi sembra potersi riaprire tutto con questa dimensione europea. Sulla crisi democratica italiana ha inciso Troika e austerità e la non capacita di battersi per la democrazia europea.
Come ha vissuto la Sinistra eurpea la candidatura di Tsipras?
Sono molto contento e soddisfatto del congresso di Madrid. Ritrovare una dimensione che è sicuramente senza esaltazione e mette insieme, però, una trentina di partiti, allargandosi a tutto il quadrante europeo e mettendosi in relazione ai movimenti sia sociali che sindacali, è un elemento innovativo. Il terreno è sì contro la Troika e l’austerity ma immediatamente collegato all’idea dell’altra Europa. Ecco, l’ho trovato un passaggio molto maturo. La candidatura di Tsipras è passata con l’84% dei consensi e questo non va dimenticato. Vorrei ricordare qui Lothar Bisky, che ha contributo tantissimo alla costruzione della Sinistra europea e sarebbe stato molto felice di questo passaggio e soprattutto assistere a un congresso maturo e molto generoso.
Da come l’hai posta tu, quindi, il percorso aperto dalla candidatura di Tsipras in realtà può dare tanto anche per la ricostruzione della sinistra?
Gran parte dei nostri problemi si sbloccano se ci rendiamo conto che non stiamo andando verso elezioni ma a solidarizzare in termini politici verso una esperienza quella greca che è ormai un elemento simbolico in senso forte. L’impegno di Tsipras è importantissimo in quanto sfida sul terreno dell’altra Europa gli altri soggetti di potere e lancia la sfida per cambiare la Grecia.
Beh, certo che veder spostare l’asse della sinistra europea dal centro al sud non è certo un passaggio da niente.
Proprio per sottolineare che la rifondazione della comunità europea dal Sud è un patrimonio imperdibile della sinistra, la Linke ha giocato un ruolo di primo piano. In Germania è molto difficile essere contro il patto corporativo tedesco. La capacità della Linke di essere fuori e contro gli aspetti deteriori di questo patto non solo ha comportato il voto contro l’austerity ma fuori dal modello del debito come colpa. E arriva al punto che loro dicono di volere Alexis Tsipras perché sentono che il suo ragionamento consente di fare la lotta per un’altra Germania e per un’altra Europa. L’asse franco-tedesco è esaurito come motore dell’Europa, in tutti i sensi. E l’idea mediterranea è il nuovo centro. Orami quel modello produce la riduzione del salario come via alla ripesa economica, come dimostra il caso Electrolux.
Cosa ha prodotto questa svolta secondo te?
Per me conta la connessione sentimentale, vecchio termine gramsciano per sottolineare la corrispondenza tra la politica e il vissuto della politica. Se noi ci mettiamo in sintonia con la battaglia di Tsipras, che è anche un’idea di società che si organizza, visto che lì hanno un ruolo attivo nelle scuole e nella filiera del consumo, entriamo in un ottica più fattiva e cooperante uscendo finalmente dal vicolo cieco dei conflitti sulla rappresentanza.
Con quale motivazione hai sottoscritto l'appello italiano di sostegno a Tsipras?
Ho sottoscritto l’appello italiano perché ci ho trovato questa connessione. Cioè una lettura e un vissuto molto simile al mio. Nell’appello c’è una lettura del perché siamo a questo punto con una critica radicale al partito popolare e al partito socialita europeo. A me pare che per come siamo messi in Italia, si tratta di provare a innovare e prendere atto delle difficoltà ch abbiamo maturato come vecchi corpi politici ed entrare in contatto con personaggi diversi da noi. Questo può aiutarci, come è sucesso con il referendum per l’acqua a fare una giusta battaglia. E’ quella esperienza che ci aiuta, e Tsipras aiuta anche noi. Davanti movimenti e società civile senza ignorare il resto, esattamente come è stato fatto nell’esperienza dei movimenti sull’acqua, contribuire cioè a un processo che interessa tutti. Poi dovremmo riaprire la discussione in Italia per fare ciò che sia simile a quello che c’è nel resto d’Europa. Noi siamo stati sconfitti anche da questa dimensione dell’Europa reale e il punto è come riusciamo a costruire una dimensione politica per arginarla. Questa formula lanciata dall’appello è anche legata alla situazione italiana che ha conosciuto diverse sconfitte perché negli altri paesi ci sono aggregazioni che hanno costruito una rappresentanza nuova.
Veniamo a Sel e alle formule poco chiare che ha utilizzato per mettersi in relazione con la candidatura di Tsipras.
Ci sono delle cose che ad un certo punto si realizzano nella realtà. L’applauso grandissimo alla candidatura di Tsipras parla da sé. Questo non vuol dire che tutti i problemi sono risolti. E’ chiaro che l’alveo del socialismo europeo non è una parte del problema ma il problema. Le larghe intese e l’austerity non lasciano spazi. Non è un caso che poi Shultz dica quelle cose su Merkel. Qui da noi siamo passati da Bersani a Renzi. Detto questo, ripeto, più di tutto questo però vale l’applauso per Alexis. Ci sono compagni e compagne che hanno voglia di fare le giuste battaglie. Seguite quell’applauso e facciamone un’occasione per ragionare.

Rappresentanza e congresso: Cgil nella tormenta



di Checchino Antonini, da Liberazione. it
 
 Il più grande sindacato italiano va a congresso, fra mal di pancia della base e partecipazione ai minimi. Nel frattempo, la sinistra interna guidata da Giorgio Cremaschi da battaglia sull'accordo sulla rappresentanza firmato da Camusso il 10 gennaio scorso: “è illegittimo e antidemocratico”.

La Cgil, il più grande sindacato italiano, viola il proprio statuto, firmando un accordo - l'ennesimo - illegittimo e consuma una deriva antidemocratica mentre il congresso registra il minimo storico di partecipazione. La denuncia viene dalla minoranza interna, dai promotori del documento alternativo ("Il sindacato è un'altra cosa"), da Giorgio Cremaschi, in particolare, che ha appena tenuto una conferenza stampa alla Sala Rossa di Corso Italia, qualche piano più sotto del quartier generale di Susanna Camusso.

E' il leader storico della sinistra sindacale, infatti, il firmatario del ricorso al Collegio statutario nazionale, l'organismo di verifica degli atti più importanti della Cgil, per l'annullamento della firma della confederazione in calce all'intesa del 10 gennaio scorso. Quell'accordo viola norme e principi fondamentali contenuti nello statuto. Di qui il ricorso a quello che Cremaschi definisce la "Corte costituzionale della Cgil". «Intendiamo mettere alla prova la correttezza - dice - e l'indipendenza dell'organismo di garanzia anche se questo è espressione della maggioranza». Ai cronisti è stato spiegato che il ricorso è stato piuttosto meditato alla luce dei rilievi di parecchi giuslavoristi che non hanno potuto non storcere il naso di fronte al'ennessimo accordo, da quelle di Piergiovanni Alleva a quelle di Antonio Di Stasi. Così la minoranza interna agirà ognuna delle leve della giustizia interna ma è pronta a ricorrere anche in tribunale per contestare quella che gli pare una violazione del codice civile (articoli 36 e seguenti).

Lo Statuto Cgil, infatti, si basa sulla piena libertà sindacale e contro il monopolio dell'azione sindacale. E il "Testo unico sulla rappresentanza" (l'accordo del 10 gennaio) è stato sottoscritto in spregio al diritto statutario di ciasun iscritto a concorrere alla formazione della piattaforma e alla conclusione di ogni vertenza che lo riguardi (articoli 4, 6, 8). Ad ogni modo, il contenuto di quell'accordo è contrario ai principi di fondo della confederazione perché interferisce sull'autonomia della stessa (ad esempio quando consegna ad una commissione dove è preponderante la controparte le decisioni sul merito degli atti politici della Cgil) e infine prevede che i diritti sindacali siano accessibili solo a chi firmi quell'accordo, clausola che fa a cazzotti con la recentissima sentenza della Corte costituzionale che sancisce il diritto alla rappresentanza sindacale in barba alla legittimazione della controparte datoriale pretesa dai Marchionne di turno.

E poi non sono stati consultati gli iscritti, questione sollevata anche da Landini, leader della Fiom (che ha chiesto anche la sospensione del congresso), così come non sono stati consultati neppure per l'accordo del 31 maggio di cui l'ultima intesa è figlia. E' evidente come l'accordo dispone del diritto di sciopero di cui ciascun lavoratore è titolare e obbliga i delegati a sottostare alla dittatura della maggioranza che deciderà le sanzioni per i dissidenti.

Insomma, secondo Cremaschi e la minoranza, si tratta di una modifica nei fatti dello Statuto avvenuta in pieno lavorìo congressuale quando nemmeno un direttivo "bulgaro" può farlo. La Camusso controbatte che la commissione che deciderà le sanzioni sarebbe un banale arbitrato, come altri, ma in realtà non ci sarebbe una terza figura a fare da arbitro ma una commissione con tre membri di Confindustria, uno ciascuno per la triplice e un settimo componente di comune gradimento, dunque anche di Confindustria.

Dunque l'intesa è una sorta di mutazione genetica, una torsione autoriaria, una sottrazione di identità che cancella ogni forma di antagonismo possibile e contiene elementi di incostituzionalità. Perdipiù piomba nel vivo delle assemblee di base per un congresso che registra il massimo del malpancismo e il minimo della partecipazione come hanno spiegato ai cronisti anche Fabrizio Burattini, Nando Simeone della Filcams di Roma e Barbara Pettine, riferendo di congressi semideserti, casi di brogli clamorosi, di discriminazioni per i diritti della minoranza o di congressi rinviati per impedire il regolare confronto tra le posizioni. Molti congressi, infatti, sono stati concentrati in pochi giorni di febbraio per complicare la vita ai pochi relatori disponibili per il documento alternativo. Di tutto ciò è stata informata la commissione nazionale di garanzia proprio da Burattini e Pettine che denunciano le gravi irregolarità, un uso di parte delle risorse (distacchi, permessi, rimborsi) e della calendarizzazione, una gestione non trasparente degli elenchi degli iscritti e un diffuso ripetersi di risultati inattendibili (e a totale favore della maggioranza) nelle assemblee di base.

Là dove la minoranza riesce a essere presente i risultati sembrano piuttosto sopra le aspettative per il documento alternativo (Cremaschi prevede di attestarsi tra il 5% e il 10%, oltre il 3% che attualmente occupa nel direttivo nazionale) ma comunque in un contesto segnato dalla bassa partecipazione degli iscritti (sotto il 10%), da un clima di passività e rassegnazione. Se i numeri finali sulla partecipazione dovessero superare quota 900mila (allo scorso congresso furono 1milione e 800mila ma anche lì una cifra gonfiata) la minoranza avrebbe ragione di credere che sarebbero numeri inventati, falsificati.

Ma allora perché restare in Cgil? domanda l'inviato del Fatto, Salvatore Cannavò. «Perché è una battaglia di democrazia che va fatta qui. Pensate ai rischi di un sindacato senza democrazia interna!», risponde Cremaschi e, prima di andare via per correre al congresso di Vicenza, annuncia un dossier su anomalie, irregolarità e forzature. «Fra due-tre settimane ne avrete da scrivere».

Scalfarotto e mezzo Di ilsimplicissimus



Siamo nel Paese in cui l’uomo più ricco e influente può permettersi di dire che i suoi figli, altrettanto ricchi e potenti, sono come gli ebrei sotto Hitler: un’affermazione che altrove avrebbe messo fuori gioco chiunque, ma che qui suscita giusto qualche breve sussurro ed è immediatamente messa nel canovaccio delle trasmissione satiriche, anzi dell’unica rimasta. A me fa piacere che Crozza abbia materiale da spendere, ma di certo non mi consola, anche perché la volgarità di Berlusconi piano piano è penetrata sottopelle, si è ormai impastata all’antropologia italica senza che se ne abbia consapevolezza.
Tanto è vero che se più o meno le stesse cose non le dice Berlusconi -su cui è acceso un semaforo di riconoscimento – ma qualcuno che la modesta Boldrini, per esempio, considererebbe non volgare – ecco che passa inosservata nella sua trivialità populista. E infatti Scalfarotto, quello che si è fatto dettare dal Pdl la legge antiomofobia, ne dice una simile pensando che sia qualcosa di intelligente. Il nostro buon gay omofobo, nell’ambito della rivalutazione di Silvio, dice infatti che suo padre è andato in montagna per combattere gente come i 5 stelle. Dalla riuscita del figlio parrebbe che sia andato a fare una settimana bianca, ma Scalfarotto, detto  Ivan l’Inattendibile, dovrebbe sapere molto bene che suo padre è andato a combattere chi metteva una sola stella gialla sui vestiti degli ebrei per mandarli a morte, magari assieme agli omosessuali, che paragonare i nazisti ai grillini, è  allo stesso tempo ridicolo e sordido. Un offesa alle vittime della Shoa e ai valori della Resistenza, certamente più corposa delle cazzate di Berlusconi.
Al contrario di questi paragoni moralmente idioti, ne proverò uno più plausibile e ahimè concreto: Scalfarotto è esattamente il prototipo di quei politici e  parlamentari (spesso le cose non combaciano) “democratici” così ottusi da far parte attiva e “responsabile” della coalizione che sostenne Mussolini fino alle leggi speciali. Quasi quasi mi verrebbe da dire che l’Italicum rassomiglia molto a quella legge Acerbo che ne fu l’inizio. E che dopo vent’anni porterà il padre di Scalfarotto in montagna. Si rivolterà nella tomba immagino. Ma purtroppo i figli non sono responsabili delle virtù dei padri.

€UROPA: TEMPESTA DI DEFLAZIONE E DEFAULT DI STATI

Sul Telegraph Ambrose Evans-Pritchard analizza le tendenze dell'economia globale: USA e Cina in contemporanea intraprendono politiche restrittive per contrastare le bolle, i paesi emergenti si difendono alzando i tassi per evitare fughe di capitali, e l'unica senza spazi di manovra rimane l'Europa, che con le sue politiche monetarie ortodosse ha già abbandonato le difese rispetto alla deflazione e alla esplosione del debito. Sorge spontanea la domanda finale: perché stanno lasciando che accada...?

Metà dell’economia mondiale è a un incidente di distanza da una trappola deflattiva. L’FMI dice che la probabilità che ciò accada potrebbe essere ora del 20%. Una circostanza importante è che le due  superpotenze monetarie - USA e Cina – starebbero entrambe adottando misure restrittive che portano verso tale 20% di rischio, senza dubbio perché hanno concluso che le bolle speculative stanno diventando un pericolo ancora più grande.
"Dobbiamo essere estremamente vigili" ha detto a Davos Christine Lagarde del FMI. 
"Il rischio di deflazione è quel che accadrebbe se ci fosse uno shock in quelle economie che ora hanno tassi di inflazione bassi, ben al di sotto del target. Credo che nessuno possa negare che nell'eurozona l'inflazione è ben al di sotto l’obiettivo dichiarato."
Non è difficile immaginare quale potrebbe essere lo shock. Già ci troviamo davanti alla Turchia, l’India e il Sud Africa che stanno tutti tirando il freno, costretti a difendere le loro valute a causa del prosciugamento della liquidità globale. La Banca Mondiale nel suo ultimo rapporto - Flussi di capitale e  Rischi nei Paesi in via di Sviluppo - ha avvertito  che il tapering degli stimoli da parte della Banca Centrale USA potrebbe giocare un "tiro mancino" al sistema internazionale.

"Se le reazioni del mercato al tapering fossero precipitose, i paesi in via di sviluppo potrebbero vedere diminuire i flussi di denaro fino all’80% per diversi mesi" dice il report. Un quarto di queste economie rischiano un arresto improvviso. "Anche se questi aggiustamenti potrebbero durare poco, essi rischiano di infliggere gravi tensioni, accrescendo potenzialmente i rischi di crisi".

Il rapporto dice che potrebbe esserci bisogno di controlli sui capitali per superare la tempesta - o tecnicamente per superare la "Impossibile Trinità" di autonomia monetaria, tasso di cambio stabile e libera circolazione dei capitali. William Browder di Hermitage dice che è esattamente qui che la crisi ci sta portando, e sarà una brutta sorpresa per gli investitori scoprire che il loro denaro è bloccato – come è già successo a Cipro e sta succedendo anche in Egitto. La reazione a catena diventa auto-avverante. "La gente inizierà a chiedersi quale sarà il prossimo paese" dice Browder.

I mercati emergenti rappresentano ormai la metà dell'economia mondiale, quindi ci stiamo muovendo in acque inesplorate. Dopo la crisi-Lehman circa 4000 miliardi di dollari di fondi esteri si sono riversati sui mercati emergenti, gran parte dei quali da allora si muovono sulla strategia del "momentum money", che arriva tardi alla festa. Il FMI dice che circa 470 miliardi di dollari sono direttamente legati al QE della Fed. "Non sappiamo quanto di questo denaro stia per uscire di nuovo da questi mercati, o quanto velocemente," ha detto un funzionario del Fondo.

Un paese dopo l'altro è ora costretto a politiche restrittive. Più l’andazzo continua, e più il problema si diffonde, tanto maggiore è il rischio che esso si trasformi in uno shock globale deflazionistico. Martedì notte (28.1.14 - ndr) la Banca Centrale della Turchia ha preso misure drastiche  per fermare la fuga di capitali, raddoppiando il suo tasso di riacquisto dei bond dal 4,5% al 10%. Questo porterà in breve tempo l'economia a un punto morto e, in ultima analisi, può rivelarsi futile come la difesa ideologica della sterlina da parte della Gran Bretagna nel settembre 1992 (uscita dallo SME, ndT).
Mercoledì (29.1.14 - ndr) il Sud Africa ha alzato i tassi di mezzo punto al 5,5% per difendere il “rand” e l’India martedì li ha alzati di un quarto di punto all’8%, tutti costretti a stringere i denti con la crescita che va esaurendosi. Il Brasile e l’Indonesia ci sono già dentro da mesi, a tentar di frenare un deprezzamento della valuta che rischia di andar fuori controllo da un momento all'altro.

Altri paesi sono messi meglio - soprattutto perché le loro partite correnti sono in surplus - ma perfino loro stanno perdendo spazi di manovra. Il Cile e il Perù avrebbero bisogno di tagliare i tassi per contrastare il crollo del prezzo dei metalli, ma in questo clima di tensione non osano farlo.
La Russia ha un piede nella recessione, ma non può intervenire per riavviare la crescita, dato che il rublo è sprofondato al minimo storico rispetto all'euro. La Banca Centrale sta bruciando le riserve di valuta ad un ritmo di 400 milioni di dollari al giorno per difendere la moneta, facendo di fatto una politica restrittiva. Per quanto riguarda l'Ucraina, l'Argentina e la Thailandia, sono già fuori controllo in mezzo alla bufera.

La Cina sta marciando al  ritmo proprio, con un conto capitale chiuso e riserve da 3800 miliardi di dollari, ma anch'essa sta trasmettendo un potente impulso deflazionistico a tutto il mondo. L'anno scorso la Cina ha investito altri 5000 miliardi di dollari in nuovi impianti e investimenti fissi – quanto gli USA e l’Europa insieme - inondando l'economia globale di altra capacità in eccesso.
I mercati hanno una fede commovente nel fatto che gli stessi responsabili della spettacolare bolla del credito da 24000 miliardi di dollari – una volta e mezza più grande del sistema bancario degli Stati Uniti - stavolta riusciranno a sgonfiare la bolla con delicatezza, con un'abilità che è mancata alla Fed nel 1928, alla banca del Giappone nel 1990 e alla Banca d'Inghilterra nel 2007.

Manoj Pradhan, di Morgan Stanley, dice che la Banca Centrale della Cina sta cercando di rientrare dai debiti e alzare i tassi allo stesso tempo, cosa che "amplifica i rischi per la crescita". Si tratta di un'impresa eroica, come effettuare interventi chirurgici senza anestesia. È l'esatto opposto di quello che ha fatto la Fed dopo il 2008, quando il QE ha aiutato ad assorbire lo shock. Morgan Stanley dice che il 45% di tutto il credito privato in Cina deve essere rifinanziato nel corso dei prossimi 12 mesi, quindi allacciate le cinture.
Inoltre, la Cina sta facendo fatica a mantenere floride le sue industrie al tasso di cambio corrente. Patrick Artus, di Natixis, dice che i salari in continuo aumento - e la caduta di produttività – fanno sì che ora produrre l'Airbus A320 a Tianjing costi il 10% in più che produrlo a Tolosa.

Le implicazioni sono evidenti. La Cina prima o poi può tentare di ribassare lo yuan per mantenere le sue quote di mercato, al di là di ciò che dicono al Congresso degli Stati Uniti, in parte per fermare il Giappone che sta guadagnando terreno grazie alla sua svalutazione del 30% con l’Abenomics. Albert Edwards della Société Générale dice che questo potrebbe rivelarsi lo shock deflazionistico finale, in confronto al quale la crisi asiatica del 1998 scomparirebbe.

L’Europa ha già lasciato crollare le sue difese dietro una linea Maginot di politica monetaria ortodossa. I dati Eurostat mostrano che Italia, Spagna, Olanda, Portogallo, Grecia, Estonia, Slovenia, Slovacchia, Lettonia, così come i paesi con il cambio ancorato all’euro come Danimarca, Ungheria, Bulgaria e Lituania, sono entrati tutti in piena deflazione sin dal mese di maggio, come la pressione fiscale si è inasprita. I prezzi sono in caduta in Polonia e in Repubblica Ceca dal mese di luglio, e in Francia dal mese di agosto.

La crescita dell’aggregato monetario europeo M3 è stata negativa per otto mesi, contraendosi ad un tasso dell’ 1,1% rispetto al trimestre precedente. Secondo gli ultimi dati della Banca centrale europea, il credito bancario al settore privato è sceso di 155 miliardi di euro in tre mesi.
Prima di Natale Mario Draghi della BCE ha parlato della necessità di un "margine di sicurezza" contro la deflazione, ma ora sembra stranamente passivo, come sottomesso alla Bundesbank. A Davos l’ho sentito ripetere due volte - spento, senza convinzione - che l'inflazione core è semplicemente tornata dove era nel 1999 dopo la crisi asiatica e nel 2009 dopo la crisi-Lehman, e quindi va bene.

Ma non siamo in circostanze neanche lontanamente paragonabili. Questi due eventi si sono verificati all'inizio di un nuovo ciclo di credito. Oggi siamo quasi al quinto anno del vecchio ciclo – che è già molto maturo - e l’80% dell'economia globale applica misure restrittive o tagli agli stimoli. Per come stanno le cose, la prossima recessione spingerà il sistema economico occidentale oltre la soglia della deflazione.

Gli Stati Uniti hanno un margine leggermente maggiore, ma non molto. La crescita dell’aggregato monetario M2  sta rallentando anche più velocemente di quanto fatto nei nove mesi prima del crollo di Lehman nel 2008, ma allora la Fed non si interessò più di tanto di questi dati, quindi è fin troppo possibile che ripeta lo stesso errore. La Fed sta sicuramente sfidando la sorte, con 10 miliardi di dollari di bond tapering ad ogni meeting, in un contesto di deflazione incipiente, come continua a sottolineare il capo della Fed di Minneapolis, Narayana Kocherlakota.
Quelli che pensano che la deflazione sia innocua dovrebbero ascoltare Haruhiko Kuroda della banca del Giappone, che ha vissuto 15 anni di prezzi in calo. I profitti aziendali si sono prosciugati. Gli investimenti in tecnologia si sono atrofizzati. L'innovazione è svanita. "Ha provocato una mentalità molto negativa, in Giappone," ha detto.

Il Giappone ha avuto i più alti tassi di interesse reali del mondo avanzato, cosa che ha causato una spirale di interessi composti che ha portato l’onere del debito a crescere, mentre il PIL nominale si contraeva.
Un esito simile in Europa porterebbe all’esplosione delle traiettorie del debito del Club Med. Comprometterebbe ogni speranza di arrestare il declino economico dell'Europa o di ridurre la disoccupazione di massa prima che le democrazie dei paesi afflitti siano in serio pericolo. Perciò, perché stanno lasciando che accada?

Don't cry for me Cgil

Dal direttivo nazionale vengono via il vicepresidente e una delle componenti per aderire all'Usb. Effetti dell'accordo e segnali della crisi Cgil [di Checchino Antonini, Popoff.globalist.it]

L'accordo del 10 gennaio, con cui la Camusso - violando lo statuto Cgil - ha mandato in soffitta ogni residuo di autonomia e antagonismo, è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Così, Maurizio Scarpa (vicepresidente del Direttivo Nazionale confederale CGIL) e Franca Peroni, componente dello stesso Direttivo, con una lettera inviata alla segretaria della confederazione, hanno formalizzato le loro dimissioni dagli incarichi e dalla Cgil. Contestualmente i due ex dirigenti sindacali Cgil hanno aderito all'Unione Sindacale di Base. Le motivazioni di questa scelta sono state approfondite pubblicamente prima in un'assemblea, poi in una conferenza stampa, che si sono svolte questa mattina a Roma, al Centro Congressi Cavour, alla presenza di molti rappresentanti e lavoratori, Cgil ed ex Cgil, provenienti da tutta Italia. Era da tempo che i due valutavano l'adesione all'USB «per sviluppare il progetto di costruzione di un sindacato di massa ed indipendente da padroni e partiti».

«L'accordo sulla rappresentanza è stata solo l'ultima goccia - ha spiegato Franca Peroni - in CGIL c'è stato un progressivo smottamento dei valori, una caduta profonda di autonomia, che ne ha mutato il codice genetico. In USB abbiamo visto un'organizzazione ben radicata nel mondo del lavoro. Ora è necessario ripartire dai bisogni reali, intrecciando le istanze dei lavoratori e delle lavoratrici con quelle di chi lavoro non ha, per dare forza ad un progetto complessivo».

Per Scarpa: «Nel nostro Paese è in corso una svolta autoritaria in atto sia sul piano politico sia sindacale, che nega diritti e democrazia. La colpa più grande per un'organizzazione sindacale è quella di aver messo al centro gli interessi dell'impresa. É invece fondamentale restituire centralità e rappresentanza al mondo del lavoro e la strada maestra è la costruzione del sindacato di classe, che agisca su temi generali.

L'USB conferma che da mesi continua senza sosta l'afflusso di iscritti e rappresentanti provenienti dalla Cgil. E' un segnale della crisi vissuta dal sindacato di Corso Italia e rivelata anche da chi è rimasto dentro a dare battaglia come Giorgio Cremaschi e i suoi compagni di strada del documento congressuale alternativo: "Il sindacato è un'altra cosa".

E' dunque l'Usb il "sindacato che serve"? Per ora è certa la sua presenza trainante ovunque ci siano segnali di conflitto sociale, com'è avvenuto il 18 e il 19 ottobre scorsi.

Prossimo importante appuntamento di questo itinerario, l'assemblea nazionale sull'incostituzionalità dell'accordo sulla rappresentanza sottoscritto da Cgil Cisl Uil Confindustria, confronto organizzato dal Forum Diritti/Lavoro, dall'USB e dalla Rete 28 Aprile il prossimo 5 febbraio a Roma, sempre al Centro Congressi Cavour, in via Cavour 50 A dalle ore 15.30, a cui parteciperanno lavoratori, giuristi e costituzionalisti ed a cui sono invitate tutte le forze politiche e sociali che intendano contrapporsi alla svolta autoritaria in atto.

Eletta la nuova segreteria provinciale di Rifondazione comunista di Perugia


rifondazione-bandiera-formato-grandeIl Comitato Politico Federale di Rifondazione comunista di Perugia ha eletto, su proposta del segretario provinciale Flamini, il Presidente dell’assemblea e la nuova segreteria provinciale. Sono stati eletti nella segreteria che dovrà coadiuvare il segretario provinciale Enrico Flamini, con un solo voto di astensione, Sanni Mezzasoma, come nuovo Presidente del Comitato Politico Federale, Andrea Caprini, Maura Coltorti, Alice Fagotti, Domenico Garofoli, Marta Melelli e Oscar Monaco. Completa la segreteria Amedeo Babusci, già eletto tesoriere provinciale al termine del congresso provinciale di novembre. Invitato permanente sarà il Coordinatore Provinciale dei Giovani Comunisti di Perugia Andrea Ferroni. Il Comitato Politico Federale ha inoltre demandato alla Segreteria il compito di individuare responsabilità interne ed esterne alla segreteria per costruire un luogo permanente di proposta politica per la conferenza di programma prevista entro il mese di febbraio in vista delle elezioni amministrative ed europee. Il  segretario provinciale Enrico Flamini ha dichiarato: “Ringrazio ancora una volta le compagne e i compagni del Comitato Politico Federale per l’ampiezza del consenso accordato alla proposta che ho avanzato sulla segreteria provinciale. Si tratta di un gruppo dirigente in continuità con il lavoro politico svolto negli ultimi cinque anni, lavoro che ha prodotto importanti risultati sul piano del radicamento territoriale e sociale e su quello elettorale. L’elemento che risalta è la grande capacità di rinnovamento messa in campo da Rifondazione comunista con una forte presenza di giovani comunisti. La sfida del  gruppo dirigente, insieme a tutto il corpo militante del partito e dei circoli, è quella di costruire una nuova unità a sinistra, politica e sociale, in grado di costruire una chiara caratterizzazione programmatica del nostro partito rispetto alle proposte da avanzare per l’uscita dalla crisi che attraversa i nostri territori. In questo senso lavoreremo anche per rafforzare la proposta di lista unitaria a sostegno di Tsipras per le elezioni europee e dei processi politici che sui territori favoriscano questa proposta di ricomposizione della sinistra”.

Ferroni Coord. Provinciale GC-”Soddisfazione per la nostra presenza in segreteria provinciale.”

Logo GCCome Giovani Comunisti della Provincia di Perugia siamo molto soddisfatti della composizione della segreteria provinciale, composta per il 60% da militanti della nostra organizzazione giovanile. Siamo altresì contenti che la decisione sia stata presa praticamente all’unanimità e senza voti contrari, cosa che segnala la volontà reale di rinnovamento all’interno del Partito. Siamo sicuri che il compagno Garofoli e le compagne Fagotti e Melelli sapranno dare un approccio fondamentale alla vita ed alla proposta politica del Partito, portando le nostre proposte al massimo livello provinciale; perciò auguriamo un buon lavoro ai/alle compagni/e dei Giovani Comunisti/e che dovranno sopportare l’onere di questa carica e a tutta la nuova segreteria.

Paolo Ferrero: “Uniamoci per sostenere Tsipras”

Di Tommaso Cinquemani
europa@affaritaliani.it

"Abbiamo scelto di sostenere Alexis Tsipras perché è il simbolo della lotta degli europei contro le politiche di austerità". Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista, con una intervista ad Affaritaliani.it lancia un appello a Vendola perché sostenga il candidato del Gue alla presidenza della Commissione europea. "Spero che Sel superi le resistenze e le incertezze e che prenda con nettezza questa strada". Poi spiega: "Il mio auspicio è che si crei una forza unitaria della sinistra, autonoma dal Centrosinistra".
Segretario Ferrero, perché avete deciso di sostenere la candidatura di Alexis Tsipras alla presidenza della Commissione europea?
"Siamo stati noi i primi a proporre la sua candidatura all'interno del Partito della sinistra europea, di cui fanno parte la Linke, il Front de Gauche, Syriza e tanti altri. Nella riunione dell'esecutivo dell'estate scorsa ad Atene io proposi di candidare Alexis, cosa che poi è stata accettata da tutti e confermata a dicembre al congresso di Madrid".
Perché proprio lui?
"Alexis è il simbolo della lotta degli europei contro le politiche di austerità. Il fatto che sia greco rafforza la sua carica di cambiamento, poiché il suo popolo è stato quello più bastonato da queste assurde politiche".
Al congresso di Sel dello scorso week-end è uscita una posizione vaga sul sostegno a Tsipras. Lei che cosa auspica che avvenga nelle prossime settimane?
"Ho salutato positivamente questa apertura a Tsipras, soprattutto visto che negli ultimi anni Sel ha sostanzialmente inseguito il Pd e l'Internazionale socialista. Nei prossimi giorni ci sarà un confronto e spero che Sel possa essere della partita e si possa definire assieme una proposta di sinistra vera, come nel resto d'Europa".
Partendo dallo stato di frammentazione della sinistra italiana, crede che queste elezioni europee potrebbero essere la scintilla che porterà ad un riavvicinamento e alla creazione di una forza unitaria?
"Questo è il mio auspicio. L'elemento su cui mi sono battuto in tutti questi anni è la creazione di una forza unitaria della sinistra, autonoma da quel Centrosinistra che drammaticamente ha condiviso le politiche di austerità di Monti e Letta. Dobbiamo avere un nostro progetto politico contro l'austerità e per la costruzione di una Europa diversa da quella delineata dal Fiscal Compact e dal trattato di Maastricht. Spero che Sel superi le resistenze e le incertezze e che prenda con nettezza questa strada".
Crede che si possa riuscire a mettere assieme forze politiche così diverse, che nella loro storia hanno preso strade separate?
"Per riuscire in questo progetto bisogna essere ambiziosi e allo stesso tempo realistici. La discussione non è se fare un nuovo partito, ma riuscire a fare una lista che sostenga la candidatura di Tsipras e che si riconosca in un programma. Non bisogna mettere insieme gli iscritti di Rifondazione e Sel, ma creare un percorso condiviso che parli alle persone e che metta assieme le forze politiche e sociali di sinistra".
Sareste disponibili a rinunciare al simbolo della falce e martello?
"Ovviamente in una logica così definita il simbolo non è un vincolo. In Francia il Partito comunista si presenta alle elezioni senza la falce e il martello, anche se questo elemento fa parte della loro storia. La stessa cosa vale per il partito comunista spagnolo. Idem per Syriza. Il punto è la sostanza del contenuto, non la forma. Noi comunisti siamo per lavorare con le altre forze di sinistra per creare una alternativa alle politiche liberiste".
Oltre a Sel, quali altri soggetti o personaggi politici vedrebbe bene in questa lista?
"Noi vogliamo parlare ai militanti sindacali, ai dirigenti dell'associazionismo  e ai membri della società civile, come Spinelli e Camilleri. In Italia c'è un tessuto molto robusto di società civile che non ha alcuna tessera di partito. Il mio auspicio è che questa lista possa aggregare tutte queste forze".

sabato 1 febbraio 2014

L'Europa al bivio di Guido Viale, http://www.huffingtonpost.it

Share on print Share on email europa Si terrà domani, lunedì 20 gennaio, alle 17,30 a Firenz

Leggi questo articolo su: http://www.gonews.it/2014/tutta-unaltra-europa-un-convegno-per-capire-il-futuro-dellunione-con-parlamentari-costituzionalisti-societa-civile-e-no-profit/#.Uu01b7TDjNE
Copyright © gonews.it
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L'Europa è a un bivio. Da una parte c'è una strada già segnata e intensamente frequentata dagli organi centrali dell'Unione europea (Commissione, Consiglio e BCE), dal Fondo Monetario Internazionale (IMF), dai Governi dei paesi membri, dai partiti che li sostengono e, soprattutto, dall'alta finanza che domina il mondo. Quella non è che è l'assetto attuale del capitalismo che si manifesta in Europa nelle politiche di austerity, imposte senza alcuna considerazione per i danni che provocano, portando alla dissoluzione l'intero edificio. Ma è anche una strada su cui transitano persone e merci sorde di fronte ai rischi a cui stanno portando i mutamenti climatici, la produzione di armi di distruzione di massa, l'inquinamento di aria, suoli e acqua, la distruzione della biodiversità, l'imperativo di produrre sempre di più perché.
Dal lato opposto c'è una strada ancora in gran parte da costruire: manca per ora un progetto organico, ma soprattutto non è ancora emerso un numero di attori sufficiente a metterla all'ordine del giorno, a realizzarla, a cominciare a frequentarla. E' la direzione di un'umanità che vuole rappacificarsi con l'ambiente senza rinunciare ai benefici che l'evoluzione della scienza e della tecnica consente; che non intende rinunciare al conflitto ma vorrebbe riportarlo in un ambito che escluda sangue e violenza; che cerca di difendere la propria dignità e lavora per recuperare autonomia e benessere personale in contesti di condivisione.
Lungo questo percorso l'attenzione si concentra sui meccanismi che bloccano la spesa pubblica, vagheggiando il ritorno a un mondo di ieri, in cui il potenziamento del welfare e il supporto di un'industria di stato o di una politica industriale dirigista aveva garantito trent'anni di sviluppo quasi ininterrotto. Premessa di questa prospettiva è la rinegoziazione radicale dei trattati che vincolano le politiche economiche ai diktat della finanza: fiscal compact, pareggio di bilancio, two packs, ecc.
Tuttavia affidare occupazione, redditi e benessere alla riproposizione di un massiccio sostegno a domanda e offerta delle produzioni che hanno sorretto la crescita in passato non farebbe che accelerare la corsa verso il baratro: verso un disastro planetario per quanto riguarda l'ambiente; e verso una competizione sempre più serrata di tutti contro tutti destinata a scaricarsi dalle imprese sui lavoratori perché producano sempre di più guadagnando sempre meno: che è ciò che ha portato all'impasse dei giorni nostri.
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Serve invece una radicale riconversione verso produzioni nuove, per recuperare rapporti rispettosi dell'ambiente e ricondurre economia e gestione dei territori entro i limiti della sostenibilità. Una transizione che non può essere affidata solo all'innovazione tecnologica e a produzioni più sostenibili (la cosiddetta green economy), perché richiede radicali cambiamenti di paradigma nella loro gestione.
Per questo molti sottolineano le trasformazioni politiche e istituzionali che entrambi questi approcci richiedono: l'Europa deve trasformarsi in federazione di popoli governati in modo democratico, decentrato, partecipato, capace di sottoporre a un controllo dal basso gli strumenti di governo dell'economia, della politica estera e delle politiche sociali.
Quei tre approcci costituiscono ovviamente un programma di lunga lena, ma tutti e tre vedono nell'Europa un terreno irrinunciabile della lotta politica che porti a una maggiore integrazione culturale, economica e istituzionale e a una maggiore eguaglianza sia tra paesi membri che all'interno di essi. Per questo sono approcci opposti a quelli che individuano la strada per uscire dalla crisi in un ritorno alle sovranità nazionali in campo monetario ("uscita dall'euro" e svalutazioni competitive), tariffario (protezionismo), fiscale (spesa pubblica finanziata da una banca centrale nazionale) e produttivo (nazionalizzazioni: senza prospettare nuove forme di controllo delle comunità sulle imprese). Il paradosso di queste proposte è che, pur presentandosi come alternativa al liberismo, rimangono interamente interne alla sua logica: per recuperare competitività sui mercati internazionali con la svalutazione della propria valuta, in una gara di al ribasso tra paesi impegnati tutti sulla stessa strada, bisognerebbe che ciò che è stato possibile alla Germania in Europa o alla Cina nel mondo sia replicabile per tutti; senza tener conto del fatto che ai surplus commerciali dei "vincenti" devono corrispondere i deficit dei perdenti. Che è il ruolo fatto giocare all'Italia e ai PIIGS in questi anni. Inoltre, un approccio mirato sa recupero di una evanescente sovranità nazionale non tiene conto dell'impatto ambientale delle produzioni in essere, né del fatto che ciò che aveva favorito lo sviluppo economico tra sessanta e trent'anni fa non funziona più né adesso né funzionerà più in futuro, perché altre sono le cose da fare e da produrre.
Il problema è quindi far camminare un progetto che integri quei tre approcci europeisti alla luce delle indicazioni che si possono ricavare dalle dinamiche dei movimenti sociali in atto o in gestazione. Il problema di costruire un'Europa che raccolga le istanze espresse dalle lotte di questi anni viene così a coincidere con quello dell'organizzazione. Come allargare, connettere e omogeneizzare i tanti spezzoni di resistenza e di opposizione al dominio della attuale governance europea su tutte le problematiche del tessuto socio-istituzionale europeo?
Si tratta di creare un "ponte", anzi, molti "ponti" (Alex Langer, che era un vero europeista, amava questa metafora, che ben si combina con quella della strada da costruire) tra realtà differenti per dimensioni, rilevanza, composizione sociale, cultura, tradizione, radicamento territoriale e, ovviamente, per nazionalità e lingua madre. E qual è la leva che può portare a una progressiva interconnessione tra questi elementi? A mio avviso è la conversione ecologica di produzioni e consumi; tema che ingloba quello della giustizia sociale e ambientale. La conversione ecologica è anche un passaggio graduale dal grande al piccolo, dal concentrato al diffuso, dal gerarchico al partecipato, in un generale orientamento alla riterritorializzazione dei processi economici.
Per esempio, dai grandi impianti di estrazione, trasporto, combustione, raffinazione dei combustibili fossili, e di trasporto dell'energia elettrica o dal carburante che se ne ricava, allo sfruttamento delle fonti rinnovabile e all'efficienza energetica in modalità diffuse, distribuite su tutto il territorio, con impianti piccoli e diversificati per fonti e per carichi, individuati con il coinvolgimento degli utenti. O il passaggio dalle coltivazioni intensive che consumano dieci volte più calorie di origine fossile di quante ne producano in termini biologici, a una agricoltura di prossimità, ecologica e multifunzionale. O, ancora, il passaggio da quella incentrata sull'auto privata a una mobilità flessibile, fondata sulla condivisione dei veicoli, ecc. Sono tutti indirizzi che creano molta occupazione e tendono alla rilocalizzazione di molti processi produttivi. Ma la conversione ecologica deve anche ridimensionare (con una politica di accordi diretti tra produttori e utilizzatori o consumatori finali) quella competizione globale, dove per vincere si spingono verso il basso salari, condizioni di lavoro, tutele dell'ambiente e della salute, condizioni di vita, sostegno ai più deboli, trasformando tutti in soldati di un esercito al comando dei rispettivi capitani d'industria o dei gestori della finanza pubblica del proprio paese.
Decisivo in questo processo saranno le amministrazioni locali, perché la riterritorializzazione può venir promossa solo restituendo ai governi locali, adeguatamente sostenuti da una democrazia partecipata di prossimità, i poteri necessari a realizzare questo obiettivo. Rinegoziazione dei vincoli finanziari, conversione ecologica, riterritorializzazione delle produzioni e federalismo municipale si possono dunque saldare in un programma comune che ha il suo perno nella trasformazioni delle produzioni e dei servizi essenziali in "beni comuni".
Naturalmente, tutto ciò sarebbe possibile solo in un quadro di drastico ridimensionato del potere dell'alta finanza: un obiettivo difficilmente realizzabile in modo consensuale. E' assai più verosimile che esso si materializzi in una serie traumatica di shock. Per questo anticipare i processi di riterritorializzazione è anche un modo per difendersi e prevenire gli effetti più devastanti di probabili ritorsioni.