mercoledì 26 febbraio 2014

Le (presunte) virtù salvifiche della riduzione del cuneo fiscale



di Guglielmo Forges Davanzati

E’ da almeno un decennio che i Governi che si sono succeduti in Italia hanno ritenuto di poter creare le condizioni per la crescita economica riducendo il c.d. cuneo fiscale, ovvero la differenza fra salario lordo e salario netto. E, nell’ultimo Rapporto OCSE (Going for growth), questa misura è fortemente raccomandata per accrescere la competitività delle imprese italiane. Pare, insomma, che la riduzione del cuneo fiscale abbia virtù salvifiche.

Occorre innanzitutto chiarire che il cuneo fiscale, in Italia, non è esageratamente alto, o comunque non è a livelli talmente “fuori norma” da legittimare l’assoluta priorità della sua riduzione. Su fonte OCSE, si registra che la differenza fra retribuzioni lorde e nette è pari, nel nostro Paese, al 47.6%, inferiore a quella registrata in Belgio, Francia, Germania, Ungheria e Austria, ma superiore alla media dei Paesi industrializzati (pari al 35.6%). In merito alla sua riduzione – sulla quale sembra esserci un consenso pressoché unanime – occorre rilevare alcune criticità.

Per ciò che è dato sapere al momento, la riduzione del cuneo fiscale sarà di importo consistente e dovrà essere finanziato – secondo il responsabile per l’economia del PD, Filippo Taddei – con tagli di spese nell’ordine degli 8-10 miliardi. Qui sorgono tre problemi.

Primo (il più ovvio): perché dovrebbe riuscire nell’impresa il Governo Renzi, laddove – a parità di condizioni politiche e del quadro macroeconomico – il precedente Governo non è riuscito a trovare la necessaria copertura finanziaria?

Secondo: la riduzione del cuneo fiscale viene finanziata con la riduzione della spesa pubblica (detto in modo più raffinato, trattasi di razionalizzazione). Ma, in quanto la spesa pubblica accresce i mercati di sbocco delle imprese che producono per mercati interni - prevalentemente imprese meridionali, il provvedimento ha effetti redistributivi fra imprese e fra territori nelle quali operano. Ciò a ragione del fatto che le imprese esportatrici trovano, di norma, non conveniente per loro un aumento della spesa pubblica, dal momento che questa, accrescendo l’occupazione, si assocerebbe a un rafforzamento del potere contrattuale dei lavoratori e a incrementi salariali. Per contro, le imprese che producono per mercati locali hanno interesse a un aumento della domanda interna, dal momento che ciò consente loro di acquisire più ampi mercati di sbocco [1].

Terzo: non c’è da aspettarsi che la riduzione del cuneo fiscale possa controbilanciare gli effetti recessivi derivanti da ulteriori tagli della spesa pubblica. L’affetto espansivo sui consumi si avrebbe solo se si riducessero significativamente le imposte pagate dai lavoratori, non quelle pagate dalle imprese. Se, stando alle dichiarazioni di Taddei, l’importo mensile netto aggiuntivo nelle tasche di un lavoratore che percepisce 1.600 euro sarà di 50 euro, non solo non c’è da attendersi una significativa ripresa dei consumi, ma soprattutto – per l’ulteriore dimagrimento del residuo di welfare rimasto in Italia - vi è semmai ragionevolmente da aspettarsi che i salari reali degli occupati non aumentino.

In più, una ripresa significativa dei consumi si avrebbe semmai se la riduzione del cuneo fiscale fosse attuata in una condizione di elevata occupazione (a ragione dell’ampia platea di beneficiari): il che, con ogni evidenza, non è la condizione attuale. E neppure c’è da aspettarsi un aumento degli investimenti derivante da una riduzione dell’IRAP, sia perché gli investimenti dipendono essenzialmente dalle aspettative di profitto sia perché, come ampiamente sperimentato negli ultimi anni, nessun provvedimento di detassazione degli utili è in grado di stimolarli.

Inoltre, come è stato messo in evidenza, il cuneo fiscale non rappresenta un fattore rilevante per le decisioni di delocalizzazione delle imprese, così che non dovrebbe avere impatti significativi sull’attrazione di investimenti in Italia (né sulle delocalizzazioni di imprese italiane).

Una causa rilevante della recessione italiana risiede nella continua riduzione della produttività e nella sua “desertificazione produttiva”. A fronte dei molti fattori che hanno prodotto questi esiti (che datano ben prima dell’adozione della moneta unica), è da evidenziare il fatto che la rinuncia all’attuazione di politiche industriali ha posto le imprese italiane nella condizione di poter vendere solo mediante strategie di competitività di prezzo, ovvero in assenza di innovazioni. La competitività di prezzo, in un Paese importatore di materie prime e di macchinari, si traduce esclusivamente in compressioni salariali (e, più in generale, nel peggioramento delle condizioni di lavoro), il cui effetto è il calo della domanda interna e dell’occupazione.
Su fonte International Labour Office, si registra che, fra i Paesi dell’Unione Monetaria Europea, è nei Paesi periferici (Italia inclusa) che si verifica che i lavoratori occupati lavorano più ore. Fra questi, il primato spetta alla Grecia, ovvero al Paese che fa registrare i più bassi tassi di crescita nell’eurozona [2].

L’evidenza è apparentemente paradossale, dal momento che ci si aspetterebbe che la crescita economica – a parità di altre condizioni – sia maggiore laddove è elevata l’intensità del lavoro. E ci si aspetterebbe anche che l’occupazione sia maggiore dove è minore il cuneo fiscale.

Tuttavia, si può rilevare che misurando la produttività come unità di prodotto per ora lavorata, in Francia e Germania un’ora di lavoro genera un incremento di produzione circa pari al 20% in più rispetto a un’ora lavorata in Italia e il tasso di occupazione è maggiore, nonostante questi Paesi abbiano un cuneo fiscale e contributivo più elevato. Si può quindi dedurre che una riduzione del costo del lavoro non è condizione sufficiente né per accrescere l’occupazione né per migliorare la competitività delle imprese.

Ma soprattutto, in una situazione in cui sembra socialmente e politicamente inammissibile contrarre ulteriormente i salari, la riduzione del cuneo fiscale è l’unica strategia percorribile per consentire alle nostre imprese di poter sperare di far profitti comprimendo i costi. Il che, in ultima analisi, significa che ridurre il cuneo fiscale costituisce un potente incentivo a indurle a perpetuare una modalità di competizione basata sulla compressione dei costi, ovvero un potente disincentivo a innovare.

NOTE

[1] Si osservi che la deflazione salariale combinata con il calo dei consumi ha generato, negli ultimi anni, compressione delle importazioni, con un lieve incremento del saldo della bilancia commerciale (http://www.economy2050.it/miglioramento-bilancia-dei-pagamenti-apparente-successo-decrescita-italiana/), anche imputabile all’aumento delle esportazioni di beni di lusso, a sua volta derivante dall’aumento delle diseguaglianze distributive su scala globale. V. http://temi.repubblica.it/micromega-online/l%E2%80%99economia-del-lusso-e-del-sommerso/

[2]   V. J.C.Messenger, Working time trends and developments in Europe, “Cambridge Journal of Economics”, 2011, pp. 295-361.

Prc Umbria: “Sui rifiuti la Regione rompe con comunità ed istituzioni locali: ridiamo la parola agli umbri”

LRZ_logoIl voto del Consiglio regionale sugli indirizzi strategici della programmazione in materia di rifiuti nella nostra Regione rappresenta un fatto politico enorme, che non può sfuggire né agli osservatori politici più attenti, ne ai cittadini; in un colpo solo il Consiglio regionale non solo ha delegato alla Giunta le decisioni sulla gestione futura del ciclo dei rifiuti, piegandosi al mero “aggiornamento” di un Piano Regionale fallito sotto tutti i punti di vista, ma ha anche indicato nella produzione e nell’incenerimento del CSS la soluzione più idonea per tale scopo.
Parimenti, viene smentito il percorso promosso da molte amministrazioni comunali umbre, in particolare di Perugia, Terni, Città di Castello, Spoleto, Narni, Corciano, Città della Pieve e San Giustino a sostegno dell’adozione della strategia “Rifiuti Zero”, oggetto delle aspettative di riconversione ecologica dell’economia della popolazione regionale e delle organizzazioni che ha inteso darsi per affrontare le molteplici criticità ambientali del “Cuore verde dell’Italia”.
Il voto di ieri, che ha visto il Partito Democratico ed il Partito Socialista convergere per la seconda volta in meno di un mese con il centrodestra su questioni dirimenti per il governo del territorio, risponde ad un vecchio, sciagurato adagio, secondo cui il potere si prende con la sinistra e si tiene con la destra. Siamo di fronte ad una manifesta violazione della volontà popolare espressasi nel 2010 sull’identità politico-programmatica del governo regionale; una violazione di cui chiediamo di render conto ai diretti responsabili, impegnandoci al contempo all’apertura del confronto con le forze sociali intenzionate a rilanciare la mobilitazione contro il CSS ed a sostegno della strategia “Rifiuti Zero”.
Le convergenze parallele determinatesi sui rifiuti devono infatti essere contrastate con tutte le forze che la popolazione della nostra Regione ha dimostrato di saper esprimere nel corso degli anni; per questo è indispensabile costruire in tempi rapidi un fronte ampio, ambientalista e democratico, in opposizione a scelte devastanti per il nostro territorio, con l’obiettivo di ridare la parola alla popolazione e impedire il ricatto avanzato dalle lobbies dell’energia e dell’incenerimento.
Ringraziamo i Consiglieri Regionali Stufara e Brutti per essersi fatti interpreti di questa necessità nel governo dei rifiuti in Umbria e per non aver piegato la testa ai diktat del PD e della Presidente Marini. Oggi c’è bisogno di scegliere: produrre ed incenerire il CSS, oppure fare il recupero ed il riuso con la strategia “Rifiuti Zero”. PD, PSI e Giunta regionale, con il soccorso di un’opposizione sfacciatamente consociativa, scelgono la via peggiore. Siano adesso gli umbri a pronunciarsi sul merito, attraverso gli strumenti di partecipazione previsti dalla legge.

Luciano Della Vecchia
Segretario Regionale PRC Umbria
Enrico Flamini
Segretario Federazione provinciale PRC Perugia
Lorenzo Carletti
Segretario Federazione provinciale PRC Terni

Crisi: le conseguenze del surplus tedesco di Economia e Politica

La locomotiva tedesca proprio non ne vuole sapere di rallentare. L’enorme surplus tedesco, che già aveva allertato Stati Uniti e Commissione Europea lo scorso autunno, ha raggiunto nel 2013 la cifra record di €198,9 miliardi (superando anche i €195,3 pre-crisi del 2007). Anche il Segretario del Tesoro statunitense Jacob Lew ha ribadito che “politiche per promuovere la domanda interna sarebbero un bene per l’economia tedesca e quella mondiale”. Ma soprattutto, aiuterebbero a uscire dalla crisi il maggior partner commerciale della Germania: l’Europa.
Il problema è semplice: in un’ottica keynesiana, la crisi economica, erodendo i risparmi dei cittadini, ha abbattuto la domanda interna dei paesi europei. I governi, che dovrebbero sostituirsi agli investimenti privati per rilanciare la domanda, hanno le mani legate dal Patto di Stabilità e dalle politiche di austerity imposte dai paesi creditori. L’unica componente della domanda aggregata che potrebbe rilanciare la crescita sono le esportazioni.
Ma chi dovrebbe comprare? Chi cresce, ovvio. Cioè la Germania. Che, invece di comprare (cioè importare), vende (esporta). Il suo modello però funziona: il grande surplus commerciale è ciò che le permette di crescere nonostante un’Europa ancora in recessione. I motivi strutturali che la rendono tanto competitiva sono tre:
1) Salari tenuti bassi: dal 1995 a oggi sono cresciuti nominalmente di 21 punti percentuali in meno rispetto alla media dell’Eurozona.
2) Il tasso di cambio debole: un paese esportatore come la Germania dovrebbe vedere la propria valuta rafforzarsi sui mercati, ma l’euro rappresenta anche le economie più deboli dell’Europa meridionale. Risultato: un tasso di cambio abbastanza debole per i tedeschi e troppo forte per tutti gli altri.
3) Bassa inflazione: fra i paesi che per primi adottarono l’euro nel 1999, la Germania è quella che ha registrato fra i più bassi tassi d’inflazione. In un regime di cambi fissi come quello dell’Eurozona, significa che oggi i prezzi dei suoi prodotti sono aumentati meno e sono quindi più competitivi. 
Il modello tedesco, cioè crescita trainata dalla domanda estera, è sostenibile solo in presenza di paesi che comprano: il suo grande surplus è stato possibile anche grazie all‘indebitamento degli stati dell’Europa meridionale. Ora che la crisi ha depresso la loro domanda interna, questi paesi hanno bisogno di aggrapparsi alla domanda estera di chi riesce ancora a crescere. Un ruolo che dovrebbe essere della Germania, ma che continua a rifiutare mantenendo bassa la domanda interna e limitati gli investimenti. Questa situazione finirà per danneggiare anche la Germania stessa.
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Elaborazione su dati Eurostat/Bundesbank: esportazioni di beni e servizi, crescita percentuale

L’Eurozona rappresenta da sola più di un terzo di tutti l’export tedesco. Dal grafico si può notare come le esportazioni verso questi paesi sia in diminuzione rispetto al 2011, e ancora sotto i livelli pre-crisi del 2008. Al contrario, l’export verso i paesi fuori dall’euro è in costante crescita, uno più di tutti: la Cina.
La Cina è il secondo maggiore partner commerciale tedesco fuori dall’Ue, la Germania il maggior partner cinese in Europa. Gli economisti parlano di “perfetta simbiosi” fra le due economie: la tecnologia tedesca in cambio del mercato cinese. Se la domanda nel vecchio continente sta calando (-1,2% rispetto al 2012), le esportazioni verso la Cina sono salite quasi del 700% rispetto agli anni duemila, grazie alla forte richiesta di auto di lusso e prodotti high-tech.
Sembra che sia in atto quindi uno spostamento del baricentro commerciale tedesco, dall’Europa continentale verso i ben più floridi mercati d’oriente. Ma tutto questo potrebbe non durare: la Cina, da sempre specializzata nei beni a basso costo, grazie all’importazione di know-how tedesco sta diventando sempre più aggressiva nei settori più strategici per l’export tedesco, quali automobili, tecnologia “smart grid”, macchinari industriali, alta velocità ed energie rinnovabili. La “perfetta armonia” potrebbe finire, e trasformarsi in concorrenza.
 germania-cina2Elaborazione su dati WTO

Una nazione trainata dalle esportazioni è una nazione dipendente dall’andamento economico dei paesi compratori. Nonostante il costante consolidamento dei rapporti con la Cina, essa rappresenta ancora poco più del 6% del mercato tedesco. Il più grande partner commerciale resta l’Unione Europea. Se questi paesi smetteranno di comprare, non basteranno gli investimenti cinesi a salvare il modello germanico. Rilanciare la domanda interna, abbassare il surplus commerciale e sostenere la crescita dell’Eurozona è una necessità per Berlino. Il nuovo governo dovrebbe saperlo: la locomotiva traina il treno, ma la sua velocità dipende da quella dei vagoni.
  

La Sinistra per Perugia aderisce al progetto “L’altra Europa con Tsipras”

PERUGIA - La Sinistra per Perugia aderisce al progetto “L’altra Europa con Tsipras” per la formazione di una  lista che si pone l’obiettivo di dare voce alla società civile e alle associazioni, sostenendo alle prossime elezioni europee di maggio il rinnovamento proposto da Alexis Tsipras, leader della maggior formazione di sinistra in Grecia (Synaspismos) e candidato del partito della Sinistra Europea.
In Italia, gli ultimi governi nazionali non hanno fatto niente per contrastare la crisi economica, cedendo pezzi importanti di sovranità all’Europa delle banche e della Merkel, applicando quelle politiche economiche fondate sull’austerità e sulle scelte che il Parlamento, in maniera pressoché bipartisan, ha fatto in nome del verbo tedesco – europeo: l’introduzione del principio del pareggio di bilancio in Costituzione, il fiscal compact, il taglio dei servizi e delle risorse che colpisce duramente le classi sociali più deboli.
Le parole d’ordine della lista “L’altra Europa con Tsipras” sono l’immediata fine dell’austerità, l’espansione dei prestiti alla piccola e media impresa e la lotta alla disoccupazione, un percorso chiaro per far uscire il Vecchio Continente dalla crisi: affrontare i problemi sociali che attanagliano i cittadini europei, puntare sull’ecologia e superare le disuguaglianze fra il Nord e il Sud del Continente.
Riteniamo che Tsipras possa rappresentare anche un’occasione per l’unità delle forze politiche della sinistra, che sta accusando oggi più che mai le divisioni laceranti degli ultimi anni, un’anomalia tutta italiana a differenza di quanto sta accadendo in Europa. Nel resto del continente, infatti, Sono nate esperienze importanti che confermano la necessità, oltre che la opportunità, che tutte le forze e le soggettività di sinistra tornino a dialogare e a costruire progetti comuni per invertire una fase che vede l’Europa delle banche e dei banchieri fare carta straccia delle Costituzioni, della sovranità degli stati membri e dei diritti dei cittadini conquistati dal dopoguerra ad oggi.
Lavoreremo per una forte affermazione della lista “L’altra Europa con Tsipras” anche a Perugia, per un Europa diversa, non più comandata dai poteri finanziari ma più democratica e rispettosa dei diritti di tutti, un’Europa dei popoli. 

Il coordinamento provvisorio La Sinistra per Perugia

La crisi della Cgil e il metodo Putin di Giorgio Cremaschi

cgilIntervento di Giorgio Cremaschi al direttivo nazionale del 26 febbraio  

Vorrei sapere se questo direttivo conosce il metodo Putin. Cioè il sistema di falsificazione del voto che le opposizioni denunciano in Russia. Dove le opposizioni sono presenti il voto si svolge in modo più o meno regolare. Dove queste sono assenti i votanti, tutti per Putin naturalmente, aumentano a dismisura e in questo modo si crea una maggioranza numerica garantita.
Ora son sicuro che questo metodo sarà ben compreso anche in questo direttivo, Visto che è il metodo che ha guidato il percorso dei congressi di base. La meticolosa applicazione di questo metodo ha clamorosamente falsato i risultati del voto che sono assolutamente non veri. Non so ancora il risultato anche perché la commissione di garanzia ha scandalosamente secretato i dati anche per i suoi membri, ma mi sento di affermare che una quota enorme dei voti finali raccolti in questo congresso sono falsi. Sfido a smentire questa mia affermazione non con gli insulti scandalizzati e ipocriti o le minacce, ma con una verifica capillare del voto, così come è stata chiesta, e sempre negata salvo pochissimi casi, nelle commissioni territoriali.
Guarda caso in due strutture dove c è stata una presenza concordata e diffusa dei due documenti, la Valle d’Aosta e Trieste la partecipazione al voto è tra il 7 e 8 % degli iscritti. Non vorrei mettere in difficoltà chi dirige queste strutture, citandolo positivamente. Ora si può dire che in quelle regioni di confine ci siano più problemi per noi che altrove, però nelle tante assemblee dove i nostri fantastici volontari, unico aspetto davvero positivo di questo congresso, hanno potuto partecipare si è verificato lo stesso fenomeno, una partecipazione molto bassa.
Come spiegare che nella stessa categoria, nella stessa provincia la partecipazione al voto è diversissima a secondo che noi siamo presenti alle assemblee e controlliamo lo scrutinio oppure no? Come spiegare che non c’è alcun rapporto tra l’iniziativa sindacale e la partecipazione al voto? Cioè realtà dove più è tradizionale e viva la forza organizzata che votano in meno di quelle realtà i cui dirigenti spesso in questo direttivo ci ricordano tutte le difficoltà. Eppure queste realtà deboli votano di più di quelle forti, per entusiasmo che cresce anche perché noi non ci siamo? No perché i voti sono falsi, e in molti posti questo congresso del dialogo è stato ridotto al dialogo coi verbali.
Capisco allora perché si è tanto diffusa la sopraffazione nei nostri confronti, la negazione delle agibilità, l’impedimento a partecipare o lo spostamento continuo delle assemblee, la gestione delle commissioni di garanzia per ratificare i comportamenti degli apparati anche i più assurdi. Perché non si voleva che si generalizzassero Aosta e Trieste.
Però la domanda di fondo è un’altra: perché lo avete fatto? Noi eravamo una piccola minoranza, gli emendatari francamente non si mostravano particolarmente agguerriti, perché questa montagna di voti falsi? Ripeto non esagerate con l’ipocrisia voi sapete tutti che qui sto dicendo la verità.
Io do una sola spiegazione che si è scelto di nascondere la crisi profonda della CGIL. Se alla fine avessimo registrato i votanti reali, meno di 900000 dico con stima ottimista, invece dei molti di più che si annunciano, noi oggi saremmo qui a dover discutere della crisi della CGIL.
Invece la crisi si usa per giustificare la firma ad accordi terribili come quello del 10 gennaio, ma non si discute mai in quanto tale. E questo per una pura scelta di autoconservazione burocratica dei gruppi dirigenti. Eppure nelle assemblee che si sono svolte avrete ben sentito quanta rabbia e sfiducia ci sono tra gli iscritti, quanto dissenso anche nei tanti che poi hanno votato per il documento 1.
Ecco il punto: avete voluto cancellare l’enorme crisi di consenso che il gruppo dirigente e la politica della CGIL hanno tra gli iscritti.
Dopo il 10 gennaio il congresso è poi entrato in una condizione assurda. La forma era la stessa e continuava come se niente fosse, anche se politicamente l’accordo di maggioranza era esploso. Sarebbe stato giusto che si prendesse atto che tutto era cambiato e invece i congressi di base sono andati avanti per inerzia, accentuando solo il principio di fedeltà negli apparati.
Ma questa auto conservazione burocratica porta ulteriore degenerazione nella organizzazione e ne aggrava la crisi. Le fedeltà di apparato distrugge il merito e le competenze e abbruttisce l’organizzazione .
E a proposito di abbrutimento, la gravità dei fatti di Milano è stata sotto gli occhi di tutto il paese. Militanti e dirigenti della CGIL hanno subito una aggressione squadrista di cui risponderanno in primo luogo gli autori sia di fronte alla magistratura interna che a quella ordinaria.
Ma ci sono responsabilità politiche. A che scopo si organizzano servizi d’ordine in assemblee interne e perché è diventato così difficile, anche fisicamente, parlare nelle nostre riunioni se non si è d’accordo con il segretario generale? Per quanto riguarda i servizi d’ordine bisogna disciplinarne uso e funzioni e chi ne fa parte deve avere la targhetta di riconoscimento personale.
Ma per il resto c’è una sola soluzione: chiamare alle sue responsabilità chi dirige l’organizzazione.
È chiaro che in questo clima e con questi metodi di sopraffazione del dissenso e di alterazione del consenso, la consultazione che viene proposta sul testo unico sulla rappresentanza non ha alcun credibilità ed accettabilità democratica.
Ribadisco che per quanto mi riguarda l’accordo del 10 gennaio è incostituzionale e viola lo statuto della CGIL in punti fondamentali. Per questo mi sono rivolto al Collegio statutario che credo si esprimerà il 3 marzo e mi riservo ulteriori iniziative.
In ogni caso però respingo la consultazione che viene proposta perché priva di qualsiasi garanzia.
Come uscire da questa crisi drammatica e dalla sua gestione che l’aggrava? Naturalmente ci sono molte cose da fare, ma ci vuole un atto che dia il segno di avvio di una storia diversa.
La compagna Susanna Camusso assume inevitabilmente la prima responsabilità di questa situazione negativa. Voglio dire che non ho con lei nulla di personale, anzi non ho mai apprezzato certi linguaggi e toni nei suoi confronti, anche da parte di chi poi formalmente la sostiene. Ma ora devo dire che la sua non riconferma assieme a quella del suo gruppo dirigente è condizione necessaria anche se non sufficiente per affrontare la crisi della CGIL. Credo che dovrebbe essere lei stessa a prendere atto della impraticabilità del campo come è avvenuto in un altro momento della CGIL e rassegnare le dimissioni. Se questo non avverrà come mi pare di capire, resterà la nostra sfiducia di minoranza, ma la involuzione e la crisi della CGIL si aggraveranno

Renzi, chiedere la fiducia per tradire la politica di Marco Furfaro, Micromega

C’è qualcosa in più di un discorso fatto a braccio, di una mano in tasca, dello storytelling, della retorica ficcante, della battuta pronta, della rottura degli schemi e delle pratiche formali e ingessate delle istituzioni, a spaventarmi in quello che sta accadendo in queste ore. E non è nemmeno il profilo programmatico di Matteo Renzi. Certo, non mi è piaciuta la tanta, troppa retorica contrapposta a quei pochi contenuti, la maggior parte dei quali approssimativi o annunciati per grandi titoli. Tutti da verificare e da vedere, tra l’altro all’interno di una maggioranza politica e di una composizione del governo che non preannuncia niente di buono.
Ma c’è una cosa che più di ogni altra rappresenta un pericolo, per chi vuole fare politica per cambiare le cose e anche per chi guarda alla politica come strumento per migliorare le proprie condizioni di vita e quelle degli altri: la cosa che più rimprovero a Renzi e al teatrino della politica italiana è che oramai si può dire tutto e il contrario di tutto senza imbarazzi. La politica vanta da anni una credibilità pari allo zero. Il rischio è di vederla andare sottoterra. Questo, a mio parere, sta avvenendo in questi giorni.
Matteo Renzi rappresenta forse la persona più eterodossa del centrosinistra italiano negli ultimi 50 anni, quella che ha acquisito un consenso enorme grazie al fatto di essere totalmente estraneo ai giochi di palazzo, alla politica delle intese e delle spartizioni, quella incapace di dire le cose per come stanno, senza girarci intorno, parlando alle persone in maniera semplice e diretta. Penso che non fosse il suo programma (molto discutibile) a rappresentarne la forza, ma il fatto che il nuovo premier rappresentasse la rottura con il vecchio modo, sempre perdente, della sinistra italiana di separare il dire con il fare, di predicare bene e razzolare male, di contraddire le proprie biografie, di sinistra, con azioni di destra, di non saper affrontare con coraggio la destra e di sfidarla, di rompere certi schematismi per guardare la realtà con obiettività. Era la forza di chi rischia senza paura e non gioca per perdere.
Questo era Matteo Renzi. E per questo è stato votato alle primarie. Perché parte del popolo del centrosinistra lo considerava l’ultima speranza per vincere, per scacciare via le larghe intese, tornare al voto con una nuova legge elettorale e dare a tutte e tutti la possibilità, l’orgoglio di poter battere Berlusconi, non per via giudiziaria, ma con un voto politico che avrebbe aperto una pagina nuova nel nostro Paese.
Renzi oggi sdogana il peggio di quello che denunciava: che in politica quello che si promette non vale niente.
Ci si può candidare alle primarie contro le larghe intese, vincerle e poi brindare con la destra per un governo politico di larghe intese fino al 2018.  Si può dichiarare di non voler mai governare con Alfano e Giovanardi, di voler rottamare i giochi di palazzo, i vecchi riti della politica romana e diventarne l’alfiere nel giro di poche ore.
Si può minacciare Letta di far cadere il governo se non avesse istituito misure di civilità urgenti e necessarie come lo ius soli e l’abrogazione della Bossi-Fini, e dopo averlo fatto fuori dichiarare che “bisogna mediare, trovare un compromesso”.  Ci si può irritare platealmente e considerare indigeribile un rimpasto di governo, salvo poi fare un governo che contiene la metà di quello precedente tanto osteggiato.
Si può dichiarare di non aver paura del voto, di “difendere il bipolarismo”, di avere il mandato dei soli elettori, di odiare i partiti e poi applicare il manuale Cencelli per galleggiare al potere.
Questo è il danno più grande che Matteo Renzi sta portando alla politica italiana: di aver illuso una volta ancora un popolo intero. Di aver fatto quello che da anni fanno pezzi della sinistra: dichiarare cose per poi farne altre. La doppiezza apparteneva a un modo vecchio di far politica, diceva. Lui ora ne è diventato l’emblema assoluto.
Ps: c’era un modo per rimanere credibili nel difficile quadro attuale: dire la verità. Che prendeva le redini del governo per responsabilità e per fare quello che c’è effettivamente da fare: una legge elettorale e tornare al voto, sfidando tutti. Anche coloro cui tremavano le gambe per perdere il seggio. Non so come sarebbe finita, ma la politica ne avrebbe guadagnato in dignità e coerenza.

M5s: i quattro espulsi preparano un video. E il gruppo si sgretola: una decina pronti a dimettersi dopo il voto degli attivisti

dissidenti m5s

Ieri il processo dell'assemblea dei parlamentari che ne ha decretato l'espulsione, oggi il processo alle intenzioni di Beppe Grillo. Nulla è risparmiato ai quattro senatori del Movimento 5 stelle che i diarchi stellati hanno deciso di espellere dal proprio gruppo parlamentare.
"Si terranno tutto lo stipendio, 20.000 euro al mese fanno comodo", scrive senza alcuna pezza d'appoggio l'ex comico, dando fiato alle trombe di una denigrazione che vuole distogliere l'attenzione dalla certificazione del reato d'opinione nelle regole interne del Movimento. E invita a confermare "il verdetto della assemblea, così noi siamo un pochino meno ma molto, molto più coesi e forti". Parole che hanno scatenato l'indignazione di molti. Ivan Catalano scrive che "La superficialità con cui si usa la motivazione dei soldi, che è argomento unico e principale, nei discorsi dei colleghi parlamentari, denota il voler tenere sotto il tappeto le reali critiche che ci sono e che vengono palesate". Walter Rizzetto sintetizza: "Beppe, 20mila euro? Informati sulle buste paga almeno. Guarda i rendiconto dei 4 e di altri. Metterla solo sui soldi è la vera cazzata".
"Siamo sereni", ripetono Lorenzo Battista, Fabrizio Bocchino, Francesco Campanella e Luis Orellana. Ma si percepisce il clima da caccia alle streghe: "Scusaci, ma oggi non parliamo con la stampa, qualunque cosa diciamo, anche per il solo fatto di dirla, verrebbe usata contro di noi".
Così si sono chiusi negli uffici del Senato e stanno preparando un video. Un filmato da condividere sui social network, nel quale parleranno direttamente a quella "rete" che ha in mano il loro destino, per non essere tacciati d'intelligenza col nemico quella stampa "asservita e padronale che vuole distruggere il Movimento". Ha iniziato Orellana, uomo mite e pacato, postando un filmato mite e pacato di due minuti in cui spiega chi è e qual è la sua storia nel Movimento. Una tentativo di risposta flebile, serve altro. Così si sono chiusi in una stanzetta, per studiare una contromossa a metà fra un attacco a tutto campo e un testamento della loro esperienza da movimentisti.
Ma i toni del post di Beppe hanno provocato una slavina. "Io con questa roba non ho nulla a che fare, voglio andarmene da questa follia", sbotta un senatore, gli occhi lucidi. Lui e una sette, otto, forse una decina di suoi colleghi hanno deciso: "Un minuto dopo la ratifica dell'espulsione ci dimettiamo, questa schifezza è un Soviet, non il Movimento che abbiamo conosciuto". Un numero preciso non è ancora prevedibile, ma sono molti che dicono senza mezzi termini che "ormai è certo, non si torna indietro".
Il deputato Ivan Catalano parla di "Grande Fratello", il collega Manlio Di Stefano non fa nulla per smentirlo, con un post su Facebook che richiama sensazioni e sapori di altre epoche - poco felici - dell'italica storia: "Abbiamo bisogno di essere come la testuggine spartana, ognuno di noi deve sentirsi protetto dal compagno al suo fianco. In questi undici mesi ho sempre sentito, nei momenti fondamentali, una spada conficcarsi al mio fianco. Questo non è più tollerabile. Fate la vostra scelta. In alto i cuori!".

Il presidente della porta accanto —Michele Prospero, Il Manifesto


Con la sua sur­reale mon­ta­gna di parole, Renzi ha par­to­rito il piso­lino. E i segni incon­te­ni­bili della noia si avver­ti­vano anche tra i suoi sena­tori, incre­duli dinanzi a tanta vuo­tag­gine. L’attenzione alla postura delle mascelle, il sor­riso stam­pato in fac­cia non sono bastati per un discorso all’altezza del ruolo di governo che si accinge a rico­prire e in sin­to­nia con il luogo isti­tu­zio­nale che l’ospitava. Ha citato subito la Cin­quetti (al Qui­ri­nale il poli­tico pop aveva evo­cato Celen­tano), il «ragazzo» pre­si­dente che gioca molto sull’età.
Ma, alla fine della sua disa­dorna espo­si­zione, rim­bal­zano piut­to­sto le note amare di Bat­tiato, quelle un po’ stra­zianti sulla povera patria. A Palazzo Madama, dopo la scialba prova ora­to­ria, resta scol­pita l’impressione fer­rea del nulla, del pesante nulla però che si inse­dia al potere in un tempo di crisi che non lascia alcuno scampo.
Non basta mostrarsi scat­tante in bici­cletta, sgom­mare in Smart nei vicoli di Roma, muo­versi a piedi alla ricerca di un ago­gnato bagno di folla per il poli­tico che non ha nep­pure biso­gno di scorta, per rap­pre­sen­tare dav­vero il nuovo. Il mito futu­ri­stico della velo­cità, la trita reto­rica del sin­daco con­creto per­ché estra­neo ai palazzi romani, si con­ver­tono nel fia­sco ora­to­rio del ragazzo pre­si­dente. L’argomentare povero di Renzi stride visi­bil­mente con la riven­di­ca­zione del ruolo della lea­der­ship.
Un discorso privo di un ele­vato senso poli­tico, il suo, carente anche di con­nes­sione logica, a digiuno di svi­luppi ana­li­tici, di indizi di auto­re­vo­lezza. Degno della povertà cul­tu­rale di un tempo di grande deca­denza, il suo elo­quio privo di guizzi e senza pathos (non evo­cano una con­nes­sione sen­ti­men­tale il richiamo alle sven­ture del povero Lorenzo o la tele­fo­nata all’amico disoc­cu­pato) rivela la fol­lia pro­fonda di un paese che mescola comico e tra­gico, leg­ge­rezza e senso della caduta alla ricerca di un capo cari­sma­tico riso­lu­tore.
Un raro momento di verità si tocca in aula quando Renzi ricorda che dome­nica andando alla messa una par­roc­chiana lo ha avvi­ci­nato e gli ha detto «se lo fai tu, tutti dav­vero pos­sono diven­tare pre­si­denti del con­si­glio». Ecco, nell’episodio rac­con­tato, si trova tutta la sub­dola forza ma anche la debo­lezza della stra­te­gia reto­rica pre­scelta dal nuovo segre­ta­rio fio­ren­tino. Egli punta sul facile mec­ca­ni­smo della iden­ti­fi­ca­zione imme­diata di un capo con il pub­blico (da qui anche la demo­niz­za­zione della buro­cra­zia, la bur­le­sca raf­fi­gu­ra­zione della mac­china statale).
E, per accor­ciare visi­bil­mente la distanza del capo con la folla, evoca la verità che si disvela pie­na­mente non tra le élite e gli odiati poteri costi­tuiti ma nei bei «mer­cati rio­nali». Così ottiene un con­senso pas­sivo di un pub­blico disar­mato con­qui­stato alla causa per l’accantonamento delle soglie di vigi­lanza cri­tica. Chi ascolta è coin­volto ad arte nell’illusione che dal lea­der nuovo nulla ha da temere. Lui non è un potente estra­neo (quelli sono stati già rot­ta­mati) ma è un amico del popolo, un gio­va­notto alla mano da cui è vano difen­dersi con stra­te­gie cogni­tive vigili, non è un poli­tico sepa­rato ma un corpo che si muove e sente le cose pro­prio come uno di noi.
Que­sta pene­tra­zione negli umori della folla con­fi­dando nei mec­ca­ni­smi misti­fi­canti della iden­ti­fi­ca­zione asso­luta, è il cor­redo tipico del reper­to­rio comu­ni­ca­tivo del lea­der popu­li­sta. Il quale però, una volta gio­cata la carta della sua vici­nanza orga­nica con la gente, ha biso­gno pure di mostrare i segnali della sua supe­rio­rità di capo rispetto agli altri. Senza ren­dere per­ce­pi­bile la sua spic­cata dif­fe­renza, cioè senza mostrare quelle doti poli­ti­che uni­che che sole giu­sti­fi­cano una dif­fusa cre­denza cari­sma­tica circa le sue attri­bu­zioni di pote­stà, la comu­ni­ca­zione non fun­ziona. Nes­suno è rico­no­sciuto come lea­der da col­lo­care al comando solo per­ché è un ragazzo che bal­betta come gli altri, e tutti chia­mano Matteo.
Ecco, il guaio del poco lusin­ghiero pas­sag­gio par­la­men­tare di Renzi risiede nel fatto che a lui rie­sce age­vole con le meta­fore, con i sim­boli, con le imma­gini discen­dere rapi­da­mente al livello pigro dell’uditorio post-ideologico odierno. Ma, pur­troppo, non ha in dote le risorse poli­ti­che neces­sa­rie per farsi apprez­zare come uno sta­ti­sta auten­tico che è capace di pen­sare qual­cosa di più pro­fondo che la bel­lezza del «ram­men­dare le periferie».
La prima regola della reto­rica ari­sto­te­lica clas­sica è quella di modu­lare le corde del discorso a seconda dei carat­teri del desti­na­ta­rio. E poi­ché il senato della Repub­blica non è ancora la Leo­polda, il chiac­chie­ric­cio di un discorso sopo­ri­fero e non strut­tu­rato non si addice a un pub­blico di poli­tici esperti che non si lascia certo cat­tu­rare dall’annuncio che ogni mer­co­ledì farà visita a una sco­la­re­sca.
Die­tro il cla­mo­roso fia­sco del discorso di Renzi, da una parte si nasconde l’esaltazione ingiu­sti­fi­cata delle pro­prie doti nell’improvvisazione bril­lante rite­nuta di per sé in grado di scon­fig­gere ogni osta­colo. E, dall’altra, si occulta il dispre­gio per la qua­lità della sede isti­tu­zio­nale che ospi­tava l’evento e che si atten­deva un discorso dalla rigo­rosa strut­tura for­male, dallo sforzo inter­pre­ta­tivo ele­gante, come si con­viene in un pas­sag­gio isti­tu­zio­nale fina­liz­zato alla fidu­cia del governo.
Salito al potere senza aver mai par­lato in una assise di par­tito o in un’aula par­la­men­tare, insomma al cospetto di un pub­blico che sa di poli­tica, il dise­gno reto­rico di Renzi nau­fraga nel giorno più impor­tante. Forse le sue ina­de­guate parole mostrano già quello che Hei­deg­ger chia­mava il carat­tere evo­ca­tivo dell’inizio.

Pampanelli/Prc Perugia: Passa in Comune l’OdG sui “Rifiuti Zero”


rifiutizeroIeri in Consiglio comunale è stato approvato il nostro Ordine del Giorno che chiede al Comune di Perugia di aderire alla campagna “Rifiuti zero” e di intraprendere tutti gli sforzi affinché, in sede di aggiornamento del Piano regionale dei rifiuti, vengano inseriti gli obiettivi della progressiva riduzione di quelli prodotti, dell’aumento della differenziata, e del riutilizzo della materia anche attraverso il trattamento a freddo o meccanico-biologico dei rifiuti;
«Il nostro OdG, oltre a chiedere l’adesione alla campagna nazionale “Rifiuti Zero”, impegna Sindaco e Giunta ad istituire un Osservatorio comunale, composto di istituzioni territori e cittadini, col fine di coadiuvare e coordinare tutte le iniziative possibili tese all’aumento esponenziale della differenziata e di prevedere entro il 2016 un centro di smistamento per il riuso degli oggetti che possono essere reinseriti nel mercato».
Così il Capogruppo Pampanelli che continua:
«Il testo è stato approvato con 23 voti favorevoli e solo due astenuti, d’altronde, anche se con qualche ritardo, non si poteva perdere l’occasione di approvare linee guida grazie alle quali rafforzare la raccolta differenziata fino a raggiungere l’obiettivo rifiuti zero.
Ma uno dei punti più importanti del nostro Ordine del Giorno è la richiesta di prevedere il ricorso al trattamento a freddo e l’applicazione della tariffazione puntuale per rispettare il principio che chi più inquina più paga.
Dobbiamo dotare il Comune e, possibilmente, l’Umbria di un sistema sostenibile che punti ad una progressivo e totale riuso della materia. Non esistono chiusure del ciclo che non portino al conferimento in discarica (i termovalorizzatori vi conferiscono materie molto più nocive come le ceneri prodotte), ma sistemi che riducono al massimo questa opzione e trasformano in altri prodotti (ad esempio in inerti per l’edilizia) i materiali non riciclabili. Questo già accade in città di tutto il mondo (alcune con popolazioni di 800000 abitanti) e pensiamo che Perugia deve essere capofila nella regione di queste politiche.
Quello dei Rifiuti Zero è una delle nostre proposte programmatiche per Perugia. Reputiamo, per questo, un buon passo in avanti il fatto che sia stato votato da tutta la maggioranza, convinti che un’alleanza è possibile solo rimettendo al centro il programma e i suoi contenuti».
Capogruppo PRC Comune Perugia
Emiliano Pampanelli

Verso il populismo istituzionale di Marco Revelli

Verso il populismo istituzionale
Il catastrofico esordio di Matteo Renzi al Senato pone un inquietante interrogativo. È frutto solo di supponenza e inesperienza? O c’è dell’altro? Di certo, nell’aula di Palazzo Madama, si è celebrato un divorzio.

Prima per il modo deludente, sconclusionato, dilettantesco dell’attesissimo discorso (“senza capo né coda” è stato definito).
Poi per l’aggressività della replica. Lucia Annunziata ha parlato addirittura di uno “scontro violento pericolosamente avvicinatosi a una rottura non formale”. E si è chiesta: “Può il Senato fischiare un premier, e può un premier accusare una camera di eletti di non rappresentare i cittadini che li hanno eletti?”.
Se un “lieto fine” (si fa per dire) c’è stato – se la fiducia è stata votata come da copione – lo si deve, secondo la direttrice di Huffington, solo all’opportunismo incrociato dei Senatori (che hanno votato contro coscienza) e del Presidente del Consiglio (che ha accettato quel voto nonostante il disgusto).
Ma la domanda (inquietante) rimane: che cosa sta succedendo nel cuore del nostro assetto istituzionale?
Perché lunedì qualcosa è successo. Un colpo – un colpetto – non di stato ma dentro lo Stato.
Come definire, altrimenti, quel discorso pronunciato dentro l’aula di Palazzo Madama, ma in realtà rivolto al di fuori di essa, non ai Senatori ma a quella che egli considera la “gente”?
Quello era l’intento (consapevole o meno) di Renzi. Il senso della mano in tasca. Del parlare a braccio. Persino del basso profilo e della genericità del discorso: bypassare la cerchia dei rappresentanti per rivolgersi alla platea generica che considera il “suo” popolo. Persino umiliare i primi, per dare soddisfazione ai secondi. Strizzare l’occhio alla platea generica che l’ha proclamato (extra moenia) a danno dei 315 che ne stanno dentro, declassati a “casta”. A zavorra ostile da rottamare. E infatti le quasi unanimi critiche e la freddezza degli “addetti ai lavori” (i professionisti della politica e dell’informazione) contrapposte ai più ampi consensi nei post inviati in rete nei siti dei principali quotidiani e dello stesso Huffington, sembrerebbero dargli ragione. E aumentare l’inquietudine.
Un Capo dell’Esecutivo che si rivolge direttamente al popolo contro un ramo del Legislativo che egli stesso si prepara a licenziare, non si era mai visto.
È come se Grillo si fosse insediato a Palazzo Chigi e di lì si preparasse a mobilitare la “sua rete” per “mandarli tutti a casa”. Con una differenza: che Grillo, nonostante teorizzi il “non partito”, un suo partito ce l’ha, o quantomeno un gruppo parlamentare (sia pur gestito a modo suo), un corpo collettivo che sia pure a denti stretti in maggioranza lo segue.
Renzi no.
Nonostante le conversioni tardive e diffuse al suo credo (paragonabili per repentinità ed estensione a quelle dei parlamentari di Kiev dopo la rivolta), non può contare sulla fedeltà dei suoi gruppi parlamentari. E dello stesso corpo organizzato del PD. La sua legittimazione l’ha avuta proprio “contro” quel corpo organizzato, quella pletora di “nominati” e di funzionari che ora dichiarano di volerlo servire. Contro quell’assetto del partito che, grazie al Porcellum, aveva scelto i parlamentari a propria immagine e somiglianza.
Deve – e dovrà – la sua popolarità alla sua capacità di distinguersi da loro. E di umiliarli (come appunto ha fatto al Senato).
Cosicché, invece del capitano coraggioso sul ponte di comando esposto alle intemperie dovrà, penetrato nel sancta sanctorum del sistema, limitarsi al duro lavoro della talpa famelica che scava nel tessuto marcio della rappresentanza, strizzando l’occhio al pubblico di spettatori che l’osserva dall’esterno.
Un uomo solo al comando, comunque.
Un Capo, e il suo popolo. È la forma inedita che il populismo va assumendo in Italia: un “populismo istituzionale”, fondato sul transfert leader-massa, sulla magia del linguaggio e sul mito dell’energia. Che rappresenta plasticamente il modo con cui la crisi del partito politico (dell’unico partito formalmente rimasto sulla piazza, il Partito Democratico) penetra nel cuore dello Stato attraverso il veicolo del suo Segretario.
Sembrerebbe, ad occhio e croce, una mission impossibile. Chiedere a trecento e passa senatori di firmare il proprio licenziamento senza batter ciglio (avendoglielo brutalmente annunciato in pubblico). Chiedere ai morti e ai feriti che ha lasciato a terra lungo la via della sua ascesa di balzare in piedi come un sol uomo a combattere per lui. Controllare la doppia maggioranza che si è creato, una sull’asse con Berlusconi l’altra su quello di Alfano, sapendo che ognuno dei due vorrebbe distruggere l’altro ma che in caso di sua caduta potrebbero allearsi tra loro. Aspettare l’eutanasia della casta, senza che questa trascini con sé, come Sansone, anche tutti i filistei (che nel sue entourage abbondano). Impensabile.
A meno che sull’altro piatto della bilancia non ci sia un patto occulto con tutto ciò che conta fuori e contro il Parlamento (e c’è molto, e assai invelenito, e attrezzato). In questo caso potrebbe anche farcela a passare il guado.
Ma sull’altra sponda del Rubicone non ci sarebbe più la Roma repubblicana di prima. E neppure lo straccio di democrazia che ancora ci è rimasta, bensì un goliardico plebiscitarismo da messo comunale, esposto al vento di una crisi che non ha smesso di infuriare.