mercoledì 3 aprile 2013

Il lato oscuro della trasparenza a 5 Stelle di Francesco Cundari, L'Unità

Dal suo capo indiscusso ai suoi meno indiscussi capigruppo, il partito che ha fatto della trasparenza la sua bandiera – il Movimento 5 Stelle – mostra una spiccata intolleranza verso giornalisti, microfoni e domande non concordate. E se ne capisce anche il motivo, vedendo la fatica che fa il suo capogruppo al Senato, Vito Crimi, a non smentire se stesso dopo ogni dichiarazione che gli capiti di rilasciare. Come nel caso della dichiarazione di ieri sul fatto che sarebbe stato meglio avere a Palazzo Chigi Pier Luigi Bersani invece di Mario Monti. Questa volta la precisazione è venuta direttamente dal blog di Beppe Grillo: «Bersani non è meglio di Monti». Crimi, evidentemente, non se l’è sentita di polemizzare anche con le vili deformazioni del suo pensiero a opera della sua personale pagina Facebook. Il passaggio più interessante del suo lungo e articolato «status» non era però quello smentito, ma quello in cui difendeva la scelta di non fare nessun nome per Palazzo Chigi con queste parole: «Qualunque personalità avessimo suggerito sarebbe servita soltanto a sfamare gli ingordi trangugiatori di gossip, e a fomentare la speculazione giornalistica che da tempo adombra la nostra attività parlamentare». È chiaro dal contesto che con «adombra» Crimi non intende «lascia intravedere», ma proprio «mette in ombra». Ed è altrettanto chiaro chi sono gli «ingordi trangugiatori di gossip» che con le loro speculazioni e i loro pettegolezzi oscurano la più seria attività del suo partito: i giornalisti.
Diciamo la verità, non è che sulla stampa italiana scarseggino gossip e «speculazioni». È indubbio che spesso le dichiarazioni dei politici siano mal riportate, a volte forzate, altre addirittura manipolate. Il problema è che sulla base di simili imprecise e a volte strumentali ricostruzioni, che tendono a mettere sempre tutto e tutti sullo stesso piano, i cinquestelle hanno fatto la loro fortuna. La stessa parola d’ordine del loro movimento, la lotta contro «la casta», non è nata mica da un blog, ma da una campagna martellante del Corriere della sera. Basta sfogliare un qualsiasi quotidiano, o farsi un giro per una qualsiasi libreria, per verificare come i titoli contro la «casta» della politica che rovinerebbe il Paese siano ormai, nel campo dell’attualità, il principale prodotto del nostro mercato editoriale. Dunque, se davvero gli italiani sono oppressi da una «casta» di intoccabili che vive a loro spese, delle due l’una: o si tratta di un regime ben singolare, in cui il sistema della comunicazione è graziosamente lasciato alla resistenza, oppure al vertice del regime c’è qualcun altro, ben felice di indirizzare la collera popolare contro i partiti. Ma questa seconda ipotesi è davvero inammissibile, perché porterebbe alla conturbante conclusione che gli stessi grillini non ne siano che le ultime marionette.

Obtorto Colle di Sergio Cararo, Contropiano.org

La tempesta perfetta continua a sballottare navigatori e relitti del quadro politico nel nostro paese.
A un mese e mezzo dalle ultime elezioni, le classi dominanti e i blocchi politici stentano ancora a trovare la quadra, né sembra delinearsi nel breve periodo un equilibrio sufficiente per mettere fine ad una ingovernabilità che però – è bene sottolinearlo – non è ancora instabilità a causa del “pilota automatico” costruito dalla troika Bce-Ue-Fmi.
Provare a sfoltire la ridda di ipotesi, congetture e operazioni “prenditempo” come i Saggi al Quirinale non è una operazione semplicissima. Non lo è sicuramente per gli attori in campo, non lo è neanche per chi non si accontenta dei “vaffanculo a tutti”, sintesi di una certa efficacia ma, come abbiamo visto, non adeguata a fornire alternative credibili.
In primo luogo possiamo affermare che la partita sulla formazione di un nuovo governo non è più quella principale. Da un lato il “pilota automatico” di Bruxelles e Francoforte consente di far gestire al governo Monti l'ordinaria amministrazione; dall'altro gli equilibri/squilibri in campo non consentono – per ora – soluzioni di una qualche solidità. La partita decisiva che ormai si è aperta riguarda la Presidenza della Repubblica.
Se questo è vero, siamo dentro un passaggio significativo. Grazie alle picconate impresse dalla presidenza di Napolitano, si è via via imposta una linea che vede il rafforzamento nella gestione del potere esecutivo da parte del Quirinale. Non siamo ancora ad una repubblica presidenziale (cosa non prevista dalla Costituzione) ma siamo ben dentro un presidenzialismo “de facto”. Dunque, anche se il governo può essere incerto, la Presidenza della Repubblica assicura quella stabilità richiesta dai mercati finanziari e la piena cooperazione con il pilota automatico europeo.
Ciò significa che il prossimo presidente della Repubblica dovrà corrispondere a questi parametri, magari mandando al Quirinale un ex presidente della Commissione europea come Romano Prodi, che offre garanzie ed è assai benvisto dai poteri forti di Bruxelles e Francoforte.
In secondo luogo, i principali partiti (o sarebbe meglio definirli blocchi elettorali vista la commistione degli interessi che vi convivono dentro) sono tutti e tre degli “anelli deboli”.
Berlusconi è ipotecato dal calendario giudiziario, Bersani è indebolito dalle serpi in seno rappresentate dai renziani/veltroniani, Grillo sta disattendendo molte delle aspettative create. A causa delle legge elettorale vigente, nessuno dei tre ha i numeri sufficienti per procedere da solo, nessuno dei tre può allearsi con un altro senza perdere credibilità e consensi, nessuno dei tre si sente sicuro di un risultato decisivo qualora si tornasse alle urne. L'empasse, al momento, è totale. Ragione per cui la partita si è spostata sull'elezione del Presidente della Repubblica e dal rimescolamento di carte che può innescare.
Infine, non certo per importanza, preoccupa e deve preoccupare la disgregazione sociale che continua a macerare strati sempre più ampi di società.
Tre milioni di giovani certificati come “Neet” ossia senza scuola, lavoro o formazione; stagnazione economica; disoccupazione strutturale; crollo di salari, consumi, potere d'acquisto, determinano le condizioni materiali di una frammentazione sociale che diventa anche vuoto politico. E se in natura il vuoto non esiste, in politica i vuoti si riempiono sempre, anche quando sembrano evanescenti.
Il problema è con che cosa e da cosa vengono riempiti. Non possiamo nasconderci che, almeno nella storia europea, le forze più reazionarie sono quelle più rapide nell'occupare il vuoto. Quelle rivoluzionarie – ad eccezione della Rivoluzione d'Ottobre nel lontanissimo 1917 – molto spesso hanno drammaticamente stentato a cogliere le opportunità offerte dalla crisi di egemonia delle classi dominanti. Su questo, magari più che sulle alchimie istituzionali dell'avversario, occorrerebbe concentrare la discussione e l'azione politica nei prossimi mesi.
Per quanto ci riguarda intendiamo cominciare a farlo con la conferenza annuale della Rete dei Comunisti del prossimo 21 aprile a Roma, contiamo di non essere né di farlo da soli, sappiamo di non essere sufficienti per avviare una controtendenza efficace.

La bufala (interessata) del debito pubblico di Claudio Conti, Contropiano.org

Il debito pubblico non c'entra niente con la crisi. Certo, è una variabile che ha il suo peso, ma è tutt'altro che una “causa”.

Piuttosto, è una conseguenza necessaria di un modello di sviluppo che ha fatto della finanza allegra l'unico modo di proseguire con l'accumulazione dopo l'emergere della sovrapproduzione.

Un esempio, per farci capire, viene dalla Danimarca. Come ricorda un ottimo pezzo del Sole24Ore, “una delle pochissime triple A dell'Unione europea. E paga per finanziare il debito a 10 anni l'1,49%, poco più della Germania con il suo Bund (1,28%). Ha un tasso di disoccupazione pressoché fisiologico (4,6%) e un rapporto debito/Pil del 45,6 per cento. L'inflazione a marzo si è attestata all'1,2 per cento. La Danimarca, numeri alla mano, è un'economia modello.”

Uno di quei paesi, insomma, che spiegano ai Piigs che devono sputare sangue per mettere ordine nei propri conti mentre, nello stesso momento, guadagnano dalla loro crisi (potersi finanziare a costo quasi zero è un bel “vantaggio competitivo”, non c'è che dire).

Eppure anche qui il cancro della crisi sta per esplodere. E nel solito modo: bolla immobiliare, mutui inesigibili, banche che vanno in rosso, Stato chiamato a risolvere i problemi creati dagli imprenditori privati più speculativi.

In Danimarca, infatti, si è risposto alla crisi immobiliare nel modo più idiota che si potesse immaginare (dal punto di vista del sistema, non certo da quello individuale degli speculatori e neppure dei “consumatori”): incentivando i mutui “interest only”. Cosa sono? Citiamo ancora l'ottimo Vito Lops: “Prestiti che prevedono per i primi anni il pagamento dei soli interessi, rinviando il momento in cui iniziare ad ammortare il capitale. Per questo motivo vanno bene in tutte le fasi, comprese quelle recessive, in quanto consentono anche a categorie meno abbienti di sobbarcarsi il peso di un mutuo (perlomeno nei primi anni). Non a caso la diffusione di questo prodotto - il cui boom è iniziato nel 2003 - ha contribuito all'impennata del debito privato in Danimarca che oggi è pari al 322% del reddito delle famiglie”.

E qui, come si intuisce, le cose diventano molto complicate. Si può infatti avere un debito pubblico bassissimo, ma se quello privato – e soprattutto quello delle “famiglie” - arriva a queste cifre, un paese diventa comunque “a rischio”. Non esiste infatti, in natura, quella separazione ideologica tra pubblico (sempre “inefficiente e burocratico”) e privato (sempre “intelligente e dinamico”) che i liberisti e i loro servi stupidi hanno propagandato per oltre venti anni: il debito è debito, chiunque lo abbia contratto. E se i privati cittadini “falliscono” (ossia si impoveriscono, perdono la casa, non pagano più i mutui, ecc), anche lo Stato va a rotoli (deve intervenire per salvare le banche, ma anche i cittadini privati per impedire che esplodano crisi sociali devastanti, ecc).

Il meccanismo dei mutui “interest only” è quanto più di simile ad una bomba ad orologeria si potesse inventare, in campo finanziario. Le rate da pagare finché il conto riguarda i “soli interessi” sono molto basse. Quindi invogliano soprattutto i giovani e i ceti meno abbienti, perché in fondo - specie nel “grande Nord” europeo – ci si era abituati a pensare che “ora ho poco, ma tra qualche anno andrà meglio”. Poi, a scadenza prefissata, entra in ballo anche la restituzione di una quota di capitale. E larata diventa imemdiatamente molto più alta. Se nel frattempo il mutuatario non ha incrementato il suo reddito corrente (un lavoro migliore, una qualifica più alta) ecco che si ritrova improvvisamente “povero”, quindi incapace di far fronte al pagamento delle rate.

La crisi ha i suoi tempi, esplode quando le pare e se ne frega delle scadenze contrattuali. Le quali riaguardano invece “famiglie” e banche. Il meccanismo che si mette in moto automaticamente in questi casi è molto conosciuto e studiato: non si paga più il mutuo, si perde la proprietà della casa, la banca se la prende e la mette all'asta per recuperare il prestito. Ma se il fenomeno riguarda decine di migliaia di famiglie ecco che le case non vengono vendute per mancanza di acquirenti, i prezzi crollano, le banche si titrovano delle voragini di crediti inesigibili là dove pensavano di avere un patrimonio solido come un mattone.

È quello che sta avvenendo in Danimarca. Dove si stima che 100.000 famiglie (in un paese di 5,5 milioni di abitanti...) avranno presto bisogno di aiuti per non dinire per strada.

Ora il Fondo monetario internazionale lancia l'allarme, molti paesi hanno dichiarato illegali questo tipo di mutui, ecc. Si corre a chiudere le stalle, la i buoi – sotto forma di crediti inesigibili – sono già scappati e non torneranno indietro. Altro carburante per il fuoco della crisi, altri paesi che entrano nel cerchio infernale, altro contagio bancario che incrina le “certezze” e mina la “fiducia”.

Ma trovateci un “opinionista” di vaglia che abbia mai fustigato in anticipo il “debito privato” facile...

Stay ZAM - i sogni non si sgomberano




 2 palestre, 3 palcoscenici, 2 sale concerto, 2 bar, 2 uffici, 1 redazione, decine di attività sportive per centinaia di persone, 160 m2 di pareti da arrampicata, oltre 200 concerti, oltre 100 appuntamenti culturali, 1 festival di cinema e documentari, 1 laboratorio teatrale, 1 laboratorio hip hop, migliaia di persone dentro e attraverso, oltre 2 anni di occupazione e autogestione.
Questo è stato Zam dal 29 Gennaio 2011, e questo continuerà ad essere, grazie all’impegno e all’entusiasmo di centinaia di persone che ogni giorno portano qui dentro il proprio desiderio di cambiare le cose. La minaccia di sgombero è arrivata forte e chiara: la proprietà si avvia alle solite bieche operazioni di speculazione immobiliare, la Questura esegue gli ordini, il Comune tace, altrimenti dovrebbe parlare della propria incapacità di mettere in piedi una politica sugli spazi e sulle autogestioni tanto sbandierata in campagna elettorale quanto disattesa nei fatti.
Il colpevole silenzio di Sindaco e consiglio comunale è costato alla città nei primi due anni di mandato più sgomberi di quelli fatti dalla giunta Moratti: sono già 6.
Noi siamo qui: il collettivo politico, la Rete Studenti Milano, la Polisportiva Popolare con la palestra, le arti marziali e gli sport da combattimento, la danza, lo yoga, l’arrampicata; il Laboratorio hip hop, il teatro per tutti, Zam Film Festival; sono tutti progetti che hanno casa a Zam e che trovate qui, in via Olgiati 12, a Milano, quartiere Barona. Da due anni nella crisi e contro la crisi, da due anni autogestione e cultura, da due anni in azione nella metropoli. Da oggi, 4 aprile, ogni giorno, dalle 17 in poi siamo aperti: passate a trovarci, chiedete, partecipate. Per il giorno dello sgombero diamo già da ora appuntamento a tutti davanti a Palazzo Marino, alle 18.
Nessuno sgombero ci fa paura, Zam è un sogno tatuato sulla pelle viva della città: potete provare a nasconderlo sotto il maquillage della città vetrina della mafia e dello scempio dell’Expo, ma la traccia è indelebile e non si cancella: qui siamo e qui restiamo! Stay Zam
stayzam.milano@gmail.com


Governo, Bersani e Grillo ballano sul Titanic mentre Bce e Ue pronte al "colpo di Stato" di Fabio Sebastiani

A cinque settimane dal voto la situazione è la seguente: un presidente del consiglio “scaricato” che fa quello caricatissimo; un presidente della Repubblica “scaricando” che si crede Napoleone; dieci “saggi nei seggi” (ribattezzati da Napolitano 'facilitatori') che rischiano davvero di ritrovarsi tra le mani il mazzo delle carte in un evidente conflitto di potere con il Parlamento. Intanto, lo spread continua a rimanere ai livelli di guardia. E gli unici a banchettare, guarda caso, sono gli imprenditori, pronti ad incassare i “debiti della Pa”. Giovedì la Bce si prepara ad entrare in conclave nel tentativo di riprendere in mano la situazione. E la telefonata tra Draghi e Napolitano testimonia che la "Cupola" europea non ha nessuna intenzione di farsi depistare dalle fumisterie della politica italiana.
Il calcolo di Pier Luigi Bersani è che dopo l'elezione del nuovo Capo dello Stato si possa ricominciare il giro. Un calcolo che mette nel conto altre due settimane di “ballo sul Titanic”. Va cercata una intesa sul nome. I “grillisti” fanno sapere intanto che non c’è niente da far, almeno per il momento. Nonostante le articolazioni interne, che ieri si sono fugacemente manifestate fin dentro al vertice con la classica “sfumatura di grigio” del capogruppo al Senato Crimi, novello sostenitore di Bersani, il movimento torna a chiudersi. Tra gli altri nomi per il Quirinale si fanno i nomi di Gino Strada e Bonino. Il Pdl si innervosice e continua a puntare sulle larghe intese e potrebbe invece convergere su Amato.
Al massimo quello che si riuscirà a tirar fuori, per ammissione dello stesso leader del Pd, che ormai tiene insieme il partito con lo schotch, sarà un governo di minoranza affiancato da una convenzione per le riforme. In oltre un'ora di conferenza stampa, Bersani, che ha voluto al suo fianco Enrico Letta per ribadire schema e paletti, non cita mai la parola incarico ma, gia' all'esordio, si capisce che i panni di premier incaricato sono dismessi. ''Nell'ultima settimana ho dovuto rivestire un ruolo che non mi ha sempre consentito di rispondere pienamente...'', e' l'eloquente premessa per aprire alle domande dei cronisti. Ma pur essendo il suo ruolo ''assorbito'' dai saggi, Bersani non ha alcuna intenzione di ''andare al mare'', di farsi da parte a meno che nel Pd non gli si sbarri la strada. ''Se sono un ostacolo, sono a disposizione'', e' la sfida interna che il leader Pd rilancera' la prossima settimana nella direzione del partito. Tra i dem, in realta', cresce il numero di chi si sta chiedendo dove portera' l'insistenza di Bersani sul governo di cambiamento. ''Capisco il no alle larghe intese - spiega in Transatlantico il renziano Matteo Richetti - ma al paese servono soluzioni per affrontare la crisi. Serve un cambio di passo, una strategia riorientata''. Nonostante il no secco a governissimi o a nuovi governi ''Monti senza Monti'', il leader Pd sa che eleggere il successore di Napolitano con ''una larghissima convergenza'' potrebbe riaprire la strada ad un nuovo incarico per lui. Il nome di Giuliano Amato come punto di caduta che potrebbe soddisfare Pd e Pdl.
Nel M5S, dopo il caso Lombardi, il caso Crimi che l’altra sera su Facebook, alle undici di sera, ha messo nero su bianco parole inequivocabili che hanno creato un putiferio. Immancabile la smentita di Beppe Grillo sul suo blog. Le parole incriminate scritte da Crimi erano quasi un via libera a Bersani, seppur sfiduciato. "Forse poteva essere intrapresa una strada mai percorsa prima - scrive Crimi – e cioe' di affidare il governo a Bersani che con i suoi ministri poteva presentarsi al Parlamento e qualora non avesse ricevuto la fiducia poteva continuare, alla stregua dell'attuale governo Monti, senza la fiducia ma solo per gli affari ordinari. Almeno sarebbe stato rappresentativo di una maggioranza relativa e non di una strettissima minoranza come il governo Monti in regime di prorogatio". In pratica, ha sostenuto, sarebbe stato meglio un governo Bersani piuttosto che l'attuale governo Monti.
Grillo è stato costretto a ribadire il suo “No” a una fiducia a qualunque governo, politico o pseudo-tecnico sostenendo che "Bersani non e' meglio di Monti, e' semplicemente uguale a Monti, di cui ha sostenuto la politica da motofalciatrice dell'economia". Insomma, il dibattito e' acceso e si consolida quella parte del Movimento che si e' stancata di dire 'No' a tutto e che, pur con prudenza, vuole ridiscutere la linea politica, copyright Grillo-Casaleggio, per potere finalmente - e' l'aspirazione di tanti - entrare nel vivo delle questioni di merito. Intanto, alcuni esponenti di M5S, come scrive Repubblica, hanno avuto incontri all’ambasciata americana.
Alcuni segnali di disgelo fanno capolino in aula alla Camera, con M5S che ha appoggiato la risoluzione del governo sullo sblocco dei pagamenti della pubblica amministrazione alle imprese, pur presentando una risoluzione di minoranza; mentre al Senato ha addirittura ritirato la propria risoluzione di minoranza.
Tra i grillini si discute anche di presidenza della Repubblica: perche' se e' vero che l'individuazione del nome avverra' con una consultazione sul web, tra i 300mila iscritti al Movimento, questa volta non vogliono farsi cogliere impreparati qualora vi fosse (quando il quorum sara' piu' basso) da scegliere tra due personalita' come ad esempio Zagrebelsky o Gianni Letta.
Sulla vicenda politica interviene anche il segretario del Prc Paolo Ferrero. “Lo scenario politico segnala la continuazione di un vergognoso gioco a rimpiattino tra tutte le principali forze politiche, da Grillo a Berlusconi passando per Bersani, mentre le famiglie che non arrivano a fine mese aumentano quotidianamente”, si legge in una nota. “L’Italia ha bisogno di cambiare immediatamente l’indirizzo delle politiche economiche e sociali, a partire dalla tassa sulle grandi ricchezze per arrivare alla disdetta del Fiscal Compact, non di attendere mesi che lor signori si mettano d’accordo sul Presidente della Repubblica”, conclude Ferrero.
Il caos politico in Italia agita Mario Draghi, presidente della Bce, che giovedi' tornera' sotto i riflettori in occasione del consiglio direttivo mentre nuove, minacciose nubi si addensano all'orizzonte: taglio del rating per l’Italia da parte di Moody's e rinnovo delle scadenze dei titoli di Stato, taglio dei tassi di interesse, immissione di nuova liquidità nel sistema bancario, vampirizzato intanto dagli istituti di credito.


Un Teatro è un Teatro di renzo Massarelli, Umbrialeft.it

PERUGIA - Se "Un uomo è un uomo", come nel dramma di Bertolt Brecht al quale Perugia ha intitolato un bel teatro a San Sisto, così un teatro è un teatro e nient'altro che un teatro. Diversi secoli fa era il centro della vita di una città, come la cattedrale, e la plebe occupava la platea mangiando e bevendo considerando che anche il teatro, in fondo, non fosse che una piazza al coperto. Diverso era il contegno dei ceti più importanti che occupavano i palchetti in alto, la sera, durante lo spettacolo. Ma adesso non è davvero il caso di tornare, dopo il caso del Pavone, ai Beccherini e ai Raspanti, ai nobili e ai popolani in perenne lotta tra di loro.
Quindi, una delle più importanti occasioni per far rivivere il teatro più antico della città non si può perdere mettendo in scena una improbabile disputa d'altri tempi tra innovatori e conservatori. Per questo, nel cercare di capire, si deve stare ai fatti.
I fatti ci dicono che sul recupero dello storico teatro perugino si è giocata una partita dove in campo non c'è stato solo un progetto, ma due, prima l'uno e dopo un altro. Quello presentato da Abn, un consorzio di cooperative, da un costruttore di lungo corso come Francesco Maria Lana e dal gestore del ristorante "La Taverna" di via delle Streghe non è stato accolto dal consiglio di amministrazione provocando le dimissioni della presidente Nives Tei, rimasta sola a sostenere la proposta di introdurre nel capolavoro di Pietro Carattoli, dove sono vincolate anche le cornici dorate e gli stucchi delle pareti, alcuni cambiamenti strutturali e d'uso.
Quali sono questi cambiamenti? Tre, soprattutto, e particolarmente sorprendenti. Al centro di questo progetto viene posta la trasformazione del salone d'ingresso, il foyer, che ospita anche la biglietteria, in una specie di locale ristoro, un bar, praticamente o, se si preferisce, un bistrot con il suo bravo bancone. Questa mescita dovrebbe essere al servizio di due spazi. L'uno all'interno del teatro con la trasformazione, non meglio precisata, di sei palchetti che sono, come in ogni teatro, molto angusti, in spazi di consumo di "una bevanda o un piccolo piatto freddo". Questi palchetti che si trovano al terzo ordine del teatro, dovrebbero essere "riqualificati" e attrezzati per la loro nuova funzione. I clienti arrivano e si guardano un filmetto degli anni trenta davanti a un'oliva verde. Il secondo spazio in realtà non c'è, ma dovrebbe essere creato all'esterno, costruendo "una veranda letteraria" in vetro e ferro "in perfetto stile berlinese nord europeo". Settantadue metri quadrati da coprire in piazza della Repubblica davanti ai portoni di ingresso del teatro. Nessuno ha mai pensato di chiedere alla città cosa pensa di un progetto simile? e se poi altri locali volessero avere anch'essi questi giardini d'inverno? cosa diventerebbe Corso Vannucci e cosa potrebbero mai dire di interventi simili gli enti preposti alla tutela dei beni culturali e ambientali?
Il catalogo comunque è questo, e assegna allo storico teatro una improponibile vocazione commerciale che guarda ai succulenti spazi di corso Vannucci. Di fronte a questo progetto il consiglio di amministrazione ha chiesto a due architetti perugini, cioè a due tecnici imparziali, un parere. Questa è stata la risposta. "In qualsiasi progetto di rifunzionalizzazione lo si voglia inserire, il teatro non deve perdere il suo significato primario, il valore di monumento complesso e articolato, il ruolo e l'immagine con la quale la città si identifica". La conservazione del Pavone, sostengono Felice Sinibaldi e Giovanna Chiuini, "è imprenscindibile" mentre il foyer "non può che rimanere integralmente foyer, con i suoi arredi, senza alterazioni di sorta, in materiali e destinazioni d'uso" perché questo spazio rappresenta "un elemento costitutivo essenziale del complesso teatrale e la sua sottrazione, anche parziale, all'esclusivo uso attuale o la sua alterazione con inserti nuovi e impropri rappresenterebbe un'amputazione e una perdita di valore di un bene culturale così complesso (…)".
I due tecnici perugini hanno quindi proposto un nuovo progetto che punta alla riscoperta degli antichi spazi accessibili anche da via delle Streghe, un vicolo quasi interamente al coperto e di straordinaria bellezza. Si tratta di ambienti che si sviluppano su diversi livelli e che occupano 250 metri di superficie tra i quali spicca l'Arsenale, spazio a doppia altezza con strutture ad arco, il laboratorio posto accanto al palcoscenico, un autentico museo dell'arte del teatro che, se recuperato e aperto al pubblico, potrebbe suscitare un grande interesse. Se si vuole fare ristorazione, si può fare nei locali di questa zona valorizzando l'accesso da una via di grande suggestione e da recuperare come via delle Streghe, mentre il teatro potrà conservare la sua integrità e il suo significato. Questa, in breve, la proposta alternativa. Il gruppo Abn e gli altri soci hanno però risposto che l'idea della riqualificazione dell'arsenale non avrebbe allo stato attuale un "riscontro di sostenibilità economica". E' qui che i giochi sembrano essersi chiusi.
Il caso del Pavone ripropone così, ancora una volta, i pasticci e le ambiguità che hanno accompagnato i progetti di recupero, tutti clamorosamente falliti, di tanti altri spazi pubblici e privati, dal mercato coperto, al Turreno al Lilli, agli arconi del Pincetto. Sembra che nulla sia più possibile salvare dal degrado e dall'abbandono se dentro ogni nuovo progetto non si inserisce una componente di puro interesse commerciale e speculativo. E' possibile rovesciare in questa città un paradigma così nefasto?

Mario Tronti: Non mettersi a cercare un grillo per la sinistra


Mario Tronti: Non mettersi a cercare un grillo per la sinistra


di Inchiestaonline.it -
Riceviamo da Mario Tronti questo testo con queste frasi di accompagnamento: “Cari tutti/e è stata una Pasqua politica: Anche la mia meditazione si è secolarizzata. Il risultato è questo testo. 

Vediamo. Intanto riassumiamo. Perché c’è un percorso da ricostruire: molto eloquente e che fa chiarezza. C’è stata una lunga campagna elettorale, durata per tutto il tempo del governo Monti in carica. Le elezioni, anticipate, erano infatti all’ordine del giorno al momento della caduta rovinosa del governo Berlusconi. Non furono concesse. Da quelle sarebbe uscita con tutta probabilità una maggioranza certa, con governabilità assicurata per cinque anni. Magari con una manovra di salvataggio senza massacro sociale. Cominciò invece un balletto, con una musica in crescendo fino al 24 febbraio ultimo scorso. Lo scenario: da una parte una forza politica destinata ad assumere il governo del paese, dall’altra tutte le altre forze politiche, e annessi moVimenti, intente a impedire, o a limitare, o ad azzoppare, con tutti i mezzi, quella soluzione. Operazione infine riuscita.
Operazione, però, riuscita a metà. Perché dalle elezioni esce un centro-sinistra con una maggioranza assoluta alla Camera e una maggioranza relativa al Senato. Il pericolo dunque, di una sinistra in qualche modo al governo era ancora presente. Di qui, la seconda fase della manovra di ostruzione da opporre a questa eventualità. Un governo di minoranza era possibile. I precedenti ci sono e la Carta costituzionale non chiede una maggioranza assoluta per la fiducia al governo. La coalizione di centro-sinistra aveva diritto e dovere di andare in Parlamento a presentare la sua proposta di governo. E bene ha fatto Bersani a chiedere con determinazione questo passaggio. Non è stato concesso. A mio parere la proposta del governo di minoranza, monocolore, non di legislatura, ma nemmeno di emergenza, in carica solo per mettere mano ad alcune urgenze politico-istituzionali ed economico-sociali, andava presentata da subito all’intero arco delle forze politiche, con la premessa di un accordo sulle cariche istituzionali, la presidenza di Commissioni, e il progetto, giusto, del doppio registro.
Questa era l’iniziativa che spettava a chi, indicato dalle primarie, aveva condotto la campagna elettorale e vinto appena di misura nel voto. A mancare l’obiettivo pieno non è stato Bersani. L’abbiamo mancato tutti: in primo luogo, collegialmente, un partito, privo di antenne in grado di cogliere lo stato d’animo diffuso nel paese reale. E che, qui veramente come tutti gli altri, si affida alla falsità, manovrata, dei sondaggi. Bersani ha mostrato all’Italia la faccia della politica seria, responsabile, competente, pulita, di impronta popolare e capace di governo. Il messaggio è calato in un contesto malato, inquinato da demagogie populiste, lasciate crescere e accarezzate fino all’ultimo minuto. Ma con questo contesto, era esattamente quella faccia che si voleva oscurare. Tanto più che dietro di essa c’era una storia, che tutto quanto sta avvenendo è incaricato adesso di portare alla fine. Tutto, compresa quella verità sul voto, da tutti riprovata, che ha pronunciato, in libertà, un socialdemocratico tedesco: in Italia hanno vinto due clown. Vittoria, appunto, non spontanea, ma costruita, con una comunicazione di scopo.
Poi, qualcosa non è andata nel verso giusto, anche nella nostra iniziativa. Può darsi che non sia così, ma quanto si è percepito è che, nella proposta, si è voluto privilegiare la parte meno disponibile a qualsiasi tipo di accordo, mirando su questo versante alcune proposte di programma, e risolvendo in quel senso le figure delle cariche istituzionali. Ora, io penso che alle pulsioni antipolitiche non bisogna concedere niente, mai. All’irruzione grillina, la risposta era quella di uno scatto di orgoglio politico. Quello è un vento, forte, un’onda anomala. Lo tsunami arriva, distrugge e passa. Lascia sul terreno solo macerie. Tentare di cavalcarlo è impossibile, e ci si fa solo male. Va semmai previsto, in modo da prendere le misure necessarie per ridurre i danni. Starei attento a darne la lettura corrente: un evento che, comunque, opportunamente scuote e costringe a cambiare. Da quella sponda non si cambia, si abbatte. Qualcuno ricorda queste espressioni? E come non vederci l’altra faccia della rottamazione? E’ lo stesso vento. Questo plebeismo nichilista arriva, ripeto, non a caso, ma come esito naturale di un’intera stagione.
Tolleranza zero sul linguaggio. Non si parla con chi parla in quel modo. Il linguaggio politico è importante. Lì, si specchia sempre, anche senza volerlo, quel che si è. E starei attento a vederci, anche qui, la rappresentazione di domande giuste: ad esempio l’espressione di una comprensibile rabbia. Se si rappresentano così, quelle domande, non sono giuste, sono sbagliate. Non vanno assunte, vanno corrette. Prenderle per buone come tali, porta a risposte subalterne. Esempio: la rabbia oggi diffusa è sacrosanta, e però male indirizzata. Ecco, qui luoghi e tempi dell’azione politica. Se per salire a una carica pubblica si deve presentare al concorso il titolo di non essere stato, di non essere, di non voler essere un “politico”, si innesca una deriva senza fondo. Se il quarto di nobiltà che devi portare nella sfera pubblica consiste nel pronunciare la frase liberatoria: non sono mai stato iscritto a un partito, guardate, qui non c’è il finale di partito, c’è la fine della Repubblica. Sono molto preoccupato. Non vorrei essere tornato in Parlamento per assistere, con angoscia, alla distruzione dell’edificio costituzionale-popolare, di rappresentanza e non di mandato, a tutti i livelli, che i nostri padri hanno costruito, combattendo e pensando. Bisogna reagire, indignarsi da questa parte, dare battaglia. Insisto su questo: spetta alla politica, e in prima persona alla politica della sinistra, chiarire il punto.
E il punto, drammatico, è che il disagio sociale, fortissimo, vera e propria eccezionale emergenza, non si esprime oggi con la politica, ma con l’antipolitica. Come, perché? Ecco la prima cosa da capire. E da rimediare. La condizione oggettiva è quella di un disorientamento politico di massa. Il brodo di coltura viene da lontano, non contrastato, anzi benevolmente accompagnato, per tutta la vicenda di questa devastante cosiddetta seconda Repubblica. Di nuovo, c’è un esito finale, che arriva a colpire le fondamenta del sistema istituzionale. Alla base c’è il patto di sindacato stretto tra le élites economico-finanziarie al governo della globalizzazione neoliberista e, appunto, il populismo antipolitico gestito dalla grande comunicazione.  
Esattamente il blocco dominante da combattere e da sconfiggere. Un lavoro, pratico, ricostruttivo, e di cultura, di lunga lena. Abbiamo bisogno di tempo. Non farei precipitare la situazione. In questo frangente, è il nostro campo che è stato prima di tutto disordinato. Bisogna riorientarlo, riorganizzarlo, rimotivarlo. Non ci serve un’offerta pubblicitaria, superpersonalizzata, formattata secondo i canoni del mercato elettorale, che ti permetta di competere meglio, subito, sul terreno dell’avversario. L’ultima cosa da fare adesso è mettersi a cercare un grillo per la sinistra. Anzi, la penultima. Perché l’ultima è la pretesa di averlo già trovato, pronto lì a scattare dai nastri di partenza. Come si dice spesso, per motivi più futili: non scherziamo!
Se per vincere si deve diventare un’altra cosa, mi chiedo se valga la pena di vincere. E vincere non è una bella parola, nemmeno per un pensatore del conflitto. La sfida è conquistare il consenso, democratico, necessario per governare, rimanendo se stessi, incardinati nelle ragioni storiche della propria parte. Innovando, certo e nel profondo, rispetto alle grandi trasformazioni in atto, nelle forme, nelle idee, nei comportamenti, nella qualità, soprattutto nella qualità, degli uomini e delle donne. Ma in piena libera autonomia. Senza andare a rimorchio del dominante spirito del tempo. Raccomanderei ai trenta/quarantenni, giustamente emergenti, meno giustamente scalpitanti, di badare, con scrupolosa attenzione, a non far coincidere il ricambio generazionale con una mutazione genetica. Dietro la fine di una storia c’è sempre il pericolo di un cambio di campo. Responsabilità e cambiamento devono valere per noi, prima che per gli altri. E ricordarsi sempre di stare, anzi di mettersi, sotto gli occhi del nostro popolo.

Grillo scomunica anche Crimi

da Globalist.it -
Bufera in casa 5 Stelle. Il capogruppo al Senato ha scritto su Facebook che un governo Bersani sarebbe meglio dell’attuale Monti. Come un fulmine la risposta di Grillo.
Dopo il caso Lombardi, scoppia il caso Crimi. Non c’è pace nel Movimento 5 Stelle dove stavolta, secondo quanto si apprende, la grana riguarda il capogruppo grillino al Senato Vito Crimi, il quale ieri sera su Facebook, alle undici di sera, ha messo nero su bianco parole inequivocabili che hanno creato un putiferio. Con tanto di smentita oggi di Beppe Grillo sul suo blog.
Le parole incriminate scritte da Crimi erano quasi un via libera a Bersani, seppur sfiduciato. «Forse poteva essere intrapresa una strada mai percorsa prima – scrive Crimi – e cioè di affidare il governo a Bersani che con i suoi ministri poteva presentarsi al Parlamento e qualora non avesse ricevuto la fiducia poteva continuare, alla stregua dell’attuale governo Monti, senza la fiducia ma solo per gli affari ordinari. Almeno sarebbe stato rappresentativo di una maggioranza relativa e non di una strettissima minoranza come il governo Monti in regime di prorogatio».
In pratica, ha sostenuto, sarebbe stato meglio un governo Bersani piuttosto che l’attuale governo Monti. Grillo ha postato sul suo blog un chiarimento della linea di M5S ribadendo il no a una fiducia a qualunque governo, politico o pseudo-tecnico. E ha sostenuto: «Bersani non è meglio di Monti, è semplicemente uguale a Monti, di cui ha sostenuto la politica da motofalciatrice dell’economia».
Punto e basta. Il leader 5 Stelle ha “sfiduciato” in questo caso il suo capogruppo al Senato. Ma secondo quanto viene riferito in ambienti grillini, non è solo Grillo ad essersi irritato ma anche molti dei suoi. Il problema, spiegano, è che bisogna “tarare” la comunicazione a 5 stelle. «Stavolta Crimi dovrebbe smentire se stesso», racconta un esponente grillino, dal momento che è stato lui a scrivere di suo pugno queste parole e non può prendersela con la stampa, come è già accaduto in passato. Alcuni però credono nella sua buonafede: «In realtà si è solo incartato con le parole», sostengono.
I grillini riuniti a Montecitorio – Intanto i grillini si sono riuniti di nuovo in assemblea a Montecitorio, riunione che alcuni prospettano molto lunga. Perché, spiegano alcuni deputati 5 stelle, sul tavolo ci sono molte questioni politiche in ballo. La prima, che comprende tutte le altre, è quella relativa alla linea pilitica da avere con i cosiddetti 10 saggi individuati da Giorgio Napolitano su riforme istituzionali ed economiche. Secondo quanto si apprende, il dibattito nel Movimento è aperto. Bisogna avere o no un dialogo con questi 10 saggi? Anche in vista del prossimo nuovo governo? Le posizioni sono molto diverse.
Un deputato, secondo quanto viene riferito, ha messo in guardia i colleghi “cittadini”: «Loro vogliono giocare con noi – ha sostenuto – hanno fatto due “commissioni” di saggi inutili e che non hanno attinenza con la Costituzione. Loro non vogliono avere a che fare con noi». E sul Pd, un altro deputato ha ammonito senza mezzi termini: «Della gente del Pd non mi fido in maniera assoluta». Un’altra parlamentare ha invitato però a coinvolgere maggiormente la base, «a me lo chiedono tutti» ha spiegato.
Insomma, il dibattito è acceso e cresce quella parte del Movimento che si è stancata di dire no a tutto e che, pur con prudenza, vuole ridiscutere la linea politica, copyright Grillo-Casaleggio, per potere finalmente – è l’aspirazione di tanti – entrare nel vivo delle questioni di merito. Per questo infatti la battaglia sull’avvio delle commissioni permanenti e’ iniziata. Già oggi, alla prima prova dei fatti, in aula alla Camera M5s ha appoggiato la risoluzione del governo sullo sblocco dei pagamenti della pubblica amministrazione alle imprese, pur presentando una risoluzione di minoranza. Mentre al Senato ha addirittura ritirato la propria risoluzione di minoranza.
Nella riunione lungo dibattito inoltre sull’ipotesi di fare o non fare un nome, ancora adesso, su un candidato premier grillino: alla fine a «stragrande maggioranza» – confida un deputato – è stato deciso che è meglio di no, non serve fare un nome. Anche perché, c’è chi osserva sarcastico, “nessuno ce l’ha chiesto».
Un candidato grillino al Colle – Prossimo scoglio sarà quello relativo all’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Tra i grillini si discute anche di questo: perché se è vero che l’individuazione del nome avverra’ con una consultazione sul web, tra i 300mila iscritti al Movimento, questa volta non vogliono farsi cogliere impreparati qualora vi fosse (quando il quorum sarà più basso) da scegliere tra due personalità come ad esempio Zagrebelsky o Gianni Letta.
In questo caso, spiegano, non si potrà correre il rischio di ripetere il caos che vi fu sul voto a Pietro Grasso e i grillini «non saranno cocciuti» assicura un deputato. A patto che il nome sia “specchiato” e non ci siano ombre, come sosteneva qualcuno a proposito di Grasso. Tutto sarà discusso in assemblea e il voto, anche dando di nuovo la parola agli iscritti, dovrà essere rispettato. Perché in questo caso, l’espulsione sarebbe assicurata.
E a proposito di espulsioni, scampato pericolo invece per il senatore M5s, Marino Mastrangeli, “colpevole” di aver partecipato a una trasmissione di Barbara D’Urso. Nonostante gli “insulti” e gli inviti a dimettersi arrivati dalla Rete, secondo quanto si apprende il senatore non sarà però espulso. Perché – viene riferito – il programma della D’Urso non è un talk show vero e proprio. Si è trattato di un’intervista e quindi anche stavolta, così dicono da M5S, il senatore è “salvo”.

martedì 2 aprile 2013

Italiano Celentano di Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano

Naturalmente Celentano è liberissimo di pensare – e di scrivere su Repubblica – che un giornalista deve “fermare la lingua”, “azzerare il passato” e “soprassedere”, rinunciando a dire ciò che sa del nuovo presidente del Senato, perché siamo in un “momento così delicato”. Se invece non lo fa, anzi insiste a raccontare in perfetta solitudine la biografia della seconda carica dello Stato, non è perché il mestiere di giornalista consiste appunto nel dare notizie vere e documentate; ma “per sminuire l’ascesa di Grasso alla presidenza del Senato” e per “appesantire l’aria”. A suo dire, “Travaglio deve aver pensato: perché lasciare intatta la credibilità del nuovo presidente del Senato, che potrebbe fare qualcosa di buono e dopo noi ci intristiamo?”.

Ora, se queste scemenze appartenessero solo al nostro amico Adriano, che purtroppo s’informa poco e nulla sa di Grasso né del perché è arrivato fin lì, anche se potrebbe con poco sforzo informarsi, pazienza. In fondo dev’essere dura per un grande artista nazionalpopolare restare confinato troppo a lungo nel campetto degli outsider: due anni all’opposizione, con le battaglie per i referendum del 2011, poi per i nuovi sindaci, poi per 5Stelle, sono forse troppi per lui. È ora di tirare i remi in barca, rientrare nei ranghi e tornare all’ovile. All’insegna dello scurdammoce ‘o passato “in tutti i settori, anche nel campo della giustizia” (ma sì, regaliamo a B. una bella amnistia o un bel salvacondotto e non parliamo più della sua ineleggibilità, come fanno Flores d’Arcais e centinaia di migliaia di cittadini, perché “è una stronzata”, “una cazzata”, “una scorrettezza elettorale”, bisognava pensarci prima; e pazienza se Flores ci aveva pensato fin dal ‘94, quando Celentano votava B.).

Ma Italiano Celentano dà voce alla pancia di molti cittadini che, complici il suicidio di Bersani e certe mattane autistiche di Grillo e dei 5Stelle, si sono già spaventati del cambiamento che un mese fa hanno innescato nelle urne. E ora vivono le stesse paure che li attanagliarono a fine 2011 quando, esaurita rapidamente l’euforia per le dimissioni di Berlusconi, si aggrapparono acriticamente alla zattera dei tecnici. E tremavano se qualcuno, in perfetta solitudine, scriveva che era meglio andare a votare subito, che forse SuperMario Monti e i suoi supertecnici non erano quei geniali salvatori della patria che stampa e tv unificate accreditavano, anche perché la maggioranza l’aveva sempre il centrodestra, almeno in Parlamento, non certo nel Paese. Per qualche mese restammo soli a scrivere queste cose, beccandoci le letteracce di molti lettori. Oggi sparare su SuperMario e i supertecnici che non han salvato niente e nessuno è come picchiare un bambino che fa la cacca sul vasetto: troppo facile, anche perché lo fanno tutti. Anzi i supertecnici si sparano fra loro sul caso dei marò che sparavano ai pescatori scambiandoli per pirati: un po’ come molti soloni della politica e dell’informazione che speravano nei tecnici scambiandoli per Cavour, De Gasperi ed Einaudi.

Gira e rigira, si torna sempre all’Abc di questo oggetto misterioso (per molti) che si chiama democrazia: gli elettori votano, chi vince governa, chi perde si oppone, la stampa e la magistratura controllano, i cittadini vigilano, gli intellettuali pensano e aiutano gli altri a pensare. E non c’è emergenza che possa indurre un giornale o un programma libero a “fermare la lingua”, “azzerare il passato” e “soprassedere”. Sarebbe un tradimento del nostro mestiere e dei nostri lettori, oltreché un piccolo ulteriore arretramento dalla nostra democrazia. E poi lo fanno già in troppi. Chi vuole giornalisti cantori che suonano la viola del pensiero sotto il balcone dei potenti può cambiare giornale, e canale. Noi continueremo a raccontare e a criticare chi lo merita. E, se è il caso, a disturbare i manovratori.

La parola «responsabilità» e quell’eco che viene da Weimar


grillo-bersani-berlusconiDestra o sinistra? Keynesiani o neoliberisti? Garantisti o giustizialisti? Balle. L’unica divisione che conta è quella tra responsabili e irresponsabili, e chi non lo sa non sa dove vive, non sfoglia un quotidiano a pagarlo oro, evita come la peste tg, talk show e approfondimenti vari. Così, d’acchito, la distinzione pare semplice, ma solo gli ingenuotti possono pensare che lo sia davvero. Trattasi al contrario di materia fra le più complesse, degna di dissertazioni e sofisticate analisi più di un oscuro passaggio del Talmud.
La coerenza in politica, giusto per dirne una, sembrerebbe dote responsabile tra le più eminenti. Invece chiunque in questi giorni abbia ascoltato la dottrina dei sapienti sa che la verità è opposta. Beppe Grillo è un irresponsabile: aveva detto agli elettori che il suo movimento non si sarebbe mai alleato con i vecchi partiti e adesso si comporta addirittura di conseguenza. Anche Bersani è un irresponsabile: in campagna elettorale si era impegnato a non stringere alleanze di governo col Pdl e ora l’incosciente si ostina a mantenere la promessa. Fortuna che il suo partito è pieno di gente con la testa sulle spalle che si adopera con lena e vigore per fare il contrario di quanto giurato prima delle elezioni. Compagni responsabili.
La responsabilità è un fardello pesante, su questo non ci piove. Qualche volta, però, la virtù riceve il meritato premio. Razzi e Scilipoti, che nel dicembre 2010 salvarono il governo Berlusconi e per motivare il cambio di casacca scelsero di chiamarsi «i Responsabili», un po’ come se i massacratori del Circeo si fossero ribattezzati «Gli Amici delle Donne», di tutta l’Idv sono gli unici rimasti in Parlamento. Però non è che le cose vadano sempre così. Nella medesima occasione a Gianfranco Fini fu chiesto di mostrarsi responsabile e rinviare non di qualche ora ma di un mese tondo il voto di sfiducia sul governo Berlusconi. Responsabilmente Fini accettò e il governo si salvò previo mercato allestito nei corridoi del Parlamento proprio in quel mesetto. Lui in Parlamento non ci sta più e per le strade già si sente «Fini chi?».
La prova delle prove fu chiesta, un anno dopo, anche a Bersani. Avesse preteso il voto subito dopo la crisi di governo del 2011 avrebbe vinto a mani basse ovunque, alla camera al senato e persino nelle percentuali vere, al netto dei premi di maggioranza. Preferì obbedire a chi, dall’alto, gli chiedeva di soprassedere per un anno. Adesso si prepara a ingannare le vuote mattinate ai giardinetti, insieme al conterraneo Fini.
Ma i misteri della responsabilità non si fermano qui. E’ capitato spesso, nell’ultimo biennio, che manovre tortuose, nate sotto il vessillo della responsabilità e in nome di quel sacro concetto imposte, abbiano sortito effetti pienamente rovesciati.
Nel solito dicembre del 2010 la prospettiva di elezioni a breve spinse chi di dovere a fare l’impossibile per evitare la crisi. Sarebbe stato da irresponsabili correre l’alea con un mare dell’economia reso procelloso da banchieri gargarozzoni e finanzieri sprocetati, per fortuna però responsabilissimi. Meglio tenersi il governo Berlusconi, pur se tanto screditato e indebolito da somigliare a un muro di cartapesta contro l’imperversare di Katrina. Così, quando nell’estate del 2011 la tempesta della crisi dei debiti sovrani arrivò davvero, l’Italia si trovò senza barriera né difese e gli speculatori procedettero al saccheggio. Non senza aver ringraziato prima il cielo, il Colle e il senso della responsabilità.
Anche nel dicembre 2011 le elezioni immediate furono scartate perché la responsabilità esigeva certezze, non salti nel buio elettorale. Così, per evitare il rischio di una difficile governabilità ci ritroviamo con una ingovernabilità tanto assoluta che per trovare il paragone, nel vecchio continente, tocca spulciare la storia senza lieto fine della repubblica di Weimar.
Gli stessi artefici e cantori dei due disastri precedenti stanno alacremente lavorando per una terza e ancor più macroscopica replica. Piuttosto che tornare alle urne, come chiedono gli irresponsabili, urge dar vita a un governo purchessia, meglio se con dentro tutto e il suo contrario così la paresi è garantita. Tanto, peggio di così non potrà andare. Errore. E’ possibile, pur se non facilissimo: basta affidarsi al senso di responsabilità e ai suoi dotti sacerdoti. Chi nutrisse dubbi deve solo consultare quel cast da film horror che compone i «comitati dei saggi» per sincerarsene.

Andrea Colombo - il manifesto