sabato 1 febbraio 2014

IL COSTO DELLA POLITICA E IL GRILLINO

On. Luigi Di Maio (M5S)
Stipendio mensile € 3.108,61 + € 8.609,58 (rimborsi spese)
per un Totale di € 11.718,19 (Ottobre 2013)
Alla faccia della lotta ai privilegi!!
Se poi qualcuno vuole rovinarsi la giornata può approfondire di seguito il dettaglio spese:
- € 1.000,00 Alloggio a Roma, locazione e utenze [sembra significhi affitto dell'appartamento, bollette di acqua, luce, gas, ecc. che pare paghiamo noi]
- € 913,10 Alloggio altro [non si sa, si sarà rotta la lavatrice]
- € 362,80 Trasporti Roma [un po' cari ma i mezzi pubblici costano e bisogna pur pagarli, noi]
- € 495,95 Vitto [mangiare non vuoi mangiare? Un piatto di lenticchie... paghiamo sempre noi tranquillamente]
- € 136,80 Bar/Mensa Camera [un caffettino ogni tanto per stare svegli aiuta a lavorare meglio. Paghiamo sempre noi.]
- € 298,11 Altro [non si sa ('rtacci tua!)]
- € 1.212,42 Consulenze [ogni tanto servono]
- € 120,00 Consultazione dati [costi della politica, che ora costa]
- € 1.495,60 Convegni [costi della politica che prima non costava, ora costa parecchio ('rtacci tua!)]
- €829,49 Gestione ufficio [qualche cosuccia per lavorare]
- € 170,00 Ricerche [vedasi voce "costi della politica"]
€ 1.575,31 Eventi sul territorio [costi della politica, che ora costa parecchio]
Grazie all'amico Stefano per il grande lavoro
Fonte:
http://www.tirendiconto.it/trasparenza/rendicontazione.php?user=47&mese=10&tipo=D

Effetto regime: Sbankitalia, i rapinati ringraziano Di ilsimplicissimus



bankitalia1Che la lotta di classe alla rovescia, l’impoverimento di intere popolazioni in favore di pochi ricchi, richieda come fattore vitale l’assenso delle vittime, è ormai quasi banale. Ed è riconosciuto dai critici dell’attuale assetto, vantato dai suoi sostenitori, taciuto dai suoi sicofanti. Tuttavia si tratta di una affermazione astratta difficile da concretare proprio a causa della sua ampiezza e degli innumerevoli modi, anche nascosti, con cui permea lo spirito del tempo. Alle volte però capita qualcosa che rende facile decodificare il disegno anche sotto la biacca mediatica che lo avvolge. E questo qualcosa nel nuovo anno è stato l’affaire Bankitalia riguardo al quale si è voluto far credere che si tratti di un semplice riassetto tra Via Nazionale e gli istituti di credito che ne detengono le quote, senza oneri per lo stato e dunque per i cittadini.
Francamente non mi rendo conto di come sia possibile far passare impunemente una panzana simile, anche se appoggiata toto corde dai nuovi amici fiorentini del Cavaliere, al cui entourage e in particolare a Tremonti va addebitata l’idea chiave, anche se in seguito sconfessata in favore di una nazionalizzazione – civetta. Innanzitutto c’è un ulteriore perdita di sovranità effettiva e potenziale perché la trasformazione dell’istituto in public company lo espone prima a grandi esborsi per ricomprare le proprie quote rivalutate e poi da qui a tre anni alla conquista di Bankitalia da parte di istituzioni e centri finanziari stranieri.
Ma per fra comprendere la questione cercherò di riassumerla in poche righe, essenziali per il ragionamento: il capitale di Bankitalia è detenuto al 94,33% dalle banche che una volta facevano parte del settore pubblico e che sono oggi – dopo decine di fusioni – più che private, quasi segrete. Tale capitale nominale è suddiviso in quote da 0,56 euro (le mille lire di una volta) per un totale di 156 mila euro (300 milioni). L’ideona qual è? Quella di rivalutare questo capitale a 7,5 miliardi secondo parametri piuttosto estemporanei e così prendere due piccioni con una fava: rendere più robuste le banche in vista dei futuri esami europei e poter tassare l’aumento di capitale come una normale plus valenza, ricavandone poco meno di 1 miliardo. Addirittura l’energumeno tascabile Brunetta aveva proposto una rivalutazione vicina ai 26 miliardi per poter spillare ancora più soldi.
Insomma un’operazione pulita che non solo non costa ai cittadini, ma anzi aiuta lo stato. Questo è ciò che si vuole far credere. Ma non è affatto così. Intanto il pagamento delle plus valenze al 12% (con soldi prestati dalla Bce) rischia di far ulteriormente diminuire il flusso del credito. Poi c’è la questione dei dividendi delle quote: finora esse sono state vicine all’un per mille del capitale reale con un esborso di 46,5 milioni l’anno da parte di via Nazionale che così ha potuto mettere a riserva molti soldi. Ma adesso bisognerà pensare a dividendi almeno dieci volte superiori: tutti soldi che dovranno essere trovati da qualche parte e questa parte sono sempre le tasche dei cittadini, se non si vogliono prosciugare le casse di Palazzo Koch. E così il denaro pubblico, 450 milioni  all’anno correrà verso le banche private per sempre o fino a che potrà durare questo assetto pazzesco.
Ma c’è molto di peggio. Poiché alcune banche come Unicredit e Intesa possiedono quote rilevanti di Via Nazionale (rispettivamente 42 e 22 per cento) il decreto prevede che nessun istituto potrà avere più del 3% del capitale: la parte in eccesso sarà ricomprata ai nuovi prezzi, ça va sans dire, dalla stessa Banca Italia in attesa dopo tre anni di rivenderle sul mercato assicurando ovviamente un dividendo a prezzi di mercato. Si tratta dunque di ricomprare circa la metà delle quote con uno sforzo di oltre 3 miliardi.  E tutto questo viene spacciato come un’operazione che non ha costi per lo stato, dunque per i cittadini e che non è affatto un favore alle banche. Quando invece non solo i costi sono altissimi e stratosferici se prolungati nel tempo dal momento che i contribuenti futuri dovranno in pratica ricomprarsi le quote che sarebbero già loro come cittadini, ma vengono messe le basi per una futura alienazione ai poteri finanziari della ex banca centrale. In più rende ancora più stretta e criminogena l’associazione fra politica e denaro nell’ambito in di un nuovo colossale trasferimento di risorse dal pubblico al privato.
Tutto questo era prevedibile visto lo spirito del tempo e il tenore dei trucchetti contabili dei nostri governicchi che ci fanno firmare cambiali fingendo che siano generose donazioni. La cosa imprevedibile è che ci sia tanta gente disposta a crederci.

Lista Tsipras, il lavoro da fare: consultazione online, nascita del comitato, raccolta firme



Una consultazione on-line per scegliere il nome della lista. Un comitato per far camminare insieme il comune progetto

Vogliamo rin­gra­ziare tutte e tutti coloro che hanno fir­mato l’appello per una lista di cit­ta­di­nanza uni­ta­ria e apar­ti­tica che pro­muova la can­di­da­tura di Ale­xis Tsi­pras a Pre­si­dente della Com­mis­sione euro­pea alle pros­sime ele­zioni euro­pee. Gra­zie al vostro impe­gno abbiamo supe­rato le 14.000 firme in meno di nove giorni, nono­stante il silen­zio della stampa e dei media. Tut­ta­via le ade­sioni rac­colte (tra cui nomi della cul­tura, della scienza, dell’arte, del gior­na­li­smo e dello spet­ta­colo) sono una goc­cia nel mare delle elet­trici e degli elet­tori che vogliamo e dob­biamo rag­giun­gere. Non inten­diamo infatti rivol­gerci solo all’elettorato della sini­stra cosid­detta radi­cale, ma molto al di là. A quanti non votano più per­ché delusi o disgu­stati dalla poli­tica uffi­ciale o, non vedendo più l’utilità dell’Europa, con­se­gnano il pro­prio destino agli attuali «equilibri».

A chi ha votato Pd con­tro­vo­glia, per­ché in asso­luto disac­cordo con l’accettazione supina dei trat­tati euro­pei che ci con­dan­nano all’austerità e alla rovina. A chi ha votato Cin­que Stelle, mal­grado una lea­der­ship poten­zial­mente auto­ri­ta­ria e ondi­vaga, in assenza di una alter­na­tiva credibile.

Rico­no­scersi nella figura di Ale­xis Tsi­pras, che ha costruito una forza elet­to­rale mag­gio­ri­ta­ria non su tema­ti­che e appelli dema­go­gici anti­eu­ro­pei­sti, ma su un impe­gno con­creto a rine­go­ziare i trat­tati e il fun­zio­na­mento dell’Unione euro­pea, rende evi­dente la posta in gioco di que­ste ele­zioni: un dise­gno auten­ti­ca­mente euro­pei­sta, con­tro l’ipotesi della can­cel­liera Mer­kel e di Shulz di pie­gare l’Europa alla stessa logica della Grosse Koa­li­tion tedesca.

Per tutti noi che abbiamo ade­rito e per quelli che ade­ri­ranno a que­sto pro­getto le cose comin­ciano dun­que ora. È asso­lu­ta­mente neces­sa­rio orga­niz­zarci al più pre­sto, per­ché il tempo stringe e le cose da fare sono tan­tis­sime.

Dob­biamo dare un nome alla lista, defi­nirne ulte­rior­mente il pro­gramma, sce­gliere i can­di­dati, creare strut­ture ope­ra­tive e comi­tati di soste­gno nazio­nali e locali, rac­co­gliere entro il 14 aprile le firme neces­sa­rie alla pre­sen­ta­zione della lista (oltre 150.000; 30.000 per cia­scuna delle cin­que cir­co­scri­zioni e almeno 3.000 in ogni Regione, com­prese le più pic­cole, su moduli uffi­ciali che inclu­dano già il nome dei can­di­dati!), nomi­nare uno o più teso­rieri e rac­co­gliere i fondi per finan­ziare la cam­pa­gna elet­to­rale in maniera auto­noma e indipendente.

Abbiamo deciso la via della rac­colta delle firme, anzi­chè ten­tare di appog­giarci a qual­che forza pre­sente in Par­la­mento, per sot­to­li­neare l’autonomia della lista che con voi costrui­remo, e per­ché lo sforzo per la rac­colta delle firme rap­pre­senta un buon ini­zio della cam­pa­gna elettorale.

I sei pro­mo­tori saranno i garanti dei prin­cipi apar­ti­tici, demo­cra­tici, inclu­sivi e orien­tati a un fede­ra­li­smo che pro­muova il rin­no­va­mento radi­cale delle isti­tu­zioni dell’Unione euro­pea, scon­giu­rando così inter­fe­renze o ten­ta­tivi di appro­pria­zione del pro­getto che già in pas­sato hanno fatto fal­lire ana­lo­ghe ini­zia­tive, nate con intenti altret­tanto unitari.

Entro pochi giorni lan­ce­remo una con­sul­ta­zione on-line per deci­dere il nome della lista, alle­gando un invito al suo finan­zia­mento, e atti­ve­remo un comi­tato ope­ra­tivo, che potrà ampliarsi in seguito, secondo le esi­genze che emer­ge­ranno. Invie­remo una mail per for­nire a tutti le moda­lità per entrare in con­tatto con i fir­ma­tari della stessa zona e con loro avviare la costi­tu­zione di comi­tati pro­mo­tori locali, indi­cando al con­tempo refe­renti che fac­ciano da col­le­ga­mento con i garanti.

Alle asso­cia­zioni, comi­tati di lotta, club, orga­niz­za­zioni poli­ti­che, cul­tu­rali, civi­che e ambien­ta­li­ste, non­ché ai par­titi che inten­dono soste­nere il pro­getto man­te­nendo una loro auto­no­mia ope­ra­tiva, pro­po­niamo di asso­ciarsi a livello nazio­nale e a livello locale in uno o più comi­tati di soste­gno alla lista, secondo il modello adot­tato per il refe­ren­dum per l’acqua.

Nella lista, in coe­renza con il pro­gramma, potranno venir can­di­date per­sone, anche con appar­te­nenze par­ti­ti­che, che non abbiano avuto inca­ri­chi elet­tivi e respon­sa­bi­lità di rilievo in un par­tito nell’ultimo decen­nio; le pro­po­ste rela­tive alle can­di­da­ture dovranno essere pre­sen­tate entro e non oltre il 16 feb­braio, poi­ché il 22 dello stesso mese ini­zierà la rac­colta delle firme e per quella data i can­di­dati dovranno essere noti e in regola con le pra­ti­che di accet­ta­zione; saranno fis­sate regole rigide sulla con­du­zione della cam­pa­gna elet­to­rale, sta­bi­lendo che i fondi che ogni can­di­dato avesse even­tual­mente a pro­pria per­so­nale dispo­si­zione ven­gano divisi con il comi­tato ope­ra­tivo, in modo che le spese per­so­nali non supe­rino una per­cen­tuale fissa della spesa complessiva.

Il 24 di feb­braio ini­zierà la rac­colta delle 150.000 firme che rap­pre­senta il mag­giore sforzo a cui sarà sot­to­po­sta l’organizzazione che tutti insieme saremo riu­sciti a met­tere in piedi per quella data.

Quello che stiamo atti­vando tutti insieme è un pro­getto nuovo: nei sog­getti pro­mo­tori, nel per­corso, nelle moda­lità. Per que­sto richiede a cia­scuno la capa­cità di pen­sarsi den­tro un per­corso col­let­tivo e non in quanto inter­prete di istanze di parte. Que­sta è la dif­fi­coltà mag­giore e biso­gna esserne consapevoli.

Barbara Spinelli, Andrea Camilleri, Luciano Gallino, Paolo Flores d’Arcais, Marco Revelli, Guido Viale

La sindrome di Asdrubale Locazzo Di ilsimplicissimus



maialinoQuando ero in prima media, credo, circolava una storiella fessa che forse era il primo sintomo del bildungsroman della mia generazione, assai meno precoce di quelle attuali. Dunque si diceva che un tal Asdrubale Locazzo, raggiunta la maggiore età, fosse invitato da amici e persino da parenti a cambiare nome per evitare imbarazzo e ridicolo. Dopo molte insistenze il giovane si decide a intraprendere la dura lotta contro la burocrazia e un bel giorno annuncia che la sua richiesta è stata finalmente accolta. Come ti chiami adesso? gli chiedono tutti quelli che incontra. E lui serafico e orgoglioso risponde: Annibale Locazzo.
Certo si poteva ridere solo a una certa età, solo da bambini fieri di poter sfoggiare la vittoriosa  intrusione nei segreti linguistici e non del mondo adulto. Purtroppo però devo constatare che il Paese è ancora a quello stadio: per anni abbiamo dato la stura all’indignazione nei confronti del Porcellum, dicendo che andava cambiato, che era una vergogna. Ma quando esce una nuova ipotesi di legge elettorale che non cambia nulla dei caratteri suinicoli sotto accusa e quando li cambia è solo per peggiorarne le avvilenti caratteristiche oligarchiche, milioni di Asdrubali si convincono che comunque è “nuovo” e cominciano a nascondersi dovunque e soprattutto dietro imbarazzanti lezioncine di bon ton politico che servono a distrarre se stessi dal punto.
Il fatto è che il nuovo prodotto è stato confezionato dagli ex avversari in combutta con il Cavaliere per fare fuori tutti gli altri e tenersi i posti nell’arca, mentre gli italiani sono sotto il diluvio causato principalmente dall’inadeguatezza della classe dirigente che si appresta a cementarsi in Parlamento. Dunque la larga schiera di ciechi politici, ma tifosi vedenti sono improvvisamente diventati sordi ai grugniti, facilitando così l’opzione oligarchica. L’unica discussione ” responsabile” verte su come salvare qualche naufrago marginale per potersene poi accaparrare l’appoggio in coalizione. E allora, come per incanto, la merda diventa cioccolata e tutta la curva, sotto la guida di quei clientes della politica, le cui prebende o la cui visibilità dipende da essa, si mettono a discutere se sia al latte, fondente o con le nocciole. Ma sanno benissimo che solo spalmandosi  il vicks vaporub sul naso si può sopportare il fetore.
Il cambiamento è che gli Asdrubali sono diventati Annibali, ma restano più che mai Locazzo.

UN GROTTESCO MINUETTO di Giandiego Marigo


Si fa sempre più forte in me la sensazione d'un grottesco minuetto, dì un balletto in cui il popolo è l'oggetto del contendere, la vittima di una orrenda manipolazione.
Da una parte un potere elitario e crudele che ha “corrotto e comperato” la classe politica europea e nazionale, per ovvia conseguenza, sino ai risvolti più vergognosi, senza alcun riguardo per le bandiere ed i colori delle divise.
Dall'altra il blaterio e l'urlo di una opposizione pochissimo chiara, composita, indeterminata, interclassista, confusa e torbida, che fa dell'urlo e dell'insulto il suo linguaggio, che privilegia l'apparenza alla sostanza.
Entrambe le fazioni non sono composte da ignoranti schiavi delle proprie pulsioni, entrambe anzi affidate ad esperti della comunicazione, della manipolazione mediatica … entrambe ampiamente “organizzate” in senso comunicativo...ed allora ci si chiede perché la ricorrenza di “equivoci, fraintendimenti, di un uso strumentale e finalizzato”.
Un Balletto, persino un poco macabro, che si muove, però, solo sulla superficie, che distrae parlando anche con toni ieratici e vagamente profetici solo della buccia di ogni questione in gioco, sino a ridurre ogni cosa ad sterile inutile scontro, ottimo per l'apparenza ma inutile per il cambiamento, ben farcito di insulti e di “dichiarazioni di principio”.
Da una parte e dall'altra però la finalità mi appare la medesima … distrarre, sviare, procrastinare la ribellione possibile, ipnotizzare.
imu_bankitalia_bagarre_camera_ghigliottina2In questa chiave possono essere letti gli eccessi, tutto sommato inutili, del guru assoluto dell'antipolitica Made in Italy da una parte e quelli di una classe politica senza alcuna morale dall'altra... quasi a illudere che il problema sia l'onestà e non gli interessi in gioco. In un batti e ribatti che appare ogni giorno di più programmato solo per rinviare e guadagnare tempo all'affermazioone del nuovo ordine.
  • L'etica privata della morale e della spiritualità, fine a se stessa.
  • Il Pragmatismo elevato ad unico linguaggio.
  • L'annuncio mediatico che diviene metodo.
  • Il racconto del punto di vista elevato a verità oggettiva.
  • L'abuso dei media rispetto all'esperienza diretta.
  • La partecipazione esaltata ed esorcizzata nel medesimo gesto.
Ed in mezzo l'oggetto del contendere … quel consenso popolare che si trasforma non in partecipazione attiva e critica, ma in santificazione del potere, certificazione del diritto al comando. Il televoto portato ad essere proposta di democrazia diretta.
 
Mentre del lavoro, dell'evasione fiscale, delle povertà dilaganti, della privazione totale dei diritti, della globalizzazione della miseria, della manipolazione delle leggi internazionali e nazionali a favore dello strapotere delle major, del rapporto di potere mostruoso che si sta realizzando fra chi detiene ormai mezzi di produzione ed energia per alimentarli, sino al potere sull'alimentazione reale della gente, non si discute affatto.
Così come non si tange in alcun modo il potere “reale” degli 85 padroni del mondo.
Mentre si permette, di fatto, che il medioevo, prossimo venturo, della nuova nobiltà delle “Famiglie dominanti” si affermi su una plebe … una servitù della gleba sempre più ampie.
Certo per amore dell'apparenza della verità questa realtà viene, a volte, sommariamente descritta, a volte persino distrattamente citata, ma mai realmente affrontata.
Il Giogo Europeo e la sua parte nel progetto di dominio globale, affrontato in modo superficiale anche se “apparentemente radicale” limitando ad un vuoto slogan anti-euro la realtà di un'analisi molto complessa, che affronterebbe direttamente la questione dell'elite, se affrontato in modo corretto.
Partendo cioè dai Trattati, dalle premesse e non dalla moneta che è un effetto (sebbene rilevante).
L'attenzione viene deviata sui termini “Rivoluzione, Boia, Vaffanculo, Sollevazione” così come la polemica, mentre si perde di vista il senso ed il contenuto.
Soprattutto si distrae dalla reale portata dei “mutamenti in atto”, la gente guarda i due litiganti, cerca l'insulto e la vista del sangue … mentre intorno si riempie di cartelli di “Lavori in Corso”,.
 
Il che e perfetto, dal punto di vista dell'elite che ha, dal suo punto di vista, soltanto bisogno di quel lasso di tempo tecnico che viene guadagnato in inutili polemiche sull'insulto, sul litigio, sulla descrizione del problema.
Basti guardare a esemplificazione come gli avversari apparenti si descrivono l'uno con l'altro, narrando dell'antagonista apparente la stupidità, la faciloneria, l'orrida volontà della bestia ignorante e cattiva, quasi che essere l'altro sia la dimostrazione dell'assoluta mancanza d'ogni cultura. L'ignoranza assoluta.
Entrambi sanno benissimo che non è così.
Hanno frequentato le medesime università ed hanno da entrambe le parti un'ampia raccolta di Master in Comunicazione, stuoli di pubblicitari e di esperti.

Sanno quel che dicono e lo dicono così proprio perché sanno e perché vogliono.

Un Balletto, un orrendo minuetto che rarissimamente affronta la sostanza delle cose, ma chiama spessissimo, da una parte e dall'altra il popolo in difesa strenua del nulla ed allora io mi chiedo... che sia il medesimo disegno?
Per finire come ultima considerazione entrambe le fazioni sembrano avere un unico nemico reale. Un comune spauracchio ed è una “vera sinistra di classe” che superi il pantano della citazione e la palude libresca e sappia parlare con la lingua di questi tempi … che sia un caso?

Sono uno spiritualista e non credo nelle coincidenze … perdonatemene.

Messaggio di Bankitalia al sanfedismo italiano: in banca non c'è più trippa per gatti

Messaggio di Bankitalia al sanfedismo italiano: in banca non c'è più trippa per gatti
Sfogli il sito di Confindustria e non trovi altro che fisco e costo del lavoro. Leggi di primo mattino la prima pagina del loro quotidiano e praticamente da un anno non fanno altro che pubblicare paginoni di imu, tasi, tares per la gioia dei commercialisti italiani che, assieme ad altre categorie di professionisti, a detta dell’editorialista del Sole Carlo Bastasin, si mangiano una fetta di ricchezza 5-6 volte superiore a quella di altri paesi europei.Leggi il Bollettino di Bankitalia: quel poco che si vede, gracile, differenziato per territori e settori, non è altro che una bassa crescita derivante dalla ricostituzione delle scorte di magazzino e da un po’ di vendite all’estero, mentre la disoccupazione è destinata ad aumentare per almeno altri due anni. Ritorni sul sito della Banca Centrale e trovi un intervento del 27 gennaio scorso all’Adam Smith Society italiana, una che da decenni fa la manfrina del “costo del lavoro”, e ti imbatti in una sorprendente relazione del vice direttore generale di Bankitalia Fabio Panetta, dal titolo “Un sistema finanziario per la crescita”.
Non trovi la  “casta”, non trovi i dipendenti pubblici da licenziare, non trovi operai a cui decurtare della metà il già misero salario. Anzi, costui afferma che è cresciuta in maniera esponenziale la disuguaglianza di reddito durante la crisi. Andiamo al nocciolo della questione, il rapporto tra credito e imprese. Come mai sono cresciute le sofferenze bancarie ad un livello stratosferico? Leggiamo: “la crescita dei prestiti inesigibili è stata amplificata dalla fragilità finanziaria delle imprese. Il contenuto grado di patrimonializzazione e il conseguente elevato peso del debito hanno compresso la redditività delle aziende, fiaccandone la resistenza a shock esterni; si tratta di debolezze presenti già nello scorso decennio, emerse in tutta la loro gravità durante la recessione”(pag. 5). Traduciamo con dei numeri: fino al 2000 il rapporto prestiti bancari alle imprese  e PIL era del 40%, nel 2008 aumenta di 15 punti percentuali. Risultato? I prestiti deteriorati rappresentano oggi ¼ del totale degl impieghi, le sofferenze il 12%.

Per la vulgata corrente la crisi italiana è da attribuire alle banche; Panetta, al contrario, afferma che tale modo di pensare “trascura i problemi derivanti dalla fragilità finanziaria delle imprese”, giacché “la sostenuta espansione dei prestiti bancari dal 2000 al 2008 ha trovato riscontro in quella dei debiti delle  imprese, saliti in rapporto al valore aggiunto di oltre 50 punti percentuali, arrivando al 178%”. Nel frattempo però, a detta di Panetta, i padroni non hanno accresciuto gli sforzi per sostenere gli oneri finanziari, non si sono patrimonializzati, la leva, cioè il rapporto tra debito e attivo, è passata dal 34 al 43% (11 punti più alta della media europea),  non hanno fatto investimenti per aumentare la produttività, nel mentre il grado di copertura interna dei pochi investimenti che si sono fatti nel passato decennio scendeva al minimo storico del 38%, al resto ci pensava la banca, tanto con la favorevole tassazione degli oneri sul debito in luogo dell’equity potevi farlo, fino a quando è arrivato il patatrac.
Soluzione? Per Panetta va riequilibrato il sistema di finanziamento, va cioè ammodernato il sistema finanziario, notevolmente arretrato rispetto ad altri paesi europei e per far questo le imprese devono cambiare mentalità. Pena, la decadenza. E’ esplicito al riguardo e dà l’idea della posta in gioco: “il riequilibrio della struttura finanziaria delle nostre aziende, per riportarne il leverage in linea con la media europea, richiederebbe la conversione in strumenti patrimoniali di un ammontare di debiti stimabile tra i 150 e i 220 miliardi di euro”. Ogni commento è superfluo. La modalità passa attraverso le emissioni obbligazionarie, la quotazione azionaria e, consiglia Panetta, la conversione in capitale di una percentuale dell’ammontare complessivo dei profitti industriali, che nel 2012, peraltro anno terribile, sono stati pari a 60 miliardi di euro.

Passiamo ora al capitale di rischio mediante la quotazione azionaria. Come stanno messe le imprese italiane che passano il tempo a parlare di “costo del lavoro”? Insomma, perché non si quotano? Esplicito al riguardo il vice direttore di Bankitalia: “nel nostro paese l’insufficiente sviluppo della borsa non dipende dalla mancanza di società quotabili. Esso riflette in primo luogo le scelte delle stesse imprese: le aziende italiane, caratterizzate da un’elevata concentrazione delle azioni nelle mani di pochi soggetti, spesso legati da rapporti familiari, sono restie ad aprirsi. La crescita dimensionale, l’accesso ai mercati comportano oneri in relazione alla maggiore visibilità agli occhi delle autorità di controllo, degli azionisti di minoranza e soprattutto del fisco (che Panetta ritiene chissà perché eccessivamente gravoso); essa risente inoltre del fermo intento di mantenere il controllo delle imprese, talora al costo di rinunciare a dotarsi di strumenti finanziari e manageriali necessari per sopravvivere alla concorrenza internazionale”. Insomma, quando i padroni parlano di costo del lavoro, di fisco, di politica, di banche, di credit crunch sappiate che sono grandi prese per i fondelli e a Bankitalia non ci cascano.  Non a caso il 31 maggio scorso, nel corso della Relazione Finale, il Governatore Visco ebbe modo di dire che poche imprese italiane erano all’altezza. Peccato che da quelle parti non corra più il pensiero di Menichella del 1945, quando questi chiese agli americani di mantenere l’economia mista, data la gracilità delle imprese private italiane. A Palazzo Koch non avranno più quella lucidità e quella spregiudicatezza, ma un minimo di buon senso è rimasto, a differenza di quel che passano i media mainstream.
di Pasquale Cicalese da Marx XXI

Sindacato, Maurizio Scarpa e Franca Peroni lasciano la Cgil




“Compagne e compagni , per rispetto alla Organizzazione nella quale per molti anni abbiamo militato vi informiamo della nostra volontà di rimettere il nostro mandato da tutti gli incarichi sino ad oggi ricoperti in Cgil. Da oggi non saremo più militanti di questa organizzazione sindacale e rinunciamo alla nostra condizione di iscritti alla Cgil. Maurizio Scarpa e Franca Peroni, da anni dirigenti della Cgil (Filcams e Pubblico Impiego), dicono addio al sindacato diretto da Susanna Camusso, ormai “non più riformabile”. “Una decisione non facile”, come scrivono nella loro lettera “che è venuta maturando nel tempo e che è arrivata fino alla “divergenza strategica”. Franca Peroni sino ad ora direttivo nazionale Cgil e già segretaria nazionale Fp Cgil, e Maurizio Scarpa sino ad ora vice presidente nazionale Cgil, già segretario nazionale Filcams Cgil, hanno scritto una lettera al direttivo nazionale e alla leader della Cgil Susanna Camusso.
L’ultimo accordo sulla Rappresentanza è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso? No, per niente. Come sottolineano, non li ha sorpresi più di tanto, “perché la domanda che ci ponevamo non era ‘se’, ma ‘quando’ . Il ‘quando’ è arrivato ed è per noi solo l’ultimo anello di una catena il cui inizio ha radici lontane quando la maggioranza di voi, come massimo gruppo dirigente di quella che fu la nostra organizzazione, ha acconsentito ad un progressivo cambio della natura e dei valori della Cgil”. E il primo valore messo in discussione è stato proprio quello del rapporto con i lavoratori, a cui si è preferito anteporre la strategia della cosiddetta unità sindacale con Cisl e Uil. Non solo, la distruzione dell’indipendenza e dell’autonomia è arrivata fino al punto di allacciare rapporti sempre più stretti sia con il Governo che con Confindustrria. Una vera e propria “caporetto sociale”, che ha colpito il vissuto quotidiano degli oltre 20 milioni di lavoratori e lavoratrici dipendenti che avremmo dovuto rappresentare”.
Nel contempo si è consentito a chi si è succeduto al Governo di vantarsi in Europa di aver cancellato i più importanti diritti del mondo del lavoro (pensioni, art. 18, contratti collettivi, salario, estensione della precarietà) senza alcun conflitto sociale. “Naturalmente queste scelte non potevano non avere anche una ricaduta nella vita interna democratica e nel sistema organizzativo”.
Insomma, dentro il sindacato quello che è accaduto in relazione a questa “nuova linea” è stata l’umiliazione e la emarginazione di tutti i dirigenti che hanno sostenuto le tesi alternative, dove solo le “abiure” di quelle posizioni hanno consentito, dove non si era maggioranza, di mantenere un ruolo politico nell’organizzazione.
Scarpa e Peroni accusano la Cgil di aver messo in soffitta la ricerca del consenso e sviluppato “l’acquisizione delle risorse economiche per la conservazione della struttura interna. Qui si è scelta una via di non ritorno. Ormai consistenti risorse economiche non provengo no dalla libera e cosciente iscrizione dei lavoratori e delle lavoratrici, ma da altre forme di finanziamento, tutte vincolate o alle decisioni dei Governi (patronati, CAF) o dall’obbligo di sottoscrivere il contratto collettivo (enti bilaterali e quote di servizio). In molte federazioni si potrebbe vivere senza iscritti, ma non senza le entrate 'extra tesseramento'. L’impegno assunto anni fa di ridurre drasticamente queste forme di entrate, si è tramutato nel suo contrario, “con un incremento esponenziale, abbracciando definitivamente il modello CISL di sindacato.Una decisione tanto grave quanto assunta senza alcuna discussione interna".
Scarpa e Peroni non hanno annunciato dove sarà diretto il loro impegno futuro. Tuttavia, per domani in via Cavour (Centro congressi) hanno convocato una conferenza stampa (ore 13) al termine dei lavori di una assemblea di delegati Usb.

Perchè lasciamo la CGIL

Franca Peroni - Maurizio Scarpa

Ecco il testo della lettera che Franca Peroni e Maurizio Scarpa componenti dell’area “La CGIL che vogliamo” hanno mandato alla Segreteria nazionale confederale ed alle categorie nazionali Funzione Pubblica e Filcams CGIL, con la quale comunicano la decisione, di rimettere il loro mandato da tutti gli incarichi sino ad oggi ricoperti in CGIL. Sono le motivazioni che condivido e che mi hanno portato qualche mese fa a disdettare la mia tessera FIOM. Oltre al testo della lettera che potete leggere qui sotto potete ascoltare l’interessante intervista a Maurizio Scarpa
“Compagne e compagni, per rispetto alla Organizzazione, nella quale per molti anni abbiamo militato, vi informiamo della nostra volontà di rimettere il nostro mandato da tutti gli incarichi sino ad oggi ricoperti in CGIL.
Da oggi non saremo più militanti di questa organizzazione sindacale e rinunciamo alla nostra condizione di iscritti alla CGIL.
Una decisione non facile che è venuta maturando nel tempo.
Il nostro giudizio critico sulla strategia e sui risultati della contrattazione è da tutti voi ampiamente conosciuto. Non è certo l’ultimo accordo sulla rappresentanza a farci prendere questa decisione così drastica.
A differenza del giudizio di alcuni compagni e compagne, con cui abbiamo condiviso anni di militanza nella sinistra sindacale, quanto sottoscritto in questi giorni non ci ha sorpreso perché la domanda che ci ponevamo non era “se,” ma “ quando” . Il “quando” è arrivato ed è per noi solo l’ultimo anello di una catena il cui inizio ha radici lontane quando la maggioranza di voi, come massimo gruppo dirigente di quella che fu la nostra organizzazione, ha acconsentito ad un progressivo cambio della natura e dei valori della CGIL.
Con un processo, che purtroppo oggi appare irreversibile, si è sempre meno ricercato il consenso dei lavoratori e delle lavoratrici, degli iscritti e delle iscritte, per dare priorità al rapporto con Cisl, Uil, Governo, Partito Democratico, Confindustria e associazioni padronali.
Le mediazioni sono parte integrante della natura di un sindacato, ma un’organizzazione che perde la propria autonomia perde anche la propria rappresentanza.
Questo è il tema centrale del nostro dissenso. Chi e cosa si vuole rappresentare.
Le scelte che si sono operate in questi anni hanno posto al centro della nostra azione interessi che la quotidianità si è assunta il compito di dimostrare essere stati portatori di una vera e propria “caporetto sociale”, che ha colpito il vissuto quotidiano degli oltre 20 milioni di lavoratori e lavoratrici dipendenti che avremmo dovuto rappresentare.
Quando si acconsente che si cancellino diritti, che sono parte integrante della natura dello Stato nato dalla Resistenza e fondamento della coesione sociale, si snatura anche il ruolo della propria rappresentanza di Sindacato Confederale e di classe.
Abbiamo vissuto anni dove non si è andati oltre a roboanti quanto inutili dichiarazioni verbali ai mass media, promuovendo “una tantum” il solitario sciopero annuale.
Nel contempo si è consentito a chi si è succeduto al Governo di vantarsi in Europa di aver cancellato i più importanti diritti del mondo del lavoro (pensioni, art. 18, contratti collettivi, salario, estensione della precarietà) senza alcun conflitto sociale.
Naturalmente queste scelte non potevano non avere anche una ricaduta nella vita interna democratica e nel sistema organizzativo.
L’ultimo congresso è stato la dimostrazione evidente di come per la maggioranza del gruppo dirigente della CGIL sia intollerabile che una parte dell’organizzazione abbia potuto democraticamente, all’interno di una pubblica dialettica con gli iscritti e le iscritte, cercare di modificare l’assetto dei gruppi dirigenti in sintonia con il cambiamento della strategia
dell’organizzazione sindacale.
Cos’è accaduto nel congresso è agli atti, ma ciò che è successo dopo è emblematico. L’umiliazione e la emarginazione di tutti i dirigenti che hanno sostenuto le tesi alternative, dove solo le “abiure” di quelle posizioni hanno consentito, dove non si era maggioranza, di mantenere un ruolo politico nell’organizzazione.
In questi ultimi quattro anni nessun accordo siglato dalla CGIL è stato portato alla consultazione dei lavoratori e lavoratrici interessate (quando nel passato paradossalmente abbiamo fatto le consultazioni anche sugli accordi separati mobilitando milioni di persone).
La ricchezza della CGIL è sempre stata la ricerca della sintesi.
In questi ultimi anni, al contrario, il settarismo del gruppo dirigente si è crogiolato, attraversando costanti sconfitte con l’avversario di classe, in un’autoreferenzialità impermeabile.
Se la ricerca del consenso non è più fondamentale nella vita democratica, indispensabili sono le risorse economiche per la conservazione della struttura interna. Qui si è scelta una via di non ritorno. Ormai consistenti risorse economiche non provengono dalla libera e cosciente iscrizione dei lavoratori e delle lavoratrici, ma da altre forme di finanziamento, tutte vincolate o alle decisioni dei Governi (patronati, CAF) o dall’obbligo di sottoscrivere il contratto collettivo (enti bilaterali e quote di servizio).
In molte federazioni si potrebbe vivere senza iscritti, ma non senza le entrate “extra” tesseramento.
L’impegno assunto anni fa di ridurre drasticamente queste forme di entrate, si è tramutato nel suo contrario, con un incremento esponenziale, abbracciando definitivamente il modello CISL di sindacato.
Una decisione tanto grave quanto assunta senza alcuna discussione interna, ma accettando quello che gli altri ci imponevano.
Da queste parole vi sarà facile comprendere come sia coerente, da parte nostra, prendere atto di una divergenza strategica che non ci consente di essere ancora parte di questa organizzazione.
Dobbiamo prendere atto che questa organizzazione non è riformabile, che non esistono le condizioni per cambiare, in un confronto democratico fondato sul rispetto delle regole, la strategia e il gruppo dirigente.
In tutti questi anni di militanza in CGIL abbiamo condotto convintamente la battaglia per il suo rinnovamento. Prendere atto dell’impossibilità di una battaglia democratica all’interno di una delle principali organizzazioni sociali del nostro paese rappresenta per noi la più amara delle sconfitte.
Non sarà però questo a farci desistere dal lavorare per la rinascita di una rappresentanza del mondo del lavoro, sia sindacale che politica.
Data la nostra non più giovane età cercheremo di contribuire a questo immane progetto, operando perché nei luoghi di lavoro possa nascere un lavoro collettivo che sappia far uscire dalla profonda solitudine in cui versano coloro che, per vivere, ogni mattina si guadagnano il pane, superando un portone che da cittadini li trasforma in sudditi. Senza dimenticare coloro che restano sudditi anche fuori da quel portone perché il lavoro è loro negato.
Il nostro, con molti voi, vuole essere solo essere un arrivederci”

Di Battista tra “polli di batteria” e “faccioni falsi” di Marco Pratellesi


Di Battista (M5S) accusa deputati Pd: gridavano "vi ammazziamo"

Pur nel generale casino di questi giorni un merito deve essere riconosciuto a Beppe Grillo: aveva visto giusto nel tenere i suoi lontani da talk show e programmi tv vari. Perfino il nuovo delfino, Alessandro Di Battista, non riesce a elevarsi oltre qualche slogan e una serie di frasi fatte durante la pur lunga intervista di Daria Bignardi alle Invasioni barbariche.
Ne spara una serie, con aria soddisfatta e compiaciuta, scordandosi forse che da un deputato ci si aspetterebbe anche, se non soprattutto, un discorso politico: “In questi giorni c’è stata tanta adrenalina alla Camera”, “Speranza è il Gasparri dei poveri”, “Se lo conoscono lo evitano”, “E’ un pollo da batteria buono per Amadori non per il parlamento”.
Non va meglio quando Di Battista si misura con Renzi. In questo caso, preoccupato che Daria Bignardi non gli porga la domanda risolutiva, anticipa la conduttrice e, Marzullescamente, si fa domanda e risposta da solo: “Se dovessi diventare presidente del consiglio? Sarei all’altezza tranquillamente”. E per dimostrare di non essere secondo a nessuno prova a demolire l’avversario con argomenti politici: “Non sono così banale come lui…”.  ”Banale? in che senso banale”, incalza l’impietosa intervistatrice. “Renzi non mi convince perché ha il faccione falso”. ll faccione falso??? Davvero non era in grado di trovare un argomento politico o almeno più forte? La risposta spiazza perfino la Bignardi: “Il faccione? Dai non siamo lombrosiani”.

L’intervista va avanti tra un “Mi alzo la mattina, mi guardo allo specchio e sono felice” e “dobbiamo svegliare la coscienza degli italiani”, tra “i due condannati” (così indica Renzi e Berlusconi) e “La Boldrini è più bugiarda di Berlusconi”. Di programmi, idee, proposte, critica politica neanche l’ombra. Aveva ragione Grillo: il vuoto pneumatico non fa bene al M5S. Magari sbaglio io e a voi Di Battista sembra preparato ed efficace. Punti di vista. Se ne avete voglia potete comunque guardarvi l’intervista completa sul sito de La7.

Elezioni europee: una scelta di rottura



Rosaria Parrilla, Umbrialeft.it
PERUGIA – Non si tratta di una campagna elettorale fra chi è pro Europa e chi è anti Europa, ma semplicemente di una forte e radicale scelta di rottura con quell’attuale, perché così costruita non piace. Sì perché il sogno di un’Europa democratica tarda ad arrivare. Sono state queste le premesse di un incontro su “La lista Tsipras per un’altra Europa”, che si è tenuto ieri sera e promosso dall’associazione Umbrialeft.
Il confronto ha visto protagonisti esponenti nazionali del Prc, Fabio Amato, di Sel, Francesco Martone, e del movimento politico di Alba, Roberto Musacchio.
La discussione ovviamente ha riguardato le prossime elezioni europee, che si terranno a maggio, e la lista unitaria di cittadinanza per un’altra Europa a sostegno del greco Alexis Tsipras. Una lista, che anche in Italia sta raccogliendo sempre più consensi, contro l’Europa della diseguaglianza sociale, del Fiscal compact, dell’austerità e della stabilità dei mercati. L’intento di Sel, Prc e Alba, infatti, è di unire le forze progressiste e ambientaliste della sinistra per sostenere appunto la candidatura di Tsipras, leader del partito Syriza, in contrapposizione al socialista Martin Schulz.
Stefano Vinti nel fare gli onori di casa ha mosso una dura critica contro le politiche di esclusione imposte dall’Unione Europea, mettendo in evidenza come sia necessario avviare un nuovo percorso che “sarà sicuramente impegnativo, ma che al di fuori del nostro Paese sta assumendo sempre più proporzioni internazionali”.
“Mentre in Italia non si fa altro che discutere di una legge elettorale – ha detto Amato -, che sarà peggiore di quella attuale, noi ci stiamo impegnando per combattere l’austerità e dare una risposta alla grave crisi attuale. Il governo Letta è in continuità con quello di Monti per rappresentare il grande capitalismo finanziario. Abbiamo un’Europa delle disuguaglianze, del divario tra Nord e Sud, costruita a immagine e somiglianza della libera concorrenza e dei mercati”. Da qui l’esempio della Fiat di Torino che ha trasferito la sede legale in Olanda e quella fiscale in Inghilterra “una cosa inaccettabile per la Merkel, mentre, qui in Italia è passata nell’indifferenza generale del governo”. “Così come non sono una casualità le grandi coalizioni – ha aggiunto Amato -, oltre all’Italia, ora sono anche in Grecia e in Germania, perché dettate dall’Europa. Ci vuole più giustizia sociale e per far sì che l’Europa diventi democratica bisogna lottare per l’occupazione e non per la stabilità dei mercati”.
Per Martone siamo davanti a un bivio “e per questo dobbiamo costruire una coalizione più trasversale possibile, una rete di relazioni per fare massa critica, recuperare il rapporto con i cittadini, dare una speranza alle persone sempre più in difficoltà e rilanciare un patto sociale”.
Dal canto suo Musacchio ha ricordato che l’appello per la candidatura di Tsipras è stato firmato anche dalla giornalista Barbara Spinelli e “che ora è arrivato il momento di mettersi al servizio della lotta dei greci e farla nostra, siamo in una partita europea e la dobbiamo combatter lì. I greci hanno sempre mantenuto la schiena dritta, non si sono mai abbassati al sistema".

Giù i salari, ma profitti intatti

Electrolux. Utili in calo per il gruppo svedese, ma gli azionisti non si tagliano il valore dei dividendi
01pol1f01-electrolux-foto-biagianti-E men­tre l’Italia si divide sulla Elec­tro­lux, sugli enormi sacri­fici chie­sti ai dipen­denti per man­te­nere il loro posto nel gruppo degli elet­tro­do­me­stici, cosa si viene a sco­prire? Che i divi­dendi degli azio­ni­sti sono rima­sti sta­bili, il valore della cedola che va in tasca alla pro­prietà – quello no, quello non è stato tagliato. Pro­prio da manuale sulla glo­ba­liz­za­zione, i cli­ché ci sono tutti. Ma pur­troppo sono del tutto reali.
I conti sono andati male, è vero: gli utili sono calati per il primo tri­me­stre dal 2009, ma si è deciso comun­que di man­te­nere inva­riati i divi­dendi. Ecco la tri­me­strale del colosso sve­dese: Elec­tro­lux ha chiuso il quarto tri­me­stre 2013 con una per­dita netta di 987 milioni di corone sve­desi (111 milioni di euro), che, come detto, rap­pre­senta il primo rosso tri­me­strale dall’inizio del 2009. Per l’intero eser­ci­zio 2013, l’utile netto è sceso a 672 milioni di corone sve­desi (76 milioni di euro), in calo del 71,6% rispetto all’anno pre­ce­dente. Non ha però toc­cato il divi­dendo, inva­riato: la cedola per gli azio­ni­sti è stata infatti man­te­nuta a 6,5 corone sve­desi (circa 0,73 euro per azione), per un monte divi­dendi di circa 210 milioni di euro.
«Gli utili sono in calo a causa delle dif­fi­coltà nel mer­cato euro­peo e delle forti flut­tua­zioni valu­ta­rie», ha detto il pre­si­dente e ammi­ni­stra­tore dele­gato di Elec­tro­lux, Keith McLou­ghlin. Sulla ver­tenza che riguarda l’Italia, pur non sbi­lan­cian­dosi, soste­nendo che «al momento non è appro­priato com­men­tare il pos­si­bile esito di que­ste trat­ta­tive», ha però affer­mato che «ci aspet­tiamo di chiu­dere il pro­cesso entro aprile».
Intanto, in qual­che modo, il nego­ziato va avanti: sti­mo­lato dalla poli­tica, con il governo che ha deciso di seguire le trat­ta­tive. Lunedì mat­tina il mini­stro dello Svi­luppo Fla­vio Zano­nato, o un suo sot­to­se­gre­ta­rio, rife­ri­ranno alla Camera. Da mar­tedì par­ti­ranno le audi­zioni presso la Com­mis­sione Indu­stria del Senato con tutti i pro­ta­go­ni­sti della sto­ria: sin­da­cati, azienda, e gover­na­tori di regione.
Sia dal cen­tro­de­stra che dal cen­tro­si­ni­stra si chiede al governo di insi­stere per otte­nere un piano indu­striale chiaro, di inno­va­zione e svi­luppo. Lo fa Mau­ri­zio Sac­coni, dell’Ncd, che insieme a Tiziano Treu è uno degli ispi­ra­tori del testo dell’Unindustria Por­de­none, docu­mento che chiede un cam­bio di passo e una nuova con­trat­ta­zione di zona, con sacri­fici anche per i salari dei lavo­ra­tori.
«Nel caso di Elec­tro­lux manca una dichia­rata stra­te­gia di pro­dotto e di mer­cato e l’unico, esclu­sivo, ele­mento pro­po­sto è quello dei costi in rela­zione a pro­dotti poveri – nota Sac­coni – È evi­dente che in que­sto con­te­sto diventa dif­fi­cile chie­dere ai lavo­ra­tori di con­di­vi­dere le fati­che della tran­si­zione per­ché non si pro­pone loro di con­di­vi­dere un punto di arrivo».
Dall’altro lato, il pre­si­dente della Com­mis­sione Lavoro della Camera, Cesare Damiano (Pd), ritiene che il governo debba «pre­ten­dere da Elec­tro­lux un piano indu­striale che dia garan­zie occu­pa­zio­nali a tutti gli sta­bi­li­menti ita­liani». «Si deve pre­ve­dere, come è stato fatto recen­te­mente dalla Inde­sit – aggiunge Damiano – di por­tare in Ita­lia pro­dotti con un valore aggiunto più ele­vato da sosti­tuire a quelli di valore aggiunto infe­riore che pos­sono essere delo­ca­liz­zati. Il governo deve acce­le­rare le misure di ridu­zione del cuneo fiscale per ren­dere più con­ve­nienti gli inve­sti­menti delle imprese ed evi­tare che la richie­sta di aumento della com­pe­ti­ti­vità gravi, in modo esclu­sivo ed uni­la­te­rale, sul solo sala­rio dei lavoratori».
E se quindi i due uomini poli­tici non esclu­dono che si debba inter­ve­nire anche sui salari, un netto no viene per ora dalla Cgil: — «Pen­sare di tagliare i salari mi sem­bra una forma di sui­ci­dio per il Paese», ha detto Susanna Camusso. «E tutto que­sto – ha notato – in un momento di crisi in cui la ric­chezza del paese è con­cen­trata nel 10% della popo­la­zione men­tre il resto si è impo­ve­rito».
Sulla vicenda ha scritto il quo­ti­diano Finan­cial Times: affer­mando che «la disputa su Elec­tro­lux ha riac­ceso il dibat­tito sulla man­canza di com­pe­ti­ti­vità dell’Italia, dopo che il Paese ha perso circa un quarto della sua pro­du­zione indu­striale negli ultimi sei anni».
ANTONIO SCIOTTO
da il manifesto