sabato 30 marzo 2013

Se la Troika ascoltasse la Troika di Andrea Baranes, Sbilanciamoci.info


Se la Troika ascoltasse la Troika


L’Europa si divide in due. Da un lato i Paesi del Sud. Le cicale. Fannulloni e pigri, non lavorano e hanno una bassa produttività, spendono troppo per welfare e stato sociale. Sono loro i responsabili della crisi e ora devono stringere la cinghia e accettare giusti e inevitabili sacrifici. Dall’altra i Paesi dell’Europa del Nord, riuniti attorno alla Germania. Le formiche. Seri, lavoratori, rispettano i parametri europei e sono un esempio di virtù.
Una conferma arriva lo scorso 14 marzo, quando il presidente della Bce Mario Draghi presenta alcuni dati ai capi di Stato e di governo della zona euro [1]. Tra il 2000 e il 2012, nei Paesi dell’Europa del Nord, grosso modo produttività e salari crescono di pari passo. Uno sviluppo armonioso dell’insieme della società. Ben diversa è la situazione dell’Europa del Sud: i salari crescono molto più rapidamente della produttività, frenando la crescita e mettendo in crisi le nazioni periferiche e l’intera Europa.
Il problema di questo ragionamento è in una piccolissima svista, segnalata sul Guardian nei giorni scorsi.[2] Nei grafici presentati dalla Bce, la produttività viene espressa in termini reali, mentre i salari sono indicati in termini nominali. In altre parole, la prima serie di dati tiene conto dell’inflazione, la seconda no. Sarebbe come dire che 50 anni fa il pane costava 1 lira al kg e gli stipendi erano di 500 lire. Oggi gli stipendi sono di 1.000 euro, quindi si può comprare molto più pane. “Dimenticandosi” di segnalare che il pane nel 2013 non costa 1 lira al kg.
Se si prendono dati omogenei, le cose cambiano. Parecchio. Anche considerando un’inflazione al’1,9% annuo (obiettivo fissato dalle stesse istituzioni europee), tra il 2000 e il 2012 occorre tenere conto di un fattore correttivo intorno al 28%. Tenuto conto che l’inflazione, in particolare nei Paesi del Sud Europa, è stata in media molto superiore, la correzione da apportare è ancora maggiore. Se consideriamo produttività e salari o entrambi al netto dell’inflazione o entrambi con l’effetto dell’inflazione, scopriamo che in molti Paesi del Sud salari e produttività vanno di pari passo, mentre è in quelli del Nord, Germania in testa, che la forbice si allarga sempre di più, ma a discapito delle retribuzioni dei lavoratori.
In altre parole, non c’è nessun eccesso di Stato sociale, nessun diritto dei lavoratori da rimettere in discussione, nessun sacrificio da chiedere a chi ha già pagato un caro prezzo per una crisi nella quale non ha alcuna responsabilità. E’ dall’altra parte, nel Nord Europa, che alcune nazioni hanno sistematicamente violato gli impegni europei, hanno intrapreso una aggressiva politica di svalutazione salariale, e hanno improntato i rapporti nell’UE a una competizione sfrenata sulla pelle dei lavoratori, in barba ai proclami di collaborazione e alla stessa idea di “unione” europea.
Con questi dati, corretti della piccola “svista” sull’inflazione, la Bce di fatto conferma quali siano le responsabilità della crisi. Come, prima di tutto, i mostruosi debiti creati dalla finanza speculativa siano stati trasferiti agli Stati, poi da questi ai cittadini. Oggi non c’è nessun altro su cui scaricarli. Siamo rimasti con il cerino in mano e dobbiamo pagare il conto. Ed è un conto estremamente salato proprio in termini di tagli al welfare e allo Stato sociale, disoccupazione, precarietà e rimessa in discussione di diritti dati per acquisiti. Ma per non farci protestare troppo ci sentiamo ripetere quotidianamente che è pure colpa nostra. E che dobbiamo stringere la cinghia per “restituire fiducia ai mercati”.
Ricordiamo che l’Fmi, nei suoi ultimi studi, riconosce che le politiche di austerità in una fase di recessione non fanno altro che aggravare i problemi. Diminuisce la spesa pubblica, quindi il Pil, e molto spesso questo calo non è compensato da una analoga diminuzione del debito pubblico. Il risultato, oltre a una devastazione sociale, è un peggioramento proprio di quel rapporto debito/Pil che si pretende di diminuire.[3]
Da un lato, quindi, la Troika continua a imporre piani di austerità e sacrifici a mezza Europa. Dall’altro, la stessa Troika ci mostra, dati alla mano, che le cause sono altre e che comunque le soluzioni sono inutili e nocive. L’unica speranza è che i burocrati europei, se non alle molteplici analisi che provengono da un numero sempre crescente di economisti, comincino a dare retta almeno a loro stessi.

[1] Mario Draghi – “Euro Area Economic Situation and the Foundation For Growth” – Studio presentato all’euro summit il 14 marzo 2013
[2] Andrew Watt – “Is Europe’s central bank misleading us over who’s to blame for eurozone crisis?” – The Guardian, 27 marzo 2013.
[3] Sbilanciamoci.info – “Austerità, Blanchard fa autocritica” www.sbilanciamoci.info/Sezioni/capitali/Austerita-Blanchard-fa-l-autocritica-16308

I sonni agitati dei grillini di sinistra dopo la prima vittoria della loro vita


I sonni agitati dei grillini di sinistra dopo la prima vittoria della loro vita


di Luca Fazio - Il Manifesto
Per la prima volta nella loro vita hanno vinto le elezioni. Erano, anzi sono, di sinistra-sinistra, e hanno votato Grillo. Incattiviti come delle iene, o con la mano tremante per un azzardo disgiunto. Adesso, come si sentono a un mese dalle elezioni? Delusi, ma anche più determinati di prima. Attendisti, ma anche disgustati. Insomma, tanto per non sfatare la tradizione, i neo grillini di sinistra sono ben lontani dal raggiungere una qualche unità, anche solo di valutazione.
Laura Proietti, 47 anni, segretaria di redazione, si è pentita (votava Prc): «Dovevano appoggiare il Pd anche se è il meno peggio, non hanno esperienza politica e non hanno capito che era l’unico modo per raggiungere qualche risultato. Questo atteggiamento intransigente mi sembra stupido, alle prossime elezioni perderanno, tanto più se ci sarà un governissimo, perché sarà anche colpa loro». All’ala sinistra di questo ragionamento si colloca Massimo Giroletti (ex Prc), chimico 48enne: «Devono tenere duro, nessun compromesso con questa sinistra che ha deluso troppo. Sono per andare al voto dopo aver cambiato legge elettorale, senza andare troppo indietro nel tempo basta l’ultimo anno di governo per non accettare compromessi con il Pd, quello che hanno fatto con le pensioni, per esempio, è vergognoso. Li voterò ancora». Il chimico, politicamente, è destinato a separarsi da Claudia S., 34 anni, maestra d’asilo. «Non ero convinta prima, figuriamoci adesso… Non li voto più, questa tiritera sulle alleanze mi ha disgustato e poi la consultazione in streaming è stata allucinante, mi sembrano una setta. Mi aspettavo più concretezza, un governo col Pd era ragionevole, lo dico io che non voterò mai Pd… alle prossime elezioni non voto».
Anche Maria Caizzi, ex insegnante di lettere in pensione – sempre Pci e poi Prc per dovere – ha già archiviato Grillo, ma non è angosciata per quello. «Già non mi stava simpatico, e adesso continua a dire sempre le stesse cose e poi questi atteggiamenti da guru mi hanno stufato. Ma quello che più mi angoscia è un governo istituzionale appoggiato dal Pd con Berlusconi. Non ci posso credere… se fosse così non andrei mai più a votare». Per Giampietro Gariboldi, 40 anni, informatico, invece non ci sono tragedie in corso. Anzi. Ex Idv, ammiratore di Grillo, ci crede ancora. «Camera e Senato sono andati al centrosinistra e non penso che a Grillo concedano il Quirinale, quindi non ha ancora ottenuto nulla. Spero che la loro intransigenza sia solo una tattica per passare all’incasso sostenendo un governo per poi condizionarlo. Altrimenti, con tutti i giornali e le tv contro, sarà dura spendersi ancora come un progetto credibile in vista delle elezioni. Io, comunque, continuerò a votarli». Carlo Zanella, 36 anni, musicista, ex rifondarolo – «ma per disperazione» – è d’accordo con l’intransigenza di Grillo ma è severo con la nuova classe politica. «Mi sta bene che non ci siamo accordi col Pd, li ho votati proprio per questo. Non credo al cambiamento proposto da questo Pd disposto a negare se stesso pur di governare, figuriamoci poi se dovesse diventare il partito di Renzi…». Quindi, cosa non va? «Manca il salto di qualità, non bastano figure come Crimi e Lombardi per affrontare un momento così, e nemmeno possono pensare di andare a nuove elezioni in questo modo. Li vedo in difficoltà, così non hanno futuro, forse li voterei ancora, ma per esclusione, non perché sono convinto». Alessia Longo, 29 anni, ricercatrice universitaria – «astensionista ma fiera» – esprime il sentimento bipolare dei più arrabbiati che continuano a fidarsi di Grillo ma non vedono sbocchi. «Sono orgogliosa per come stanno andando le cose, l’ho votato proprio per creare il caos, il cosiddetto bene del paese è una manfrina per continuare con la politica di prima. Una cosa però mi lascia perplessa: le uscite dei parlamentari che abbiamo eletto, non so se dobbiamo fare dei corsi accelerati o continuare a tenerci delle capre. Quando li sento parlare, sono difficili da difendere».

Renzi a Amici: ecco la sinistra trash-chic


Renzi a Amici: ecco la sinistra trash-chic


di Barbara Collevecchio - Il Fatto Quotidiano

Ma davvero gli italiani hanno bisogno di leader televisivi? Davvero anni di berlusconismo ci hanno resi così warholiani da aver bisogno di identificarci in leader dal sorriso bianco e studiato, che ci illudano dei 15 minuti di celebrità? Dove sono i politici che si sporcano le mani nelle borgate, tra gli operai, tra i precari in piazza?
Eccole le nuove star: soggetti votati alla società dello spettacolo che disertano direzioni del partito e il confronto con gli elettori, per pontificare con il fondotinta, dagli show televisivi. E guai a storcere il naso: altrimenti sei radical chic. Ma qui, signori miei, siamo nel nuovo regno multimediale del trash assurto ad icona. Tra vaffanculo, troie, ceroni, giacchette unfit e scarpe lucide. Il verbo del leader messia cala dall’alto di blog e palchi scenografici, il corpo del capopopolo diventa un simulacro nel gioco perverso del l’identificazione. “Renzi è pop”, dicono.  Ma pop cosa? Cosa vuol dire? Pop sta per popolare cioè a contatto con il popolo o popolare nel senso di ” famoso”?
E noi come spettatori inebetiti davvero ci identifichiamo in questi comunicatori del vacuo, mentre tutto crolla come in un impero decadente e volgare? Questa è la nuova decadenza: dover essere cool, pop e tutte queste sciocchezze perché altrimenti non sai comunicare. Ma cosa comunicare, nessuno se lo chiede. E come in un format scadente siamo qui, nell’assoluta solitudine dell’effimero dove tutto è scadente spettacolarizzazione volgarotta. La pseudo sinistra di derivazione democristiana è l’evoluzione del Berlusconismo: dalle veline al regno dei Tronisti della De Filippi. Per forza sennò non sei ” Pop”.

Italia, Francia e Germania tra salari e produttività di Lavoce.info

Che cosa ha reso così diverse fra loro le dinamiche del mercato del lavoro nei paesi europei nell’ultimo decennio? E quali politiche dovrebbe adottare ciascun Governo per modificare la situazione? L’analisi dei dati suggerisce di guardare ai salari e alla produttività. Il problema dell’Italia.
 
  
Il costo del lavoro in Europa
L’immagine che ci viene spesso proposta del mercato del lavoro in Europa è quella di un’area eterogenea, dove nell’ultimo decennio il costo del lavoro per unità di prodotto ha registrato dinamiche molto diverse tra paesi. Mentre è rimasto stabile in Germania, è fortemente cresciuto negli altri paesi, soprattutto in quelli dell’Europa mediterranea. E si aggiunge spesso che la crisi economico-finanziaria in alcuni paesi dell’Eurozona, come l’Italia, sarebbe fortemente connessa alla struttura del mercato del lavoro.
Queste osservazioni richiedono un’analisi più approfondita, che permetta di comprendere meglio alcune cause delle dinamiche recenti del costo del lavoro in Europa. Partiamo da alcuni dati relativi alle tre maggiori economie dell’eurozona: Germania, Francia e Italia.


costo lavoro

Il grafico 1 mostra le dinamiche del costo del lavoro per unità di prodotto (Clup) a partire dal 2000 per i tre paesi. Conferma appunto che in Germania il Clup è rimasto pressoché invariato mentre è cresciuto in Francia e ancora di più in Italia. L’indicatore non è però sufficiente per capire i retroscena di dinamiche così difformi.
Il Clup è dato dal rapporto tra il costo del lavoro per addetto (che comprende, oltre alle retribuzioni lorde, i contributi sociali, le provvidenze al personale e gli accantonamenti per il trattamento di fine rapporto) e la produttività per addetto. Pertanto, se per l’impiego di un’ora di lavoro un’impresa spende il 10 per cento più di un’altra impresa, ma da quell’ora di lavoro ottiene il 20 per cento di prodotto in più, a quella spesa più alta per la retribuzione corrisponde un costo del lavoro per unità di prodotto inferiore. Per questo è importante disaggregare il dato della dinamica del Clup nelle due componenti che contribuiscono a determinarla: quella della dinamica dei salari e quella della dinamica della produttività.

Salari e produttività 
salari nominali
Cominciamo dai salari nominali. Il grafico 2 mostra come nell’ultimo decennio siano cresciuti significativamente, e pressoché in egual misura, in Italia e Francia, mentre l’aumento è stato meno marcato in Germania.

tasso inflazione
Il tasso di inflazione (grafico 3) è stato tuttavia più alto in Italia che negli altri due paesi (e maggiore in Francia rispetto alla Germania), dunque la dinamica dei salari reali è quella illustrata nel grafico 4: sono cresciuti in Francia, sono rimasti pressoché invariati in Italia e sono diminuiti in Germania.

salari reali
Vediamo ora l’andamento della produttività. Anche in questo caso i dati rilevano differenze interessanti tra i paesi. Il grafico 5 descrive l’andamento della produttività del lavoro per ora lavorata (in euro) a partire dal 2000. La variabile misura la quantità di prodotto ottenuto con l’impiego di un’unità di lavoro. Come ci si poteva aspettare, in Italia la produttività del lavoro non è aumentata nell’ultimo decennio (si percepisce semmai un leggero declino). Tuttavia, in Germania e in Francia è aumentata in egual misura e in modo costante e significativo. È anche interessante notare come in termini di livelli, forse un po’ a sorpresa, la produttività del lavoro in Francia sia più elevata di quella della Germania.
produttivita
Il cuneo fiscale
I differenziali nell’andamento del costo del lavoro possono allora dipendere dal cuneo fiscale, spesso citato nel nostro paese come la causa dell’eccessivo costo del lavoro? Il cuneo fiscale rappresenta il divario tra il costo del lavoro a carico delle imprese e la retribuzione netta in busta paga percepita dal lavoratore dipendente. Il differenziale è costituito dal prelievo fiscale, dai contributi previdenziali e sociali a carico del lavoratore e dell’impresa. Dal grafico 6 si può osservare come negli ultimi dieci anni in Germania vi sia stata una riduzione del cuneo fiscale (di un lavoratore single monoreddito) di qualche punto percentuale, che potrebbe aver favorito la riduzione del costo del lavoro in questo paese. In Francia e in Italia, invece, è rimasto sostanzialmente stabile. Quindi è difficile imputare al cuneo fiscale un contributo significativo all’incremento del costo del lavoro. È inoltre interessante notare come il suo livello in Italia sia inferiore a quello degli altri due paesi.

cuneo fiscale
Quali conclusioni possiamo trarre da questa breve analisi? Innanzitutto possiamo farci un’idea più chiara di ciò che ha reso così diverse, da paese a paese, le dinamiche del mercato del lavoro in Europa nell’ultimo decennio.
In Italia i salari nominali sono cresciuti parallelamente all’inflazione, lasciando i salari reali invariati, nonostante una produttività del lavoro costante o in lieve declino.
In Francia, l’aumento della produttività del lavoro è stato trasferito ai lavoratori, che percepiscono non solo salari nominali, ma anche reali, significativamente più alti.
In Germania, l’aumento della produttività del lavoro è stato trattenuto dalle imprese, che hanno quindi guadagnato competitività sul mercato. In sintesi, la divergenza nel costo del lavoro tra i tre Paesi va imputata principalmente al fatto che in Italia la produttività non è cresciuta, contrariamente a quanto avvenuto in Francia e Germania. E mentre in Francia la crescita della produttività ha consentito un incremento dei salari reali, in Germania è stata superiore all’aumento dei salari.

Questi risultati suggeriscono, quindi, che le politiche del mercato del lavoro dovrebbero tenere conto delle differenze interne in merito alle dinamiche salariali e della produttività. Se paesi come la Francia, per esempio, potrebbero ottenere facilmente guadagni di competitività mediante un certo grado di moderazione salariale, il nostro paese sembra avere come unica soluzione la crescita della produttività. L’alternativa sarebbe la riduzione dei salari reali, un’opzione con costi sociali elevati, che non solo non garantirebbe la crescita e lo sviluppo economico del paese, ma potrebbe avere effetti depressivi sulla domanda aggregata.
Un’analisi della dinamica salariale e della produttività all’interno dei vari settori produttivi e tra le varie Regioni italiane potrebbe poi offrire spunti di riflessione interessanti per meglio comprendere le possibili cause della mancata crescita di produttività nel nostro paese, e soprattutto per individuare possibili interventi per stimolarne un significativo e persistente aumento.

Le lacrime dei padroni sulle macerie del paese di Dino Greco, Liberazione.it



Il Sole 24 Ore si scrolla di dosso la compassata distanza dal Palazzo che ne ha sempre caratterizzato la cifra editoriale e passa all’attacco. Lo fa con un fondo del suo direttore, che chiede alla politica di uscire dallo stato di catatonica irresponsabilità che la vede incapace di dare un governo al paese e di sottrarsi al mantra europeo che recita, stupidamente, “austerità, austerità, austerità”. 
Peccato che sino a ieri Monti sia stato acclamato come il salvatore della patria. Lui e le sue politiche, rigorosamente incardinate nel dogma liberista del pareggio di bilancio e del più rigido contenimento del debito. Ma di questo nessuno ama ricordarsi. Come nessuno parla più della crociata contro il lavoro e contro il welfare a cui il governo “tecnico” ha consacrato i propri sforzi. Per anni questo è stato il solo filo conduttore dei governi, mentre la politica industriale latitava, la disoccupazione cresceva, la deflazione salariale abbatteva la capacità di spesa delle famiglie e il crollo della domanda interna rimbalzava sulla produzione industriale e poi, di nuovo, sull’occupazione. 
I padroni hanno incassato tutto ciò che poteva fare loro comodo: distruzione delle pensioni, soppressione dell’articolo 18, blocco della contrattazione collettiva, umiliazione del sindacato; e poi, ancora, indebolimento del sistema di protezione sociale, tagli alla sanità, all’istruzione, alla ricerca, all’assistenza. Quello che non avevano previsto è che il salasso avrebbe finito per devastare le già fragili basi strutturali del nostro modello di sviluppo. Accade così che gli stessi obiettivi proclamati dal governo Monti siano naufragati nelle nebbie di una generale depressione: il rapporto debito/pil corre verso il 140%, e pil in ulteriore caduta, mentre le imprese chiudono a grappoli, ammazzate dal credit crunch e dall’insolvenza delle pubbliche amministrazioni a loro volta strette nei vincoli del Patto di Maastricht. 
Di queste politiche, signori, siete i primi responsabili. Voi, il vostro personale politico, i vostri manager, i vostri cortigiani dovreste essere processati per crimini contro il paese che avete spolpato fino all’osso.

E' nata la politica reality di Francesco Maringiò, segretario Federazione PdCI Bologna



bersani-crimi streamingIl confronto in diretta streaming tra Bersani e i capigruppo M5S di Camera e Senato è stato un piccolo, tragico, esempio di questa nuova “politica reality”

Non deve stupire che all’incontro in streaming tra Pd e M5S abbia partecipato Rocco Casalino, uno dei protagonisti della prima edizione del Grande Fratello, a simboleggiare, anche plasticamente, la vittoria di quel modello culturale che ha pervaso prima la società ed infine le istituzioni. Dal “teatrino della politica”, abusata espressione di Berlusconi che però coglieva l’inadeguatezza di una parte cospicua della classe dirigente (lui compreso), siamo passati alla “politica reality”, dove si finge di interpretare la vita reale, ma in realtà si è attori più o meno consapevoli di una grande commedia (o peggio ancora di una grande farsa).

Questo modello, del resto, ha vinto prima nella società. L’Italia infatti è stato in questi anni il Paese dove si poteva votare per il Grande Fratello ma non per il contratto nazionale dei metalmeccanici o qualunque altra categoria. E qualsiasi battaglia che cercasse di invertire questa tendenza è rimasta afona, purtroppo anche dentro le stesse organizzazioni sindacali. In compenso però, ogni settimana, potevi decidere tu – o per lo meno così ti sembrava – chi dovesse rimanere nella “casa più famosa d’Italia”.

Il confronto in diretta streaming tra Bersani e i capigruppo M5S di Camera e Senato è stato un piccolo, tragico, esempio di questa nuova “politica reality”. Basta osservare come si è mosso Bersani: neanche si è sforzato di esporre un piano compiuto per il Paese e parlare ai Cinque Stelle che aveva di fronte. In questo nuovo “format” i suoi veri interlocutori erano diventati gli ascoltatori della diretta video. «Solo un insano di mente – ha detto con quell’immancabile piglio da comunicatore nazionalpopolare in salsa emiliana - potrebbe avere la fregola di mettersi a governare in questo momento qua». Non proprio, ci sia permesso rilevare, una espressione da statista o da chi attende un mandato dalla più alta carica dello Stato. Nella “politica reality”, è questa la prima amara – anche se sommaria – considerazione, non c’è spazio per la ragion di Stato.
Nello stesso giorno, il Presidente della Sicilia ha tolto le deleghe a Battiato a Zichichi, che pure aveva così fortemente voluto solo pochi mesi prima, perché funzionali ad una operazione di make up politico, ritenuto necessario vista l’avanzata del M5S nella regione. E poiché nel sentire comune montava una pressante campagna di rinnovamento (alla Grillo style: “siete tutti morti”, “arrendetevi”, “vaff..”) ed imperava il vento del “nuovismo”, Crocetta ha preferito le “facce nuove” alla competenza, con il risultato che si dipana impietoso sotto in nostri occhi in queste ore. Si scopre così, al di là dell’increscioso incidente dell’artista catanese, che non basta essere un bravo e poliedrico artista o un affermato scienziato, per essere anche un assessore competente e capace di far funzionare la macchina burocratica e le amministrazioni in una terra tanto ricca quanto difficile. Ed allora, forse, piegare la politica per renderla affine a questo nuovo “format” della ditta Grillo-Casaleggio, paga elettoralmente nell’immediato e stuzzica il basso ventre dell’involuzione culturale del nostro Paese, ma impedisce di progettare il futuro e costruire una adeguata classe dirigente.
Ma se c’è una cosa che di sicuro non è passata inosservata nel corso della giornata: è stata la protervia, la spocchia e l’arroganza della capo gruppo M5S alla Camera. «Noi non incontriamo quelle parti sociali, perché noi siamo quelle parti sociali», ha scandito forte manco fosse Napoleone, la neodeputata di un paese in ginocchio. Non conosco l’onorevole Lombardi e non ho nessun pregiudizio nei suoi confronti. La spocchia di cui si è fatta portavoce, infatti, non credo sia il frutto di un pessimo carattere, quanto di una inadeguatezza a coprire un ruolo, la cui pregnanza sembra sfuggirle.
Se la gran parte dei politici dell’ultimo ventennio erano abili protagonisti del “teatrino della politica”, capaci di far funzionare – non sempre purtroppo – la macchina burocratica dello Stato, ma totalmente privi di una Weltanschauung, di una visione generale del mondo, come invece avevano i padri della nostra Repubblica, i neodeputati della “politica reality”, ne ignorano proprio l’esistenza.
È in questo scarto che si racchiude la cifra di una involuzione culturale che, condannando la Politica (volutamente con la maiuscola), mina le basi della stessa democrazia e prepara il Paese ad accogliere con giubilo e plebiscitaria approvazione il restringimento degli spazi di agibilità democratica, della rappresentanza e dei diritti. Col paradosso che, quel che non è riuscito a Berlusconi (presidenzialismo, leggi elettorali alla francese, cancellazione dei diritti nei luoghi di lavoro, …) riesca ai “cittadini” a Cinque Stelle, di fronte allo sguardo impotente del Pd in preda –questo è il rischio- ad una nuova, ennesima, mutazione genetica (do you know Renzi?).

«Quante troie in parlamento», «padri che chiagnono e fottono», «figlio di vecchi puttanieri»: il linguaggio da bar è entrato in parlamento e negli assessorati regionali. Ancora una volta la società anticipa le istituzioni ma, se queste ultime non si riappropriano di una funzione sovra ordinatrice della res publica, rinnegano la loro funzione principale e, come tale, pongono le basi per una loro soppressione.

Brividi da M5S, movimento che può fare a meno della dialettica sociale di Franco Calistri, Umbrialeft


Fanno venire i brividi alcune affermazioni rese dalla capogruppo alla Camera del Movimento 5 Stelle, Roberta Lombardi, quando nel corso dell'incontro con Pierluigi Bersani, sottolineava che loro, il Movimento 5 Stelle, non hanno bisogno di incontrare le parti sociali perché sono le parti sociali. Qui non siamo di fronte alla solita sparata alla Grillo maniera, che chiede la soppressione dei sindacati, CGIL prima di tutto, in quanto soggetti inutili (sia detto tra parentesi, non sarò stato molto attento, ma non ho mai sentito attacchi analoghi e di pari virulenza nei confronti di Confindustria), c'è un qualcosa di diverso, è l'idea di un movimento, di un soggetto politico che può tranquillamente fare a meno della dialettica sociale, che, come ci hanno insegnato i padri costituenti, è alla base della democrazia, della nostra democrazia, così come scritta nella Costituzione.
Insomma da quelle affermazioni, fatte non nel chiuso di una stanza, non rubate da un fuori onda ma rese nel mondo aperto del web, emerge un manifesto politico, un'idea (o meglio sarebbe parlare di ideologia) di forza politica totalizzante, che tutto riassume in se e che in forza di questa sua capacità totalizzante si candida a reggere e da sola le sorti del paese. Tutto ciò, un disegno di questo tipo ha un nome preciso, si chiama totalitarismo, altro che democrazia del web. E fa venire i brividi.
D'altro canto già altri commentatori sul web hanno messo in luce le inquietanti somiglianze tra i discorsi del leader 5 Stelle e quelli di esordio di dittatori del secolo scorso. Le affermazioni della Lombardi confermano e rafforzano sospetti ed inquietudini già affiorati. Allora va detto forte e chiaro: alla radice del pensiero politico di 5 Stelle vi è una visione della politica e del mondo totalitaria e nemica della democrazia e per questo il Movimento 5 Stelle va combattuto e battuto, sul terreno della politica, della buona politica, della difesa della democrazia e dei suoi istituti. Basta con i corteggiamenti e con il cercare accordi o intese; con forze politiche di tale natura ogni intesa, seppur parziale, è preclusa.
Si dirà che il Movimento 5 Stelle ha dato voce e corpo politico ad un malessere generalizzato e diffuso nel paese al quale le forze politiche da tempo presenti non sono state in grado di dare risposta, che nel Movimento 5 Stelle militano tanti cittadini onesti e per bene. E chi lo mette in dubbio, ma nella prima metà del secolo scorso, agli inizi, anche nazismo e fascismo diedero voce e corpo politico al malessere di vasti strati della popolazione colpiti dalla crisi del dopoguerra e venivano votati, fino a quando li fecero votare, da tante persone oneste e per bene. Poi si sono visti i risultati. Ma senza andare così indietro nel tempo basta vedere le vicende di diversi movimenti populisti affermatisi nei paesi dell'ex Est Europa, la loro genesi, le politiche portate avanti, le loro vittorie e, per fortuna, le loro sconfitte e, in alcuni casi, la loro uscita di scena.
Viene da ripensare alla famosa didascalia di un'acquaforte di Goya “Il sonno della ragione genera mostri”.

Gran ballo sul Titanic di Francesco Piobbichi, Controlacrisi.org




Re Giorgio Napolitano ha vinto per la seconda volta la sfida con Bersani - che resta congelato-  e commissaria nuovamente il PD. Il Presidente della Repubblica vinse per la prima volta circa 14 mesi fa, costruendo le premesse per il Governo Monti dopo la caduta di Berlusconi. Una mossa che evitò al Paese le elezioni che tutti avrebbero voluto e che consegnò l'Italia su un piatto d'argento ai poteri forti di Berlino. Dopo 14 mesi, passate le elezioni, siamo tornati ai nastri di partenza, il Paese però non è più lo stesso. Chi pensava di poter forzare la mano di Napolitano proponendo "Bersani o morte" si ritrova spiazziato. Dentro il PD del resto in molti si stanno leccando i baffi e non vedono l'ora di cucinare Bersani non appena questo verrà tirato fuori dal congelatore. 'Repubblica.it' in queste ore già mette Renzi come unico avversario possibile per battere Berlusconi che è dato in crescita e sopra il centro sinistra. Intanto il segretario del PD, mentre sono in corso le consultazioni, se n'è andato da Roma, e se questo non è un segno di resa poco ci manca. La fronda che si sta rafforzando nel PD intanto vede di buon occhio la proposta politica di un "Governo delle larghe intese" che proprio oggi Berlusconi ha rilanciato a Napolitano. Sel non ci starebbe, ma il suo giudizio è del tutto ininfluente. Il PDL intanto sembra aver ripreso il pallino in mano, loro vorrebbero un Governo politico, anche per mettere in difficoltà il PD, altrimenti subito al voto. Un bluff perchè ben sanno che il voto subito non ci sarà, almeno nel breve periodo, dato che Re Giorgio non può sciogliere le Camere. Ciò vuol dire che per almeno qualche mese, se le cose rimnagono così, avremo il pilota automatico di Draghi. Responsabilità quindi e continuità, ma verso Berlino che aspetta di affondare il colpo se qualcuno sgarra. Moody's intanto molto probabilmente proprio oggi degraderà il nostro debito sovrano e darà maggior forza al partitone della salvezza nazionale. Finite le vacanze pasquali  probabilmente lo spread inizierà a saltellare verso l'alto. E Grillo? Il M5s proprio oggi fa sapere che scartato il nome di Bersani si può ragionare su un Governo a 5 stelle, ma nessuna fiducia ad un Governo "pseudo tecnico" o politico. Per il resto insulti ai giornalisti e proposte utili per aumentare il consenso poiché una p l'esatto contrario di quella precedente, ma cosa importa, tanto non si avrà modo di applicarle! Lo Tsunami Grillino ha rotto il bipolarismo e messo in crisi la Governance,  ma ora  rischia di essere solo in campagna elettorale permanente senza modificare nulla. Certo, non si può dare a Grillo e al M5s colpe che non ha, non sono stati certo loro a mettere il Paese in queste condizioni. Altrettanto verò però è che in queste settimane hanno scelto di consegnare cinicamente l'Italia ad altri mesi di austerity senza provare a forzare la situazione rispetto ai trattati internazionali come il Fiscal Compact, un  tema questo completamente oscurato dal dibattito politico in parlamento. Senza far saltare questo patto il nostro paese è condannato alla miseria, ed è bene che la parte più attenta del M5s cominci a balbettare qualcosa al riguardo. Con il 25% dei consensi il M5s avrebbe potuto fare molto di più, proporre ad esempio un Governo di scopo che assumesse questo elemento come punto centrale per uscire dalla crisi. Non averlo fatto è un grave errore.  Ora tutto torna come prima, centrato in pieno l'iceberg della crisi  l'orchestra del Titanic Italia continua a suonare il walzer, ed in parlamento si balla come se nulla stesse accadendo.

“Stop Coisp”. Una folla solidale abbraccia Patrizia di Luca Fiore


Migliaia di persone sono scese in piazza ieri pomeriggio a Ferrara nello stesso luogo dove è andata in scena la provocazione del sindacato di polizia che sostiene i quattro poliziotti condannati – a pene lievi – per l’omicidio di Federico Aldrovandi.
Ieri pomeriggio Ferrara si é finalmente ripresa la sua piazza. Piazza Savonarola, la stessa dove mercoledì una ventina di poliziotti del sindacato Coisp – accompagnati da qualche politico senza scrupoli - avevano manifestato la loro solidarietà ai quattro colleghi condannati per l’omicidio di FedericoAldrovandi. Una provocazione che ha suscitato una ridda di polemiche e che ha portato all’immediata convocazione di quello che doveva essere un sit in e che invece è diventato una enorme dimostrazione di affetto, solidarietà e rabbia nei confronti dell’impunità che copre, da sempre, le violenze di cui si rendono protagonisti uomini e donne in divisa.

Ieri sera sono arrivati in 4 mila ad abbracciare Patrizia Moretti. Da Ferrara e dal resto dell’Emilia, ma anche da tutte le regioni limitrofe. A gridare, come ha fatto Lino Aldrovandi, il papà del ragazzo pestato a morte quel 25 settembre del 2005, che quei ''signori tra poco torneranno liberi, però quella divisa va tolta''. Una richiesta, quella della destituzione dei quattro agenti condannati per l'omicidio del figlio, che ha fatto scattare un applauso delle migliaia di presenti ma che difficilmente sarà accolta dagli apparati dello stato. Proprio ieri infatti si è appreso che la commissione disciplinare del Dipartimento della Pubblica Sicurezza ha concluso a gennaio il procedimento aperto nei confronti dei 4 poliziotti, con un provvedimento di sospensione di soli 6 mesi. Sospensione che, stando a fonti qualificate, dovrebbe scattare non appena i poliziotti avranno scontato i residui 6 mesi di condanna, dunque a giugno. Ciò vuol dire che agenti che hanno ucciso Federico e che hanno depistato le indagini potrebbero tornare in servizio già all'inizio del prossimo anno, nel 2014. ''La Cancellieri ha detto che con un omicidio colposo non é consentito il licenziamento, ma che sarà valutato il disonore della divisa'', ha spiegato al megafono LinoAldrovandi. ''Io quella divisa la amo... e ve lo dico, può succedere l'irreparabile, si può sbagliare - ha aggiunto - Ma dalla divisa deve uscire l'Uomo, deve chiedere scusa e dire ho sbagliato''. Invece, ha aggiunto Lino, alla famigliaAldrovandié toccato ''uno sforzo così per arrivare alla verità''. Anni di lotta. E poi mercoledì il presidio-provocazione, sotto le finestre del Comune dove lavora la mamma della vittima. ''E quel voltarci le spalle quando é stata mostrata la foto di Federico''.
stopthecoisp1Patrizia Moretti é stata ancora più dura nei confronti del Coisp, sindacato che negli ultimi mesi non ha mai smesso di perseguitare lei e di infangare la memoria e la verità. ''Il loro modo di approfittare del nostro dolore é il culmine della disumanità, ma in questo modo hanno reso palesi a tutti quanto sia difficile per le famiglie lottare per avere giustizia quando dall'altra parte ci sono le forze dell'ordine''. Al suo fianco c'erano Ilaria Cucchi, Domenica Ferrulli, Lucia Uva, parenti di altre vittime di ‘malapolizia’.
Ora, hanno ribadito i familiari di FedericoAldrovandi, una risposta se la aspettano dalle istituzioni, dall'ispezione mandata in questura dal ministro Cancellieri. ''Spero che si capisca come mai questo dolore ha continuato a pioverci addosso per otto anni e in tutto quest'ultimo mese'', ha detto Patrizia Moretti. Da più parti in piazza é stato chiesto come sia stato possibile autorizzare un presidio come quello del Coisp sotto l'ufficio dove lavora Patrizia Moretti. Nei giorni scorsi, la donna aveva spiegato di essersi sentita ''perseguitata'' dalle iniziative del ‘sindacato’. ''Queste persone sanno fare molto male e vorrei che le istituzioni lo impediscano. Vengo dall'ufficio del Prefetto, mi ha ribadito la sua vicinanza, collaborazione e protezione''.

Capitalismo come religione di Giorgio Fontana, Minima&moralia

Leggere Capitalismo come religione di Walter Benjamin (appena edito da il Melangolo) può sembrare soltanto un esercizio di memoralistica, o un vuoto sforzo intellettuale. Il capitalismo del 1921 – l’anno in cui il filosofo tedesco quando prese questi appunti – era molto diverso da quello contemporaneo: ancora non aveva subito l’onda della grande crisi, e soprattutto non era passato attraverso le successive, numerose metamorfosi. Cosa possono insegnarci quattro pagine scarne di novant’anni fa sul momento storico che stiamo vivendo?
Certo, il modo migliore per leggere questo frammento è quello di prenderlo con tutte le cautele del caso. La prosa di Benjamin è incisiva e oscura insieme – un’ottima scusa per lasciarsi prendere dall’entusiasmo e vedere in essa l’interpretazione compiuta di un genio, o una lezione da applicare tout court. Ciò detto, Capitalismo come religione ha comunque una sua attualità straordinaria – forse proprio per il suo messianismo così distante dall’urgenza con cui si vuole e si dovrebbe pensare il mondo contemporaneo: in termini sociali ancora prima che economici, ma di certo senza alcuna presunzione metafisica.
Eppure, è proprio questo capitalismo tardo, sopravvissuto alle guerre e ai movimenti, passato attraverso il filtro della società dello spettacolo e reincarnato in chiave informazionale, a porci la domanda: com’è possibile? Come ha fatto a sopravvivere attraverso queste mutazioni?
Come ha fatto a essere l’unico meccanismo completamente globalizzato, a divorare dall’interno anche le ultime sacche di resistenza? Tale estensione di dominio merita un’analisi non solo genealogica o puramente pratica: ed è qui che la chiave di lettura di Benjamin torna a essere uno strumento vivo: perché si interroga sul senso profondo (e il destino stesso) di tale sistema.
Il punto di partenza del filosofo è che il capitalismo è “un fenomeno essenzialmente religioso”. Si tratta di un’ipotesi che non viene argomentata, e che anzi Benjamin rifiuta di provare per evitare di cadere in una “smisurata polemica universale” – augurandosi che in futuro “ne avremo una visione d’insieme”. (L’abbiamo ora? Non credo).
La supposta religiosità del capitalismo – con cui Benjamin supera d’un colpo le analisi di Weber del fenomeno come solo legato allo sviluppo religioso del calvinismo – si produce lungo quattro linee fondamentali:
1. Il capitalismo è una religione totalmente cultuale. Non c’è dogmatica e non c’è teologia: ogni sua manifestazione si riduce all’esecuzione di un culto (ovvero di una serie di azioni simboliche).
2. Il rito del capitalismo è senza termine. Non esiste riposo perché non esiste separazione fra la sfera religiosa e quella laica: non c’è giorno feriale, nel calendario capitalista.
3. Tale culto non offre redenzione (e nemmeno consolazione): si avvita semplicemente su sé stesso producendo Schuld – una parola tedesca che significa sia “colpa” che “debito”, e sulla cui ambiguità ruota gran parte dell’analisi di Benjamin.
4. Il Dio del capitalismo è un Deus absconditus per eccellenza: siccome non c’è redenzione, la divinità è spinta eternamente lontano, eternamente al limite: la sua visione e la salvezza non sono dunque contemplate.
Il punto essenziale è il primo – ed è anche il più spaventoso. Qualsiasi religione comporta un margine di dubbio al suo interno: anche la fede più spinta si nutrirà sempre di una forma di critica e autocoscienza. Non così il capitalismo: il problema della sua coerenza, della sua giustificazione e della sua teodicea è del tutto assente: si opera secondo rito – accumulo del denaro, speculazione, sfruttamento – senza che questo rito comunichi o simboleggi altro. Il capitalismo rimanda solo a sé stesso, e il “dispiegamento di tutta la pompa sacrale” e “l’estrema tensione che abita l’adoratore” sono permanenti e non necessitano di alcun sant’Agostino o di alcun Pascal: si impongono brutalmente a chiunque. Con una torsione logica davvero senza precedenti, riesce a essere una religione del tutto immanente – fondata com’è sulla materialità – e al contempo inabissata in una trascendenza assoluta – quel Dio mai raggiungibile, che non redime nulla, che non salva nessuno. Conclusione: “la religione non è più riforma dell’essere, ma la sua rovina”.
Il problema centrale è che secondo Benjamin non si può venire a capo del problema tramite semplice abiura. Il capitalismo non si spezza con un “No” isolato: tale gesto funziona per qualsiasi altra confessione, la cui natura è strettamente individuale, ma non per esso: perché non esiste luogo al riparo da questa “malattia dello spirito”. Oltre il capitalismo l’abiuratore troverà ancora il capitalismo. (Scrive Benjamin che le “inquietudini” – questa veste esistenziale ancora prima che psicologica, così tipica della nostra epoca – nascono proprio dall’assenza di vie d’uscita reali per la comunità).
Il monachesimo “errante” che può generare l’abiura è solo la testimonianza di una disperazione, non una via d’uscita: il singolo che si rifugi in un eremo con dei compagni e viva senza mai più essere “schiavo del sistema” (quante volte abbiamo sognato un sogno simile?) non muta di una virgola il resto del cosmo capitalista.
Che fare, dunque?
Al netto delle difficoltà interpretative (il testo è breve, come detto, e per metà composto da semplici annotazioni), l’idea di Benjamin è abbastanza chiara. Per spezzare il circolo religioso – e dunque per questo assoluto e assolutizzante – occorre un rovesciamento (Umkehr) completo, che avrebbe a che vedere con un gesto autenticamente politico, autenticamente comunitario.
Come spiega bene Carlo Salzani nell’introduzione al testo, si tratta di “riuscire a pensare una politica profana e che profani la religione capitalistica”: macchiare la purezza gelida del culto del profitto e riportare il discorso su un piano interamente umano. Ma è ancora un pensiero possibile, oggi? Non rischia di sembrare una favola dal sapore messianico? Tutte le cautele e i dubbi che ponevo all’inizio tornano di colpo. Il sistema capitalistico, oggi, è tanto più mostruoso perché allarga sempre di più la faglia di diseguaglianza fra chi possiede, decide, specula, e chi invece viene spogliato di qualsiasi dignità e diritto. Il rispetto formale, sempre più annunciato e perseguito, è la marionetta agitata dalla mancanza di un pensiero (prima ancora che una politica fattiva) di uguaglianza sociale. Tutto questo non è una novità, così come non è una novità la fallacia di tutte le forme di resistenza classiche al capitalismo.
Ma allora forse hanno senso delle nuove possibilità, meno radicali, di resistenza? Avrebbe senso lo svuotamento del capitalismo dall’interno, una sua erosione lenta e basata su pratiche di condivisione comunitaria locale? Si può ridare linfa quantomeno al bisogno disperato ed eterno di Umkehr che ogni operaio e operatore di call center sottopagato e finta partita IVA e bracciante sfruttato miseramente, senza illuderlo con paroloni e manifesti vuoti?
Chissà. Ma se anche il “rovesciamento” ipotizzato da Benjamin – con quel suo sapore tipicamente messianico, quasi fosse la buona novella che pone fine a una falsa religione – fosse impossibile a tutti i livelli, resta preziosa l’intuizione di fondo del filosofo, e il metodo che ci consegna: non smettere di interrogarsi con ogni forza sul capitalismo, e non limitarsi a considerarlo solo come un sistema politico, economico e sociale – bensì anche come una forma di fede monolitica e priva di dubbi. Con tutta la cecità e la perversione che una simile fede può portare.