domenica 2 marzo 2014

Russia-Ucraina: effetto Urss di Giampiero Gramaglia, Il Fatto Quotidiano



Guai a chi tocca la cortina! Arretrato rispetto ai tempi non lontani della Guerra fredda, il cordone di protezione intorno alla Madre Russia non è più di ferro, ma resta un confine d’influenza per Mosca invalicabile: Bielorussia, Ucraina, Moldavia, Georgia. E che la Russia faccia sul serio, quando qualcuno non rispetta le convenzioni della geopolitica, lo dimostra la guerra di Georgia del 2008: i territori russofoni sottratti a Tblisi con le armi, non le sono stati restituiti.
Ora, la decisione di Putin di chiedere alla Duma l’autorizzazione all’invio di truppe in Crimea sorprende chi dimentica che, nel 2002, il presidente George W. Bush si fece autorizzare dal Congresso Usa l’attacco all’Iraq; e che, soltanto sei mesi fa Obama voleva sollecitare al Congresso il via libera per l’intervento in Siria (e lì fu la Russia a fornirgli una via d’uscita). Il fatto che Washington e Mosca abbiano, nel loro dna di superpotenze, l’uso della forza non lo giustifica di certo.
Ma l’accento non va ora posto sulla sorpresa, che non può esserci, né sull’indignazione, che è ipocrita, ma piuttosto sugli strumenti per evitare un conflitto in Europa: di morire per Kiev, non ha voglia nessuno; ma morire a Kiev si può e s’è appena visto. Il mantra dell’integrità territoriale dell’Ucraina, cui per ora s’attengono Ue e Usa, Nato e Onu, non è assoluto. Il totem della scelta europea dell’Ucraina è un falso idolo. Che la Crimea decida con chi vuole stare, Kiev o Mosca o per conto suo. Senza tornare alle tragedie della ex Jugoslavia, dove il diritto all’autodeterminazione valeva per tutti, meno che per i serbi fuori dai confini della Serbia.

Ucraina, cosa è rimasto dell’Europa Di ilsimplicissimus

images (10)Improvvisamente si sono alzati venti di tempesta, folate gelide di guerra: la vicenda Ucraina, come si poteva facilmente immaginare, è stata una miccia irresponsabilmente accesa e non si sa in che modo si riuscirà a spegnerla prima che arrivi alle polveri. Ma non solo: è stato il fallimento universale di una democrazia che via via sta diventando solo formale e resa subalterna agli interessi dei padroni del denaro. La figura peggiore non la fa certo la Russia nonostante il regime autocratico di Putin, ma proprio gli Usa e l’Europa che hanno appoggiato se non preparato (leggi qui) un colpo di stato contro un governo regolarmente eletto due anni prima, affidando la realizzazione del piano a corpi paramilitari di estrema destra, armati e riforniti. Anche ipotizzando una spontaneità della rivolta armata di qualche migliaio di persone e l’appoggio di circa un trenta per cento dell’opinione pubblica, è fin troppo evidente che l’operazione è riuscita solo grazie al supporto senza condizioni fornito da un Obama farneticante che incitava alla secessione ucraina e dalla Ue che addirittura si è spinta a promuovere sanzioni al governo in carica. Mettendo da parte proprio tutti gli strumenti democratici che era possibile mettere in campo.
Non credo che si arriverà a uno scontro militare, ma è del tutto evidente che la Ue, priva da sempre di una politica estera e persino di un commissario agli esteri se non vogliamo considerare tale la inesistente e stuporosa Ashton, è stata trascinata dentro una contrapposizione geopolitica alla Russia di cui ogni singolo Paese europeo pagherà in modo peculiare conseguenze in termini di rifornimento energetico, di joint ventures e di export per parlare solo di temi economici. E qui sorge il problema: chi, con quale autorità, con quale consenso, con quale mandato, con quale rappresentanza, con quale maggioranza parlamentare ha deciso di esporre il l’intero continente a un conflitto geopolitico di questo tipo? Un problema capitale che i media fanno finta di ignorare.
La risposta pragmatica è fin troppo ovvia: la Germania, in prima fila nell’appoggio al un golpe affidato alle bande neonaziste e ormai scatenata nel suo espansionismo economico che in questo caso è andato a braccetto con la strategia americana di accerchiamento militare della Russia. Non a caso è proprio il socialdemocratico Schulz che apre ai colloqui con i gruppi neonazisti  e straparla di autodeterminazione dei popoli, pur sapendo benissimo che non solo la repubblica autonoma di Crimea ma molta parte dell’Ucraina orientale non ne vuol sapere di un Paese trascinato a forza nel campo antirusso. Ma dal punto di vista della sbandierata democrazia europea l’avventura di appoggiare un vero e proprio colpo di stato basandosi solo sull’interruzione, peraltro temporanea, dei colloqui preliminari per un’associazione dell’Ucraina alla Ue, voluta dal governo regolarmente in carica, costituisce un salto di qualità estraneo a tutti i trattati e anche alla struttura di governance della Ue. Qui non si tratta di determinare la lunghezza del salmone commerciabile  e abbiamo la dimostrazione palmare di cosa significhi “più Europa” che è il vacuo refrain delle socialdemocrazie continentali e anche dell’ipocrisia o cecità dell’ “un’altra Europa è possibile” senza però prevedere dei passi indietro rispetto alla dittatura economica che poi sfocia in questi eventi totalmente al di fuori del controllo dei cittadini europei e anche dei singoli Paesi. La vicenda Ucraina ci insegna che si è andati troppo avanti nella deformazione dell’idea stessa di Europa per pensare di cambiare le cose senza uno choc e una messa in questione di tutto il meccanismo geneticamente mutato a cominciare dalla moneta unica per finire al trattato di Lisbona.
E del resto questo non vale solo per le questioni esterne: le stesse stigmate si avvertono chiaramente in Grecia e in Spagna dove, esattamente al contrario dell’Ucraina, le manifestazioni contro i massacri sociali sono soffocate con gli stessi metodi usati dai colonnelli o da Franco. Qualcosa che sta arrivando anche da noi con la criminalizzazione giudiziaria del dissenso, vedi no Tav o no Muos, e che rende non solo strumentale e ipocrita, ma anche volgare e sfacciato il lamento per l’Ucraina alla quale peraltro, dopo aver fatto la frittata, si negano gli aiuti fatti balenare durante i giorni di piazza Maidan. Questo si che dovrebbe essere tema per la sinistra che tuttavia agonizza tra balbettii e silenzi. La verità è che “un’altra sinistra è possibile”. Anzi necessaria.

sabato 1 marzo 2014

Il virus dell’individualismo —Alberto Giovanni Biuso, Il Manifesto

Saggi. «La cultura dell’egoismo» di Cornelius Castoriadis e Christopher Lasch per Elèuthera. Il dialogo tra i due filosofi sulle ragioni della sconfitta della sinistra avvenuto negli anni Ottanta mantiene una sorprendente attualità
Il 4 e il 27 marzo del 1986 la tele­vi­sione bri­tan­nica Chan­nel 4 mandò in onda una con­ver­sa­zione tra Cor­ne­lius Casto­ria­dis e Chri­sto­pher Lasch, mode­rata da Michael Igna­tieff. Sono tra­scorsi 28 anni e l’analisi delle ragioni pro­fonde della crisi della sini­stra in Europa è ancora attuale. E que­sto non è un buon segno. I due stu­diosi con­cor­dano, infatti, nell’individuare un ele­mento di tale crisi che da allora si è dispie­gato sino a non essere più nep­pure avver­tito. Si tratta dell’individualismo libe­rale che ha con­ta­giato la cul­tura di sini­stra sino a tra­sfor­marla alla radice.
Casto­ria­dis e Lasch par­tono dalla con­sa­pe­vo­lezza ari­sto­te­lica che «quel che noi chia­miamo indi­vi­duo è in un certo senso una costru­zione sociale» (La cul­tura dell’egoismo. L’anima umana sotto il capi­ta­li­smo, post­fa­zione di Jean-Claude Michéa, elèu­thera, pp. 68, euro 8), che «nella società attuale non stiamo più pro­du­cendo indi­vi­dui capaci di incar­nare la visione ari­sto­te­lica. […]Abbiamo perso quell’ideale?». Sì, la sini­stra lo ha perso, sosti­tuendo la lotta di classe con una ideo­lo­gia dei diritti umani di evi­dente impronta libe­rale, non certo mar­xiana. Invece che affian­carsi alla lotta di classe, la lotta con­tro le discri­mi­na­zioni ha sosti­tuito la lotta di classe, segnando in que­sto modo la fine della sinistra.
I dispo­si­tivi con­cet­tuali di que­sta auto­dis­so­lu­zione sono con­si­stiti nella nega­zione delle inva­rianti antro­po­lo­gi­che, nella rinun­cia a ogni iden­tità col­let­tiva a favore dei diritti del sin­golo, nell’illusione della cre­scita illi­mi­tata, alla quale sono legati quelli dello «svi­luppo soste­ni­bile» e dell’equa distri­bu­zione dei pro­fitti del capi­tale. Si esprime qui una certa iro­nia verso coloro che al mate­ria­li­smo delle iden­tità cor­po­ree pre­fe­ri­scono quella che Michéa defi­ni­sce «l’ideologia neo­spi­ri­tua­li­sta». Di sini­stra sarebbe piut­to­sto «il rifiuto della ridu­zione degli esseri umani allo sta­tuto di ’atomi iso­lati privi di con­sa­pe­vo­lezza gene­rale’ (Engels)». La sini­stra del XXI secolo ha dun­que rinun­ciato alla cri­tica nei con­fronti di un mondo domi­nato dall’iperindividualismo e ha accet­tato come ine­vi­ta­bile e ricca di oppor­tu­nità «una ’società dei con­sumi’ basata sul cre­dito, sull’obsolescenza pro­gram­mata e sulla pro­pa­ganda pubblicitaria».
È sulla base di tale con­sa­pe­vo­lezza che Casto­ria­dis e Lasch «erano giunti ad avere lo stesso sguardo disin­can­tato sulla tri­ste evo­lu­zione delle moderne sini­stre occi­den­tali e su quello che fin dal 1967 Guy Debord defi­niva ’le false lotte spet­ta­co­lari delle forme rivali del potere sepa­rato’». Un disin­canto che li induce ad affer­mare che ormai «da lungo tempo il diva­rio destra-sinistra, in Fran­cia come nel resto del mondo, non cor­ri­sponde più ai pro­blemi del nostro tempo, né riflette scelte poli­ti­che radi­cal­mente oppo­ste». Ma per entrambi la pos­si­bi­lità della libertà nell’eguaglianza è sem­pre aperta. Casto­ria­dis, in par­ti­co­lare, insi­ste sulla natura «tra­gica» della libertà poi­ché essa non pos­siede limiti esterni sui quali fare affi­da­mento ed è fon­data invece sulla pra­tica dell’autonomia, il cui modello riman­gono per lui sem­pre i Greci. Nelle loro tra­ge­die, infatti, «l’eroe muore a causa della sua hybris, della sua super­bia, per­ché tra­sgre­di­sce in un con­te­sto dove non esi­stono limiti pre­de­fi­niti. Que­sta è la nostra con­di­zione». La nega­zione del limite sta a fon­da­mento della pre­sunta razio­na­lità libe­rale, il cui prin­ci­pio di cre­scita inde­fi­nita con­tra­sta con la realtà dei limiti del pia­neta, il cui prin­ci­pio di oppor­tu­nità per tutti con­fligge con la realtà del pro­fitto che mol­ti­plica sol­tanto se stesso.
Que­sto libro non si limita a una cri­tica argo­men­tata e con­vin­cente dell’individualismo di sini­stra. Pro­pone alter­na­tive pra­ti­ca­bili, fon­date sul fatto che tra­di­zione e muta­mento devono essere viste e vis­sute in una logica non oppo­si­tiva ma inclu­siva. Un pro­gramma poli­tico di sini­stra deve «defi­nire le isti­tu­zioni con­crete gra­zie alle quali una ’società libera, egua­li­ta­ria e decente’ (George Orwell) possa con­fe­rire tutto il pro­prio senso a que­sta dia­let­tica crea­trice tra il par­ti­co­lare e l’universale. (…) Ecco dove sta tutta la dif­fe­renza fra una lotta poli­tica che, sulla scorta di quella degli anar­chici, dei socia­li­sti e dei popu­li­sti del XIX secolo, mirava innan­zi­tutto a offrire agli indi­vi­dui e ai popoli i mezzi per acce­dere a una vita real­mente auto­noma e un pro­cesso sto­rico di per­pe­tua fuga in avanti (sotto il tri­plice pun­golo del mer­cato ‘auto­re­go­lato’, del diritto astratto e della cul­tura main­stream) che quasi più nes­suno, quanto meno tra le file delle nostre sfa­vil­lanti élite, si cura di padro­neg­giare a fondo e che potrà sola­mente con­durre (ancor­ché san­ti­fi­cato con il nome di Pro­gresso) a una defi­ni­tiva ato­miz­za­zione della spe­cie umana». Non si può dire che non fos­simo stati avvertiti.

Oltre Renzi e il Pd


Oltre Renzi e il Pd


di Piero Bevilacqua – il manifesto
Ammet­tiamo pure che Renzi rie­sca, come ormai si dice, quasi fosse un biscaz­ziere che tenta la for­tuna. Un lin­guag­gio, appli­cato a un pre­si­dente del Con­si­glio e rela­tivo alle sorti di un grande paese, che segnala il punto ultimo di bana­liz­za­zione e sca­di­mento cui è giunta la vita poli­tica nazio­nale. Ammet­tia­molo, ipo­tiz­zando che il suc­cesso possa venire da qual­che riforma isti­tu­zio­nale riu­scita, da qual­che rat­toppo legi­sla­tivo e da altri risul­tati par­ziali sfrut­ta­bili sul piano della pro­pa­ganda media­tica. Que­sto è il mas­simo che un osser­va­tore otti­mi­stico può con­ce­dere alla pro­pria imma­gi­na­zione fidu­ciosa. Assai più pro­ba­bile è che il governo Renzi costi­tui­sca una replica, certo più vivace sotto il pro­filo comu­ni­ca­tivo, del governo Letta. Ci sono infatti tutte le con­di­zioni per­ché la situa­zione eco­no­mica di una parte cre­scente della popo­la­zione tendi a peg­gio­rare, la disoc­cu­pa­zione rimanga inscal­fita almeno per tutto il 2014 (pre­vi­sioni della Banca d’Italia) e le poli­ti­che di rigore dell’Ue riman­gano entro i vin­coli dog­ma­tici che hanno gene­rato la bufera della defla­zione euro­pea. Quelle poli­ti­che che Renzi non si sogna nep­pure di con­te­stare. Come già con i pre­ce­denti governi, di cen­tro­de­stra e di lar­ghe intese, in que­sti anni di tra­collo dell’economia, il volto della poli­tica con­ti­nua a mostrarsi feroce nei con­fronti delle popo­la­zioni e mite nei riguardi delle imprese e del potere finan­zia­rio. Forte con i deboli e debole con i forti come qual­cuno ebbe a dire in un tempo ormai remoto.
Ma, qua­lun­que sia lo sce­na­rio del Paese nei pros­simi due-tre anni, una cosa appare ormai certa e pre­ve­di­bile nel sue pros­sime evo­lu­zioni. Il Pd non sarà più un par­tito di cen­tro­si­ni­stra, tanto meno di sini­stra, quale mai è stato. Sarà sem­pre più quello che in parte è già oggi, come osser­vato da tanti com­men­ta­tori: un par­tito per­so­nale, anzi nep­pure un par­tito (la liqui­da­zione di que­sto ter­mine infa­mante è stata annun­ciata), ma una agen­zia di mar­ke­ting elet­to­rale, nuova fiam­mante come una Fer­rari uscita di fab­brica. E che que­sto stia acca­dendo e acca­drà a pre­scin­dere dalle dichia­rate inten­zioni di Renzi e del suo gruppo lo dicono i fatti osser­vati. Non c’è solo da pren­dere atto che Renzi, for­mando un nuovo governo senza pas­sare per le urne, replica e ampli­fica il tra­di­mento nei con­fronti degli elet­tori del Pd, già con­su­mato da Letta. Non rea­lizza sol­tanto le lar­ghe intese, per limi­tati e tran­si­tori atti di governo, ma mette in piedi un ese­cu­tivo di legi­sla­tura, esten­dendo a Ber­lu­sconi la pre­senza sostan­ziale in un dise­gno di riforma costi­tu­zio­nale. Gli elet­tori del Pd ne saranno edi­fi­cati. Ma, si ricor­derà, den­tro quel par­tito, prima dell’avvento di Renzi, 101 par­la­men­tari hanno tra­dito il loro impe­gno, non votando Prodi alla pre­si­denza della Repub­blica, inflig­gendo un vul­nus incac­cel­la­bile all’ onore di quel orga­ni­smo. Ora Renzi, che aveva ras­si­cu­rato sino a pochi giorni prima il suo com­pa­gno Letta, lo cac­cia via senza una qual­che plau­si­bile ragione che non sia di pura forza.
Dun­que, che mes­sag­gio lan­cia a tutti i suoi com­pa­gni? Che cosa resta, den­tro il Pd di quella spe­ciale stoffa che tesse i rap­porti umani, un tempo defi­nita morale? Se il par­tito non è di sini­stra, per­ché non per­se­gue ideali di ugua­glianza, non si schiera dalla parte dei lavo­ra­tori – gli uomini e le donne che fati­cano dalla mat­tina alla sera per miseri salari, gene­rando la ric­chezza di que­sto Paese — quale col­lante lo tiene insieme? Che cosa se non l’interesse dei sin­goli per fina­lità di car­riera per­so­nale ani­merà il col­let­tivo? Ed è facile imma­gi­nare, anche per­ché è già in atto, quale logica dar­wi­niana ispi­rerà la sele­zione dei gruppi diri­genti nella peri­fe­ria del par­tito, che evi­den­te­mente pre­mierà i carat­teri gene­ti­ca­mente domi­nanti della spre­giu­di­ca­tezza, della capa­cità di mano­vra e di con­qui­sta. Ricordo som­mes­sa­mente che cono­sciamo già i tratti tra­gici di que­sta vicenda. Essa ha già per­corso la sto­ria nazio­nale, lascian­doci in ere­dità magni­fi­che rovine. Bet­tino Craxi fece qual­cosa di simile con il Psi. E la distru­zione di quel par­tito — dive­nuto ben pre­sto il bastone del Capo – così come il danno incal­co­la­bile alla sini­stra e al Paese, fu tanto più facile e pos­si­bile quanto il ten­ta­tivo venne pre­miato dal suc­cesso per­so­nale e dai risul­tati poli­tici ini­ziali. Tanto la riu­scita che l’insuccesso di Renzi apre ugual­mente sce­nari inquie­tanti e inde­si­de­ra­bili, quanto meno per la sini­stra ita­liana. Schie­ra­mento poli­tico la cui sorte a me non appare sepa­ra­bile da quella del Paese.
Ma tanto l’uno che l’altro esito non inter­ro­gano anche noi? Noi sini­stra radi­cale, costel­la­zione divisa e dispersa di movi­menti, gruppi, pic­coli par­titi, per­so­na­lità? Noi che da almeno un decen­nio con­du­ciamo lotte, vin­ciamo refe­ren­dum di por­tata sto­rica, eleg­giamo qual­che sin­daco signi­fi­ca­tivo, pro­du­ciamo idee e cul­tura poli­tica nuova, espri­miamo figure intel­let­tuali di pri­mis­simo piano, diamo un con­tri­buto di prim’ordine all’analisi del capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo, ma non riu­sciamo a orga­niz­zare que­sta fram­men­tata ric­chezza in un orga­ni­smo poli­tico comun­que deno­mi­nato?
In que­sto momento que­sta vasta area sta com­piendo un pic­colo mira­colo. Sta por­tando in porto la can­di­da­tura di Ale­xis Tsi­pras alla Com­mis­sione euro­pea e sele­zio­nando la lista dei can­di­dati che dovranno accom­pa­gnarlo nella com­pe­ti­zione del pros­simo mag­gio. L’idea di un comi­tato pro­mo­tore che diventa comi­tato di garanti, per la felice ini­zia­tiva di Bar­bara Spi­nelli, sta fun­zio­nando, anche se biso­gnerà met­tere nel conto qual­che errore e qual­che sba­va­tura per i tempi stret­tis­simi entro cui esso è costretto a ope­rare. Ma que­sta breve espe­rienza ci dice alcune cose su cui occor­rerà riflet­tere, da cui par­tire per ten­tare il grande mare di un pos­si­bile pro­getto poli­tico. Intanto occorre com­pia­cersi di un dato non scon­tato in par­tenza: il fatto che l’autorevolezza dei mem­bri che com­pon­gono il comi­tato non sia stata messo in discus­sione. Nes­suno ne ha con­te­stato la legit­ti­mità. È un suc­cesso impor­tante, un prin­ci­pio d’autorità neces­sa­rio. È la con­ferma di un fatto noto: esi­ste nell’area della sini­stra un folto gruppo di per­so­na­lità di larga popo­la­rità e spesso di indi­scussa auto­re­vo­lezza. È un patri­mo­nio pre­zioso, un punto di par­tenza rile­vante. Ebbene, lo usiamo solo per rispon­dere all’iniziativa dell’avversario, per difen­dere la Costi­tu­zione – come è acca­duto, certo con suc­cesso – per l’esperienza della Via mae­stra di Rodotà e Lan­dini? E poi ripo­niamo la spada nel fodero e tutti a casa? Lo met­tiamo in campo solo per sele­zio­nare e fre­nare la rissa dei can­di­dati in occa­sione delle com­pe­ti­zioni elet­to­rali? E sta­remo nei pros­simi mesi, una volta con­clu­sasi la cam­pa­gna elet­to­rale euro­pea, a osser­vare i segni di cedi­mento den­tro il Pd, ad atten­dere qual­che pro­ba­bile scis­sione den­tro quell’organismo?Non dob­biamo cam­biare pro­spet­tiva?
Io credo che oggi dovremmo pun­tare a una più grande e urgente ambi­zione: creare un grande tavolo di discus­sione, di con­fronto, di ricerca tra tutte le forze in campo. Una sorta di Costi­tuente della sini­stra dove si con­fron­tino idee, posi­zioni, pro­po­ste, senza avere sul capo l’urgenza defor­mante di una cam­pa­gna elet­to­rale alle porte. So bene quanto sia dif­fi­cile la riu­scita di un simile labo­ra­to­rio, che dovrebbe pun­tare alla crea­zione di una forma poli­tica nuova, una fede­ra­zione di forze tenuta insieme da vin­coli e regole severe e ben defi­nite. So bene quanta ris­so­sità, set­ta­ri­smo, super­fi­cia­lità, alberga tra le nostre file. Ma se non si tenta adesso una tale strada, in pre­senza di una delle più grandi crisi della nostra sto­ria, con fon­da­menti della nazione in pezzi (la scuola, l’Università, la pic­cola indu­stria, la giu­sti­zia ammi­ni­stra­tiva, la lega­lità repub­bli­cana, il ter­ri­to­rio), quando mai si ten­terà la prov­vida avven­tura? Lasce­remo a Grillo, oppo­si­zione urlante e poli­ti­ca­mente inetta il com­pito di rac­co­gliere il grido di dolore di milioni di ita­liani? E non dob­biamo pen­sare che quando giun­gerà il momento delle ele­zioni nazio­nali – se que­sto governo dovesse durare – c’è il rischio che il Paese sia ricon­se­gnato alle destre o sia reso ingovernabile?

Bobbio, Renzi e il cinematografo Di ilsimplicissimus


cult_4495391_57180Tra le stilettate inferte al comune senso del pudore politico  c’è anche quella di vedere che topogigio Renzi fa prendere la penna a qualche suo ghost writer (probabilmente Baricco, il birignao vivente del salottismo parassita) per annunciare la buona novella che il Pd non è più di sinistra. Lo fa astutamente e con la complicità del giornalaio amico, sulla nuova edizione di Destra e Sinistra di Norberto Bobbio che purtroppo è un testo abbastanza vecchio da non essere ancora a fumetti e nemmeno è la base di un format. La ragione sta nel fatto che l’autore sconosciuto delle parole firmate da Renzi può nascondere dietro un preteso “anticomunismo” di Bobbio l’abiura della parola sinistra.
Inutile dire che la cosa era già visibile da anni e che solo l’antiberlusconismo di facciata aveva nascosto l’evidenza di un Pd convertito al liberismo, tanto che la sua stessa nascita aveva lo scopo di concretizzare la lunga conversione covata prima nel Pds e poi  nei Ds . Inutile sottolineare che la posizione di Bobbio è assai più complessa e che in ogni caso sinistra non coincide tout court con comunismo nel suo senso marxiano. Ancora più effimera è la ragione di questa operazione: dire, esattamente come Grillo, che destra e sinistra non hanno più senso, mentre la nuova bussola ha come riferimento vecchio e nuovo dentro i binari di una ormai lontanissima terza via.
Francamente è un po’ patetico che una teoria politica nasca dall’estensione universale del posticcio giovanilismo renziano, ma anche cercando di scavare dentro un discorso grossolano va notato che la posizione di Renzi,  quella di sostituire due coordinate spaziali come destra e sinistra, con un sistema temporale di vecchio e nuovo, è in realtà di matrice medioevale, opportunamente tradotta in una furbata retorica che coniuga l’idea di progresso, svuotata come una cozza di cui sono rimaste sole le valve iridescenti, applicata a una visione statica della società in cui nulla può davvero cambiare, post ideologica nel senso che esiste una sola ideologia e che perciò concepisce solamente problemi concreti, come se essi non nascessero all’interno di un sistema di metodi, processi, pensieri, prassi e potessero davvero essere risolti all’interno degli stessi. E’ chiarissima la radice reazionario – cattolica  dove la palingenesi è spostata al regno dei cieli mentre la società è quella che è, passibile non di trasformazione, ma al massimo di compassione e di buone azioni. Nel gioco del vecchio e del nuovo abbiamo fatto un salto all’indietro a prima dell’illuminismo. E del resto mentre destra e sinistra stanno per due diverse e articolate visioni della società, vecchio e nuovo sono una impostura, subiscono il tempo, piuttosto che appropriarsene e non esiste alcun motivo per cui il nuovo debba essere meglio del vecchio o viceversa, sono semplicemente posti in ordine seriale. Il nuovo in quanto nuovo non è una qualità e anzi tende a nascondere ogni degrado con la sua biacca appiccicosa, è un termine vuoto di qualsiasi dialettica.
Si vede bene come questa trovata nasca da uno degli equivoci più clamorosi che dello Zeitgeist contemporaneo che divora le menti più distratte e più superficiali: la confusione tra dinamicità e cambiamento che al contrario sono due tensioni spesso antitetiche. E anzi la sostituzione della seconda con la prima è una delle immagini -forza del capitalismo neo liberista: confondere con i fuochi artificiali,  asserire il movimento circolare che resta sempre sullo stesso punto come una giostra. La confusione investe ogni settore dai media alla tecnologia dove la reale novità si confonde con il gadgets commerciale, dalla scienza all’economia dove all’ idea imprenditoriale si sostituisce la girandola dello startappismo. Il movimento convulso e rapidissimo serve a nascondere il fatto che non c’è una direzione o uno scopo se non quello di rendere i ricchi più ricchi come appunto i principi del pensiero unico prescrivono. Se scaldiamo l’acqua in una pentola le molecole si muoveranno sempre più pazzamente da ogni parte senza però che la pentola stessa si muova. Ciò che conta è cosa vogliamo ottenere, pasta riso, bollito, brodo o qualunque altra cosa. Ma da molti anni la pentola sta bollendo senza che niente vi sia immerso ed esaurendo soltanto la riserva di acqua, cioè di pensieri e di speranze, cuocendo le pietre della disarticolazione sociale e ipnotizzando tutti con le bolle di vapore che salgono alla superficie.
Inutile stupirsi come sembra fare Rossanda che l’abiura definitiva alla sinistra in cambio di questa ideuzza da osceno fare del vecchio e nuovo, arrivi proprio quando la disoccupazione è alle stelle. Renzi è appunto la tacca superiore della manopola del gas per rendere più intenso il bollore e la relativa fascinazione.
Anche da un punto di vista della teoria dell’informazione l’espediente renziano fa riferimento a cose superate : il prima e il poi sono seriali e analogici, mentre destra e sinistra sono digitali, ad accesso diretto. E per farmi comprendere meglio è la stessa differenza che passa tra un libro che può essere aperto in qualsiasi pagina e un antico rotolo che deve essere svolto in sequenza. Ed ecco che il nuovismo visto da qualche angolazione meno scontata si rivela un vecchio arnese e alla fine solo un’ espediente esistenziale per dare movimento al nulla. O meglio alla fissità di un pensiero unico che detta il mondo e di un sistema politico che si  propone di passare da una inerzia ormai scoperta e intollerabile a quella nascosta dalla dinamicità futurista.
In una parola al cinematografo.

L’Ucraina e la sinistra belligerante Di ilsimplicissimus


Carica_di_BersaglieriUna volta lo insegnavano alle elementari: la spedizione dei bersaglieri in Crimea fu il primo atto concreto dell’unificazione della penisola, perché la partecipazione del piccolo regno di Sardegna alla conferenza di pace, permise a Cavour di mettere sul tappeto la questione italiana e la sua liberazione dal giogo straniero, come si diceva allora. Sarebbe molto singolare, uno scherzo del destino,  che il Paese perdesse del tutto la sua sovranità effettiva per partecipare a una nuova campagna di Crimea.
Il pericolo è tutt’altro che remoto perché gli eventi in Ucraina che hanno visto l’appoggio dell’Europa a un colpo di stato attuato servendosi di formazioni paramilitari di stampo nazista, scopre una nuova e inquietante dimensione della Ue, di fatto condotta dalla Germania a uno scontro con la Russia. Non è un mistero che proprio Berlino sia stato il complice più fedele degli Usa in questa operazione e che ora il presidente del Parlamento di Strasburgo, Martin Schulz, futuro candidato della Merkel alla presidenza della commissione Ue, mentre sociademocraticheggia per acchiappare citrulli in vista delle elezioni, rivela che occorre mettersi d’accordo con i nazisti ucraini riuniti sotto la sigla Svoboda, quelli che per inciso stanno dando inizio ad una nuova campagna antisemita. Comincio a pensare che dopotutto Berlusconi sia stato inconsapevolmente profetico a dargli del Kapò.
Ma quella di Schultz non è certo una voce isolata: alla conferenza per la sicurezza di Monaco svoltasi poche settimane fa sono stati i ministri tedeschi della Difesa e degli Esteri a sostenere che per diventare una potenza globale occorre utilizzare lo strumento militare, invitando ad aumentare in termini di uomini e mezzi la presenza in Africa, cominciando a mandare 250 uomini . E persino l’ex ministro degli Esteri Joska Fischer, pacifista e ambientalista, ha dichiarato in un intervista al Corriere che “la relazione con Mosca sarebbe molto più semplice se l’Unione Europea fosse più forte e assertiva. Al Cremlino si capiscono sempre meglio i rapporti di forza”.
La vicenda Ucraina insomma sembra fatta apposta per dare concretezza a queste tesi dell’Europa tedesca che passa prima per l’impoverimento e la marginalizzazione degli altri Paesi per poi andare alla ricerca del proprio lebensraum forte di un continente che segue a strascico. Una strategia che si situa nell’ambito delle dottrine Usa e che è molto utile per distrarre l’attenzione dai problemi sociali che anche in Germania non mancano di certo. Gioco elementare, tanto più che molta della sinistra cosiddetta riformista ormai completamente accecata dall’europeismo di maniera, ultimo lacerto di aspirazioni sepolte sotto la terra del pensiero unico, sembra plaudire all’esibizione di muscolarità, ancora di più degli stessi conservatori. Basti pensare al povero Hollande, socialista guerrafondaio, che grida forte nella speranza di far nascondere la propria subalternità.
Comunque sia è chiaro che ci si trova di fronte a una mutazione totale dell’idea europeista, non solo dell’idea sociale che era alla sua radice, ma anche del pacifismo nel nome del quale era nata. Qualcosa a cui bisognerebbe resistere a tutti i costi e che invece nemmeno viene preso in considerazione. Ecco perché sono molto sospettoso nei confronti di operazioni che si definiscono di sinistra, ma che ostentatamente vogliono lasciare all’avversario tutte le armi economiche per infierire sui ceti popolari e che tacciono sull’ annunciata strategia di portare il continente in una fase di scontro e di contrapposizioni geopolitiche. Il silenzio totale e imbarazzato sulla vicenda ucraina di firmatari e organizzatori della lista alla greca e del suo stesso leader Tsipras che pure aveva lanciato l’allarme sui neonazismo nel proprio Paese, è un pessimo segnale. Sembra che nulla sia accaduto, che niente si possa leggere negli scontri di Kiev. E, che dire, gli analfabeti volontari non riscuotono la mia simpatia.

Ucraina: la ‘rivoluzione’ degli oligarchi di Marco Santopadre, Contropiano.org

Ucraina: la ‘rivoluzione’ degli oligarchi
Un ritratto niente male per quella che ci è stata descritta come una povera vittima della repressione del regime ucraino. D’altronde il clan Tymoshenko possiede un’enorme fortuna. Lei stessa e molti componenti della sua famiglia possiedono enormi ville nelle zone più esclusive dell’Ucraina.
Anche i suoi alleati – e competitori – alla guida degli altri partiti dell’ex opposizione ucraina non sono da meno. Racconta il giornalista Oleg Lurie, russo ma nato a Kharkov, nell’est del paese reduce dall’ennesimo golpe, che il probabile futuro primo ministro Arseni Yatseniuk, possiede una enorme villa a due piani a Petrivtsi, con una piscina, una dependance per la sua scorta e un grande giardino.

1kIn quanto a proprietà e ricchezze anche il leader del partito nazionalista Udar, Vitali Klichkó, non scherza.
Ufficialmente l’ex campione di pugilato prestato alla politica – su input della cancelliera tedesca Angela Merkel – vive in un palazzo in stile classico costruito nel 1901 nel centro della capitale. Il suo appartamento si sviluppa su tre piani, ha sei camere da letto e quattro bagni, arredati con oggetti di lusso e costosissimi. Ma il patrimonio del signor ‘Pugno di ferro’ includono anche una enorme casa padronale a Othmarschen, vicino ad Amburgo, in Germania.
Ma che dire degli attuali padroni della politica ucraina? Chi sono i nuovi leader dell’Ucraina, coloro che avrebbero capitanato la cosiddetta rivoluzione diretta a portare il paese nell’orbita europea avvicinandolo così ai valori di libertà e democrazia che secondo gli occupanti di piazza Indipendenza albergherebbero nell’Unione Europea e nelle sue istituzioni? Chi e cosa l’EuroMaidan ha traghettato al potere?
1timoInnanzitutto Julia Tymoshenko, definita dai nostri media l’eroina, la pasionaria dell’Ucraina, celebrata e santificata in quanto, ci hanno raccontato, sarebbe stata ingiustamente incarcerata dal dittatore di Kiev (ma Yanukovich non ha vinto elezioni definite libere e corrette dagli osservatori dell’UE?) perché gli si opponeva. Una prigioniera politica, dunque? Le cose non stanno proprio così, anzi.
Sarebbe più corretto accostare la Tymoshenko, recentemente scarcerata dai golpisti e già in corsa per le presidenziali del 25 maggio, a Silvio Berlusconi che a Nelson Mandela.
A parlarci della sua carriera è un interessante libro edito lo scorso anno dalla Sandro Teti Editore - “Julija Tymošenko – La conquista dell’Ucraina” – con l’introduzione di Alessandro Politi corredata da alcune interviste realizzate a Kiev nell’estate del 2013. Vi proponiamo alcuni passaggi dell’intervista realizzata da Francesco de Palo a Sandro Teti, redattore dell’agenzia di stampa Novosti, tratta dal sito Formiche.net:
I media intenzionali si sono concentrati parecchio sulla fastosa residenza dell’ex presidente ucraino Viktor Yanukovich, diffondendo anche la bufala dei gabinetti d’oro. Certamente l’ex leader di Kiev defenestrato da una rivolta violenta sostenuta dall’Ue e dalla Nato viveva nel lusso, ed era un oligarca. 
“Perché questo è un libro-inchiesta che va oltre il cliché di Julia Tymoshenko vittima e basta?
Lo è soprattutto per quanto attiene al nostro Paese, dove c’è stata un’informazione del tutto superficiale. Julia Tymoshenko è diventata attuale in Italia nel 2004 durante il periodo della cosiddetta “rivoluzione arancione”. In quell’inverno tutte le sere in diretta televisiva i principali tg italiani le davano spazio, disponendo anche di un’immagine caratterizzata dalla tradizionale acconciatura tipica della contadina ucraina dell’ottocento. Un personaggio fotogenico che è rimasto bene impresso negli occhi degli italiani.
Quante Julia hai individuato nella sua parabola imprenditoriale e politica?
Una volta divenuta primo ministro da subito ha scontato la crisi di alleanza con il presidente Juscenko. Quando ha dovuto fronteggiare problemi di natura giudiziaria, si è parlato di lei come una perseguitata politica, come una dissidente. Non solo i cittadini che non si occupano di relazioni internazionali, ma anche molti giornalisti da me interpellati, non sapevano esattamente perché fosse stata arrestata, come si sono formate le sue immense ricchezze. (…)
Come si sviluppa nel tempo il rapporto tra Julia e Juščenko?
Si conoscono da moltissimi anni, fin da quando lei divenne deputato. In seguito il sodalizio si è creato alla vigilia delle elezioni, quando Kuchma, il presidente che ha guidato per lunghi anni l’Ucraina, ha passato la mano. Loro, mettendosi alla testa della cosiddetta rivoluzione arancione, hanno tentato di vincere su Janukovich. Quest’ultimo era giunto primo con un margine molto risicato, ma poi si è verificato una sorta di colpo di Stato. In una drammatica notte vennero occupati tutti i palazzi del potere: durante la conferenza stampa la Tymoshenko ammise che c’era stata una larghissima vittoria da parte di Juscenko e non di Janukovich. Su pressione della piazza venne indetto il terzo turno di elezioni, con annullamento delle precedenti: e vinse Julia. Ma il sodalizio più antico lo ha avuto con Pavel Lazarienko.
Un rapporto fondato anche sugli affari oltre che sulla politica?
Lazarienko è stato il primo ministro dell’Ucraina tramite cui Julia ha potuto far decollare a livelli stratosferici il proprio business del gas. Si sono alleati nel costringere a cedere, una ad una, le ultime tre imprese che trattavano il gas importato dalla Russia, e in un caso dal Turkmenistan: gestendolo in seguito in modo esclusivo e giungendo ad accumulare una fortuna di 11 miliardi di dollari. (…)
Come nasce il suo business?
Aprendo quelli che, durante il periodo sovietico, si chiamavano video saloni, ovvero sale di proiezioni con mastodontici apparecchi collegati a videoregistratori giapponesi che mandavano videocassette con immagini di bassa qualità. Ma creando una notevole affluenza per film che, fino a quel momento, in Unione Sovietica erano censurati. Lì ha costituito un buon capitale iniziale, prima di scoprire il vero business del secolo: il gas.
Un elemento decisivo nella sua parabola imprenditoriale e politica?
Quasi per caso conobbe Lazarienko, ai tempi già un politico importante, mettendosi in società con lui, oltre che divenirne amante. Il vero motore economico del Paese, l’Ucraina orientale, disponeva di grandi conglomerati industriali: i cosiddetti combinat, che avevano ancora alle proprie dipendenze alcune decine di migliaia di persone ciascuno. Erano “superenergivori”, in quanto per produrre acciaio consumavano molta energia, per cui necessitavano di parecchio gas.
Come si spiegano guadagni così ingenti?
La società di intermediazione posseduta dalla Tymoshenko aveva i contratti con società russe da cui acquistava il gas e lo rivendeva a quattro volte il prezzo originale alle suddette imprese. Queste a loro volta, non essendo in grado di pagare in denaro, ricambiavano col baratto di prodotti metallurgici. Ma i migliori, quelli per i quali vi era una forte richiesta all’estero che Julia vendeva ricevendo valuta estera che non ha mai visto la terra ucraina, perché finiva in società off shore.
Nessun combinat si è mai ribellato?
Sì. Ma in quel caso giungeva una telefonata da parte del primo ministro che senza mezzi termini “caldeggiava” l’acquisto del gas da quella data società. Contrariamente il presidente del combinat in questione sarebbe stato allontanato.
E’ vero che il potere di Yanukovich si è fondato sul sostegno di alcuni grandi oligarchi ucraini, ma che dire allora di Viktor Pinchuk e Sergey Kurchenko? Scrive Maria Grazia Bruzzone sul suo blog:
“E’ Victor Pinchuk, classe 1960, secondo più ricco in Ukraina ma “solo” 355° nella classifica mondiale Forbes 2013 con $3.8 miliardi,   businessman e filantropo, come ama qualificarsi. Ha fondato Interpipe, tubi d’acciaio per oleodotti e rotaie, e ha come clienti i giganti russi dell’energia Gazprom e Rosnef ed è stata la prima società ucraina a partecipare nel 2004 al World Economic Forum. Per vari anni, dal ’98 al 2006 – quando fonda la società di investimenti & consulenza EastOne, Pinchuk è stato anche parlamentare del partito Labour Ukraine, ma la sua fortuna economica è legata all’avvento a presidente dell’Ukraina di Leonid Kutchma (dal ’93 al 2005) di cui sposa la figlia Olena, presidente della fondazione AntiAIDS e amica, col marito, di Elton John e di Bill Clinton, che li ha persino invitati a New York alla sua festa dei 60 anni. Di amici Vip i coniugi Pinchuk ne devono avere tanti, se per il party che Victor ha dato alla stazione sciistica francese di Courchevel per il suo 50° compleanno, è arrivato a spendere $6 milioni. L’oligarca filantropo è ormai al centro di un vortice di eventi.  Nel 2006 ha creato la Fondazione che porta il suo nome e insieme all’Aspen Institute   ha dato vita a una Scuola di Economia, promuove megaconcerti  (a piazza Maidan con Elton John), mostre e premi artistici internazionali, produce e supporta nel paese il film di Spielberg Olocausto, l’anno scorso si unisce all’iniziativa filantropica di Bill Gates e Warren Buffett, aiuta la comunità israelitica. Per inciso, possiede il maggior gruppo mediatico lo StarlightMediaGroup. Dal 2004 aveva lanciato la sua iniziativa più politica, la Yalta European Strategy (YES) per promuovere l’integrazione dell’Ukraina nell’Unione Europea. Un gran successo mondano - all’annuale meeting estivo hanno partecipato fra gli altri Bill e Hillary Clinton e Tony Blair, Paul Krugman e Shimon Peres, Dominique Strauss Khan e Larry Summers: il fior fiore  Lib/Lab delle due sponde atlantiche – a cui non fa riscontro alcun progresso politico.  Forse anche per via dei problemi non da poco in cui nel frattempo si trova immersa la UE. Pinchuk è il primo oligarca a lodare apertamente i dimostranti, con un commento rilasciato al FT solo due giorni prima delle più caute parole di Akhmetov. Negli stessi giorni di dicembre il popolare canale tv Inter di proprietà di un altro oligarca, Dmitro Firtash e del capo dell’amministrazione presidenziale Sergey Lavotckin aveva a sorpresa mandato in onda i duri scontri fra polizia e manifestanti e la moglie del secondo si scagliava contro le forze di sicurezza.  Segnali di cedimenti del fronte del presidente.    
Sergey Kurchenko, noto come “media mogul” e “re del petrolio” dell’Ucraina. A soli 28 anni controlla la maggior parte dei media scritti e una grande quota del mercato petrolifero, come riferisce un informato post della tv/sito americano Cnbc. Secondo il quale Kurchenko detiene e investe denaro anche per conto di Yanukovich e della sua famiglia.   Il valore del suo “impero” ammonterebbe ad almeno $800 milioni - vedi Guardian dove un viene definito senza mezzi termini un “uomo di facciata” del clan Yanukovich, diventato “favolosamente ricco” in poco più di un anno. E pure una squadra di calcio.  “E’ un signor Nessuno” scriveva lo scorsi giugno un blog dell' Economist . Kurchenko sarebbe l’uomo della Famiglia, come viene chiamato il gruppo di ultralealisti che circondano il figlio del presidente, Oleksandr Yanucovich, Sacha per gli amici. In un paio d’anni il clan si è allargato nell’energia e nella finanza e, dopo aver comprato un grande gruppo mediatico, proprietario fra l’altro di Forbes Ukraine, avrebbe puntato a impadronirsi del gruppo mediatico del miliardario filo occidentale Pinchuk, in vista delle elezioni previste nel 2015, riferiva il settimanale britannico.    
Un blog italiano, Indro.it, va oltre proponendo un’analisi che non siamo in grado di confermare, ma ci pare interessante: l’ambizione della Famiglia, che controlla ormai finanza e sicurezza, sarebbe stata in realtà battere – sia pure pro domo sua - le resistenze riformatrici dell’apparato statale, che il governo nato nel dicembre 2012 voleva portare avanti con i suoi giovanissimi ministri, gli stessi che avevano negoziato con Banca Mondiale e WTO, messo al passo l’esecutivo e puntavano a cambiare la Costituzione ritornando a quella del ’96. Una strategia che avrebbe portato Yanucovich e il suo clan a scontrarsi proprio con gli oligarchi, di cui presidente e amici avrebbero fatto volentieri a meno. Il primo attacco sarebbe avvenuto sul terreno tributario.  Per risparmiare le tasse i grossi gruppi finanziari pare infatti esportino a prezzi  sotto costo a società offshore da loro stessi controllate, così in Ukraina denunciano perdite, mentre il guadagno lo fanno fuori con le collegate estere”.
Non dobbiamo sicuramente dimenticare un altro oligarca, Petro Poroshenko. Ex ministro degli Esteri ai tempi della rivoluzione arancione e poi dell’Economia in quello Azarov (cioè del Partito delle Regioni di Yanukovich), alleato di Yulia Tymoshenko. È stato il più esplicito nel sostenere i manifestanti: aveva chiesto la firma dei trattati pro-UE in un suo discorso in piazza Maidan, ha partecipato ai funerali delle vittime degli scontri. Ha un patrimonio che secondo varie fonti si avvicina ai 2 miliardi di dollari. E’ proprietario della multinazionale dei dolciumi Roshen e della televisione “5 Kanal” sulle cui frequenze negli ultimi mesi si è fatta una vera e propria apologia dell’Unione Europea.
Niente male per una ‘rivoluzione’ che avrebbe dovuto combattere l’autoritarismo di Yanukovich, portar fuori l’Ucraina dalla asfissiante sfera d’influenza russa e combattere lo strapotere dell’oligarchia arricchitasi negli scorsi anni grazie alle truffaldine privatizzazioni delle aziende pubbliche dell’era sovietica…

Governo, dopo tante parole arrivano le tasse. E nella forma più odiosa: esenzioni per Vaticano e multinazionali



Pontifica sul decisionismo e il giovanilismo. E intanto riempie l’Italia di altre tasse. E della forma più odiosa, con le esenzioni per i soliti “poteri forti”, in questo caso Vaticano e multinazionali. Matteo Renzi ha tenuto ieri il suo primo Consiglio dei ministri. Archiviato il Salva – Romache ha rovesciato sulla Capitale tagli e dismissioni a non finire.
La Tasi è in campo con la possibilità di alzarla fino allo 0,8 per mille da decidere comune per comune ma con l'impegno di destinarne parte alle detrazioni per le categorie a reddito piu' basso. Proroga della 'rottamazione' delle cartelle Equitalia che, scaduta oggi, potra' invece proseguire fino al 31 marzo e 'cancellazione' della WebTax introdotta di recente, ma gia' decisamente depotenziata per i dubbi subito espressi da Renzi.

Intanto, arriva anche una rassicurazione,ma niente di concreto: le coperture, anche i 10 miliardi per tagliare il cuneo, dice il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, ci sono e saranno specificate nelle prossime settimane. Dunque come noto si continua a lavorare sulle due diverse ipotesi che sono o il taglio dell'Irap, o dell'Irpef o un 'mix' tra le due misure. Ipotesi che il sindacato non vede di buon occhio, comunque.
Per gli immobili della Santa Sede riconosciuti dai Patti Lateranensi che non pagheranno la nuova Tasi, si va dalla Basilica di Santa Maria Maggiore all'Universita' Gregoriana, dal Palazzo della Cancelleria, dove ci sono gli uffici della Rota, alla Basilica di San Paolo. Fuori da Roma, esentato dalla tassa anche il Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, la residenza estiva dei Papi. Sono circa venticinque in tutto.
C'e' invece un po' di confusione su tutti gli altri immobili della chiesa, dalle parrocchie agli oratori. ''Sono esentati dal versamento della Tasi soltanto i fabbricati della Chiesa indicati nei Patti Lateranensi'', riferiva il comunicato diramato da Palazzo Chigi alla fine del Consiglio dei ministri, lasciando intendere che tutti gli altri immobili ecclesiastici, compresi quelli esclusivamente dedicati al culto, potessero essere assoggettati alla tassa. Il punto è che la Tasi è sui servizi e non sulla proprietà e quindi il regime impositivo non è lo stesso del precedente. Si tratta, infatti, di una tassa basata sui servizi erogati dal Comune, dall'illuminazione alle strade, che interessano anche luoghi non commerciali, come per esempio le parrocchie.
Diverso invece e' il caso degli immobili della Chiesa che svolgono attivita' commerciali: sono soggetti all'Imu, proprio come tutte le altre attivita' produttive. Su questi incidera' anche la nuova Tasi? Anche questo e' un nodo da sciogliere. Discorso analogo per gli immobili 'misti', in parte dedicati al culto e in parte dedicati alle attivita' commerciali. Si paga l' Imu per la quota di immobile che fa profitto. Anche in questo caso non e' chiaro se la Tasi verra' applicata o meno.
Un decreto ministeriale delle Finanze era atteso proprio nei prossimi giorni. Tutto questo, va ribadito, riguarda pero' principi di tassazione del passato, dicono fonti dell'Esecutivo, che guardavano alla proprieta'. Mentre la Tasi, spiegano le stesse fonti, riguarda servizi indivisibili.

ACT: i giovani da tutta Italia per sostenere Tsipras

ACT: i giovani da tutta Italia per sostenere Tsipras
 Il 2 marzo parte la campagna ACT – Agire Costruire Trasformare, con un’assemblea che si terrà dalle 10 presso la Città dell’Altra Economia (Largo Dino Frisullo) a Roma e che accoglierà giovani da tutta Italia per costruire un'AltraEuropa
ACT è una campagna lanciata da ragazze e ragazzi studenti, lavoratori, precari che vogliono sostenere attivamente il percorso della Lista L’Altra Europa con Tsipras per costruire tutti insieme un percorso di partecipazione collettiva vera e concreta, che sappia rendere le nuove generazioni protagoniste del cambiamento,  a partire dalla lotta alla precarietà e la disoccupazione giovanile,  promuovendo la costruzione di un nuovo welfare e la difesa del sapere libero e dei diritti per tutti. 
L'Europa è lo spazio, fisico e culturale, in cui siamo cresciuti.
ACT è la campagna della generazione che ha fatto l'Erasmus, di chi non ha bisogno di convertire mentalmente in lire i prezzi in euro, di chi si è trovato a lavorare per brevi o lunghi periodi dall'altra parte del continente, di chi, emigrando, ha fatto dell'Europa la sua casa. Ma anche la generazione che ha visto gli obiettivi di “piena e buona occupazione” di Lisbona trasformarsi in politiche dell'austerity, della recessione e della disoccupazione di massa.
ACT è la campagna della generazione precaria alla quale è stato prima promesso il futuro e poi negato il presente.
In questi anni molti della nostra generazione hanno animato la vita civile del nostro paese in tanti modi: siamo stati in piazza per rivendicare l'accesso ai saperi, un lavoro libero dalla precarietà, un sistema di welfare all'altezza del mondo in cui viviamo. Abbiamo dato il nostro contributo nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro. Anche se troppo spesso ci siamo scontrati con una politica chiusa, isolata, sorda alle richieste di cambiamento.
La proposta di una lista di cittadinanza politica per l'Altra Europa, collegata alla candidatura di Alexis Tsipras a Presidente della Commissione Europea alle prossime elezioni europee del 25-26 maggio, rappresenta un'occasione importante per sperimentare in un campo nuovo le pratiche di partecipazione politica dal basso che ci hanno caratterizzato in questi anni di impegno e speranza.
Costruire un'altra Europa è necessario per concretizzare il cambiamento che sogniamo da anni, per invertire la rotta delle politiche che ci hanno portato fin qui, perché cambiare la rotta significa poter cambiare le nostre vite.
Perché questo sia possibile, c'è bisogno di noi e di tutti coloro che negli ultimi anni hanno perso l'entusiasmo dell'impegno, della partecipazione, del voto e del sostegno a un progetto politico per cui valesse la pena spendersi. Non possiamo più restare alla finestra a guardare una politica dalla quale non ci sentiamo pienamente rappresentati.
Quello che stiamo lanciando è un percorso aperto, che funzionerà se vivrà in decine e centinaia di laboratori, iniziative, proposte, a partire dall'esperienza quotidiana, individuale e collettiva, di ognuno di noi. Intrecciamo storie diverse e diverse esperienze, per progettare un destino comune, fatto di libertà ed uguaglianza.

Operazione amnesia di Alessandro Gilioli, L'Espresso


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È abbastanza divertente vedere come adesso, a parole, sono tutti contro l’austerity.
Tutti, a iniziare dai governi e dei poteri che l’hanno imposta e che ci hanno portato dove siamo: 42 e rotti per cento di disoccupazione giovanile in Italia, ultimo dato. Perfino il Fondo Monetario Internazionale (pezzo forte della Troika) sta tentando una mezza marcia indietro, sempre a parole, sui suoi stessi diktat.
Per non parlare dei “socialisti europei”, cioè il concentrato di partiti che da molto o da poco governa in mezza Europa con la formula delle larghe intese (Germania, Italia, Grecia, Belgio, Austria, Olanda, Slovenia, Romania).
Con la punta di diamante della Spd, partito che a Berlino è incollato a Merkel e alle europee si presenta con un suo leader, Martin Schulz, appena arrivato in Italia per accogliere Renzi e attaccare “il rigore”. E pure Napolitano, quello che ha imposto Monti obbedendo proprio alla Troika, si è da poco riscoperto keynesiano.
Intendiamoci: fa piacere che abbiano capito di aver fatto una cazzata. Così come fa piacere non essere più minoranza “estremista” nel denunciare che quel sistema lì non funzionava. Non è che era solo brutto, ingiusto, vessatorio: proprio non funzionava.
Fa un po’ stupore, invece, la faccia di bronzo con cui approssimandosi le elezioni europee i larghintesisti e troikisti europei facciano finta di non esserne stati i principali responsabili. Vogliono che ci affidiamo a quelli che ci hanno rovinati, perché dicono di aver cambiato idea.
Adesso inizia, appunto, la campagna elettorale. Di qui al 25 maggio – si accettano scommesse – saranno tutti contro l’austerità, senza vergognarsi dei danni che hanno fatto.
Hanno tre mesi per farci dimenticare tutto. Che ci riescano o no, dipende da ciascuno di noi.