lunedì 4 febbraio 2013

L’Europa oltre l’euro: il libro di Amoroso e Jespersen di Roberto Musacchio


L’Europa oltre l’euro: il libro di Amoroso e Jespersen


” Sulle condizioni che rendono possibile la realizzazione di un’area valutaria comune, a integrazione di un processo di cooperazione economica tra Stati, esiste una significativa letteratura che ha come punto di riferimento il contributo di un economista monetarista, Robert Mundell, premio Nobel 1961 e 1973. Mundell ha individuato le condizioni che rendono possibile la realizzazione di un’area valutaria ottimale. Queste condizioni sono l’esistenza di strutture economiche simili per quanto riguarda il livello di vita, le preferenze politiche rispetto alle priorità da dare a crescita, occupazione e inflazione possibilmente in un livello di equilibrio tra queste. ”
E’ con questa chiave di lettura che Bruno Amoroso, già allievo di Federico Caffè, che dirige il centro studi dedicato al grande maestro e si divide tra Italia e Danimarca, e tante altre parti del mondo, nel suo impegno di studioso, ha costruito il suo ultimo, prezioso, libro, ”  L’Europa oltre l’euro “, uscito nel settembre 2012 grazie a Castelvecchi editore. Il libro e’ scritto a quattro mani con Jesper Jespersen, economista danese, presidente della rete degli economisti keinesiani.
Gli insegnamenti di Caffè e  di Keynes sostengono una esposiziane chiara, e critica, del processo di costruzione della Unione Europea e della attuale fase della globalizzazione dominata da quelli che Caffè chiamava gli ” incappucciati ” dell’economia, per descrivere l’insorgere dei nuovi centri di potere economico e finanziario. Una lettura, quella di Amoroso e Jespern, talmente forte nella sua evidenza da rendere acutissima la domanda di come sia stata, e purtroppo sia tuttora, possibile la dominanza ideologica, e politica, che sostiene il neoliberalismo e la dottrina dell’austerità.
Ma riprendiamo dalla tesi citate di Mundell. ” L’esistenza di forti differenze tra Paesi li rende diversamente vulnerabili alle crisi economiche e questo li spinge inevitabilmente a riprendere il controllo delle politiche economiche a livello nazionale. Questo e’ impossibile nel caso dell’ unione monetaria ed e’ perciò causa di tensioni e di conflitto “.
Risulta evidente per gli autori che l’area dell’unione monetaria era tutt’altro che omogenea. Dato 100 il livello di vita medio, nell’Europa a 27, troviamo che la Bulgaria si colloca a 40, il Lussemburgo a 250 e i Paesi Bassi a 135. E il Portogallo a 80, ad indicare che oltre alle divisioni Est – Ovest ci sono quelle Nord – Sud. Ragione per cui per altro già nella fase di realizzazione della Unione le priorità tedesche alla stabilita’ monetaria non corrispondevano con quelle dei Paesi del Sud alla crescita.
Già in questo elemento c’è contenuta l’estrema criticità del libro verso la realizzazione stessa della moneta unica e la previsione di una sua possibile crisi. Anche chi, come me, pensa un poco diversamente e cioè che la impresa dell’euro non era di per se’ insensata e che poteva avere un diverso esito se concepita come strumento di una politica di effettiva armonizzazione fondata sulla valorizzazione del modello sociale europeo e non sulla sua negazione, la ricostruzione critica dei percorsi praticati nell’unificazione e delle politiche seguite ad essa risulta particolarmente convincente. Il libro la compie in modo lucido e utilissimo, sia per quanto concerne i processi politici che quelli ideologici.
Tutti gli elementi posti infatti a presidio della moneta unica e ad accompagno della sua esistenza, e cioè i famosi criteri di stabilita’ di bilancio, hanno del tutto eluso le necessita di realizzare effettiva convergenza economica,creando cioè almeno ex post quelle condizioni di area ottimale di cui dice Mundell. Anzi hanno agito all’opposto. Cioè hanno determinato ulteriori elementi di squilibrio, sia economico – produttivo, sia finanziario.
Prendiamo, dal libro, il dato più macroscopico che e’ quello delle bilance dei pagamenti e cioe’ del rapporto import – export. Qui l’evidenza e’ clamorosa. Se si guarda al saldo cumulato nel periodo tra il 1998 e il 2012 tra i seguenti 4 Paesi, vedremo che i saldi negativi di Francia, – 56,84 miliardi, Italia, – 349,25 e Spagna, – 706,85, corrispondono sostanzialmente al saldo positivo della Germania, + 1226,20! Abbiamo vissuto cioè in questi anni un vero e proprio modello forzato export – led tedesco. ” Una politica unilaterale, un mercantilismo che produce dumping economico e sociale sia dentro la Germania sia nei Paesi dell’Europa del Sud, crea tensioni all’interno della eurozona, con il crescente indebitamento dei Paesi più deboli verso le banche tedesche e francesi e un avanzo della bilancia commerciale in pochi altri “. E a seguire ” Il deficit crescente della bilancia dei pagamenti e’ divenuto la radice dei problemi economici dei Paesi dell’Europa del Sud, e con un peso particolare all’interno dell’area monetaria comune. L’indebolimento delle industrie di esportazione in Grecia, Spagna, Portogallo ha generato un ” circolo vizioso “. Assistiamo in questi Paesi alla crescita della disoccupazione, seguita congiuntamente dalla diminuzione delle entrate fiscali e dall’aumento del deficit di bilancio, del debito pubblico e del tasso d’interesse “.
Per giunta in questo quadro la moneta unica diventa più un problema che la soluzione. Essa infatti e’ una sorta di camicia di forza.  Da un lato impedisce di recuperare competitività attraverso manovre svalutative; dall’altro obbliga a sostenere il debito con l’acquisizione di moneta sui mercati internazionali e dunque a tassi di interessi speculativi; e da ultimo consegna alla Germania e i suoi Paesi associati ” un vantaggio competitivo del 30% in termini di costo, che da’ alle merci tedesche una posizione dominante a spese dai Paesi dell’Europa Meridionale paralizzati dalla moneta unica e perciò incapaci di migliorare le capacita’ produttive delle loro imprese private sui mercati esteri “. Si e’ verificato dunque l’opposto di quello che fu presentato all’atto dell’introduzione della moneta unica e che doveva essere l’accesso al mercato dei capitali dell’eurozona con un tasso d’interesse vicino a quello tedesco. ” In realtà, come e’ noto, il rischio del  debito  dei titoli di Stato e’ stato valutato in modo molto diverso come se l’euro avesse valori diversi a seconda dei Paesi di riferimento. Un evento che intacca la legittimità internazionale della moneta unica…che corrisponderebbe alla situazione assurda che l’euro utilizzato da un turista italiano per saldare i propri conti di hotel fosse valutato diversamente da quello di un turista tedesco…”.
Tutto ciò, dicono gli autori, e’ frutto del fatto di aver realizzato una moneta unica senza una politica economica unica. Nello svelare la fallacia dei criteri preposti a presidio della moneta, e cioè il controllo del debito, il libro e’ prezioso anche perche’ riporta alla luce punti di vista che furono fondamentali prima che il pensiero unico neoliberale ne disperdesse la memoria financo nelle forze di sinistra. Tra questi la constatazione che gli elementi reali che determinano debito sono la sperequazione nei saldi commerciali e la disoccupazione. Il debito Interno e’ infatti sostanzialmente una riassegnazione di risorse tra pubblico e privati. Ciò che rende esposti sono precisamente gli elementi strutturali della bilancia dei pagamenti e della disoccupazione. Oltreché, oggi, il taglieggiamento operato dai mercati finanziari eretti a dominus.
Amoroso e Jespersen paragonano la situazione attuale a quella del Titanic. Criticano gli euro ottimisti e sostengono una posizione critica e scettica. Ritengono che la durata dell’euro sia assai problematica e propongono di prendere atto della situazione per passare in modo condiviso ad un nuovo assetto che preveda una riarticolazione, anche monetaria, per aree, tra cui una dell’Europa del Sud, capaci anche di nuove relazioni con i settori limitrofi del Mondo. Se l’idea della riarticolazione mi pare appropriata, sono meno convinto sulla previsione di una implosione della attuale moneta. Ne ho scritto varie volte per sottolineare come la governance tecnocratica stia dimostrando una sua capacita di tenuta e di dominio. E per rimarcare che se la posta in gioco e’ la fuoriuscita dal modello sociale europeo l’esistenza della moneta e della gabbia che le si e’ creata intorno ne e’ un fattore utile ai soggetti dominanti, aldila’ della contraddizioni di cui parla Mundell.
Una visione, la mia, pessimista. Che pero’ e’ convinta che la sfida non possa essere elusa. E la sfida e’ rovesciare questo assetto nel suo contrario, fare della moneta non un cattivo padrone ma un buon servitore, per citare Latouche. Un servitore per politiche opposte alle attuali. Che abbiano cioè la armonizzazione economica e sociale e l’espansione del modello sociale europeo come chiave di volta dell’Unione e del suo rapporto con la globalizzazione. E anche in cio’ un libro come questo aiuta molto, per la ricchezza delle analisi e delle proposte che ci fornisce ma anche perchè ci ricorda quanta forza di alternativita’ c’era in pensatori come Caffè quando parlavano ad esempio di una economia degli affetti, qualcosa di cui oggi piu’ che mai abbiamo bisogno.

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