lunedì 4 febbraio 2013

LA GUERRA ALL’EURO. Contraddizioni intercapitaliste di Roberto Galtieri, La Contraddizione



Gli organi di dis-informazione di massa internazionale, in questi mesi (anni), impongono una rappresentazione terroristica della realtà della crisi al fine di accrescere il dominio di classe. Né la cosiddetta sinistra détta “radicale” (quella che una volta preferiva chiamarsi sinistra di classe), che si vorrebbe anticapitalista, riesce a contrastare adeguatamente l’attività del capitale né teoricamente, tanto meno a livello di massa. Essa resta, infatti, legata alla proposta di misure economiche meno sfavorevoli alle masse – fatto questo degno delle migliori social democrazie e comunque positivo – senza condurre un’imprescindi­bile battaglia ideologica a partire dalla denuncia dello scontro esistente, rispettando il cliché egemonico borghese, il quale presenta la situazione di crisi come la danza delle ore di Ponchielli nel film Fantasia di Walt Disney: struzzi che tutto ingoiano, ippopotami e elefanti che insieme danzano leggiadramente quasi in attesa di essere azzannati da feroci coccodrilli in realtà anch’essi facenti parte dello stesso corpo di ballo. Insomma i buoni e cattivi insieme, appassionatamente, per confondere ruoli, per celare chi sia il cattivo. Né alcuno spiega i ruoli, né, soprattutto, quanto in realtà sta accadendo.
Eppure di guerra all’euro si tratta; e questa è l’ultima battaglia in ordine di tempo. La guerra all’euro iniziò fin dagli esordi della moneta unica europea. Quella condotta una dozzina di anni or sono è stata una battaglia persa poiché la debolezza dell’euro facilitava l’export del vecchio continente negli Usa, fu quindi subito abbandonata poiché controproducente e dannosa per le imprese usamericane. Né portò i suoi frutti sperati la guerra in Iraq, voluta dall’imperia­lismo statunitense contro l’euro diventato moneta di riserva di ormai troppi “pae­si canaglia” e non. Ecco allora che le contraddizioni interimperialiste scoppiano con la prevalenza del capitale finanziario speculativo su quello produttivo, il primo al servizio dell’“impero” ma anche con obiettivi comuni alla borghesia. Assistiamo, nel contempo, a diversi livelli di scontro: capitale contro lavoro; imperialismo statunitense contro imperialismo europeo; capitale monetario avverso al capitale manifatturiero; Deutschland über alles.
Diversamente da quanto sosteneva Althusser, nel leggere l’attualità sembra di leggere Marx e lo sviluppo del capitalismo da lui descritto, poiché tutto sta accadendo come, scientificamente, aveva dimostrato sarebbe successo.

Pauperismo assoluto

Su tutte le contraddizioni intercapitaliste trionfa l’unicità d’intenti di classe del capitale sul lavoro, soprattutto in Europa. Ridottisi, infatti, i margini di saggio di profitto e spento l’eco concorrente dell’Unione sovietica, il capitale può e deve ristabilire il dominio totale sul lavoro, ritornare alla situazione originaria, per riprendere l’accumulazione. Conditio sine qua non è la diminuzione drastica dei salari nominali e reali con il conseguente degrado della condizione materiale del proletariato. Tendenza, questa, destinata, ulteriormente ad aumentare con la progressiva e rapidissima scomparsa delle conquiste ottenute dal movimento operaio europeo nel dopoguerra (pensioni, sanità, etc.). Per tutti basti il dato degli uffici di statistica europei (dalla nostrana Istat all’europeo Eurostat) sulla povertà di molti salariati; e il dato sul lavoro minorile. Dallo studio di Paone-Fulciniti per l’Inca-Cgil sul lavoro minorile in Europa del luglio 2009, per esempio, emerge che almeno 3/3,5 milioni di minori dai 5 ai 15 anni lavorino nei paesi dell’Ue. Nel caso della sedicente civile Olanda, i minori dai 12 ai 14 anni che hanno svolto un lavoro nel 2005 durante il periodo scolastico sono stati pari al 30% : 179.800 sul totale della popolazione di 604.600. [Fonte: Nibud, Nationaal scholierenonderzœk, The Hague, 2005]. Nonostante non ci siano statistiche aggiornate e regolari e il lavoro minorile sia legalmente vietato, i frammentati e vecchi dati su di esso e sulla condizione minorile in genere dicono tutto sullo sviluppo capitalistico di fase. Come è acclarata una diffusa malnutrizione dei minori in Grecia da quando la Troika [commissione Ue-Bce-Fmi] è intervenuta a “salvare” il paese ellenico. Da sola, questa specifica realtà, è lo specchio delle magnificenze del capitalismo per uscire dalla crisi. In tale quadro la rilettura di La situazione della classe operaia in Inghilterra di Engles (1845) sarebbe utilissima per una metodologia d’analisi della realtà al fine di ricominciare l’azione comunista in Europa. Ma questa è una questione che affronterò più avanti, poiché se il ristabilire il dominio assoluto del capitale su lavoro è obiettivo comune della borghesia siamo in presenza di importanti e devastanti, per il proletariato, contraddizioni interimperialiste.

Contraddizioni interimperialiste

Nella “crisi” attuale, assistiamo alla continuazione della guerra del dollaro all’euro e, all’interno di questa guerra, alla contraddizione capitale finanziario speculativo / capitale manifatturiero. La “contraddizione principale” è quella relativa alla guerra all’euro. Una guerra per la supremazia del dollaro nel mondo che è iniziata molto prima che nascesse l’euro. L’unilaterale dichiarazione di inconvertibilità del dollaro in oro e il relativo affossamento degli accordi di Bretton Woods di quaranta anni or sono ribadirono la forza al dollaro quale moneta di riferimento internazionale. L’importanza del mantenimento della moneta statunitense quale moneta internazionale di riferimento, per gli Usa, risiedeva nella sua capacità di finanziamento del proprio debito pubblico, e quindi il finanziamento delle guerra di conquista e il mantenimento del dominio imperialista e mantenendo saldo il controllo imperiale del capitale Usa. Senza questo ruolo mondiale del dollaro Washington farebbe, con parole di moda in questo periodo, default. Per essere schematici si paleserebbe lo scenario già visto in Argentina negli anni ’90. Al di la delle dichiarazioni di facciata statunitensi a favore della nascita dell’euro, l’interesse, anzi la necessità del dollaro di rimanere incontrastata moneta rifugio mondiale portò ad un attacco usamericano alla neonata, minacciosa, moneta unica europea.
Appena varato, l’euro patì, infatti, un attacco al ribasso sul suo valore per screditarne il ruolo alternativo al dollaro che avrebbe potuto avere. Né la sinistra di classe comprese l’importanza dell’euro scisso dai criteri di Maastricht in un quadro di rottura del dominio assoluto del mondo da parte degli Usa dopo la “caduta del muro”. Rammento ancora, durante un comizio, a Copenaghen, di un dirigente operaio del partito euroscettico di sinistra svedese, come questi, per vantare la linea antieuropea del proprio partito, se la ridesse della debolezza dell’euro rispetto ai favolosi annunci, prima della sua entrata in vigore da arte delle autorità europee, della sua forza e di quanto invece fosse ridotto come un neonato di sei mesi attaccato all’ossigeno, in forse la sua sopravvivenza. L’at­tacco statunitense (quello che i mezzi di comunicazione di massa chiamano “i mercati”) si spense appena si realizzò il mancato crollo della moneta unica e la sua svalutazione avesse un effetto competitivo dannoso sul proprio mercato statunitense. Ecco allora il valore dell’euro crescere in rapida sequenza fino ad arrivare a un valore superiore del 50% a quello del dollaro. La situazione si rovesciò e le merci statunitensi diventarono competitive sui mercati europei e, al contrario, quelle europee della zona euro, più care negli Stati Uniti. Essere riuscito a sopravvivere ed anzi, grazie al mercato interno europeo a crescere diede forza politica all’euro e la moneta europea iniziò a diventare moneta internazionale rifugio e moneta di scambio. Molti paesi, a cominciare dalla Cina, iniziarono a creare una parte delle loro riserve monetarie in euro diminuendo in pari misura quelle in dollari. Nel contempo l’Iraq iniziò a vendere il petrolio in euro anziché in petrodollari: un attacco diretto all’egemonia dell’imperialismo statunitense e, segnatamente, al controllo usamericano del mercato primario dell’e­nergia, il petrolio, e della zona dove esso si estrae maggiormente.
La seconda guerra statunitense contro l’Iraq fu dunque una guerra contro l’euro e infatti l’imperialismo europeo la contrastò con mai fece precedentemente nei confronti dell’alleato a stelle e strisce. Nemmeno questa azione, però, indebolì, come sperato a Washington, l’euro. La guerra contro la moneta europea riprese con l’attuale battaglia basata sulla speculazione eterodiretta. Si tratta, tuttavia, di una guerra nascosta al popolo. La grancassa mediatica afferma che “i mercati”, la speculazione, iniziano ad attivarsi facilmente contro quei paesi “poco virtuosi” il cui debito pubblico è molto alto rispetto al Pil. Tuttavia, se confrontiamo i dati del debito pubblico di alcuni paesi non toccati dalle agenzie di rating e dagli speculatori, emerge immediatamente come la speculazione si attivi solo contro alcuni paesi e non altri e che l’obiettivo è la disintegrazione dell’euro o almeno un suo forte ridimensionamento come moneta rifugio alternativa al dollaro [sull’uso politico delle agenzie di rating in questo ambito cfr. ... la chiamavano trinità, no.138].
Che qualcosa con vada “per il verso giusto” lo denuncia anche P. Krugmann, il 29 luglio sul New York times: “Si consideri, ad esempio, il confronto tra Spagna e Florida. Entrambe avevano enormi bolle immobiliari seguite da drammatici crolli. Ma la Spagna è in crisi in un modo Florida non lo è. Perché? Perché, quando si produsse il crollo, la Florida poteva contare sul governo centrale di Washington per continuare a pagare per la Social security e Medicare, per garantire la solvibilità delle sue banche, per fornire aiuti di emergenza ai suoi disoccupati, e altro ancora”. Qui un confronto che tra il debito lordo in percentuale al Pil di alcuni stati – il dato della Germania va considerato ampiamente per difetto, come vedremo più avanti – illustra quanto sia grande la panzana del declassamento operato dalle agenzie di rating nel rapporto debito sovrano/Pil. Tra il 2007 e il 2011 mentre gli Usa sono saliti dal 62% al 101,5%, l’Ue è andata dal 59% all’82,5% (con Francia e Germania da quasi il 65% a un po’ sopra l’81%, Regno unito, Olanda e Spagna apparentemente con divari minori, ma con Grecia da 104% a 165% e Italia da 112% a 120% – e il Giappone addirittura da 167% a 204%) [i dati relativi a Russia, Asia e America latina sono difficilmente confrontabili; Fonti: Eurostat, Fmi, World Economic Outlook; Ocse, Economic Outlook]. Seguendo la logica indicataci dai mezzi di comunicazione di massa, “i mercati” avrebbero dovuto, infatti, “colpire” tutti i paesi “poco virtuosi” (potenza dell’uso egemonico della lingua da parte dei padroni) e sarebbero dovuti intervenire non solo contro gli ormai noti “porci” (Pigs – Portogallo, Irlanda Grecia e Spagna – a cui si aggiunge poi l’Italia, che modifica di poco l’acronimo diventato Piigs), chiarissimo il messaggio per indicare i “cattivi” – ma anche, per esempio, contro il Giappone il quale da ben un ventennio è in crisi e il cui debito, ancorché prevalentemente interno, è oltre il 200% del proprio Pil.
La comparazione del debito sovrano complessivo (stato e Regioni) tra Germania e Spagna – 30% contro 15% nel 2010, rispettivamente al 23% e 18% nel 2002 – svela ogni dubbio sull’uso politico della speculazione. Lo stesso dicasi per gli Stati Uniti il cui debito oltre ad essere relativamente altissimo rispetto al Pil – superiore al 100% – è di un ammontare spaventoso: 15 mmrd $ e in continua e rapida crescita, almeno dal 2007, come mostrano i dati. Né va sottaciuto il rapporto tra deficit e Pil statunitense, del 9,32% nel 2011. Altro che parametri di Maastricht. La crescita del deficit e del debito Usa negli ultimissimi anni – dal 2008 – illustra ancor meglio il divario crescente (1,4 mmrd $) tra spese correnti ed entrate. Nonostante questo chiarissimo quadro, invece, la speculazione colpisce, guarda caso, solo alcuni paesi europei e realizza le note “difficoltà” dell’euro. Ecco che il gioco è fatto e il dollaro ritorna forte e quindi dominante e con esso l’imperialismo statunitense. Poiché è emerso in maniera oltremodo evidente che alla scomparsa dell’euro seguirebbe a ruota lo sgretolamento del mercato interno, non più funzionale e funzionante a causa delle diverse monete nazionali in continua svalutazione competitiva tra di loro, al disfacimento di tale Mercato Interno (sempre scritto con le iniziali maiuscole dalla Commissione europea), a catena si squaglierebbero, come neve al sole, il progetto federale o quello confederale europeo. Con tanti ringraziamenti del capitalismo di origine statunitense vincente il quale ridurrebbe l’Europa a giardino di casa, come ha sempre fatto con i paesi latino-americani.
Né il “solo” dato relativo al rapporto debito pubblico/Pil è sufficiente a giustificare, sempre nella (il)logi­cità mass mediale, l’attacco speculativo. Lo stesso Monti ha sovente denunciato quanto siano incomprensibili gli attacchi speculativi all’Italia da quando lui è al governo quando, nel contempo, i fondamentali del Regno Unito, della Francia e della stessa Germania sono (nell’ordine) peggiori di quelli dell’Italia. L’uomo di punta del neoliberismo, invidiatoci dal Wall street journal (“un’anomalia in Europa: un leader non eletto chiamato a realizzare quei cambiamenti impopolari che i politici si rifiutano di fare”) e dal Financial times, campione del gruppo Bilderberg controllato dalla “sua” Goldman Sachs [cfr. no.138] è attanagliato dalla contraddizione che lo vede – come il Superciuck di Alan Ford che ruba ai poveri per dare ai ricchi – essere riuscito ad imporre l’egemonia del capitale sul proletariato; egli non si può permettere la sconfitta ideologica del far pagare la crisi al proletariato quindi è nella necessità di dover negare che i rimedi messi in opera contro la crisi sono assolutamente inefficaci aprendo lo spazio alla rivolta popolare.
Per coprire l’uso politico della speculazione, la disinformazione di massa ha illustrato la messa sotto accusa, negli Usa, di alcune banche (Hcbc, Deutsche bank, Société générale) per riciclaggio o per aver operato con l’Iran nonostante l’embargo. In realtà questa informazione è servita per coprirne un’altra ma che è meglio non far sapere per non svelare il gioco di attacco ai “meno virtuosi”. Si tratta dello scandalo Libor [London interbank offered rate]. Le ruberie finanziarie emergono alla ribalta dopo la multa da 453 mln $ erogata a Barclays dopo l’ammissione di aver manipolato, fra il 2005 e il 2009, il tasso interbancario Libor, utilizzato non solo per calcolare i mutui ma anche una vastissima gamma di prodotti finanziari, tra cui obbligazioni e titoli di stato emessi da enti locali e governi [cfr. qui il no]. Sette i grandi istituti ladroni implicati nella grande ruberia: Citigroup, Ubs, Royal Bank of Scotland, Deutsche Bank, Hsbc, Jp Morgan e Barclays. Il tasso manipolato non era solo il Libor: i ritoccatori si sarebbero occupati anche del suo omologo per le operazioni in euro, l’Euribor (Euro interbank offered rate) con un valore di transizioni pari a 220 mmrd $ e il Tibor (Tokio interbank offered rate). Né la Gran Bretagna, luogo principe del furto con destrezza, viene colpita dalla speculazione nonostante le gravissime ripercussioni, in particolare sul sistema bancario di loro maestà, le cui avvisaglie, è provato, erano note alle autorità competenti e agli stati fin dal 2007.
Per ammissione della Commissaria europea alla giustizia, Vivianne Reading: “Le conseguenze dello scandalo Libor concernono la quasi totalità delle istituzioni finanziarie del pianeta”. Per consolare i gonzi, la Commissione europea, il 26 luglio, ha annunciato la messa in opera di norme penali contro chi opera di tal fatta, anche se Regolamenti e Direttive comunitarie entreranno in vigore, al meglio, tra un paio di anni! Un’altra notizia mai diramata è quella relativa alle scelte del governo cipriota, il cui presidente della Repubblica è il comunista Dimitris Christofias. Dovendo chiedere un prestito, in luogo di ottenerlo sotto le condizioni capestro della troika, Cipro ha negoziato un prestito di 4 mrd € con Russia e Cina ad un interesse più basso di quello europeo e senza contropartite socio-economiche.

Capitale finanziario e capitale manifatturiero

Nella contraddizione interimperialista sopra esposta si inserisce un’ulteriore contraddizione: quella tra capitale speculativo europeo e capitale manifatturiero europeo e quella tra l’imperialismo tedesco e gli altri microimperialismi nazionali. La prima, sotto gli occhi di tutti, si esplicita nella contraddizione tra il capitale speculativo che accumula profitti a danno del capitale manifatturiero distruggendo forze produttive. In questo ambito, le dichiarazioni del presidente di Confindustria italiana Sergio Squinzi, contro la politica “finanziaria” del governo Monti, fino a dichiarare l’inutilità dell’abrogazione dell’art.18 rispetto al crollo della massa salariale circolante, esplicitano chiaramente la contraddizione. La seconda contraddizione esprime la volontà egemonica di tutti il capitale tedesco rispetto ad altri capitalismi “nazionali” per federarli, come servi-feuda­tari, sotto il proprio pugno di ferro – ovvero realizzare con altri mezzi quanto fallito dal terzo reich. La speculazione da una parte e l’imposizione del proprio volere nell’Ue conducono di pari passo il progetto della grande Europa tedesca. Secondo il ben informato Der Spiegel, il piano tedesco di occupazione si sviluppa in 6 punti: per la creazione di “zone economiche speciali” ovvero, la mezzogiornizzazione dei paesi più deboli dell’area euro i cui titoli sovrani sono garantiti attraverso il “rigore” imposto obtorto collo agli altri stati quale conditionality (l’uso dell’inglese per mascherare orrende realtà continua). Le nazioni diverrebbero sottoposte alla Germania per due ragioni: a) troppo rigore impedisce la crescita e favorisce la decrescita; b) l’unica crescita possibile sarebbe determinata dalla presenza di attività ed investitori stranieri che naturalmente, avendo il maggior potere contrattuale, si riserverebbero il diritto di subordinare l’in­tero assetto economico della nazione, magari creando delle corsie preferenziali per sé a scapito dei concorrenti. Il prossimo futuro non fa che confermare tale scenario. La Germania vuole imporre un piano per la trasformazione dei paesi Piigs in “zone economiche speciali”. Questi paesi sarebbero obbligati ad aprire ad investitori stranieri (tedeschi); defiscalizzare i medesimi; privatizzare i beni pubblici, flessibilizzare totalmente il mercato del lavoro con relativa introduzione di aree di reddito minimo, al di sotto della media contrattuale, introdurre scuole professionali su modello tedesco (i Berufsschulen).
L’accordo Merkel-Draghi, che permetterebbe alla Bce di comprare debito sovrano dei Piigs, prevede l’ac­cettazione vincolante di tali condizioni all’acquisto europeo del debito sovrano da parte dell’istituto di Francoforte. L’atteggiamento dominante dei tedeschi sull’Europa è sempre più palese e, aggiungo, pericoloso. Prima dell’estate, ho partecipato ad una conferenza sulla situazione economica, organizzata da una grande università tedesca. Ha destato scalpore ascoltare, da parte di docenti tedeschi di economia, nati nel dopoguerra, affermazioni incredibilmente del tutto false, quali “l’euro e l’Ue sono stati un danno per la Germania” per sostenere la critica all’Ue e alla Bce di Draghi al fine di giustificare la necessità del dominio tedesco (revanscista) nel vecchio continente: eurozona e non. Ho sentito ribadire le falsità riportate dalla stampa tedesche quali, per esempio, la negazione del danno, per le industrie tedesche, delle svalutazioni competitive delle diverse monete nazionali rispetto al marco nella situazione pre-euro [per queste falsità/giustificazioni cfr. anche qui il no citato].
Del resto può l’imperialismo tedesco esprimere altre tendenze oltre quelle “imperiali”? Come gli Stati Uniti scaricano sul resto del mondo il proprio debito (e i costi del dominio), così la Germania, come nel caso della riunificazione, scarica sul resto d’Europa i costi del proprio debito. Anche la Germania ha un enorme debito pubblico non dichiarato: 2 mmrd € (dati 2010). Infatti, oltre ai 1,3 mmrd di debito federale (in crescita), si devono aggiungere oltre 600 mrd di debito dei 16 länder autonomi (con punte singole del 3,5% sul Pil) e quelli contratti dai comuni, pari a 133 mrd [cfr. ancora no]. Tutti debiti in aumento. A ciò va aggiunto il debito verso assicurazioni a banche: 300 mrd € con le prime; 400 con i secondi, né vanno dimenticati i creditori asiatici. Solo quest’anno Berlino dovrà sborsare circa 62 mrd di interessi ripartiti tra länder e comuni e a tale proposito scrive il quotidiano Bild: “dal punto di vista finanziario la Germania ha l’acqua che le arriva al labbro inferiore e la colpa è nostra, poiché nessun governo agisce seriamente con un piano di risparmi”.
Questa è la tendenza dominante in un momento di grande scontro interno di interessi contrapposti tra forma finanziaria speculativa e forma manifatturiera del capitale. Il capitale speculativo macina guadagni dalla crisi. Il guadagno - mai parola fu più pregnante come in questo caso – della finanza tedesca nella speculazione è evidente tanto che lo stesso Monti ha affermato (riportato da Le Monde) nel suo giro estivo di incontri con i partner (si possono ancora chiamare così? o piuttosto dominatori?) europei che “la Germania è uno dei principali beneficiari della crisi”. D’altra parte il capitale manifatturiero ha vitale interesse al mantenimento del mercato e della moneta unica europea. Lo scontro è diventato asperrimo e tocca fenomenicamente il vertice della Bce assumendo i volti del presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, campione del capitale finanziario e quello del secondo rappresentante tedesco nel direttorio dell’Eurotower di Francoforte: Jœrg Asmussen (vicino alla Spd, ma voluto dalla cancelliera Merkel). In questo scontro, la stampa tedesca sembra dare rilievo piuttosto alle posizioni revansciste più nette. Due prestigiose testate di orientamento politico diverso, hanno pubblicato, dopo ferragosto, altrettanti duri attacchi al direttore generale della Bce, Mario Draghi, dando così ampio sostegno alla Buba [Bundesbank]: il condirettore della Frankfurter allgemeine zeitung, Holger Steltzner, ha accusato Draghi di minare l’indipendenza dell’Eurotower; la Süddeutsche zeitung, con un’intervista all’economista Manfred Neumann, professore dell’u­niversità di Bonn e relatore della tesi di dottorato del presidente della Bundesbank Weidmann ha rincarato la dose denunciando che Draghi rischia di condurre la Germania ai livelli di inflazione della repubblica di Weimar.
Per finire il settimanale Der Spiegel ha dato grande rilievo a notizie riservate, di fonte Buba, contro l’“in­terventismo, della Bce, attacco indiretto alla Merkel”. All’agenzia britannica Reuters, un ex funzionario della Buba, Guntram Wolff, ora vicedirettore del think tank Brügel (quello fondato da Mario Monti) ha dichiarato che: “per la Bundesbank l’acquisto dei bond è un tabù. La Merkel, invece, vuole la soluzione meno costosa in termini politici”. La lotta interna al capitale tedesco è durissima, basti rammentare che nel giro di un anno e mezzo si sono dimessi già due illustri dirigenti della Buba per “difendere l’ortodossia monetaria”: Jurgen Stark, del direttorio della Bce, e Alex Weber che aveva preso il suo posto. Anche il terzo sostituto, Jens Weidmann, avrebbe già scritto la lettera di dimissioni alla Merkel, ma attenderebbe a inviarla ufficialmente poiché vuole giocarsela nella riunione dei primi di settembre del direttorio Bce. Nel Bundestag i liberali (Fdp) sono i rappresentanti diretti della Buba, i democristiani della Merkel (Cdu) sono spaccati ma con il ministro delle finanze Schæuble (Csu, bavarese) schierato con le grandi multinazionali manifatturiere. Socialdemocratici (Spd) e Verdi (Die Grunen) lo sostengono.

... e i comunisti ?

I partiti “comunisti” europei propugnano, per uscire dalla crisi, di uscire dal capitalismo. Sembra una tautologia, purtroppo non lo è. La proposta, infatti, riguarda l’uscita del proprio paese dall’euro. Il che vuol dire esattamente uscire dal capitalismo. Non si tratta di una proposta socialdemocratica che si realizza con un referendum. La questione non è: fuori o dentro l’Ue, più o meno Ue; la questione è come il movimento operaio europeo può incidere sui processi di accumulazione e trasformazione capitalista delle multinazionali. L’euro incarna le necessità di fase del capitale in Europa. Il capitale Usa non vuole l’Europa poiché concorrente, il capitalismo nella forma speculativa fa il gioco usamericano e anche quello europeo ci fa profitto. Ma il capitalismo manifatturiero ha bisogno dell’euro come del profitto; poiché l’euro, intimamente legato al mercato Interno Ue garantisce il mantenimento del saggio di profitto. Senza mercato Interno crolla tutto ciò e il capitale europeo diventa dominato (da quello statunitense). L’euro è il capitalismo europeo. Contrariamente agli insegnamenti del marxismo e del leninismo i cosiddetti “partiti comunisti”, oggi, si chiudono all’inter­no delle frontiere del capitalismo nazionale cercandone sollievo per la lotta di classe in un paese solo. Eppure il messaggio del manifesto scritto da Engels e Marx era ed è chiaro: “proletari di tutti i paesi unitevi”. Mentre il capitale modificava il proprio modo di agire e relazionarsi rispetto all’accumulazione e al saggio di profitto, i rappresentanti dei proletari non hanno mai pensato di unirsi; nemmeno a partire dal basico livello sindacale. Le imprese da nazionali diventavano europee e spostavano la produzione a seconda dei livelli di lotta dei lavoratori ed in ogni caso seguendo le occasioni di profitto. La sigla Cae [Comitati aziendali europei, la loro costituzione è possibile quando un’impresa impiega almeno 1000 lavoratori e almeno 150 in 2 stati membri] è pressoché sconosciuta ai partiti “comunisti” e ai sindacalisti comunisti europei, eppure questo è l’unico tentativo, ancorché riformista, di mettere in relazione, unire operai di una stessa industria presente in diversi paesi europei. È di un lontano passato, fine anni ‘80, il primo sciopero europeo dei lavoratori di una multinazionale (la Michelin). Poi, tutti a casa propria a lottare per il “socialismo in un solo paese”. Mentre il capitale si organizza sempre più a livello sovranazionale, i comunisti si isolano ed isolano i lavoratori negli angusti confini nazionali, poiché anche chi emigra, e ormai sono molti colori i quali hanno ripreso ad emigrare nei paesi “ricchi”, troveranno gli stessi padroni che in patria, poiché il capitale non ha frontiere. Unica esperienza, per dirla con Pappagnone: “vincoli o sparpagliati?” Il motto dei comunisti non era: “uniti si vince”? Da rimpiangere la prima internazionale!

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