Carlo Vulpio nel suo libro "La città delle nuvole" scrisse che a Taranto "Un giorno, però qualcuno ha cominciato a guardare il cielo con una maggiore curiosità, poi con un più forte sospetto, infine con rabbia. Le nuvole non erano mai state tutte uguali come sembravano adesso, ecco qual era la novità sotto il sole di Taranto. Perché dentro quelle nuvole di cui nessuno si era mai accorto, o che nessuno aveva mai voluto vedere, si annidava un nemico che fa paura solo a nominarlo". Ecco, chi ha guardato il cielo, la propria terra ferita e ha dato parola alla rabbia, all'indignazione, chi ha nomiato il "nemico che fa paura" è Peppino Impastato oggi, ne rispetta il ricordo e ne prosegue il cammino. Esattamente come i giornalisti e le giornaliste che non faranno mai carriera perché con coraggio quotidianamente realizzano denunce e inchieste sui poteri forti e le piovre di ogni parte d'Italia.
L'Associazione Antimafie Rita Atria in questi anni non si è mai accontentata di piangere Rita, Peppino o altri. Senza retorica e ambiguità abbiamo alzato la nostra voce, ci siamo schierati con i "Testimoni di Giustizia", pretendiamo giustizia per Sandro Marcucci e tutte le persone assassinate nella strage di Ustica. Crediamo che la commemor-azione sia l'unica che rispetta e rende degni del ricordo di persone come Peppino Impastato. Intitolare una strada con i soldi di chi inquina e avvelena un territorio (e non sappiamo se definire più sporchi i loro soldi o la monnezza delle loro industrie) non è commemorare, è disprezzare con un'offesa indegna e indecente. Non si può un giorno piangere Agnese Borsellino e il giorno dopo esaltare il ricordo di Giulio Andreotti, non si possono celebrare cerimonie per le vittime di Ustica e di Piazza della Loggia un giorno e gli altri contribuire a non rendergli giustizia e verità, non si possono commemorare Pio La Torre e Peppino Impastato e poi accettare, condividere, tacere davanti alle violenze fasciste e allo sdoganamento di chi le compie, o ingannare, tentare di mettere a tacere, reprimere (in prima persona o da complici) l'opposizione al Muos (una delle più grandi battaglie di Pio La Torre fu quella contro i missili a Comiso).
Sull'homepage del sito dell'Associazione Antimafie Rita Atria compare la fotografia di Peppino ed una sua frase tra le più celebri. "Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore". Non l'abbiamo messa perché Peppino era un bel ragazzo, o per commuoverci davanti ad una "bella poesia". L'abbiamo messa perché quelle parole sono anche nostre, quelle parole ci infiammano il cuore, ci fanno vibrare le corde più intense della coscienza, ci indicano una direzione ben precisa. Peppino le pronunciò mentre lottava contro la realizzazione della terza pista dell'aeroporto di Palermo insieme ad i contadini a cui erano stati espropriati i campi. Quelle parole sintetizzano la profondità dell'animo di Peppino, l'intensità della sua lotta. La bellezza contro la rassegnazione è una lotta che impegna tutti noi, sono parole che non vanno declamate ad una parata per risciacquare le coscienze. Vale in Sicilia, in Campania, nel Lazio, in Lombardia o nel nostro Abruzzo. Perché la bellezza da difendere è anche quella dei nostri romantici lidi, delle nostre coste baciate dal sole e impreziosite delle gemme più splendenti e colorate della natura. E' la bellezza da difendere dalla speculazione edilizia, dalla deriva petrolifera, da impatti ambientali devastanti. E' la rassegnazione da combattere davanti al clientelismo che ha forgiato, e domina, la mentalità di larga parte della Regione. La bellezza contro la rassegnazione impone di guardarsi intorno, di non voltarsi dall'altra parte davanti agli scempi e alle devastazioni del nostro territorio, è l'obbligo civile di fare nomi, cognomi, trame, intrighi, affari, complicità delle clientele, delle cricche e delle mafie. Perché, se vogliamo commemorare Peppino Impastato non dobbiamo farlo solo un giorno, ma tutto l'anno. Con la poesia dei fatti e non la retorica dell'ambiguità e dell'ipocrisia. Peppino Impastato siamo noi, nessuno si senta escluso
*Ass. Antimafie Rita Atria
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