sabato 28 novembre 2015

"Quattro anni senza Lucio Magri". Intervento di Franco Astengo

Lucio Magri, «Alla ricerca di un altro comunismo» (Il Saggiatore, pagine 288, € 18,50)


A distanza di quattro anni, all’interno di una fase di temperie inedita che la sinistra italiana sta attraversando priva com’è di una adeguata rappresentanza politica tale da permetterle di affrontare i rischi di guerra globale, l’inasprimento delle contraddizioni sociali, la crisi verticale della democrazia: tutti gli elementi, cioè, che caratterizzano questa fase politica costruendo un vero e proprio “ritorno all’indietro”
Al momento della scomparsa di Magri si è posto il problema di come continuare a far vivere il suo lavoro in una forma che potesse produrre elementi di riflessione e di dibattito, partendo da un giudizio sulla sua collocazione politica: Magri è sempre stato un eterodosso (un errore del quale occorre fare autocritica quello di definirlo “eretico”) perché ha sempre cercato, nel suo operato culturale e politico, di “innovare la tradizione” presentando un alto livello di progettualità politica e sociale.
In questo senso un riferimento utile rimane il testo “Alla ricerca di un altro comunismo” che contiene un’antologia dei suo scritti principali, curato da Aldo Garzia, Famiano Crucianelli, Luciana Castellina.
In particolare, scorrendo i testi contenuti nel volume e al riguardo dei quali è stata compiuta dai curatori una scelta molto accurata tra i tanti lavori che pure avrebbero potuto essere considerati fondamentali, sono stati privilegiati i temi della critica al sistema sovietico (uno dei punti sulla base dei quali, nel 1969, il gruppo del “Manifesto” fu radiato dal PCI) e l’originalità (in allora!) del cosiddetto “caso italiano”, considerando proprio gli elementi di diversità e di originalità nella riflessione teorica già presenti in Gramsci e Togliatti.
Una “diversità” da utilizzare per costruire una grande esperienza politica e sociale rivolta a cambiare la società italiana.
Magri, nell’ultima fase della sua vita prima della “decisione fredda” di allontanarsi definitivamente, aveva visto con chiarezza il degrado cui stava andando incontro la nostra vita politica e la difficoltà della sinistra a riunificarsi in un soggetto posto all’altezza delle contraddizioni del presente.
Su questi temi era così nata una lunga conversazione, riportata nel volume e che ne rappresenta uno dei punti salienti, che presenta nel suo scorrersi spunti di grande interesse, anche sul piano dell’autocritica: in particolare rispetto alla fase di scioglimento del PCI (con il seminario di Arco di Trento, nel corso del quale Magri tenne la relazione “In nome delle cose”) alla conclusione della quale entrambi i soggetti determinati da quel frangente, PDS e Rifondazione Comunista, risultarono del tutto insufficienti a rappresentare la complessità di quella parte della società italiana che aspirava e ambiva a una trasformazione radicale del Paese.
Un accenno al percorso politico di Magri: dagli esordi nel movimento giovanile democristiano fino all’adesione al PCI, nell’indimenticabile ’56.
Una decisione controcorrente presa proprio nei giorni del XX congresso, quello della “destalinizzazione”, e della repressione armata della rivolta di Budapest.
E’ poi il caso di ricordare alcuni passaggi fondamentali di questa lunga e importante esperienza politica, a partire dall’intervento svolto al convegno sulle tendenze del capitalismo italiano, organizzato dall’Istituto Gramsci nel 1962 all’esordio del centrosinistra, allorquando Magri individuò con esattezza l’esigenza di una critica di fondo ai meccanismi d’innovazione del capitalismo italiano (ci si trovava nel pieno del “boom” economico) e di una nuova lettura del ciclo economico europeo).
Seguì la vicenda dell’XI congresso vissuta accanto ad Ingrao (allorquando proprio Ingrao ruppe l’unanimismo che contraddistingueva il gruppo dirigente del PCI con la famosa frase: “Non mi avete persuaso” fino al congresso successivo, il XII, con la formazione del gruppo del “Manifesto, la pubblicazione della rivista omonima da lui diretta con Rossana Rossanda, la radiazione dal partito.
Seguirono poi le vicende del PdUP, soggetto politico nato come proiezione dell’esperienza del gruppo originario e poi sviluppatosi, per circa un quindicennio, in una ricerca appassionato di nuove dimensioni e nuove identità per una sinistra contraddistinta, da un lato, dalle forme emergenti del ’68 e, dall’altra, dalla grande tradizione storica del movimento operaio italiano.
Fu al seminario di Bellaria, nel 1978, che Magri, analizzata la situazione politica, segnata in quel momento dalla vicenda del rapimento Moro e dai governi di “solidarietà nazionale”, ebbe l’intuizione, che nel PCI si sarebbe riaperta una discussione di fondo: negli anni successivi quella intuizione fu confermata, in particolare da parte di Enrico Berlinguer, con l’adozione della linea dell’alternativa e l’individuazione di una “questione morale” anche all’interno dello stesso partito comunista, quale frutto di una degenerazione dell’intero sistema dei partiti.
Alla morte di Berlinguer si verificò il ritorno del PdUP nel PCI. Nel 1989 Magri ebbe un ruolo di grande rilievo nell’opposizione alla decisione di Occhetto di sciogliere il partito per costruire un nuovo soggetto che assumendo la tematica del governo considerata esaustiva del suo agire “sbloccasse il sistema politico”.
In quel frangente Magri fornì un importantissimo contributo con la relazione svolta al seminario di Arco, svoltosi nell’ottobre del 1990.
“Nel nome delle cose”, il titolo di quel testo che può essere considerato come uno degli ultimi atti intellettuali e politici compiuti in nome della sinistra comunista in Italia, che proprio nell’occasione del seminario di Arco si può dire abbia compiuto il suo ultimo atto.
Le divisioni all’interno del fronte, pur composto da dirigenti prestigiosi e di grande capacità politica da Natta a Ingrao, da Cossutta a Garavini, che si oppose a quella decisione, impedirono un esito felice di quel lavoro di proposta e di iniziativa avverso l’operazione di dispersione del patrimonio culturale, organizzativo, politico che la sinistra comunista italiana era riuscita a produrre nel corso dei decenni.
Ne derivò un risultato molto deludente, in particolare nella formazione di una Rifondazione Comunista realizzata attraverso un meccanismo di vero e proprio “affastellamento” di istanze negativamente contraddittorie: personalismo, movimentismo, governativismo.
Tutti fattori di vera e propria incultura politica che incidono ancora adesso nei tentativi di ricostruzione di una presenza di sinistra negativamente percorsi dall’ennesima istanza di un pericoloso “ismo”: il politicismo.
Alla fine l’esperienza di impegno di Magri la direzione della “Rivista del Manifesto” e il successivo abbandono dell’attività politica, fino alla stesura del “Sarto di Ulm”.
La differenza fra questi due testi può essere così individuata: il “Sarto di Ulm” ha ricostruito la storia, con “Alla ricerca del nuovo comunismo” si è cercato di ricostruire il personaggio.
Come può, alla fine, essere sinteticamente riassunta l’eredità politica di Lucio Magri: attorno a due punti, il primo riguarda la sua idea della politica, intesa oltre che come azione anche come pensiero (bisogna sempre avere un’idea del mondo, possedere una chiave di lettura per interpretarlo); la seconda che non bisogna mai agire, in politica, in forma minoritaria, considerando sempre la visione complessiva delle cose, indipendentemente delle dimensioni della soggettività politica all’interno della quale si agisce.
In questo senso Magri può ben essere considerato come un genuino interprete del concetto di “egemonia” gramsciano, inteso in senso più propriamente politico: di concezione della politica come sintesi delle proiezione storica della necessità di rappresentanza della complessa articolazione delle “fratture” sociali, nella ricerca di un loro costante aggiornamento e nell’ottica di una proposta di superamento del sistema.
Lucio Magri per il comunismo e non per meno.

"Poletti avvelena i pozzi puntando alla fine dell'uguaglianza tra lavoratori". Intervista a Fausto Bertinotti

“Quella del ministro Poletti è una provocazione, anche rozza, certo. Uno potrebbe fare spallucce e passare avanti. E invece va presa sul serio perché è la manifestazione pubblica di un veleno che il corpo del sistema economico mette in circolo. L’obiettivo del veleno è semplice: la fine del principio di uguaglianza nel lavoro. Quello secondo cui a parità di lavoro, c’è parità di salario: è questo che viene aggredito nelle fondamenta. E diventa tutto discrezionale. L’opera chi la quantifica? Chi decide? L’ impresa e il mercato. Non il lavoratore, non più”.
Fausto Bertinotti è anche divertito dall’ultima del ministro Giuliano Poletti. Vale a dire di abolire l’ora come unità di misura per calcolare lo stipendio, sostituendola con "l’opera" effettivamente prodotta dal lavoratore. Ma il gusto della provocazione si smorza subito lasciando il posto ad un’amarissima riflessione da parte dell’ex presidente della Camera, ex segretario di Rifondazione Comunista, nonché massimo esperto di diritti e lotte per i diritti.
Con le ultime dichiarazioni di Poletti, si può definitamene archiviare Marx e la sua teoria su Valore e Tempo?
Primo: Marx andrebbe lasciato stare. E’ un pensatore critico da maneggiare con cura. Sulla teoria del valore, la teoria economica si è impegnata per oltre 50 anni, da Keynes fino a pensatori italiani come Claudio Napoleoni. Marx è un terreno scottante. Vanno evitati dilettantismi e grossolanità. Quando parla del valore, Marx parla del lavoro astratto che non è astratto in quanto non esistente ma in quanto trasformato e messo al lavoro dall’accumulazione capitalistica. Per qualche nozione il ministro del lavoro farebbe bene a leggere Lucio Colletti. Bisogna distinguere tra le categorie di lavoro astratto e lavoro concreto: solo la prima ha a che fare con la teoria del valore.
Lasciamo stare Marx. Il ministro ha reso queste dichiarazioni, che stanno scatenando le proteste della Cgil e della Uil, ad un convegno alla Luiss dal titolo ‘Dalla scala mobile al jobs act’. E’ il compimento di un ciclo.
Vivo Gallino, potrebbe essere definito ‘Cronache di un rovesciamento del conflitto di classe’. Cioè del fatto che dopo gli anni ’80, dalla scala mobile al jobs act, si è prodotta la grande controriforma del lavoro con l’avvento di un nuovo capitalismo, una crisi della civiltà del lavoro, il progressivo annullamento dell’autonomia e della soggettività del lavoro salariato, da intendersi nelle diverse specie, dall’economia cognitiva fino alle forme di schiavismo imperante in un ventaglio enormemente diversificato. Il tratto comune è la perdita progressiva di potere contrattuale del lavoratore nei confronti dell’impresa e del mercato: c’è stato un grande cammino all’indietro fino a perdere quello che era stato conquistato. E in questo rovesciamento c’è stato il rovesciamento delle parole.
Cioè?
Poletti usa il termine libertà. Dice: saremo più liberi. Lo inviterei alla cautela. Anche perché qualche riferimento storico fa pensare ad un accostamento tra lavoro e libertà non proprio esaltante…
Addirittura Auschwitz?
Solo un riferimento storico. Ma andiamo avanti. Vorrei ricordare che si è finiti nella precarizzazione del lavoro dicendo che si voleva invece aprire un capitolo in cui, grazie a nuove tecnologie e a un lavoro più fluido, i lavoratori avrebbero potuto trovare le risposte alle proprie esigenze e avere possibilità di scelta. E’ finita in precarietà e i lavoratori sono stati azzerati nel soddisfacimento dei loro bisogni, sono diventati pezzi di ingranaggio. Persino la nuovissima frontiera della libertà che ci arriva dagli Usa, quella di scegliere quando e quante ferie fare, magari alla fine di un programma di lavoro, porta gli studiosi a mettersi le mani nei capelli: si è di fronte ad un accrescimento dello stress da prestazione… I termini di libertà e flessibilità mettono paura nelle mani di chi li usa così, non dico Poletti ma parlo del meccanismo complessivo.
Però qui parliamo di Poletti, ministro del governo Renzi, ex presidente della Lega delle Cooperative.
Il ministro del Lavoro dovrebbe sapere che c’è stato un tempo in cui invece dell’ora, era l’opera a misurare la prestazione. Si chiama ‘cottimo a botta’, cioè tanti pezzi fai, tanto sei pagato. Questa grande scoperta è di fine ‘800, inizi del ‘900, cioè la nascita dell’industria. Io non so davvero che luoghi abbia frequentato il ministro del Lavoro nei decenni dell’ascesa del conflitto operaio e del sindacato negli anni ’70. In tutto quel lungo periodo, la retribuzione oraria non è mai stata legata alle ore di lavoro ma alle caratteristiche delle prestazioni lavorative. E poi esiste la qualifica o la mansione: sei retribuito in rapporto alla qualità della prestazione prevista e anche della quantità. Si chiama produttività o meglio: premio di produttività.
Dunque a cosa puntano le parole di Poletti?
Con la desertificazione dell’orario si ha una perdita di controllo totale del lavoratore sul proprio lavoro. Il movimento operario, in tutta la sua fase di conquiste rispetto al tempo, ha sempre cercato di sottrarre alla pervasività del tempo di lavoro per restituire al tempo di vita, onorando il sacro, domenica e festivi. Quando questo argine viene demolito non è che sei tu sei libero ma tu invece diventi totalmente dipendente dalle richieste dell’impresa e del mercato: sei immerso nel lavoro quando vogliono loro, sei fuori quando vogliono loro. Questo meccanismo che chiamiamo capitalismo finanziario chiede che si vada fino in fondo nella cancellazione dell’autonomia del lavoratore, non tanto sindacale ma la sua possibilità di far valere la sua scelta individualmente e collettivamente che poi diventano i diritti, che hanno a che fare con la dignità della persona.
Esistono degli anticorpi?
Sì. C’è quello che si chiama ‘residuo’. Vale a dire ciò che resta fuori dall’assunzione del lavoratore nel meccanismo di accumulazione. Il meccanismo totalitario tenta di mettere dentro tutto ma l’uomo comunque disperso emette un residuo. Che va organizzato, certo. Ma prima o poi prende forza. Quella del ministro Poletti è una provocazione, anche rozza, certo. Uno potrebbe fare spallucce e passare avanti. E invece va presa sul serio perché è la manifestazione pubblica di un veleno che il corpo del sistema economico mette in circolo. Richiederebbe almeno che le soggettività degli anticorpi si manifestassero sul terreno culturale. Obiettivo del veleno è semplice: la fine del principio di uguaglianza nel lavoro. Quello secondo cui a parità di lavoro, c’è parità di salario: è questo che viene aggredito nelle fondamenta. E diventa tutto discrezionale. L’opera chi la quantifica? Chi decide? L’ impresa e il mercato. Non il lavoratore, non più.

Lavoro, cottimo e abbondante: Poletti, peggio che nei marines di Alessandro Robecchi


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Insomma, basta con il Novecento, e “le otto ore vi sembran poche”, chi vi credete di essere, le mondine? Ora, guidata come una trebbiatrice dal ministro Poletti arriva l’idea moderna: pagare a risultato. Una cosa modernissima che si chiama “cottimo”. Nel caso, cottimo e abbondante. Una prassi che cambierà le nostre vite, il linguaggio, i rapporti interpersonali. “A che ora torni, caro?”. “Uh, come sei antica! Ancora legata alle ore! Arrivo quando ho raggiunto il risultato, come impone la nuova etica del lavoro”. “Quindi?”. “Boh, facciamo un giovedì di dicembre, ma non so quale”.
Ecco, niente orari. Preparatevi a un futuro di paste scotte e microonde. Perché ve lo diciamo con una mano sul cuore: in questo modo polettiano di intendere il lavoro, le ore non saranno mai meno, ma sempre di più. Rottamando la paga oraria assisteremo finalmente a una guerra continua con ufficiali e graduati travestiti da capufficio. “Signorina, faccia questi otto miliardi di fotocopie”. “Guardi che io stacco alle sei!”. “No, lei stacca quando ha finito”. Di colpo, in ufficio, si finirà di lavorare quando finirà il toner, mai prima. Bello! Sembrerà di essere nei Marines.
Del resto il ministro Poletti l’ha detto l’altro giorno: si lavora in un modo nuovo e a lui capita di leggere le mail anche all’una di sabato notte, a letto. Abolendo le ore e puntando ai risultati, un risultato lo si otterrà di sicuro: si lavorerà sempre, giorno e notte, a letto, in macchina, al cinema. La doccia sembrerà l’ultimo rifugio dove si può stare senza tablet o cellulare e forse questo migliorerà la vita: “Caro, ti devo parlare”. “Presto, andiamo sotto la doccia, se no devo finire la relazione e mandarla al capo”. Peccato che accadrà solo per pochi minuti. Ma del resto, pensateci: cosa sono i minuti se aboliscono le ore?
Il Fatto Quotidiano,

Il dizionario vivente di Marx

 Intervista con il filosofo tedesco Peter Jehle, direttore editoriale dell’Istituto di teoria critica e protagonista del monumentale progetto internazionale di un «Dizionario storico-critico del marxismo», ormai giunto alla pubblicazione di nove volumi
di Gianpaolo Cherchi, Il Manifesto
Il Dizionario Storico-Critico del Marxismo è un progetto unico nel suo genere, non solo per le dimensioni monumentali e per il carattere internazionale che esso assume (si pensi solo ai numerosi collaboratori che partecipano da ogni parte del mondo), ma soprattutto per il momento storico preciso in cui una simile operazione ha luogo: un periodo che, oltre ad essere assai povero di criticità nel dibattito politico internazionale, anche sul piano culturale sembra aver perso un orizzonte critico di riferimento.
Carenza di criticità che ha portato ad una situazione assai lontana dalla «fine delle ideologie» prospettata da Francis Fukuyama: quella in cui viviamo, infatti, è in realtà l’era più ideologica della storia, con l’affermazione su scala globale del modello capitalista, supportato e mai contraddetto dalle nuove democrazie liberali.
In un tale contesto, quello di un Dizionario Storico-Critico del Marxismo (HKWM, n.d.r.) rappresenta un punto di assoluta importanza e di rilievo internazionale.
Abbiamo intervistato Peter Jehle, responsabile del progetto editoriale, nonché membro dell’Istituto berlinese di Teoria Critica (InKriT; www​.inkrit​.de).
Ci vuole illustrare il progetto dell’HKWM?
Come si può facilmente prevedere, l’influenza storica del pensiero di Marx delinea il principale ambito tematico del HKWM. Ma l’indagine di Marx conduce più lontano: il «marxismo», così come è interpretato dal HKWM, è tutt’altro che un fenomeno isolato, settario o specialistico, ma ha sviluppato e diffuso un cambiamento radicale a livello sia pratico che teorico nelle questione relative le forme di socializzazione e le relazioni dell’uomo con la natura. Si tratta di questioni generali, che riguardano l’intero orizzonte della vita umana. L’indagine di Marx rintraccia le condizioni storiche del dominio e dello sfruttamento, ed è stata ampliata, elaborata e sostenuta scientificamente in un immenso processo di ricerca. Il HKWM, pertanto, indaga nel passato, come una sonda, allo scopo di comprendere gli sviluppi scientifici, tecnici e culturali del nostro tempo.
L’elemento più interessante del Dizionario è che esso non si risolve in una semplice opera di «filologia marxista», ma accoglie e rielabora nuovi concetti politici e cerca di inserirli all’interno di una mappatura teorica in continua evoluzione, e che talvolta si trova a dover rendere conto di posizioni contrastanti e differenti all’interno della costellazione teorica marxiana, e che si riferiscono a pratiche politiche, movimenti sociali e approcci teorico-critici differenti. Come è possibile mantenere insieme questa pluralità di voci?
Come abbiamo scritto nella prefazione al primo volume del Dizionario, nel 1994, un marxismo sostenibile deve essere in grado di affrontare i problemi di sopravvivenza dell’umanità persino in una «astronave terra». Da allora, dopo vent’anni, sono stati pubblicati (considerando anche le divisioni in tomi) altri 11 volumi, nei quali quell’affermazione ha trovato una conferma: oltre al movimento operaio e alle esperienze socialiste e comuniste, sono comprese anche le questioni relative alla crisi ambientale e al movimento femminista, così come hanno trovato un ampio spazio anche la teologia della liberazione e la questione post-coloniale del «terzo mondo».
Il significato del nostro progetto, ovvero quello di essere un dizionario «storico-critico», assume pertanto un nuovo significato, che lo porta a trascendere e andare oltre l’aspetto puramente archivistico-editoriale, rispettandone allo stesso tempo le regole. Vi sono certo delle contraddizioni alle quali il nostro progetto deve far fronte, come quella di conciliare un lavoro dal respiro internazionale che nonostante tutto viene pubblicato in una lingua nazionale, o la tensione fra una vocazione globale del progetto e la sua gestione locale, o ancora quella di un quadro di riferimento unitario all’interno del quale sia tuttavia possibile dare espressione a una molteplicità di voci, a una pluralità di movimenti sociali.
All‘indagine nel passato si accompagna dunque una attenzione sempre rivolta alle esperienze sociali più recenti. Il futuro della politica pare giocarsi, oggi, proprio sulla capacità di azione e di incisione non solo pratica, ma anche teorica, dei movimenti sociali. La teoria marxista è veramente così distante da essi? Nello specifico, quale contributo può fornire un progetto come quello dell’HKWM?
Se sul piano teorico il principale contributo di Marx è stato l’analisi del capitalismo, sul piano pratico è stato la nascita del movimento operaio, il quale ha agito da guida programmatica per il movimento internazionale dei lavoratori. Ma la domanda di Marx è basata sull’imperativo categorico di inquadrare nella prospettiva critica di un mutamento sociale tutte le condizioni «in cui l’uomo è umiliato, reso schiavo, abbandonato, ridotto ad una essenza spregevole»: quella domanda, la sua domanda, va ben oltre ogni movimento di emancipazione.
Il movimento operaio, così come i movimenti sociali, devono imparare a riflettere sul proprio ruolo e sulla propria azione in modo critico, ripetutamente. Come sostiene il direttore del progetto, Wolfgang Fritz Haug, è necessario che essi sviluppino «un rapporto storico con i propri concetti e un atteggiamento critico nei confronti della propria storia». Questa consapevolezza critica non si deve limitare a una semplice e banale conoscenza storica, ma deve essere uno strumento in grado di affrontare le problematiche del mondo di oggi. Così nel Dizionario appaiono voci come «Hacker», «Hollywood», «Jeans»… Come appare anche la voce «Lorianismo», termine utilizzato da Gramsci per definire quegli intellettuali privi di spirito critico, che si può applicare, naturalmente, anche a certi autori marxisti.
Si tratta, allora, di una opera di ricostruzione storico critica del pensiero marxista in una forma auto-riflessiva, o meglio auto-critica?
La fine del marxismo-leninismo ha lasciato un debito storico, un enorme cumulo di macerie che minaccia di seppellire e cancellare definitivamente, insieme agli elementi irrazionali e pericolosi, anche i germi sommersi di un possibile futuro che nel marxismo erano contenuti. La possibilità di una auto-riflessione critica sulle proprie posizioni teoriche, l’idea stessa di una auto-critica, era un tabù nel socialismo sovietico, nel socialismo di Stato. Non tutti hanno ancora compreso che un simile tabù verso la critica, verso l’auto-critica, porta alla paralisi politica e sociale. Si pensi a Rosa Luxemburg, o allo stesso Gramsci.
Quando si parla di «Teoria Critica» si pensa immediatamente all’Istituto per la Ricerca Sociale di Francoforte sul Meno, e ad autori quali Adorno, Horkheimer, Marcuse. Che tipo di rapporti ha InkriT con Francoforte? E che tipo di posizionamento teorico assume rispetto alla Teoria Critica?
Il HKWM è un progetto politico, che deve tuttavia essere portato avanti rispettando le logiche «apolitiche» di un lavoro scientifico e teorico, del tutto impossibile senza una adeguata attitudine accademica, senza una suddivisione disciplinare del lavoro, e senza un affiancamento costante alla ricerca. Aspetti, questi, che ci avvicinano al lavoro portato avanti dalla Scuola di Francoforte. Tuttavia, l’InKriT non vuole spodestare la Scuola di Francoforte, appropriandosi del termine «Teoria Critica»: è nota a tutti la profondità di significato che questo termine ha assunto, tanto che quando ci si riferisce alla Teoria Critica francofortese si adoperano le lettere maiuscole. Noi scriviamo «teoria critica», a caratteri minuscoli; e significa semplicemente che non abbiamo nessun rapporto privilegiato con la Scuola di Francoforte. Come Benedetto Croce ha voluto distinguere cosa è «vivo» e cosa è «morto» in Hegel, allo stesso modo noi intendiamo fare con la Teoria Critica.
Grazie al concetto di critica dell’ideologia possiamo, per esempio, ricominciare a considerare in maniera neutrale Lenin e il marxismo. È la dimostrazione del guadagno cui si va incontro nell’appoggiarsi ancora al concetto marxiano di critica dell’ideologia, poiché grazie ad esso si può costruire qualcosa di produttivo. Mentre invece, la dicotomia habermasiana tra lavoro e interazione sociale, ha limitato la prospettiva di Marcuse riducendola ad una forma di razionalità alternativa nelle scienze e nella tecnica, a scapito di una critica globale, ecologica, al capitalismo. Se in molte voci del nostro Dizionario facciamo riferimento alla Critica francofortese, lo facciamo chiamandola in causa sia come soggetto che come oggetto di indagine, sia come strumento che come materiale di analisi.
Viviamo in una condizione che obbliga e costringe il pensiero alla fatica, al dolore, ma anche al potere del negativo, per dirla con Adorno. Il pensiero oggi deve trasformarsi in una critica spietata per mantenere le condizioni di sopravvivenza: solo in questo modo, attraverso una critica che sia in grado di illuminare la coscienza e riattivare l’immaginazione sociale, sarà possibile salvare l’umanità dalla rovina.

SCAFFALI

800 autori e 15 volumi. E non solo

«Neofordismo», «Egemonia», «Razionalità tecnologica», «Femminismo», «Riforma Agraria». Sono solo alcune delle voci che compongono il monumentale lavoro del Dizionario Storico-Critico del Marxismo (HKWM), il cui progetto editoriale, a cura dell’Istituto di Teoria Critica di Berlino (InkriT) e della rivista «Das Argument», è diretto da Wolfgang Fritz Haug ed è supportato da un comitato editoriale di cui hanno fatto parte, tra gli altri, Pierre Bourdieu, Étienne Balibar, Jacques Derrida, Eric Hobsbawm. Nato inizialmente nel 1983, traducendo il «Dictionnaire Critique du Marxisme» fino al 1989; dopo il crollo dell’URSS si è modificato in un programma di più ampio respiro, raccogliendo collaboratori da tutto il mondo. Attualmente sono stati stampati 8 volumi (l’ultimo in due tomi), mentre il numero 9/I è in lavorazione (con le voci «Maschinerie-Mitbestimmung»). L’opera completa comprenderà ben 15 volumi, oltre 1500 voci e il contributo di oltre 800 autori da diverse parti del mondo, e sarà il più ricco, completo e internazionale dizionario sul marxismo. Per avere maggiori dettagli sul progetto è possibile consultare il sito web dell’Istituto di Teoria Critica di Berlino (www​.inkrit​.de).

mercoledì 25 novembre 2015

Ora che la guerra sta accadendo di Sandro Moiso

Made in France posterParigi – Londra, patto di guerra. Così titolava in prima pagina il “Corriere della sera” ieri mattina. Poi, nella stessa giornata, un caccia russo Sukhoi 24 è stato abbattuto nei cieli turco-siriani su ordine del premier Ahmet Davutoglu e la Russia ha schierato le proprie navi davanti alla costa turca. L’esplodere dei grandi conflitti è sempre stato preceduto dal manifestarsi di una grande “voglia di guerra”. Voglia che si manifesta nelle dichiarazioni pubbliche e nei discorsi privati, nei quotidiani e, oggi, nei media di ogni genere. Nelle scelte della politica e dell’economia. Nella preparazione delle azioni militari e in quelle repressive. Nella designazione di un nemico disumano, meritevole di ogni violenza e di ogni atto di vendetta.
Voglia di armi
“Energia e difesa trainano le borse”. Non erano ancora passati cinque giorni dai fatti di Parigi che, mercoledì 18 novembre, “il Sole 24 Ore” poteva trionfalmente dichiarare in prima pagina la felicità degli investitori per la situazione venutasi a creare per le conseguenze poltico-militari degli attentati messi in atto dai militanti dell’Isis . Come se ciò non bastasse sulla colonna di sinistra un altro articolo dichiarava, quasi spudoratamente: “Europa e conti. Più che la stabilità poté la sicurezza”.
L’appello di lunedì 16 novembre del Presidente della Repubblica francese alla clausola dell’articolo 42, punto 7, del Trattato di Lisbona, riferito al mutuo soccorso europeo, ha aperto di fatto la porta alla possibilità di uscire dai vincoli dei trattati europei, riguardanti la spesa degli stati, per tutto ciò che riguarda la sicurezza ovvero uomini, armi e tecnologie securitarie. Il taglio della spesa pubblica, tanto richiamato da tutti i partiti di governo e di opposizione, in un solo colpo può quindi essere aggirato, grazie sostanzialmente all’appello di François Hollande, a favore delle imprese fornitici di armamenti per gli eserciti e servizi all’intelligence.
Da qui la gioia delle Borse, per le quali, evidentemente, i morti, parigini o siriani che siano, della guerra in atto non sono altro che una forma di interesse da pagare per il buon funzionamento e la ripresa dei mercati. Una specie di keynesismo del sangue che andrebbe di diritto inserito tra i crimini dei potenti e dell’economia di recente analizzati da Vincenzo Ruggiero in alcuni suoi testi.1
Sabato 21 novembre “Repubblica.it” titolava “L’affare della guerra all’Is: boom di Borsa e vendita di armi, l’Italia c’è”, affermando chiaramente che
Domandare, offrire; vendere, comprare. Le regole del mercato sono poche e semplici. E la guerra aperta dalla Francia e dalla Russia dopo gli attentati terroristici ad opera dell’IS non fa eccezione. Per chi domanda sicurezza, c’è chi offre strumenti di difesa; per chi vende armi, c’è chi le compera. Gli stanziamenti degli Stati per armarsi contro la minaccia terroristica cresceranno, questa è una delle poche certezze di questi giorni: Francois Hollande ha già ottenuto da Bruxelles di fare più deficit del previsto e anche la Stabilità italiana si prepara a trovare 120 milioni di nuove risorse.2
Per poi proseguire “Con i lampeggianti delle sirene parigine ancora accese, già si sapeva che gli Usa avevano venduto migliaia di bombe intelligenti all’Arabia Saudita, per 1,29 miliardi di dollari di valore. Per chi avesse dubbi, basta guardare all’andamento di Borsa, dove fiutare l’affare è la regola: aziende come la leader delle armi Lockheed Martin, ma anche altri colossi come Bae System, la Airbus e la Boeing (che non producono solo aerei passeggeri) e la nostra Finmeccanica hanno registrato un balzo in avanti sui mercati. L’indice Bloomberg del settore aero-spaziale e della difesa, dagli attentati di Parigi ha guadagnato il 4,5%, Finmeccanica più dell’8%”.
Per essere bipartisan occorre poi ricordare che Carlo Pelanda, su “Libero” di domenica 22 novembre, non dimenticando che “La grande depressione americana degli anni ’30 finì per la svolta espansiva e mobilitante data dall’entrata in guerra nel 1941”, ha sottolineato come non si veda “una mobilitazione pacifista contro i bombardamenti, manco tanto selettivi, di Raqqa o una condanna morale di Hollande perché, oltre alla parola «guerra», ha anche aggiunto «vendetta». Pare che la percezione sia quella di una Pearl Harbour europea caricata di una forte caratterizzazione del nemico come indegno e non meritevole di pietà”. 3 Sintetizzando: il clima favorevole alla guerra c’è, vediamo solo di sfruttarlo al meglio.
Il paradosso sta nei fatti: finita quella che si potrebbe definire come la terza guerra mondiale, con cui sostanzialmente, tra il 1991 e, indicativamente, l’eliminazione di Osama Bin Laden, gli Stati Uniti hanno cercato di ridisegnare a proprio vantaggio il panorama geo-politico venutosi a creare nel quarantennio di divisione condominiale del mondo con l’URSS dopo la fine della seconda guerra mondiale, ha avuto inizio, proprio dall’imbarbarimento di consuetudini e stati seguito alla (fallimentare) balcanizzazione dell’Europa Orientale e del Vicino Oriente voluta e perseguita dai vertici politico-militari ed economici statunitensi, la quarta.
Mentre la terza, però, aveva visto ancora una parte consistente del mondo, sviluppato e non, adattarsi al comando americano sperando di trarre vantaggio sia dal rafforzamento imperialista statunitense che dall’indebolimento e dalla scomparsa dell’imperialismo sovietico in nome di un Nuovo Ordine Mondiale, oggi a seguito della crisi economica, dello sviluppo e della affermazione di varie potenze regionali e mondiali, della debolezza della strategia americana e delle sue possibili prospettive, si ha uno scontro di tutti contro tutti. In cui tutti gli attori sono contemporaneamente possibili alleati e possibili nemici. Dal punto di vista capitalistico, mercantile e finanziario è una situazione magnifica: tutti possono vendere armi a tutti in attesa che i fronti si definiscano meglio e le popolazioni, soprattutto in Occidente, si abituino all’idea dell’inevitabilità dei sacrifici determinati dal clima bellico e della giustezza delle ragioni della propria “patria” o del proprio schieramento di riferimento.
Così la Francia può ballare tra Stati uniti e Russia e l’Italia vendere armi agli Emirati del Golfo e alla Turchia (solo per citare due esempi) continuando a gridare, sempre più forte “Al lupo! Al lupo!” per il nemico alle porte. Quando il vero nemico, il più importante, è costituito proprio da quei governi che ci stanno portando al macello. Così mentre gli Stati Uniti, nel corso della terza, avevano pensato di preparare una situazione utile sia a contenere gli alleati/concorrenti occidentali, sia a circondare strategicamente il colosso cinese, ora si trovano impantanati in una situazione in cui ad ogni falso movimento rischiano di calpestare pericolosamente i piedi di possibili alleati e possibili avversari (ancora una volta i balletti di Kerry e Obama tra Iran, Israele, Turchia, Russia ed Arabia Saudita possono servire da esempio).
Ballando sull’orlo del baratro qualcuno inizierà a scivolare, trascinando con sè tutti gli altri. In Turchia, in Siria, sulle coste del Mediterraneo: dove sarà, sarà. Il luogo non sarà così importante alla fine.4 Per questo ho detto e ripeto ancora che il 13 novembre non corrisponde all’11 settembre 2001 (tutto americano), ma al 28 giugno 1914.
L’italietta, intanto, corre gioiosa incontro al proprio destino: soddisfatta degli investimenti arabi sul territorio nazionale e nella sua linea aerea di bandiera, spera di continuare a vendere armi a tutti, facendo girare a mille gli stabilimenti di Finmeccanica e della Beretta e facendo finta che il decreto legge che proroga la partecipazione militare italiana a missioni internazionali approvato alla Camera, con la norma che consentirà agli “007” di avvalersi dei corpi speciali per le operazioni all’estero, non costituisca ancora un atto di guerra.5
In che modo la lotta al terrorismo sia un affare interessante per le aziende del comparto è scritto anche nella relazione al bilancio 2014 di Finmeccanica, portabandiera italiana della Difesa. Già in chiusura dello scorso esercizio, ad assalto a Charlie Hebdo concluso, si registrava che «la spesa per nuovi investimenti tenderà nei prossimi anni a crescere con un ritmo intorno al 2% annuo, grazie al lancio di programmi per lo sviluppo di nuovi sistemi di armamento e allo stanziamento di fondi per operazioni contro il terrorismo organizzato internazionale (circa 40 miliardi di euro tra il 2015 e il 2017)» […]L’azienda della Difesa è presente con dodici siti tra Arabia, Emirati arabi uniti e aree circostanti. Con gli Eau, in particolare, nel bilancio di sostenibilità Finmeccanica ricorda che c’è un interesse «testimoniato dalla più che quarantennale presenza sul territorio degli Eau, con i quali sono stati avviati importanti programmi di sviluppo che hanno condotto alla creazione di una sede ad Abu Dhabi, con funzione di coordinamento di tutte le attività nell’area. Finmeccanica intende rafforzare la partnership con gli Emirati Arabi Uniti mediante la definizione di ulteriori alleanze con il settore pubblico e privato e con importanti enti di ricerca governativi, ampliando la rete di collaborazione con i player di settore locali». A scanso di equivoci, proprio in questi giorni l’ad Mauro Moretti è tornato a chiarire che l’interesse è rivolto in tutte le direzioni: «Fornire armamenti a paesi come Arabia Saudita e Qatar che sono considerati controversi? Sono paesi che sono legittimati dagli Usa ed entrano a far parte del fronte Occidentale in questa vicenda»“. 6
Continuando a far finta che un comune fronte Occidentale ancora esista.
… e di petrolio
L’euforia borsistica, come si diceva all’inizio, si è estesa anche all’altro grande protagonista dei drammi mediorientali presenti e passati: il petrolio.
Protagonista indiscusso dello scontro sia mondiale che locale tra potenze imperiali, ma anche tra potenze regionali con aspirazioni globali come ben dimostra il coinvolgimento nel dramma siriano di Arabia Saudita, Stati del Golfo e Turchia, più o meno, dallo stesso lato e Iran dall’altro.7 Petrolio che costituisce anche una delle fonti dirette di finanziamento dello stesso Stato islamico e uno, se non l’unico, dei principali motivi della sua azione nel Vicino Oriente e in Africa.
I proventi vengono per il 27 per cento dalla vendita di petrolio” sostiene in un articolo, sull’Espresso on line del 20 novembre, Gianluca Di Feo a proposito delle finanze dell’Is.8 Mentre Maurizio Ricci, in una più dettagliata analisi, sostiene che, pur essendo limitate le capacità estrattive dei miliziani, lo Stato islamico ha potuto contare sull’estrazione di 50.000 barili giornalieri nei territori occupati in Siria. nella zona orientale di Deir al-Zour, e altri 30.000 nella regione di Mosul.
Una parte di questo petrolio è avviato attraverso mezzi di fortuna, asini compresi, verso la Turchia dove, nel terminale petrolifero di Ceyhan può essere mescolato con il greggio ”proveniente da fonti legittime”.
Di fatto, l’Is può vendere il suo greggio, in condizioni di monopolio, nella regione che controlla, […]Gli esperti calcolano che questo flusso porti oggi l’equivalente di un milione, un milione e mezzo di dollari al giorno nelle casse del Califfato. In prospettiva, un tesoro di 4-500 milioni di dollari l’anno […]L’Is gestisce, però, solo in parte il traffico. I jihadisti hanno il controllo diretto dei giacimenti e quello, diretto o indiretto, di alcune delle maggiori raffinerie.
Ma il trasporto del greggio verso queste raffinerie e le molte piccole e piccolissime, quasi casalinghe, è assicurato da centinaia di operatori indipendenti. Chi ha potuto girare nelle aree controllate dall’Is dice che, fuori dai giacimenti, ci sono code fino a 6 chilometri di camion che aspettano di poter riempire le loro cisterne”. 9
Solo recentemente, però, l’aviazione americana, forse seguendo l’esempio di quella russa, ha iniziato a bombardare tali raffinerie, spesso mobili, dislocate principalmente lungo il corso dell’Eufrate. Una delle fonti di finaziamento è stata dunque per lungo tempo operativa e, nonostante tutto, continua ad esserlo tutt’ora. Così come il Qatar, che è tra i maggiori indiziati per il sostegno allo Stato islamico (presente probabilmente nella lista dei quaranta paesi finaziatori dell’Isis cui ha recentemente accennato Putin), continua a godere di una fitta rete di relazioni in Europa e in Italia grazie a investimenti milionari nei settori chiave: dalla moda al turismo fino all’alimentare.
Pur essendo noto che la sua ostilità nei confronti del regime di Assad, secondo una ricostruzione del giornale britannico The Guardian, è dovuta al fatto che nel 2009
il presidente siriano Assad rifiutò la proposta dell’emirato di costruire un gasdotto che si sarebbe collegato all’Europa in concorrenza con il gasdotto della Russia di Vladimir Putin, alleato dei siriani.
Non solo: l’anno successivo Damasco strinse un accordo per un’altro gasdotto con l’Iran, sciita, che avrebbe permesso a quest’ultimo di rifornire l’Europa attraversando Siria e Iraq. […] Il Qatar possiede un terzo delle riserve mondiali di gas, ma ha un bisogno disperato di un mercato come l’Europa per venderle. E la Siria avrebbe ostacolato un possibile sbocco”. 10
Anche in questo caso, non vi è dubbio, tutti vendono a tutti e tutti sono disponibili a comperare. L’unico problema, a Est come a Ovest oppure per gli stati del Middle East, è costituito dal determinare, manu militari, chi gestirà e dove passerà il fiume di petrolio e quello di dollari che porta con sé.
Ora che la guerra sta accadendo ancora tarda a formarsi una coscienza anti-militarista. Per ora ancora niente “guerra alla guerra!“, mentre soltanto qualche debole proposizione di principio sembra costituire la risposta antagonista (?) alla carneficina che si avvicina. Basterà a dar vita ad un movimento unitario o sarà sopraffatta anch’essa dallo sciame sismico della paura e del perbenismo nazionalista ed identitario prodotto e alimentato dall’imperialismo?
N.B. L’immagine scelta per accompagnare l’articolo costituiva il manifesto pubblicitario di un film francese sul terrorismo islamico nelle banlieu, la cui uscita nelle sale cinematografiche era stata programmata per il 18 novembre. A seguito dei fatti di Parigi l’uscita del film è stata rinviata a data da definire così come anche il poster sarà sostituito da altra immagine (anch’essa ancora da definire).
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Note
  1. Vincenzo Ruggiero, I crimini dell’economia. Una lettura criminologica del pensiero economico, Feltrinelli 2013 e Vincenzo Ruggiero, Perché i potenti delinquono, Feltrinelli 2015 (Quest’ultimo recensito su Carmillaonline il 28 ottobre 2015 http://www.carmillaonline.com/2015/10/28/lessenza-criminale-del-potere-v-ruggiero-perche-i-potenti-delinquono-recensione-ed-intervista-allautore/)  
  2. http://www.repubblica.it/economia/2015/11/21/news/armi_isis_guerra_borsa_emirati_arabi-127849393/?ref=HREC1-8  
  3. Carlo Pelanda, La guerra all’Isis può farci guadagnare, Libero, 22/11/2015, pag. 9  
  4. Si veda anche: http://www.carmillaonline.com/2013/09/10/war/  
  5. Il decreto prevede quasi 59 milioni di euro fino al 31 dicembre prossimo per la missione in Afghanistan, 42.820.407 euro per la partecipazione ad Unifil in Libano e 64.987.552 euro per attività della coalizione internazionale di contrasto alla minaccia terroristica dell’Isis. Per quanto riguarda le missioni in Europa, il provvedimento destina, tra l’altro, 4.213.777 euro per la proroga della di Active Endeavour; 33.486.740 euro per la proroga di EUNAVFOR MED, 25.602.210 euro per le missioni nei Balcani, e quasi 70mila euro per la partecipazione di personale militare alla missione dell’Unione europea in Bosnia-Erzegovina, denominata EUFOR ALTHEAhttps://www.lastampa.it/2015/11/19/italia/politica/alla-camera-via-libera-per-la-proroga-delle-missioni-allestero-corpi-speciali-a-supporto-degli-qWwuz8EYSTXIIgVGurvb8I/pagina.html  
  6. Si veda ancora http://www.repubblica.it/economia/2015/11/21/news/armi_isis_guerra_borsa_emirati_arabi-127849393/?ref=HREC1-8  
  7. Si veda in proposito http://www.carmillaonline.com/?s=la+bomba+iraniana  
  8. http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/11/20/news/terrorismo-da-dove-vengono-i-soldi-del-califfo-1.240236?ref=HRBZ-1  
  9. http://www.repubblica.it/esteri/2015/11/19/news/bombe_sul_petrolio_dello_stato_islamico_la_guerra_di_usa_e_russia_al_tesoro_di_al_baghdadi-127679597/  
  10. http://www.repubblica.it/economia/2015/11/20/news/qatar_isis_italia-127717794/  

L’ AlieNato turco di Il Simplicissimus

traiettoria dell'aereo russo abbattutoCome al solito l’informazione si ferma alla soglie del potere e quindi alle opinioni pubbliche viene ammannito il solito pater ave e gloria della Nato e dei governi da essa dipendenti: certo ci si rende conto della gravità dell’abbattimento dell’aereo russo, di ciò che esso prefigura, ma ci si nasconde dietro il pretesto di una presunta violazione dello spazio aereo turco da una parte per cercare di dare un qualche barlume di legittimità alle azioni Ankara, dall’altra per coprire l’evidente intento turco di impedire in tutti i modi quella guerra all’Isis che oggi fiorisce negli intenti degli alleati e nelle sue prefiche mediatiche. Ma la Nato che nasconde anni di ambiguità e bugie, invece di bacchettare il sultano Erdogan, se ne fa portavoce e difensore d’ufficio.
La cosa è ridicola per non dire infame perché stando alle informazioni dei turchi, sintetizzate dalla cartina concessa dalle autorità di Ankara all’ufficio stampa della Nato, ossia alla Cnn, le uniche peraltro che vengano prese in considerazione, se una violazione dello spazio aereo c’è stata essa può essere durata al massimo una dozzina di secondi il che rende del tutto fantasiosa la tesi di Ankara di un preavviso di cinque minuti dato dai suoi caccia. La medesima cartina con il punto di impatto del caccia bombardiere di Mosca segnalato con una X, porta a pensare che il fuoco sia stato aperto quando il Su24 russo era già nello spazio aereo siriano il che configura un’azione di guerra contro aerei che volano legittimamente (gli unici per la verità) sul territorio siriano effettuato da velivoli che in quello spazio non sono autorizzati a volare.
Oddio i turchi hanno per vizio la violazione degli spazi aerei altrui come quello greco e cipriota ma in questo caso Ankara sembra voler affermare una sorta di no fly zone illegale sul nord della Siria, privo di mandato dell’Onu, anche se non privo di complici e chissà , forse mandanti, tra cui spicca il nomen omen Stoltenberg. Tutto ciò che è accaduto non avrebbe senso senza la copertura della Nato. Putin ha perfettamente ragione a parlare di pugnalata alla schiena, ma evidentemente non si riferisce ai soli turchi bensì alla Nato che consente ad Ankara e al suo sultano di fare l’esatto contrario della guerra all’Isis e gli tiene bordone persino nella sua pretesa di sentirsi aggredito:
  • con la scusa di intervenire contro le forze islamiste bombarda i combattenti curdi che si battono contro il Califfato
  • tollera anzi favorisce il contrabbando di petrolio da parte dell’Isis attraverso il suo territorio, servendosi addirittura di una società di trasporti del figlio di Erdogan
  • imprigiona o uccide i giornalisti che denunciano le liason tra il governo e il Daesh anche se la cosa non ha molto spazio di cronaca in occidente
  • si serve del flusso di rifugiati per ricattare l’Europa
Tutto questo sarebbe intollerabile se dalla Nato, vale a dire da Washington, non venisse l’ordine di tollerarlo e di fiancheggiarlo caricando sulle spalle dell’Europa un fardello di ambiguità e di bugie che finirà per ucciderne i brandelli di anima rimasta, sufficiente in ogni caso a suscitare un disprezzo di cui sarà la prossima generazione a raccogliere i frutti avvelenati.

Nazi states di Il Simplicissimus

images (2)Straordinario. Mentre l’Occidente è attraversato dalla nube tossica delle guerre di civiltà fabbricate ad arte dall’industria dell’informazione, Stati Uniti, Canada e Ucraina hanno votato contro una risoluzione Onu volta a combattere la glorificazione del nazismo e tutto ciò che contribuisce ad alimentare le forme contemporanee di razzismo, di discriminazione razziale, di xenofobia e di intolleranza. Sono gli unici voti contrari (assieme a quello delle isole Palau che vivono di turismo Usa). Mettiamoci anche questo nella difesa dei nostri altalenanti valori che funzionano ormai come un titolo di borsa.
Certo , non c’è da stupirsi più di tanto visto che gli Usa sono pienamente impegnati nel sostegno ai nazisti ucraini, manovalanza del golpe di Kiev e spina dorsale del governo fantoccio di Poroshenko e che gli europei non osano sottrarsi a questo gioco al massacro. Ma il fatto che la risoluzione sia stata presentata alle Nazioni Unite dalla Russia, non fornisce un’attenuante al niet statunitense o alle pavide astensioni europee, non lo derubrica a semplice dispetto verso Putin e a pragmatico sostegno dei neo nazi ucraini, anzi lo aggrava dimostrando come nello “stile di vita” occidentale e negli usi e costumi del paese eccezionale vi sia la doppia morale, il cinismo senza limiti, l’egoismo e la noncuranza verso le idee che diventano semplice pedina del gioco di potere.
Quindi mi sento autorizzato a dire che sarò costretto a estrarre la pistola tutte le volte che sento parlare di guerra di civiltà, sapendo che sarà un atteggiamento ampiamente apprezzato da almeno una delle due presunte civiltà, quella che i famosi valori li tira fuori solo quando conviene.

martedì 24 novembre 2015

Isis Nostra (Marco Travaglio)



alfanoMagari fa comodo dimenticarlo, ma in Italia è tuttora viva e vegeta un’organizzazione terroristica che per un secolo ha fatto migliaia di morti ammazzati, che 13 e 12 anni fa mise l’Italia a ferro e a fuoco con stragi mai viste in Europa e nel mondo (salvo la Colombia e il Libano) e che da vent’anni non spara più perché ha avuto quasi tutto ciò che chiedeva: la revoca di centinaia di 41-bis per i detenuti e l’ammorbidimento progressivo del carcere duro per chi ci è rimasto, una legge più blanda sui pentiti, l’omertà legalizzata con la sostanziale depenalizzazione della falsa testimonianza, la chiusura delle supercarceri di Pianosa e Asinara, la delegittimazione scientifica di magistrati e pentiti, continui limiti alle intercettazioni e alle indagini, grandi opere da sub appaltare agli amici degli amici, mano libera sugli affari da Sud a Nord, condoni fiscali per ripulire i soldi sporchi direttamente con lo Stato, addirittura (dal 1999 al 2001) l’abolizione dell’ergastolo, leggi col buco su voto di scambio e autoriciclaggio, ora persino l’innalzamento del limite ai pagamenti in contanti da mille a 3 mila euro (così da poter spendere i proventi delle estorsioni spicciole senza dare nell’occhio).  
Questa organizzazione terroristica, essendo formata da italiani doc, quasi tutti cattolici e molto devoti, non suscita lo stesso allarme di quelle di origine maghrebina e mediorientale. Eppure controlla da decenni un vasto territorio: non fra Siria e Iraq, ma fra Sicilia, Calabria e Campania, con propaggini non in Libia o in Mali, ma in Lazio, Emilia Romagna, Piemonte, Lombardia, Val d’Aosta e altre regioni. Non si è mai proclamata Stato solo perché non ne aveva bisogno: diversamente dall’Isis, fortunatamente isolato, esecrato e combattuto dall’intero consesso civile, questa organizzazione terroristica ha sempre avuto ottimi rapporti con quello già esistente, attraverso premier, ministri, sottosegretari, politici,governatori,sindaci,funzionari, poliziotti, carabinieri, 007, avvocati, banchieri, commercialisti, giornalisti, medici e prelati, ottenendo trattative, leggi di favore, impunità, assunzioni, appalti, finanziamenti, licenze, cure sanitarie e sacramenti. Senza tutti questi agganci (i “concorsi esterni”), dopo due secoli di vita, sarebbe stata sconfitta da un pezzo. Un sette volte presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, è risultato associato a essa fino al 1980 (e aveva cominciato nel 1946). Il n. 3 del Sisde, Bruno Contrada, era pagato dallo Stato ma lavorava per essa, infatti fu condannato a 10 anni.
Un tre volte presidente del Consiglio, Silvio B., leader del centrodestra, intratteneva con essa affettuosi e fruttuosi rapporti tramite l’amico Marcello Dell’Utri,che nel 1992-’93 s’inventò Forza Italia e ora sconta una condanna a 7 anni per mafia nel carcere di Parma, a qualche cella di distanza da Totò Riina. Un due volte presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ora senatore a vita, ha appena rifiutato di testimoniare nel quarto processo su una delle stragi da essa perpetrata, dove morirono il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della scorta (il primo processo fu depistato da uomini della polizia, che confezionarono ai giudici un pacchetto completo di falsi colpevoli per risparmiare quelli veri). Il pm che sostiene l’accusa nel processo sull’ultima trattativa fra l’organizzazione e pezzi dello Stato, Nino Di Matteo, è stato condannato a morte dal Riina con un piano stragista giunto al trasporto dell’esplosivo a Palermo,ed è costretto a viaggiare su un bomb jammer, ma soprattutto a subire l’isolamento dalle istituzioni e dalla sua categoria, il dileggio dei pennivendoli berlusconiani e l’indifferenza di quelli “progressista”.   Invece l’attuale ministro dell’Interno Angelino Alfano, responsabile dell’ordine pubblico e della lotta al terrorismo, passa per il nuovo Kennedy (nel senso di JFK) per le intercettazioni ambientali in cui si sentono alcuni mafiosi augurargli una morte violenta per non aver abrogato il 41bis. Ora, il 41bis non è stato abolito non solo da Alfano, ma da tutti i governi succedutisi da quando fu istituito (decreto Scotti-Martelli, 6.8.1992). Ed è di competenza del ministro della Giustizia Andrea Orlando.Perché,allora,i mafiosi vogliono farla pagare a quello dell’Interno Alfano? Perché essi stessi spiegano che, diversamente da altri, Alfano è stato “portato qua con i voti degli amici. È andato a finire con Berlusconi e poi si sono dimenticati tutti”. Cioè è stato eletto da loro e poi s’è scordato di loro. Ma di questo passaggio cruciale delle intercettazioni non c’è traccia nei titoli dei giornali e dei tg, così Alfano può tirarsela da martire ambulante che “rischia ogni giorno la vita per la lotta alla mafia”. Purtroppo i mafiosi dicono ben altro: più che come Kennedy, è come Salvo Lima.
Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 22/11/2015.

L’invasione di campo che serve alla sinistra di Loris Caruso

C'è vita a sinistra. È necessaria un’appropriazione collettiva dello spazio che verrà costruito. Senza limitarsi a osservare, applaudire o criticare il dirigente che sale sul palco
Dunque a sinistra qualcosa si è messo in moto. I processi in campo sono due: la nascita del gruppo parlamentare Sinistra Italiana e l’appello Noi ci siamo. Con Sinistra Italiana ci sono i parlamentari di Sel ed ex parlamentari Pd. Noi ci siamo, sottoscritto da Rifondazione, Act, Sel, L’Altra Europa, Possibile (Civati) e Futuro a Sinistra (Fassina), propone l’avvio di un processo costituente per un nuovo soggetto di sinistra.
Che qualcosa si sia messo in moto è positivo e risponde a un’attesa diffusa. Il modo in cui il processo è cominciato evidenzia però anche problemi e tensioni.
Il primo è il rapporto tra i due percorsi: quanto sono convergenti Sinistra Italiana e Noi ci Siamo? Il ceto politico-istituzionale di Sinistra Italiana si metterà a disposizione della costruzione di un processo costituente, di una forza ‘plurale e aperta’ che deve per forza essere molto più ampia dell’attuale rappresentanza parlamentare? È disposto a cedere sovranità e visibilità per dare spazio a nuovi soggetti? La costituzione del gruppo può anche apparire un’ipoteca sul percorso unitario, una sua preventiva e precoce istituzionalizzazione, un’acquisizione di protagonismo da parte di chi è già presente escludente verso chi non lo è ancora.
Nel frattempo, Civati costruisce Possibile come partito autonomo e forse si ispira, se il nome tradisce le intenzioni, al modello-Podemos (una nuova forza che si smarchi dalla sinistra tradizionale). Ma firma il documento Noi ci Siamo, non entra in Sinistra Italiana e propone Possibile come spazio di unificazione della sinistra. Una situazione abbastanza intricata.
La storia recente è piena di lezioni, ma la coazione a ripetere le segue difficilmente. Il tentativo di Rifondazione comunista di costruire un partito-movimento nei primi anni Duemila (Sinistra Europea), la Sinistra Arcobaleno, Cambiare Si Può-Rivoluzione Civile, l’Altra Europa con Tsipras: questi processi unitari sono falliti o sono entrati in difficoltà per lo stesso motivo, la prevalenza della logica di ceto politico sulla costruzione di processi aperti e innovativi. Logica di ceto politico, in questo caso, vuol dire: un iper-istituzionalismo e un elettoralismo spesso disinteressati a costruire un rapporto con i movimenti e le forze sociali; la necessità di garantirsi cariche istituzionali e ruoli dirigenti, anteposta, fino a schiacciarla, alla costruzione di processi politici reali legati a processi sociali reali; la costituzione di organizzazioni politiche per via di accordi paralizzanti tra segreterie, pezzi di dirigenze e rappresentanze (comprese quelle «di movimento»).
La costruzione di un nuovo soggetto attraverso meccanismi come questi pone una serie intricata di vincoli: le organizzazioni promotrici si controllano e limitano a vicenda; il perimetro d’azione del nuovo soggetto viene segnato in modo da contenere le differenze tattiche tra i vari gruppi, impegnandoli nel controllo dei confini di questo perimetro più che nell’azione esterna; le aspirazioni degli eletti o degli aspiranti tali e i vari sogni personali di leadership occupano gran parte dello spazio di azione. Per ora non siamo lontani da questo solco. Bisogna allontanarsene il prima possibile.
C’è un solo modo perché un processo avviato in questo modo, e quello attuale lo è, abbia un destino diverso: che subisca un’invasione. Tutti coloro che sono interessati alla nascita di un nuovo partito della sinistra non possono questa volta osservare, applaudire o criticare il nuovo o vecchio dirigente che sale sul palco. Devono invadere lo spazio. Niente si autoriforma e nessuno si fa da parte da solo. Se non si è incalzati e spiazzati, si recita l’eterno ritorno dell’uguale. Chi da decenni è abituato al politicismo (o l’ha imparato precocemente) imposterà le cose, anche quando è completamente in buona fede, sul modello politicista.
Nuove pratiche, nuovi atteggiamenti e nuove idee possono essere messi in gioco solo da nuove forze. Che questo succeda è necessario non per motivi «morali», ma di efficacia: è il solo modo in cui un nuovo partito possa vivere. Tutto deve dare l’impressione di essere completamente nuovo, e non si tratta affatto di una questione anagrafica: si tratta delle forme dell’agire politico e della storia politica (della credibilità) di chi le interpreta. La frattura vecchio/nuovo è irritante e fuorviante, ma segnala anche una questione storica reale. Non si può far finta che il senso comune non ne sia intriso. In questa fase storica, per la sinistra politica, il coinvolgimento reale di organizzazioni sociali e individui esterni alle forze politiche esistenti non è un orpello: o arriveranno da lì nuova linfa e nuova energia o non succederà niente di significativo.
Il secondo tema è quello, eterno, delle alleanze. Civati è per fare ovunque, alle amministrative, liste alternative al Pd, ma sogna la ricostruzione di un centrosinistra ‘prodiano’, che è la stella polare di tutti i parlamentari che escono dal Pd. La posizione di Sel non è chiarissima: se e quando il Pd non sarà più guidato da Renzi (c’è la possibilità che quel partito finisca con questa leadership), la prospettiva del centrosinistra si riproporrà tale e quale? La nuova sinistra nasce anti-renziana, è un processo costruito in negativo, in contrapposizione a qualcos’altro. L’ha fatta nascere Renzi. Non è ancora un progetto alternativo al Pd e non ha un’analisi condivisa su cosa sia quel partito. Non è difficile immaginare un ritorno a casa di molti ex Pd appena la leadership del loro vecchio partito dovesse cambiare (anche qui, la storia insegna), né un riavvicinamento al Pd di Sel. È quindi molto rischioso che la «regia» del nuovo partito sia collocata tra queste forze.
Sui parlamentari usciti dal Pd vale la pena aggiungere una cosa. Tutti loro stanno giocando un ruolo di primo piano nei discorsi che riguardano il nuovo soggetto politico. Da chi ha votato le leggi dei governi Monti, Letta e Renzi, sostenuto l’arrivo di Renzi a Palazzo Chigi e brindato al 40% delle europee, ci si poteva aspettare un po’ più di umiltà: non necessariamente ricominciare dalla militanza e dalla gavetta, ma almeno evitare di salire sulla cattedra da cui si dettano linee e contenuti del nuovo partito. Anche per evitare esiti di questo tipo, è necessaria un’appropriazione collettiva dello spazio che verrà costruito.