mercoledì 27 giugno 2018

Cosa dovrebbe dire una sinistra normale, se esistesse di Gianni Botolini

La destra fa bene il suo mestiere. Dice ai penultimi che il loro problema sono gli ultimi. 
Una sinistra normale, se esistesse, dovrebbe svelare il trucco di questi prestigiatori della politica. Dovrebbe cioè dire ai penultimi che i nemici non sono i disperati e i morti di fame, quelli che attraversano il mare su barconi di fortuna, ma chi sta al vertice della catena alimentare: gli sfruttatori, gli affaristi, i miliardari evasori, e così via.
Ovvero, quello 0,7% della popolazione che detiene oltre il 50% della ricchezza mondiale. Quello 0,7% che fa la bella vita a spese delle classi popolari, che si circonda di ville con piscina e di yacht, che porta i soldi nei paradisi fiscali per non pagare le tasse, che mangia sulle nostre teste a crepapelle senza nemmeno avere la decenza di scuotere dalla finestra la tovaglia con le briciole.
Quello 0,7% della popolazione che, non pagando ciò che dovrebbe pagare, evadendo ed eludendo, o imponendo ai vari paesi regimi fiscali di comodo, fa si che troppe scuole siano fatiscenti, molte università sovraffollate, tanti ospedali ridotti in condizioni non degne di un paese civile. 
Una sinistra normale, se esistesse, dovrebbe allora dire che è profondamente ingiusto che un operaio della Fiat debba impiegare 500 anni per guadagnare quello che Marchionne guadagna in pochi mesi, e che se i ricchi fossero un po' meno spilorci, i nostri pensionati avrebbero pensioni più dignitose.
In definitiva, una sinistra normale, se esistesse, dovrebbe porre con forza il tema della redistribuzione della ricchezza e dei diritti del lavoro, altrimenti quello 0,7% della popolazione di cui sopra continuerà a dormire sonni tranquilli, fra guanciali di piume dorate, nella rassicurante consapevolezza che proprio i penultimi (disorientati da un'abile propaganda) veglieranno su di loro e sui loro interessi, sulla loro flat tax, sui loro condoni, sulle loro spericolate speculazioni finanziarie e sui loro jobs act,. 
Ma un sinistra normale oltre che dirlo, dovrebbe farlo. Dovrebbe. Una sinistra normale, se esistesse.

La Banda degli Onesti, di Alessandra Daniele

Ogni mattina Salvini si sveglia, e sa di dover twittare una stronzata più grossa di quella del giorno prima, ridicolizzando Di Maio.
Ogni mattina Di Maio non si sveglia.
Per più d’un decennio, il Movimento 5 Stelle s’è spacciato come argine al fascismo.
Alla prima occasione, gli ha consegnato il governo.
“O noi, o i fascisti” è diventato “Noi fascisti”.
Per più d’un decennio, il Movimento 5 Stelle s’è spacciato come antidoto alla politica clientelare.
Alla prima occasione, s’è dimostrato un comitato d’affari manovrato da faccendieri, legulei e palazzinari, nel quale gli eletti servono solo da stolido paravento.
Il Movimento 5 Stelle è la peggiore truffa dopo lo schema piramidale Ponzi, ma gli italiani ci metteranno un po’ ad accorgersene.
Per adesso sono distratti dal capro espiatorio della settimana. I Rom.
Dire che i Rom siano un bersaglio facile è un eufemismo.
Una manciata di superstiti, emarginati, perseguitati e sterminati da tutti i regimi della Storia, e che non riuscirebbero materialmente a rendersi colpevoli di tutti i crimini di cui vengono accusati nemmeno se avessero i superpoteri.
Questa settimana il Cazzaro dell’Interno li ha sfruttati per distrarre gli elettori italiani dal DEF, Documento di programmazione economica e finanziaria col quale Tria, ministro dell’Economia di Forza Italia, in collaborazione col predecessore Padoan del PD, e in ottemperanza alle direttive UE, s’è rimangiato tutte le mirabolanti promesse di elargizioni, sgravi e regalie con le quali la banda Grilloverde è arrivata al governo.
Mentre gli italiani venivano incitati a sfogare vigliaccamente tutta la loro rabbia contro il solito nemico immaginario, tornavano a essere realmente fottuti per l’ennesima volta dal branco di Cazzari che hanno incautamente eletto il 4 marzo.
Gli italiani che pretendono il censimento etnico dei Rom, presunti ladri su base genetica, hanno già i nomi di chi davvero li sta sistematicamente derubando di tutto, compresa la loro anima. Li conoscono, li acclamano, li votano.
L’odio però è una droga, ce ne vuole una dose sempre maggiore, perciò Salvini ha aggiunto ai Rom un altro paio di bersagli, Roberto Saviano, e un’altra nave di soccorso ONG – che il farsesco Toninelli ha definito “pirata” – nella speranza di replicare il successo mediatico dell’Aquarius.
Più di 400 dei profughi a bordo dell’Aquarius ci erano stati trasferiti dalle motovedette della Guardia Costiera italiana.
L’Aquarius è stata caricata come una pistola per sparare nel cervello dell’elettorato italiano un messaggio preciso: “Salvini protegge i confini”. “Salvini è l’eroe che ferma l’Uomo Nero, e ti salva dall’invasione”.
Assicurerà alle milizie libiche che i finanziamenti per i lager erogati da Marco Minniti continueranno ad arrivare.
Poi si accrediterà il merito del calo degli sbarchi dell’80% che è già in atto da un anno.
Salvini è come quei criminali imitatori che cercano di farsi attribuire gli omicidi commessi dal loro serial killer preferito.
“Chi controlla la percezione della realtà, controlla la realtà” – Philip K. Dick
È per questo che la democrazia non può più funzionare. Può solo riprodurre in loop lo stesso errore di sistema all’infinito.
Ogni mattina Salvini si sveglia, e sa di dover twittare una stronzata più grossa di quella del giorno prima.
Il governo Grilloverde è uno schema piramidale, ma gli italiani ci metteranno un po’ ad ammetterlo.
Per adesso sono nella fase del rifiuto.
Poi verranno mercato, ira, depressione, accettazione.
E poi un’altra truffa piramidale.

giovedì 21 giugno 2018

Usciamo dalla trappola, diamoci una mossa di Grazia Naletto

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Il discorso pubblico sembra monopolizzato dal ministro delle ruspe. La sua propaganda non è nuova ma questa volta sembra avere un consenso maggioritario nel Paese. Controbattere online ogni Twitter e battuta non ha senso, l’unica via è ribaltare l’agenda. Indispensabile è radunare le forze dell’opposizione sociale democratica delle varie città, fare rete e ribaltare l’ordine […]
Lo abbiamo saputo solo oggi. L’11 giugno un’altro attacco razzista ha colpito aCaserta due richiedenti asilo maliani: da una Panda nera sono stati sparati colpi di fucile a salve che per fortuna hanno colpito in modo non grave solo uno dei due ragazzi. A Carmagnola, invece, una sindaca ha deciso di abbattere la baracca di una famiglia rom con una ruspa.
Sono notizie di oggi e ormai non riusciamo neanche più a denunciare tutto quello che succede. I fatti parlano, o meglio parlerebbero, da soli e richiederebbero una reazione della società civile e una responsabilità delle istituzioni e del mondo politico che stentiamo a intravedere. Non abbiamo la forza di costringere il ministro degli interni a cambiare il registro della sua propaganda politica. Non abbiamo il potere di riorientare gli indirizzi di quello che è stato definito un “contratto” di governo, senza che nessuno (o quasi) facesse notare che governare un paese è un atto pubblico e non può essere definito in un documento di diritto privato.
L’asimmetria di risorse e di potere è talmente grande che non possiamo neanche immaginare di combattere a colpi di Twitter, di post su Facebook, o di articoli che sono letti solo da chi già la pensa come noi, il delirante consenso alle politiche del rifiuto che ci riportano indietro esattamente di 10 anni, all’epoca di un altro ministro dell’interno leghista, autore del pacchetto sicurezza 2008-2009. Tutto quello che vediamo oggi l’abbiamo già visto: 10 anni fa e, con una retorica meno sfacciata, con il governo precedente.
La differenza è che populismo, razzismo e xenofobia sono diventati cultura maggioritaria nel Belpaese: questa è la vera novità sancita dal voto e confermata dai vari sondaggi politici e sociali condotti dopo il 4 marzo. Prova ne sono le violenze razziste quotidiane che siamo costretti a raccontare, le “chiacchere da bar” che ormai riecheggiano in qualsiasi luogo pubblico, i se e i ma che intercalano sempre più spesso anche in ciò che resta dell’elettorato democratico e di sinistra, tra compagni e amici.
Non è sulla rete e, soprattutto, non è individualmente o nei nostri orti associativi, di movimento o sindacali che potremo contrastare questa deriva.
Ci troviamo in una situazione straordinaria che richiede risposte straordinarie. Serve uno sforzo collettivo di unire le forze sociali democratiche, antifasciste e antirazziste in una opposizione sociale di lungo respiro il cui obiettivo primario dovrebbe essere quello di ribaltare l’ordine del discorso e di cambiare l’agenda del dibattito pubblico. Qualche idea in pillole (non abbiamo ricette, nessuno le ha e per questo serve ritrovarsi).
  1. Intanto potrebbe essere una buona idea cessare di commentare ogni frase pronunciata dal ministro dell’Interno e smettere di dedicare centinaia di articoli alle sue esternazioni. L’invito è rivolto tanto agli amici online che agli operatori della stampa:smettiamo di occuparci delle parole, torniamo a raccontare i fatti.
  2. Quella della comunicazione è sicuramente una sfida che non possiamo ignorare, ma per avere la possibilità di influenzare anche minimamente l’opinione pubblica, dobbiamo affrontarla con grande attenzione, professionalmente e cercando alleati. Giornalisti mainstream, agenzie di comunicazione, esponenti del mondo della cultura, personaggi sportivi: DATECI UNA MANO.
  3. La tendenza in atto non potrà essere invertita in un batter di baleno perché è il risultato di una sedimentazione che almeno noi abbiamo raccontato in modo incessante da almeno dieci anni. Per questo è indispensabile organizzarsi unendo energie, idee, risorse e mezzi. Serve una rete trasversale di soggetti sociali che concordi almeno su un unico obiettivo, quello di riportare in agenda i problemi veri: politiche economiche e sociali che in questi anni ci hanno massacrato e sono riuscite a dividere il paese in tanti universi polarizzati e contrapposti. Non otterremo politiche migratorie, di accoglienza, di cittadinanza sostanziale più giuste se non riusciremo a rimuovere le migrazioni dalla centralità del dibattito pubblico. La prima cosa intelligente da fare sarebbe quella di incontrarci come si fece nel 2001, quando una due giorni a Firenze dette il via al movimento dei forum sociali. Erano altri tempi, ma oggi non c’è più tempo da perdere.
  4. Vediamoci a metà luglio, in un incontro nazionale dopo aver avviato un percorso nelle nostre città, intrecciando le reti che già esistono. A Roma abbiamo già iniziato ieri a parlarne in un incontro organizzato da Adif alla Casa internazionale delle donne. Chi ci sta, batta un colpo.

domenica 17 giugno 2018

Due numeri – ufficiali – sull’accoglienza di Potere al Popolo


I social sono un “luogo” in cui si strepita e ci si strilla addosso. Riportiamo alcune informazioni importanti per stare coi piedi per terra, che smontano le bugie che ci dicono dall’alto. Se in Italia viviamo male, ed è così perchè 11 milioni sono in povertà assoluta, non è colpa dei richiedenti asilo.
Vogliono farci credere questo perchè non possiamo andarcela a prendere coi veri responsabili, e mandarli davvero a casa per i danni che hanno fatto al paese. Pensateci.
1. “ORMAI SIAMO TROPPI, NON POSSIAMO ACCOGLIERLI TUTTI!”
L’Italia è, in proporzione al numero di abitanti, uno dei paesi in cui vengono depositate meno richieste d’asilo, anche rispetto a paesi più piccoli. Dueogni mille italiani: è questa l’invasione di cui parlano?
2. “E GLI ALTRI PAESI CHE FANNO? DIAMOGLI UNA LEZIONE!”
Per questo parlano i numeri che vi mostriamo. Nel mondo 11 milioni 700 mila persone sono rifugiati. Di questi vivono in Europa – non in Italia – 1 milione e 700 mila. Dove stanno questi rifugiati? Fuori dall’Europa, il Pakistan è il primo paese per numero di rifugiati accolti, per esempio.
Non diamo una lezione a nessuno quando “chiudiamo i porti”, se non a chi rischia di morire di stenti in mare non per sua responsabilità.
3. “DISPIACE PER CHI MUORE IN MARE MA FERMIAMO IL BUSINESS”.
E’ vero, tanti imprenditori e tanti pezzi di criminalità organizzata lucrano sull’accoglienza. Noi NON VOGLIAMO che il sistema d’accoglienza resti così com’è.
Ma se sono imprenditori senza scrupoli e mafiosi a speculare, che senso ha prendersela coi richiedenti asilo, i primi a subire gli effetti di questa speculazione malsana e inumana?
Perchè non prendersela con i forti e alzare, in questo caso davvero, la testa? Perchè questo scomodo la politica non se lo prende, non vuole davvero affrontare i responsabili, preferisce buttare fumo e prendersela con chi non c’entra?
Il problema non è la quantità – come abbiamo visto irrisoria per un grande paese come il nostro – ma il modo in cui si gestisce il sistema d’accoglienza.
Dobbiamo superare la gestione emergenziale, militarizzata e straordinaria, proponendo centri di piccole dimensioni gestiti dal pubblico, in trasparenza assoluta, senza possibilità di lucro e profitto per privati di ogni genere.
Dobbiamo promuovere subito percorsi autonomi di inserimento, abitativo, sociale, lavorativo, per chi arriva.
TOLLERANZA ZERO CON CHI SFRUTTA GLI ESSERI UMANI E SI ARRICCHISCE, NON CON CHI E’ SFRUTTATO!
I dati sono dell’istituto di statistica Eurostat, dossier anno 2017, nessun buonista è stato maltrattato per elaborarli, tranquilli 

venerdì 15 giugno 2018

Prima gli sfruttati, scendiamo in piazza perché il problema non sono gli immigrati. Ma i ricchi

Prima gli sfruttati, scendiamo in piazza perché il problema non sono gli immigrati. Ma i ricchi
            
di Paolo Ferrero - www.ilfattoquotidiano.it -

Sabato pomeriggio a Roma si terrà una manifestazione convocata dall’Unione sindacale di base che ha come slogan di convocazione Prima gli sfruttati. A questa manifestazione hanno aderito Rifondazione Comunista, Potere al Popolo e molte altre organizzazioni e associazioni. Invito tutti e tutte a parteciparvi perché la manifestazione affronta precisamente il problema fondamentale dell’Italia di oggi: l’ingiustizia sociale che è alla base della sofferenza sociale che il governo cerca di trasformare in guerra tra i poveri.
Il problema principale dell’Italia è l’ingiustizia. Innanzitutto nella distribuzione del reddito. I ricchi nella crisi sono diventati più ricchi e larga parte della popolazione è diventata più povera. In
Italia la ricchezza privata è enorme: il risparmio privato è pari ad ottomila miliardi di euro, quattro volte il debito pubblico italiano e – per avere un’idea – il doppio del risparmio privato dei tedeschi. Di quegli ottomila miliardi di risparmio privato più della metà sono in mano di meno del 10% della popolazione, mentre il 50% più povero della popolazione non riesce ad arrivare a fine mese. Per capirci bene, il 10% più ricco della popolazione italiana ha un risparmio maggiore di tutta la popolazione tedesca – ricchi e poveri – messa insieme! In Italia i soldi ci sono, solo che sono in mano ai ricchi e ai grandi evasori fiscali, per questo mancano i soldi ai lavoratori, alla povera gente e mancano i soldi allo Stato.
Questa distribuzione della ricchezza completamente spostata verso l’alto, è una inaccettabile ingiustizia sociale ma è anche un grande fattore di crisi economica. Se le famiglie non arrivano alla fine del mese, non spendono e l’economia non gira. Chi possiede milioni, i soldi non li spende e non li investe produttivamente. Non li spende perché dopo tre ville e due ferrari, non è che questi mangiano sei volte al giorno: per le grandi ricchezze, i consumi non aumentano proporzionalmente al reddito. Non li investono per fare posti di lavoro perché se il mercato è fermo, non ci sono investimenti produttivi ma solo investimenti in speculazione. E’ esattamente cosa fanno i ricchi: si fregano i soldi e poi li usano per qualche bene di lusso e per speculare. Cosa propone di fare il governo? Il contrario di cosa servirebbe. In una situazione così sarebbe utile per l’Italia una decisa redistribuzione del reddito, facendo pagare le grandi ricchezze, cominciando con una patrimoniale. Invece il governo vuole fare una tassa piatta, cioè regalare altri soldi ai ricchi che ne hanno già troppi e favorire l’evasione fiscale.
In secondo luogo gli stipendi italiani sono troppo bassi e i giovani e i migranti sono sfruttati in modi inumani con stipendi da pochi euro all’ora. Bisogna abolire la precarietà del lavoro in modo da dare più forza ai lavoratori per migliorare gli stipendi. Qualcuno dirà che questo non è possibile perché siamo nel mercato mondiale e non possiamo aumentare i costi. Si tratta di una balla. La bilancia commerciale italiana è in attivo: esportiamo di più di quanto importiamo e il surplus sta crescendo. In altre parole, le imprese italiane sono competitive sul mercato mondiale e non sarebbe certo un aumento di stipendi a mandarle fuori mercato. Inoltre molti dei settori in cui ci sono bassi stipendi (dal commercio all’edilizia) non sono certo esposti alla concorrenza internazionale. Il problema dell’Italia è che gli stipendi troppo bassi hanno depresso i consumi delle famiglie, cioè il mercato interno. Mentre le esportazioni crescono, dal 2008 non sono ripresi i consumi: il problema dell’Italia sono i bassi stipendi e le leggi che precarizzano il lavoro.
In questa situazione la gente si sente impotente e non capendo bene come fare si affida agli uomini della provvidenza e spera nei miracoli. L’ultima porcheria propagandata dal governo Lega – Cinque stelle sarebbe che il problema degli italiani sono i migranti e che bisogna tagliare le tasse ai ricchi. La retorica del “prima gli italiani” si trasforma rapidamente in un prima i ricchi. Per gli italiani lo spot nazista dei migranti lasciati a rosolare nel Mediterraneo, per i ricchi i soldi!
Sabato quindi tutti e tutte in piazza per dire con chiarezza che il problema degli italiani sono i ricchi! Per dire che i nostri nemici non sono quelli che stanno sotto di noi ma quelli che stanno sopra di noi.

Euro o no, e se la sovranità monetaria fosse solo un mito?

Euro o no, e se la sovranità monetaria fosse solo un mito?

Il sovranismo non rimuove quelle caratteristiche di fondo della globalizzazione. Non è dell’euro la responsabilità della crisi. Intervista a Marco Bertorello

Ma è una trappola l’Europa, nel senso di Ue? E’ possibile democratizzare l’Unione? Si può uscire dall’euro? Mi pongo questa domanda nelle ore convulse della trattativa per il governo “giallo-verde” con Bruxelles che lancia segnali di “preoccupazione”.
Per il Washington Post, l’alleanza Salvini-Di Maio creerebbe una combinazione “di elementi di euroscetticismo e protezionismo di estrema destra”. Anche il Financial Times titola sul “duo anti-establishment testerà l’armonia della Ue” e argomenta circa il “risultato più destabilizzante per l’Eurozona”. Riemerge la parola spread, la misura di affidabilità di un’economia affidata al differenziale di rendimento tra i titoli di stato italiani e tedeschi, quel valore che ha contribuito a costruire la narrazione della crisi del 2011 e l’imposizione dell’austerità. «E’ vero che da 125 ha raggiunto quota 160, ma nulla di paragonabile al record di 574 punti registrato nel novembre di sette anni fa», mi spiega Marco Bertorello, genovese, studioso di economia, autore fra l’altro di “Non c’è euro che tenga”, sottotitolo “Per non piegarsi alla moneta unica non serve uscirne” (edizioni Alegre).
La sua opinione è che la coalizione che si appresta a governare l’Italia dopo le elezioni di marzo non sia percepita in modo così destabilizzante dai mercati finanziari. «Dopo le manfrine iniziali – dice – la convergenza tra Lega e M5s sembra essersi compiuta sulla flat-tax (peraltro nella versione leghista più drastica di quella forzista) che è assolutamente compatibile con le dinamiche globaliste.
Ma con Bertorello, che lavora con altri ricercatori per una nuova finanza pubblica e sociale, Left vorrebbe mettere a fuoco la questione dell’euro e della sovranità monetaria. Quindi riprendiamo la domanda iniziale: è una trappola l’Unione europea? «Sì, nella misura in cui lo è la competizione globale – risponde Bertorello – fondata sulla compressione dei salari, dei diritti ambientali e sulla rincorsa fiscale per attrarre capitali. Il caso irlandese è indicativo: le ricadute della presenza di tutte le multinazionali attratte dalla bassa tassazione sono minime per la popolazione locale. La crescita non produce più necessariamente una ridistribuzione della ricchezza. Anzi, questo tipo di sfida globale produce anche una sottrazione di welfare nei paesi dove le multinazionali hanno i siti produttivi ma non i libri contabili. L’economia globale conta sempre di più dei fattori interni. Non è solo un problema dei paesi periferici, è solo una questione di intensità e gradazione di quei problemi. La riduzione dell’intervento pubblico, la precarizzazione del lavoro, la destrutturazione del welfare sono problemi che si pongono anche nella potente Germania».
Esiste certamente un problema di scompensi in Europa dovuti alla costruzione dell’euro e le vittime della globalizzazione non sono solo i lavoratori ma anche le imprese che si rivolgono ai mercati interni dove i consumi si comprimono. Ma se uscire dall’euro non è la risposta allora la sovranità monetaria, altro concetto evocato anche a sinistra, è uno dei miti da sfatare? Bertorello – che tuttavia non rimuove il problema di uno slittamento della sovranità, ormai compiuto, tira in ballo Wim Duisenberg che, prima di essere il primo governatore della Bce, era stato a capo della Nederlandsche Bank, la banca centrale olandese. Duisenberg era solito raccontare che, quando Bonn (e poi Berlino) decideva di svalutare il marco, lui aveva un quarto d’ora per adeguare il Fiorino alla nuova situazione. Diceva che quei 15 minuti erano la sua sovranità monetaria e, per questo, venne soprannominato “Signor Quindici Minuti”. «Eppure si trattava dell’Olanda, un paese florido, mica un’economia dollarizzata come quella argentina», sottolinea l’interlocutore di Left. Insomma, anche prima della moneta unica la sovranità monetaria era «apparente più che reale. Il sovranismo non rimuove quelle caratteristiche di fondo della globalizzazione. Era vero anche all’epoca della lira». La sovranità monetaria, come dimostra anche la parabola italiana del dopoguerra, non corrisponde a una sovranità reale.
L’ultima svalutazione competitiva della lira, infatti, risale al 1992 quando, parallelamente a quella manovra venne firmato uno dei peggiori accordi sindacali, fu abolita la scala mobile, prima, e un anno dopo, imposta la concertazione con un altro accordo capestro, la rinuncia a ottenere aumenti salariali superiori all’inflazione programmata. «Segno che la svalutazione da sola non era sufficiente a rimettere in sesto l’economia. Inoltre, quando si svalutava, l’impresa si accomodava per alcuni anni, non avendo molto interesse a rendere più efficiente il sistema produttivo a sue spese. Ci aveva già pensato il governo», insiste Bertorello smontando uno dei principali argomenti degli assertori dell’uscita dall’euro. «Dunque uscire dall’euro non è sufficiente?», domando. «E soprattutto non è necessario», mi sento rispondere. «L’origine di tutti i mali non è la moneta. Non è la moneta in sé a determinare l’economia di un paese. Altra cosa è capire il ruolo in generale della moneta, delle banche centrali in questa fase». Intuisco che il mio interlocutore voglia spiegare il quantitative easing, alla lettera “alleggerimento quantitativo”, ossia l’acquisto da parte della Bce (come la Fed prima ancora) di titoli di stato e di altro tipo dalle banche per immettere nuovo denaro nell’economia europea, incentivare i prestiti bancari verso le imprese e far crescere l’inflazione quando si rischia il suo contrario, la deflazione. «Questo succede perché l’economia reale non è autosufficiente – spiega Bertorello – ma le politiche espansive, in questo contesto, non garantiscono più che si compia il circuito virtuoso spesa-consumi-fisco. Per questo le banche centrali procedono al loro disimpegno con cautela. L’intervento pubblico, in tempi globali, invece dovrebbe servire a uscire dalla cornice dell’economia di mercato, non a tentare di salvarla». Ma è una questione di rapporti di forza, conveniamo entrambi. Non è sperando nell’euroscetticismo supposto del prossimo governo, come fa qualcuno anche a sinistra, che ci salveremo. «In ultima istanza è la capacità dei soggetti in carne e ossa, dei movimenti sociali, a poter incidere su quei meccanismi che richiamavo all’inizio della nostra conversazione. Il problema è tutto politico: come si riduce il tasso di competitività, possiamo pensare alla cooperazione come a un elemento che riduca almeno in parte l’incidenza del “mercato”, quale la funzione per una sfera pubblica, nel senso più pieno, che corrisponda ai bisogni collettivi?». Anche l’euro a due velocità, “benedetto” da Grillo alla vigilia del gabinetto giallo-verde, non appare a Bertorello come una soluzione praticabile: «L’Ue non è un blocco omogeneo, vive di competizione interna. Il 60% dell’export tedesco è verso i paesi dell’eurozona. Se la Germania non deve essere competitiva solo fuori dal continente, perché dovrebbe accettare un “euro 2” che faccia concorrenza al primo e nemmeno è in grado di garantire il debito che emette? Il problema è sempre quello delle regole globali sulla competizione». Anche uscendo dall’euro, insiste Bertorello, il campo di battaglia resterebbe il medesimo ma «andremmo in guerra con un esercito più piccolo. Per reggere lo scontro ci sarebbe bisogno di maggiore disciplina: vuol dire maggiore dose di nazionalismo, l’astratta coincidenza di interessi di tutti in quello nazionale».
«Però una via d’uscita ci vuole!», esclama il cronista a questo punto del dialogo. «Non credo che passare da un governo della Commissione europea a una Europa più parlamentare cambi il quadro sostanzialmente. Il Parlamento europeo è eletto dagli stessi elettori che eleggono i rispettivi governi. L’unica conflittualità possibile avviene quando si frappongono i soggetti sociali, quando si mobilitano i movimenti. Cambiare i Trattati è un obiettivo corretto, infatti era la parola d’ordine di Tsipras all’inizio del suo governo – spiega ancora Bertorello che era a Salonicco, nel 2015, proprio nei giorni del referendum sul III memorandum – Tsipras ha poi rinunciato a portare fino in fondo quella battaglia (sarebbe stato certo un passaggio difficile, non banale) ma cambiare i trattati vuol dire intervenire sul meccanismo austeritario su cui si fonda l’Europa adesso». I giallo-verdi hanno già fatto un vistoso dietrofront sul debito, faccio notare a Bertorello che è anche uno dei fondatori del Cadtm Italia, il comitato per l’audit sul debito. «Un’idea interessante potrebbe essere quella di un annullamento selettivo del debito – conclude – annullare una quota di quel debito (che in gran parte è illegittimo e odioso), tutelando gli investitori più deboli. Sarebbe una sorta di patrimoniale a monte, non devi inseguire il denaro ma ne restituisci un po’ meno. D’altra parte il debito è sempre frutto di una negoziazione, una questione politica come tutte le altre».

giovedì 7 giugno 2018

PRIMA GLI ITALIANI.....RICCHI !

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di Paolo Ferrero – i blog del fatto quotidiano -
 
Dopo aver fatto la propaganda elettorale dicendo “prima gli italiani”, Matteo Salvini adesso dice “prima i ricchi”. Nulla di strano che il razzista demagogo dica una cosa e ne faccia un’altra. Del resto se la prende con l’Unione Europea dopo che il suo partito ha votato a favore del trattato di Maastricht, di Lisbona, del pareggio di bilancio in Costituzione, etc etc. Il problema è che oltre a prendere in giro i suoi elettori, Salvini utilizza motivazioni completamente false con cui ammanta di scienza economica il suo ragionamento a favore dei più ricchi. La tesi di fondo è che se i ricchi hanno più soldi fanno più investimenti e quindi più posti di lavoro. Questa tesi è completamente falsa. Vediamo perché.
Com’è noto un imprenditore investe se pensa di poter vendere le merci che produce. Se uno pensa invece che le merci gli rimarranno in magazzino, difficilmente farà un investimento e – in ogni caso – anche se lo facesse, nel giro di tre mesi licenzierebbe tutti coloro che ha assunto. In altri termini è chiaro che l’investimento viene fatto non solo perché l’investitore ha i soldi in mano ma viene fatto perché l’investitore pensa di poterci guadagnare, di poter vendere quello che produce. Questo vale anche nei servizi: un ristoratore assumerà un cameriere se pensa che qualcuno vada a mangiare la pizza al sabato sera. Altrimenti, anche se ha i soldi per farlo non assumerà nessuno.
Solo chi ha tolto l’articolo 18 – e i grillini e i leghisti che non vogliono rimetterlo – pensano che uno assuma un cameriere solo perché lo può licenziare…
In altri termini gli investimenti privati vengono fatti solo se esiste una domanda solvibile in grado di valorizzare gli investimenti stessi. Solvibile vuol dire che la domanda non solo si deve esprimere come bisogno (mi piace la pizza) ma che il soggetto desiderante deve anche avere i soldi per pagarla la pizza…
Il problema è proprio qui. Gli investimenti privati normali, non sono originati dal fatto che i ricchi abbiano più soldi ma dal fatto che la domanda solvibile si allarghi e quindi richieda nuove merci e nuovi servizi e quindi nuovi investimenti e nuovo lavoro. Non ci vuole un genio per capire che in Italia il problema è proprio questo: metà della popolazione ha difficoltà ad arrivare a fine mese e in ogni caso ha ridotto i propri consumi per mancanza di reddito. Per far ripartire l’occupazione in Italia servirebbe una drastica redistribuzione del reddito dal 10% più ricco verso il 50% più povero in modo da aumentare i consumi e creare una spazio per nuovi investimenti e nuovi posti di lavoro.
Come se non bastasse, in Italia, dall’inizio della crisi, i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri più poveri: Salvini propone di accentuare questa diseguaglianza. Salvini propone di curare i tumori facendo esplodere delle bombe atomiche. Inoltre, come è del tutto evidente, se si tagliano le tasse ai ricchi, lo Stato non avrà più i soldi per far funzionare la scuola, il servizio sanitario, pagare le pensioni. In altri termini il taglio delle tasse ai ricchi distruggerà i servizi pubblici e ridurrà i posti di lavoro nel pubblico. Riducendo i dipendenti pubblici e quindi il monte salari complessivo, i consumi si ridurranno ulteriormente e conseguentemente aumenterà la disoccupazione anche nel settore privato. Quindi tagliare le tasse ai ricchi aumenta la disoccupazione, non i posti di lavoro.
Non ci vuole un genio per capire questo, così come non ci vuole Einstein per capire che regalare più soldi ai ricchi significa unicamente gonfiare la speculazione finanziaria. Non avendo sbocco in investimenti produttivi, questa maggiore ricchezza concentrata nelle mani di pochi, finirà a gonfiare le famose bolle speculative, quelle da cui è partita la crisi e che fanno parte dei quel capitalismo finanziario contro cui il loquace razzista padano tuona ogni giorno. Quindi non solo tagliare le tasse ai ricchi non aumenta posti di lavoro ma piuttosto li diminuisce, oltre ad aumentare le ineguaglianze e le ingiustizie.
Salvini vuole fare il contrario di quello che serve al popolo italiano.

lunedì 4 giugno 2018

QUEL CHE RESTA DELLE STELLE di Alessandro Giglioli

Alessandro Gilioli | Quel che resta delle stelle

C'è stato un momento, tra domenica e lunedì, in cui la situazione qui a Roma era pesantissima.

Ce lo dicevamo un po' tra noi, giornalisti e circo vario attorno alla politica, ma lo si scriveva moderatamente per non aggravare il senso di inquietudine.

Il niet a Savona, il video digrignante e minaccioso di Di Maio, la richiesta di impeachment, la chiamata alla piazza, il delirio di qualcuno che incitava alla guerra civile. È stato allora che ho giudicato un errore politico (non costituzionale, sia chiaro) la decisione di Mattarella su Savona: perché aveva spaccato malamente il Paese e rischiava di provocare reazioni incontrollate.

Invece - per fortuna - alla fine una mediazione si è trovata, il governo si è fatto, gli spadoni sono stati riposti nelle fodere, il Presidente ha riaccolto i dioscuri al Colle. Ah: chi ha già comprato il biglietto per manifestare a Roma pro o contro di lui, ormai che c'è può venire al baretto sotto casa mia che ci si fa una birra insieme.

Questo per dire che si è rivelato sbagliato il mio giudizio sull'«errore politico» compiuto da Mattarella domenica sera. Ha rischiato molto e forse esagerato un po' (ad esempio, incaricando un uomo della Troika privo di ogni consenso cinque minuti dopo lo scontro su Savona) ma con il suo bluff ha vinto. Non interesserà a molti, ma interessa a me correggermi quando a correggermi sono i fatti.

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So che tra i miei 25 lettori, qui, non mancano quelli di simpatie pentastellate, nelle diverse sfumature: dai più tenui ai più assertivi.

Questo probabilmente per via della piccola storia di questo blog, nato in tempi di comune e decisa battaglia contro il berlusconismo nella sua fase peggiore, quello delle leggi ad personam; e forse anche per la curiosità e l'interesse che ho avuto verso Grillo fin dai suoi primi post, circa 13 anni fa, quando a scrivere sul web eravamo in quattro gatti e non esistevano i social.

Al contrario di tanti altri, poi, sono sempre stato lontano da ogni demonizzazione preventiva verso il fenomeno-Grillo (pur non avendolo mai votato).

Banalizzando, credo che i miei lettori pentastellati provengano da sinistra - peraltro solo uno sciocco può credere che non vi siano tante persone provenienti dalla sinistra (dai suoi valori storici, assai più che dai suoi partiti) le quali oggi stanno con il M5S.

Del resto, Casaleggio padre ancora quattro anni fa invitava tutti a urlare insieme il nome di Berlinguer, in piazza San Giovanni; al M5S si avvicinavano personalità di sinistra come Dario Fo (più di recente, De Masi o Roventini); e contemporaneamente il Pd insisteva nella sua parabola di emulazione del centro e della destra economica, di cedimento epocale rispetto agli ideali del Pci, da cui proveniva.

Ecco: il M5S si è nutrito, per dieci anni, del fallimento della sinistra. Molti esponenti nei sedicenti partiti di sinistra oggi si indignano del suo successo, ma ne sono stati di fatto tra gli artefici.

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Sarebbe tuttavia molto ottuso non osservare l'evoluzione e la graduale trasformazione del Movimento 5 Stelle.

Dieci anni fa la prima stella era l'acqua pubblica; la seconda l'ambiente; la terza la connettività, il web; la quarta era l'economia circolare e dal volto umano al posto dello sviluppo insostenibile e del saccheggio del pianeta; la quinta l'abbandono dei combustibili fossili e il passaggio dal privato al pubblico per i trasporti.

Tutte cose molto belle, tra l'altro.

Così come del tutto condivisibile era l'attenzione verso i precari (spesso dimenticati dalla sinistra) e verso l'inaccettabilità esistenziale di un modello stritolante di consumo-produzione, che svuota di senso le nostre vite.

Anche l'utopia/distopia di una democrazia diretta nasceva dal tentativo di risolvere un grave problema, cioè il tradimento troppo frequente della rappresentanza, la lontananza sempre maggiore tra le persone e il Palazzo.

Oggi mi chiedo, senza livore, cos'è rimasto di tutto questo nel "contratto di governo" (a proposito, ma non ci avete detto per anni "nessuna alleanza, o governeremo da soli o niente?").

Mi chiedo quanto questi ideali primigeni siano stati diluiti o affogati in un'intesa dove le priorità sono tutt'altre, dove la cultura di fondo è tutt'altra. Perché di chiusura, non di apertura. Perché guarda al passato, non al futuro. Perché parla alla paura, non alla speranza.

Il tutto in un governo tra i cui personaggi forti troviamo lo sceriffo Salvini al Viminale (con tutte le sue ruspe, immagino); l'economista preferito da Brunetta, Tria; il sempreverde d'establishment Moavero Milanesi che andava bene per Monti, Letta e Cottarelli, ma va bene anche per "il cambiamento"; l'avvocatessa di Andreotti (ed ex An) Giulia Bongiorno, che ci spacciava per assoluzione una condanna storica del suo cliente mafioso; l'antiabortista e omofobo Lorenzo Fontana, fissato col "gender" e cattolico anticonciliare, che si occuperà di famiglia - spero non la mia e nemmeno la vostra.

Mah. Davvero vi piacciono? O più semplicemente: davvero li accettate senza battere ciglio? Davvero avete abbassato l'asticella così tanto, voi che siete nati proprio per giustificato sdegno per le troppe asticelle abbassate negli ultimi dieci anni dal Pd?

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A proposito. Ricordo un'intervista di Beppe Grillo al Corriere nel 2012, sei anni fa. Diceva così, il fondatore del Movimento: «Non è di sinistra l'acqua pubblica? Non è di sinistra la raccolta differenziata? Non sono di sinistra tutte le altre cose che proponiamo? Non sono tutte cose condivise dai ragazzi e dalla base del Partito democratico? Perché quelli di sinistra non si sono impossessati delle nostre idee? Le ho tentate tutte, anche violentandomi in una sezione del Pd ad Arzachena per farmi dare la tessera. Niente, non vogliono ascoltare. Vogliono solo parlare tra loro».

Aveva ragione.

Tuttavia oggi guardo il "contratto", e molti degli esponenti politici che lo impersoneranno. E mi chiedo: non è di destra la flat tax, che taglia le tasse ai ricchi? Non è di destra la cosiddetta "pace fiscale", cioè il condono? Non è di destra il taser ai poliziotti, la pistola elettrica che per Amnesty International è uno strumento di tortura? Non è di destra il capitoletto del contratto sulle spese militari e sulla "tutela dell'industria italiana del comparto difesa"? Non è di destra la xenofobia di Salvini e la sua promessa deportazione di 500 mila migranti? Non è di destra la libertà di sparare a un'ombra che cammina sul tetto, con cui si reintroduce di fatto in Italia la pena di morte (e senza nemmeno un processo)?

Ecco, ai simpatizzanti M5S che passano di qui pongo queste domande e suggerisco - se posso - di non fare lo stesso errore che Grillo imputava al Pd. Non parlatevi solo tra voi.