lunedì 24 settembre 2018

Da Macron a Tsipras? No grazie di Marco Revelli


Da Macron a Tsipras? No grazie


“…Una grande alleanza da Macron a Tsipras”, invoca Maurizio Martina, a margine del vertice dei leaders del Pse a Strasburgo, “per battere l’asse Orban, Salvini, Le Pen che vuole distruggere l’Europa”.  La stessa formula l’aveva già spesa, il giorno prima, sul “Dubbio” (non è uno scherzo!) Gianni Pittella, per lungo tempo capogruppo del Pse al Parlamento Europeo e ora senatore Pd, invocando “una grande lista con sopra scritto Pse che si presenti alle Europee e che unisca da Macron a Tsipras”. E persino Matteo Renzi si era lasciato andare con Barbara Palombelli, su Rete 4, col suo solito tono, a preconizzare che “le elezioni Europee le vincerà un fronte da Macron a Tsipras”. Nel marasma che caratterizza il collasso psichico del Partito democratico è questo il mantra che rimbalza di bocca in bocca.  
Così, d’istinto, senza stare tanto a pensarci su, sarei tentato di rispondere come lo scrivano di Melville: “Preferirei di no”. Ma poi, dopo più matura riflessione, devo confessare che risponderei nello stesso modo. Terrei ben ferma la mantrica risposta di Bartelmy, persino rafforzata nel suo carattere “a-grammaticale” dalla versione scelta per la traduzione italiana da Gianni Celati: “Avrei preferenza di no“.
E questo per vari, ragionati motivi.
Il primo motivo è di carattere rozzamente e sanguignamente personale, anzi personalistico (d’altra parte non sono forse tutti gl’ invocatori corali della Santa Alleanza, impenitenti fautori della personalizzazione in politica?): fa un po’ disgusto e un po’ rabbia vedere tra gli evocatori del nome di Tsipras quelli che tre anni fa – in occasione dell’ ordalia del 14 luglio 2015  – non esitarono nemmeno un istante a sacrificarlo, senza fare una piega,  pur di restare sul carro dei vincitori (e dei creditori) che stavano umiliando la Grecia per ammonire tutti gli altri a non seguirne la via della dignità. Lo ricordiamo tutti Matteo Renzi, saltellare come un tacchino intorno alla Merkel ostentando- come lo studente secchione con la maestra severa – il proprio zelo a differenza del reprobo dell’ultimo banco… Li ricordiamo i sorrisetti sarcastici di Martin Schultz – allora presidente del parlamento europeo – all’indirizzo del Capo del governo greco messo sotto dai falchi nordici e dal perfido Schauble; o l’anatema lanciato da Sigmar Gabriel, allora presidente dell’Spd e vice- cancelliere tedesco, subito dopo il referendum greco, quando disse che così “Tsipras aveva tagliato i ponti con l’Europa” e si schierò con l’ala dura del feroce bavarese che voleva appunto la Grexit! Allo stesso modo abbiamo ancora negli occhi la solitudine di Alexis Tsipras di fronte a quel Parlamento di Bruxelles gelido, con il fronte del nord, Alda e Ppe a ranghi serrati, dichiaratamente ostile e le socialdemocrazie europee, tutte, prone e allineate e coperte in nome di un’austerità austera solo con i poveri e prodiga con i ricchi…
Il che ci porta al secondo dei “ragionati motivi”. Non più “personale”, questo, ma di natura “generale”. Attinente non alle colpe individuali ma alle identità collettive (supposto che oggi qualcuno o qualcosa possa vantare una qualche identità). A quelle che un tempo si chiamavano “culture politiche” (anche se oggi solo un eufemismo potrebbe giustificare l’accostamento dei termini politica e cultura). Perché mai “famiglie politiche” che hanno dimostrato al di fuori di ogni ragionevole dubbio la propria identificazione con un modello sociale ed economico devastante per ogni possibile forma di “società giusta”  e incompatibile con ogni possibile accezione del termine “giustizia sociale”, dovrebbero essere un valido antidoto alla deriva “populista” in corso? A un imbarbarimento politico e culturale  che affonda le proprie radici nella disgregazione sociale e nel degrado prodotto dalle politiche messe in atto da quegli stessi “soggetti ” che oggi vorrebbero chiamare alla “resistenza”?
L’ha detto come meglio non si può Tomaso Montanari, quando liquidando l’idea nata in area Pd di un “fronte repubblicano” anti giallo-verde, ha ricordato che “la miccia non può diventare l’opposizione alla bomba”. Esattamente come non lo può essere la causa rispetto all’effetto. E la radice all’albero! L’attuale onda nera che minaccia di spazzare l’Europa è il prodotto diretto di un quarto di secolo di politiche a-sociaii e anti-sociali, che hanno frantumato le società, atomizzato gli aggregati collettivi, indebolito fino all’estenuazione le organizzazioni di rappresentanza del lavoro (i sindacati), abbattuto potere d’acquisto dei salari e diritti del lavoro, accresciuto le diseguaglianze e fatto esplodere le solitudini, prodotto rancore, frustrazione, aggressività, competizione molecolare. Perché mai gli autori di quelle politiche (liberali e social-democratici, fino a ieri alleati ai popolari a baricentro tedesco) dovrebbero essere un argine contro le minacce che da quelle società devastate salgono? Con quale legittimità potrebbero pretendere un mandato popolare a “resistere”? Con quale credibilità potrebbero immaginare di ottenere un consenso di massa?
Il neo-liberismo che ha strutturato l’ordine europeo del nuovo secolo nella forma hard dell’”ordo-liberismo” tedesco – è questo il terzo “ragionato motivo” o, meglio, “ragionamento motivante” del NO – si è rivelato, nell’atto del suo pieno compimento, come una gigantesca macchina di riproduzione su scala allargata di sentimenti e comportamenti “populisti”. Ha generato non solo le condizioni materiali della sindrome populista (il senso di impoverimento, espropriazione, perdita di status che ha pervaso la sfera esistenziale di gran parte del ceto medio declassato e le conseguenti pulsioni di rivincita e di vendetta), ma anche i presupposti mentali, i fondamenti antropologico-culturali, con l’assolutizzazione dell’homo oeconomicus, iper-competitivo e iper-egoistico, l’uomo autarchico incapace di condivisione se non sulla base di un nudo calcolo di utilità o – non necessariamente in antitesi con quello – di un delirio di potenza nella forma del nazionalismo o del sovranismo. Il populismo che viene contemporaneamente dall’estremo occidente atlantico (trumpismo) e dall’estremo est-europeo (Visegrad) non è l’antitesi di quel paradigma a lungo egemone, ne è il figlio legittimo ancorché ripudiato. Non risulta che né Macron, né gli acciaccati dirigenti del Partito socialista europeo, ma nemmeno i Verdi, abbiano rielaborato uno straccio di critica e di auto-critica rispetto a quell’allucinazione che ne ha condizionato per almeno un paio di decenni la linea politica e la visione sociale. Nemmeno nel momento dell’appello disperato sulla patria (europea) in pericolo, filtra un barlume di dubbio. Un cenno di resipiscenza. Quello continua a rimanere l’unico mondo possibile: la loro resta, incontrastata e incontrastabile, una “narrazione dell’ inevitabilità” (inevitabilità del rigore di bilancio, dell’interdetto agli “aiuti di stato”, del controllo dei flussi senza se e senza ma, della povertà concepita come colpa e l’assistenza come azzardo morale, del primato dell’impresa sul lavoro e del denaro sulla vita…).
D’altra parte è stato lo stesso Tsipras a chiarire la propria collocazione nel quadro del contrasto su scala europea all’onda nera del populismo di destra radicale. In un intervento tenuto nel corso della riunione preparatoria dell’assemblea del Pse a Salisburgo, in Austria, non ha certo negato il pericolo e il più che giustificato allarme per la crescita del fronte che vede convergere Orban, Salvini, Le Pen  e in generale un populismo d’impronta nazionalista e sovranista che minaccia l’Europa nei suoi fondamenti primi, ma ha tracciato anche precise linee di demarcazione, che impediscono una meccanica identificazione con le politiche finora praticate dai socialisti europei: in particolare la necessità di una netta, non equivoca demarcazione da quelle destre  non populiste, conservatrici e reazionarie, che hanno assunto tuttavia nella propria piattaforma posizioni da destra radicale soprattutto in tema di migranti; e una altrettanto esplicita volontà di opposizione al liberismo. Massima convergenza, dunque, contro un fascismo risorgente, la sua xenofobia, il suo razzismo e la sua intolleranza, ma nessuna identificazione con posizioni che rimangano nell’ambiguità sulle questioni dell’austerità e del neoliberismo che “l’alimentano”.
Tsipras è stato considerato a lungo un reietto dalle grandi famiglie politiche europee, socialdemocratici e liberali in testa, finché la Grecia sembrava annaspare sul pelo dell’acqua. Ora che ha vinto la propria battaglia, che il Paese dato per morto è uscito dal Memorandum e dal commissariamento della troika, diventa un ospite gradito, anzi desiderato. Addirittura quello che potrebbe rianimare le esauste energie di una socialdemocrazia in declino se non in bancarotta. E’ un buon segnale per la Grecia, riconosciuta nei suoi meriti. Non è detto che sia un invito allettante. O promettente. La crisi delle sinistre riformiste europee è così grave, il loro bagaglio di promesse non mantenute, di fallimenti e di abbandoni dei propri rispettivi popoli così logorante, che non basterà un ritocco con fotoshop alla fotografia di famiglia, o un party elettorale con un ospite d’onore in più (anche se molto onorevole) a risollevarne le sorti. E’ piuttosto possibile che con la sua zavorra tiri giù anche la parte sana della sinistra europea. Un naufragio elettorale di un fronte tanto ampio quanto generico e ambiguo sarebbe letale, e aprirebbe la strada, quello sì, a un dominio della destra senza opposizioni.
A pochi mesi dalle elezioni che potrebbero cambiare la geografia politica del  Parlamento Europeo,  le chiacchiere e gli slogans così cari alla nostra sinistra sbandata stanno a zero. Servono idee e atti non equivoci, di cui dai menu delle cene mancate e dai tweet dei leader imbolsiti non si vede traccia. Altrimenti al chiacchiericcio insensato che viene dal Palazzo non può che rispondere la reiterazione infinita del “copista” di Melville, con la sua potenza disarticolante di ogni linguaggio estenuato. O meglio – come ha scritto Derrida – con la sua capacità di “far oscillare il linguaggio nel silenzio”.

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