venerdì 4 dicembre 2015

Legge di stabilità: i soldi che ci sono e non ci sono, dipende dagli obiettivi di Roberta Fantozzi



renzi padoan 640Continuano le operazioni di propaganda e manipolazione del governo sulla Legge di Stabilità. Ma la Legge di stabilità per il 2016 è un inno al neoliberismo: prodiga verso le imprese e i ceti abbienti, a cui destina una gran quantità di risorse in tutti i modi possibili, mentre accelera la distruzione di ogni comparto e funzione pubblica con l’eccezione della spesa militare, favorisce l’evasione fiscale, e non dà che qualche mancia per la condizione di disagio sociale dei più deboli.

1. Il rapporto con i vincoli europei: l’austerità “flessibile” e il neoliberismo
La comunicazione pubblica del governo è tutta centrata alla descrizione di una manovra che finalmente dà e non toglie. Una manovra espansiva con cui si cerca di accreditare anche l’immagine di un premier che mette in discussione le politiche europee. Non è così. Come viene riaffermato in ogni documento, il governo si muove “nel pieno rispetto delle regole di bilancio adottate dall’Unione Europea”. Nessuna vertenza viene aperta per modificare il quadro delle politiche di austerità, i vincoli su deficit e debito del Fiscal Compact.
Il governo sfrutta invece, concentrandoli nel 2016, i margini di manovra concessi dalla cosiddetta “austerità flessibile”, cioè dalla possibilità di spostare nel tempo il raggiungimento degli obiettivi fissati dalla UE.
Deve essere evidenziato come la flessibilizzazione dell’austerità, cioè delle politiche restrittive sia vincolata ad un di più di neoliberismo, perché ad essa si può accedere solo nella misura in cui si fanno le cosiddette “riforme strutturali”.
È in nome del Jobs Act, della controriforma costituzionale, del taglio della Pubblica Amministrazione e delle privatizzazioni, in sostanza, che la legge di stabilità del 2016 beneficia della “flessibiità” che consente di disinnescare per il 2016 la clausola di salvaguardia. Le clausole di salvaguardia restano per il 2017 e 2018 rispettivamente per 15,1 e 19,6 miliardi di euro, con l’aumento dell’Iva che viene soltanto posticipato, così come è soltanto posticipato, dal 2017 al 2018, il raggiungimento del pareggio di bilancio strutturale.
Nel frattempo le risorse liberate per il 2016 finiscono in larga parte nel taglio rilevantissimo di tasse sulle imprese come nell’eliminazione delle Tasi, e per citare le Corte dei Conti, dato “il carattere temporaneo di alcune coperture e il permanere di clausole di salvaguardia rinviate al futuro”, questo comporterà per il “loro riassorbimento nel 2017 e nel 2018… l’ individuazione di consistenti tagli di bilancio o aumenti di entrate”.
Il governo in sostanza sfrutta la flessibilità nel 2016 approvando provvedimenti che hanno effetti permanenti ma con coperture temporanee, preparando in tal modo tagli supplementari, già chiarissimamente indirizzati nell’ulteriore attacco a tutto ciò che è servizio o patrimonio pubblico.
La manovra non è comunque tecnicamente una manovra espansiva. L’indebitamento netto passa dal 2,6% del 2015 al 2,4% del 2016 (“clausola migranti” compresa), cioè diminuisce. Il saldo primario passa dall’1,7 del 2015 al 2% del 2016, con la previsione di crescere costantemente per arrivare al 4,3% nel 2019 cioè con la previsione di reperire risorse per ulteriori quaranta miliardi attraverso tagli o aumenti di entrate ed arrivare ad un avanzo di 80 miliardi. Un obiettivo folle e insostenibile, che dovrebbe coesistere con una crescita dell’1,6% del Pil nel 2017 -18 e dell’1,3% nel 2019.
La crescita del Pil, determinata da diverse variabili esterne (come la svalutazione dell’euro sul dollaro a seguito del quantitative easing e la diminuzione strutturale del prezzo del petrolio) viene come sempre sovrastimata per far quadrare i conti. Nè il governo tiene alcun conto della consapevolezza crescente, nel dibattito sulle politiche economiche, per cui tagli delle tasse hanno effetti espansivi inferiori agli effetti depressivi del taglio della spesa pubblica.
Dal punto di vista politico è invece evidente come concentrare la “flessibilità” nel 2016 assolva per Renzi ad una funzione di primaria importanza: rafforzarsi nel passaggio delle elezioni amministrative di primavera, assai rilevanti per numero di elettori e realtà interessate, rimontando la crisi di consensi degli ultimi passaggi elettorali.
2. I soldi ci sono: per le imprese, i ceti abbienti e le spese militari
Ires, decontribuzione, super-ammortamento…
Vale 2,6 miliardi per il 2016 e 4 miliardi a regime nel 2017 il taglio dell’Ires, cioè della tassa sui profitti. La sua applicazione nel 2016 è subordinata all’approvazione in sede europea della cosiddetta “clausola migranti”, quella per cui in nome dei costi dell’accoglienza per “l’emergenza migranti” si tagliano per l’appunto le tasse all’imprese. Ma nel 2017 il taglio dell’Ires ci sarà comunque e le risorse saranno reperite “da tagli alla parte corrente delle spese della Pubblica Amministrazione”, come recita la relazione tecnica:
  • 580 milioni sono destinati al superammortamento al 140% per gli investimenti attuati entro il 2016, che diventano 1 miliardo negli anni dal 2017 al 2021;
  • 831 milioni sono destinati alla reiterazione, ridotta al 40%, degli sgravi contributivi per le assunzioni o le trasformazioni di contratti preesistenti nel “contratto a tutele crescenti”, che diventano 2,1 miliardi per il 2017.
Solo per queste misure si va dai 4 miliardi aggiuntivi nel 2016 agli oltre 7 miliardi nel 2017. Ma accanto alle voci principali ci sono una miriade di altri micro provvedimenti che o stanziano direttamente risorse per le imprese o come nel caso della detassazione dei premi di produttività (quasi 600 milioni a regime) e del sostegno al cosiddetto welfare aziendale, mirano tanto a promuovere la sostituzione della contrattazione collettiva nazionale con quella aziendale e territoriale, quanto all’aziendalizzazione delle prestazioni sociali mentre si smantella il welfare pubblico e universalistico.
Si deve inoltre avere presente che la scorsa legge di stabilità (come anche le leggi di stabilità dei governi Letta e Monti) aveva già significativamente ridotto il prelievo fiscale sulle imprese con i 5 miliardi di riduzione dell’Irap per il 2015 (4,3 a regime dal 2016) ed ulteriori 4 miliardi nel triennio 2015-2017 attraverso una serie di provvedimenti minori.
Mentre per la decontribuzione decisa sempre dalla scorsa legge di stabilità, estrapolando dai dati forniti dalla relazione tecnica, le risorse pubbliche utilizzate ammontano a 2,5 miliardi per il 2015 e 6,3 miliardi per il 2016 (4,6 se si considerano le stime su quanto dovrebbe rientrare per le tasse sulla nuova occupazione che tuttavia valgono solo per l’occupazione aggiuntiva) . Risorse molto ingenti che sono servite e serviranno per promuovere il contratto “a tutele crescenti”, cioè nella maggior parte dei casi per finanziare la trasformazione di vecchi contratti a termine, in nuovi contratti a termine, dato che il Jobs Act ha sancito la possibilità di licenziare arbitrariamente sempre e comunque.
Dunque sono tanti i soldi per le imprese, dati “a pioggia” cioè senza finalizzazione alcuna: dagli oltre 8 miliardi (tra Irap, decontribuzione e altre misure) del 2015, ai circa 15 miliardi per il 2016, complessivi degli interventi della legge di stabilità dello scorso anno e di quella attuale.
È invece totalmente assente qualsiasi strategia di politica industriale, e si prevede addirittura una contrazione degli investimenti pubblici. Questo a fronte di una riduzione complessiva degli investimenti nel periodo 2008-2014 del 30%. Dal punto di vista dell’occupazione, va sottolineato, come le continue dichiarazioni del governo, sugli effetti benefici delle proprie politiche nella creazione di lavoro, vadano demistificate per quella che sono: un’operazione di propaganda.
L’Italia vede una crescita dell’occupazione inferiore rispetto al resto d’Europa. Con le risorse ingentissime mobilitate con la legge di stabilità 2015 nel mentre che si faceva tabula rasa dei diritti per in neo assunti, l’occupazione aggiuntiva “permanente” a settembre 2015 rispetto a settembre 2014 è di sole 113.000 unità, mentre sono 192.000 gli occupati complessivi in più (dati Istat): davvero poca cosa considerando l’esplosione di forme iper-precarizzanti come i voucher.
Restano oltre i 3 milioni i disoccupati ufficiali, mentre sono il doppio quelli effettivi, considerando cioè coloro che non ricercano attivamente lavoro perché scoraggiati, ma che sarebbero disponibili a lavorare se un lavoro ci fosse. Il governo peraltro non ritiene un problema che nei propri stessi documenti il tasso di disoccupazione sia anche nel 2019 sopra il 10% con la disoccupazione giovanile intorno al 40%.
Tasi-Imu
Accanto a questi provvedimenti l’altro piatto forte come è noto è l’eliminazione della Tasi-Imu per l’abitazione principale (3,7 miliardi). 530 milioni sono destinati alla riduzione dell’Imu sugli “imbullonati”, 405 milioni per l’Imu agricola.
L’eliminazione generalizzata dell’imposta sull’abitazione principale, va a vantaggio dei più ricchi con 1,4 miliardi regalati a chi possiede abitazioni di pregio maggior, che pur essendo solo il 10% del totale concorrevano per il 37% al gettito complessivo. Questi proprietari godranno di uno sgravio in proporzione maggiore di chi ha una casa più modesta, mentre persino chi ha ville e castelli (su cui alla fine la Tasi resta perché il governo ha fatto retromarcia per puri motivi di immagine), in virtù della diminuzione dell’aliquota massima godrà di uno sconto medio di 1.000 euro.
Il taglio indiscriminato della Tasi mette inoltre i Comuni nella condizione di dipendere dai finanziamenti centrali, e non è davvero esercizio di fanTasia prevedere che quelle risorse saranno oggetto di contrattazioni continue e di ulteriori riduzione.
Le spese militari
I soldi ci sono anche per le spese militari. Nonostante la risoluzione approvata dal Parlamento nel settembre 2014 che poneva l’obiettivo di dimezzare lo stanziamento per gli F35, la legge di stabilità conferma i 13 miliardi per il programma pluriennale di acquisto dei 90 cacciabombardieri da attacco in grado di trasportare ordigni nucleari. Sono incrementati i fondi Mise per Fremm, Vbm, Eurofighter. Non viene mantenuto l’impegno ad aumentare le risorse per il servizio civile. I tagli che investono pesantemente ogni funzione pubblica, lasciano indenne il comparto militare.
3. I soldi non ci sono: come tagliare tutto ciò che è pubblico
A fronte delle cospicue risorse destinate a imprese e ricchi, spesa militare, stanno nuovi pesantissimi tagli a tutto ciò che è funzione pubblica: dalla sanità, alle regioni, a ministeri e società pubbliche, al pubblico impiego, che vede una mancia scandalosa invece del rinnovo del contratto, e un nuovo blocco del turn over. Complessivamente le “minori spese” ammontano a 8,4 miliardi nel 2016, 8,6 miliardi nel 2017 e 10,6 nel 2018. E’ evidente la volontà di distruggere la funzione pubblica ed insieme i diritti sociali.
I tagli alla sanità
Il finanziamento per il Servizio Sanitario Nazionale viene rideterminato in 111 miliardi, ivi compresi gli 800 milioni finalizzati all’aggiornamento dei LEA (Livelli essenziali di assistenza).
Il Patto per la salute siglato da governo e regioni poco più di un anno fa (luglio 2014) prevedeva in 115,4 miliardi il finanziamento per il 2016. Il decreto legge 78/2015 aveva già ridotto il finanziamento di 2,352 miliardi portandolo a 113,097. Ora la riduzione ulteriore è di 2,097 miliardi. In sostanza in poco più di un anno i finanziamenti previsti a luglio 2014 sono stati tagliati di 6,7 miliardi. In questo modo la spesa pubblica per la sanità si collocherà al 6,6% del Pil, cioè ad uno dei livelli più bassi in assoluto in Europa.
Va ricordato che, anche prima degli ultimi tagli, quando la spesa pubblica per la sanità era al 7% del Pil, questo livello era inferiore di 1,7 punti di Pil e di 632 euro in termini di spesa pro-capite (1793 euro contro 2425) rispetto alla media dell’Unione Europea a 15. Dopo di noi ci sono solo Spagna, Grecia e Portogalllo (Rapporto sullo Stato Sociale 2015).
Gli ulteriori tagli alla sanità, in un paese in cui, come conferma l’ultimo rapporto del Censis, in quasi la metà dei nuclei familiari, almeno una persona in un anno ha dovuto fare a meno di una prestazione medica per l’insostenibilità delle liste d’attesa o/e per l’onerosità dei ticket, rende evidente la volontà di distruggere la sanità pubblica ed universalistica e di spingere progressivamente verso modelli assicurativi. Una regressione sociale gravissima ed inaccettabile.
I tagli a regioni, ministeri, società pubbliche
Il quadro diventa più grave se ai tagli al finanziamento del servizio sanitario nazionale si sommano quelli alle regioni, che hanno nella sanità, la voce di intervento e di spesa di gran lunga prevalente.
La Legge di stabilità prevede tagli alle regioni per 3,98 miliardi di euro nel 2017, 5,48 miliardi nel 2018 e 2019. Non sono compresi in questi tagli gli effetti del blocco del turn-over di cui si dirà più avanti, mentre è compresa la riduzione di spesa derivante dalla centralizzazione dell’acquisto di beni e servizi che pesa tuttavia per soli 480 milioni.
Come sottolineato in sede di audizione parlamentare della presidenza delle regioni, tuttavia, il quadro diventa drammatico se alle misure previste dalla attuale Legge di Stabilità, si sommano le misure derivanti dalle passate finanziarie e da diversi tagli di settore. In questo modo “nel 2016 l’insieme dei tagli che cadono sul sistema Regioni, ordinarie e straordinarie, derivanti da tutte le leggi di stabilità del passato e anche da leggi di settore, ammontano a circa 9 miliardi e mezzo, se si esclude il pareggio di bilancio di quest’anno, e che arrivano a più di 11 se si include il miliardo e 850 milioni di risparmio del sistema Regione che viene trattenuto come copertura a livello dello Stato… La situazione sul pluriennale è poi particolarmente preoccupante con altri cinque miliardi nel 2017 e sette nel 2018. Ormai i margini di manovra delle Regioni si vanno esaurendo”.
È evidente che sulla sanità e sui trasporti pubblici in particolare, ma più complessivamente sul sistema regionale siamo ad una destrutturazione complessiva di diritti e possibilità di intervento.
Anche i tagli a ministeri e società pubbliche, sono pesanti. Ammontano a 3,1 miliardi nel 2016, 2,4 nel 2017, 1,7 nel 2018, di cui per il 2016 1,6 miliardi di riduzione delle spese in conto capitale, cioè degli investimenti. Anche in questo caso al netto della riduzione di spesa derivante dalla centralizzazione degli acquisti di beni e servizi, che vale circa 160 milioni l’anno, e dei “risparmi” derivanti dal blocco del turn-over.
Proseguono dunque massicciamente i tagli, la riduzione del perimetro e la destrutturazione complessiva della funzione pubblica. A tutto questo va aggiunto da un lato quanto previsto nelle stessa legge di stabilità per il pubblico impiego, con il blocco del turn-over e della contrattazione, dall’altro il programma di privatizzazioni programmate dal DEF con introiti previsti per lo 0,41 % del Pil nel 2015, lo 0,5 nel 2016 e 2017 e 0,3 nel 2018, pari complessivamente a quasi 30 miliardi.
Il nuovo blocco del turn-over e della contrattazione nel pubblico impiego
Sotto il titolo di involontario (o volontario?) scherno “esigenze indifferibili”, la Legge di Stabilità si occupa del contratto delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici. Nonostante la sentenza della Corte Costituzionale, per il “rinnovo” del contratto vengono stanziati 219 milioni di euro per 1,3 milioni di lavoratori contrattualizzati a livello centrale (circa 12 euro mensili lorde di incremento), 81 milioni di euro per i 500.000 lavoratori del comparto sicurezza, mentre per altri 1,2 milioni di lavoratori le risorse per il “rinnovo” contrattuale sono in carico alle singole amministrazioni.
Questo dopo 6 anni di blocco della contrattazione. Le risorse stanziate sono poco più della metà di quanto destinato alla riduzione dell’Imu sugli imbullonati, meno di un dodicesimo di quanto varrà a regime la nuova riduzione delle tasse sulle imprese… e si potrebbe continuare.
Ma c’è di più: a fronte di pochissime e settoriali assunzioni è previsto un nuovo blocco del turn-over. Per le amministrazioni dello Stato, le agenzie, gli enti di ricerca, le regioni e gli enti locali, le assunzioni a tempo indeterminato possono avvenire solo entro la misura del 25% del budget derivante dalle cessazioni di personale con la medesima qualifica avvenute nell’anno precedente. La norma è sospesa per regioni ed enti locali per 2017 e 2018 per riassorbire il personale delle province, ma la nuova stretta è pesantissima.
I “risparmi” complessivi previsti per il blocco del turn over, vanno dai 44 milioni del 2016 a quasi 1 miliardo (919 milioni) nel 2019, 3 volte quanto stanziato per il “rinnovo” del contratto.
Come sottolinea il dossier del servizio studi del Senato “andrebbero richieste adeguate rassicurazioni in merito alla effettiva e piena sostenibilità dell’irrigidimento del blocco parziale del turn over, dal momento che negli anni più recenti le amministrazioni hanno subito già un blocco drastico dei reclutamenti che potrebbe averle già messe nella condizione di non poter assicurare i livelli minimi di servizio.” Va ricordato anche che dal 1 gennaio 2017 non sono più attivabili contratti di collaborazione e che nel 2018 scadranno i circa 80.000 contatti a tempo determinato di durata ultratriennale.
Va ricordato più in generale come il numero di dipendenti pubblici ogni 100 abitanti in Italia nel 2010, prima dei tagli e del blocco del turn-over degli ultimi anni, fosse abbondantemente sotto la Francia e l’Inghilterra (5,9 contro 8,5 della Francia e 9,2 del Regno Unito – dati della Ragioneria Generale dello Stato). La vulgata di un settore pubblico ipertrofico nel nostro paese è totalmente falsa. Accanto a perduranti elementi di inefficacia che certo non si affrontano con nuovi tagli, in generale siamo alla messa in discussione della capacità di erogare i minimi servizi essenziali.
4. Qualche mancia per gli esodati, le povertà e la condizione di disagio sociale
Se per quel che riguardava imprese e ricchi, gli interventi sono in termini di miliardi sonanti, per esodati, povertà, disagio sociale, le risorse sono pochissime, centellinate solo per le emergenze, e spesso coperte da tagli all’interno dello stesso comparto.
Le pensioni
La legge di stabilità non contiene nessuna misura di flessibilizzazione della controriforma Fornero. I provvedimenti previsti riguardano il varo della settima salvaguardia per gli esodati, la cosiddetta “opzione donna” e il modestissimo aumento della no-tax area, le cui coperture sono interne al comparto, in particolare attraverso un nuovo intervento sulle rivalutazioni delle pensioni medie rispetto al costo della vita o attraverso l’accesso a fondi come quello per i lavori usuranti.
La settima salvaguardia per gli esodati copre 26.300 lavoratori, mentre secondo i dati Inps le lavoratrici e i lavoratori da garantire sono 49.500. Ne restano scoperti oltre 23.000. Restano esclusi tanto i cosiddetti quota 96 della scuola, quanto i macchinisti.
Per quel che riguarda “opzione donna” si prevede, a chiusura della sperimentazione, che l’opzione (cioè la possibilità di andare in pensione con 57 anni e 3 mesi, se lavoratrici dipendenti, e 58 anni e 3 mesi, se lavoratrici autonome, con 35 anni di contributi versati ed accettando il ricalcolo della pensione con il solo metodo contributivo) sia estesa alle donne che maturano i requisiti entro il 31 dicembre 2015 anche se la decorrenza del trattamento pensionistico è successivo a quella data.
Per quel che riguarda l’estensione della no-tax area, da 7500 a 7750 euro per i pensionati sotto i 75 anni e da 7750 a 8000 per i pensionati sopra i 75 anni, questa scatta soltanto dal 2017 ed è di portata assai modesta (intorno ai 5 euro mensili). Come è modestissima la sperimentazione del part-time in uscita per i lavoratori che maturano entro il 2018 i requisiti per la pensione di vecchiaia con risorse previste per 60 milioni nel 2016.
La copertura di queste misure è comunque tutta interna al comparto pensionistico. Proviene dalla riduzione delle rivalutazione delle pensioni superiori a 4 volte il minimo, dalle somme non spese del Fondo Esodati, dall’indecente saccheggio del Fondo per i lavori usuranti. Come afferma la relazione tecnica si tratta di un fondo sottoutilizzato. Il che è certamente vero dopo che la controriforma Fornero ha peggiorato in modo gravissimo la condizione di questi lavoratori.
Va ricordato anche in questo caso il dato di fondo. I contributi pensionistici vengono usati da anni in Italia per finanziare il bilancio dello stato e non viceversa. Dal 1996 ad oggi il saldo tra contributi versati e pensioni erogate al netto delle ritenute fiscali (che rientrano nelle casse dello stato ) è sempre stato in attivo. Nell’ultimo anno l’attivo è stato di 21 miliardi di euro.
Qualche mancia per le povertà
Gli interventi per il contrasto alle povertà sono totalmente inadeguati rispetto alla situazione di sofferenza sociale cresciuta esponenzialmente in questi anni. Secondo i dati Istat relativi al 2014, infatti, sono 1 milione e 470 mila le famiglie in condizione di povertà assoluta, per un totale di 4 milioni 102 mila persone, 2 milioni 654 mila famiglie e 7 milioni 815 mila persone sono invece in condizione di povertà relativa. I dati sono stabili rispetto all’anno precedente e concentrati geograficamente: la povertà assoluta si attesta al 4,2% al Nord, al 4,8% al Centro e all’8,6% nel Mezzogiorno.
A fronte di questa situazione il governo stanzia 600 milioni aggiuntivi per il 2016 portando le risorse complessive a 1,6 miliardi e 1 miliardo per il 2017 portando le risorse complessive per quell’anno a 1,5 miliardi. Dei 600 milioni aggiuntivi 220 sono destinati a finanziare l’Asdi, l’assegno di disoccupazione, e 380 il Sia (Sostegno per l’inclusione attiva, misura attivata dal governo Letta e rivolta esclusivamente ai nuclei familiari con un minore). Il finanziamento complessivo per il Sia raggiunge complessivamente la cifra di 750 milioni per il 2016 (tra quanto era stato già stanziato e le nuove risorse) e di 1 miliardo per il 2017.
Se fossero distribuiti sulla sola platea dei poveri assoluti, non dando nessuna risposta alla condizione di povertà relativa, le risorse stanziate dal governo comporterebbero 15 euro lorde mensili, conteggiando invece la sola platea dei nuclei familiari in povertà con un minore che sono circa 600.000, questo significa 104 euro mensili lorde per nucleo familiare.
Va ricordato che la proposta di reddito di inclusione sociale avanzata dall’Alleanza contro la Povertà (Acli e Caritas) prevede risorse per 7 miliardi, mentre il reddito di dignità sostenuto da Libera per quanto non quantificato precisamente, nel prendere a riferimento le proposte esistenti in Parlamento (quella del Movimento 5 Stelle e quella di iniziativa popolare proposta da Bin, Sel, Prc ed altri, quantificate dall’Istat rispettivamente in 14,9 e 23,5 miliardi) si situa approssimativamente sulla cifra di 20 miliardi.
La miseria delle risorse stanziate per il contrasto alla povertà è ancora più grave considerati i tagli complessivi a cui è sottoposto il sistema di welfare, l’assenza di un piano per il lavoro, l’assenza di un piano per il Sud.
5. L’evasione e l’elusione fiscale
La legge di stabilità 2016 prevede una serie di misure che favoriscono l’evasione fiscale. Con la scusa di sostenere i consumi, il governo ha innalzato l’uso del contante da 1000 a 3000 euro, invece di agire per rendere più semplice e meno costoso l’uso di carte e bancomat.
Una scusa evidentemente giacché nessuno va in giro con 3000 euro in contanti per poter meglio acquistare un televisore o una lavatrice. La volontà di favorire l’evasione è resa evidente dal fatto di aver innalzato l’uso del contante anche per il pagamento dei canoni di locazione e nella filiera dei trasporti, dove la tracciabilità è un elemento decisivo per prevenire e reprimere attività legate a traffici illegali: dal caporalato al riciclaggio.
Il governo con i decreti di settembre scorso in attuazione della cosiddetta delega fiscale ha peraltro depenalizzato l’elusione fiscale praticata soprattutto dalle grandi imprese.
Ricordiamo che l’Italia con un’evasione fiscale pari a circa 130 miliardi l’anno è il paese con la più alta evasione in Europa: il recupero soprattutto della grande evasione ed elusione dovrebbe essere un obiettivo prioritario.

La crisi odierna e la lezione di Marx di Alberto Leiss

Un resoconto del convegno di Alessandria su «I ritorni di Marx». I nessi tra forza economica e capacità egemonica del centro del potere capitalistico. Crisi e ruolo dell’Unione europea, un «nuovo mostro» che non è stato ancora adeguatamente analizzato. La costruzione del soggetto tra neoliberismo, psicanalisi e femminismo della differenza
marxismo crisi 02
Dunque lo spettro di Marx è tornato ad aggirarsi sullo scenario della nuova, lunga e devastante crisi ca- pitalistica che ci accompagna dal 2008, sollevando moltissimi interrogativi sui veri meccanismi che sostengono il sistema uscito vincitore dal confronto con l’alternativa comunista e socialista. Un confronto aperto proprio dalle opere del professore di Treviri a metà dell’Ottocento, divenuto conflitto acuto e tragico dopo la rivoluzione del 1917. Apparentemente concluso con la fine dell’Urss.
Ma è davvero possibile – come si è augurato in premessa Aldo Tortorella – che questo nuovo ritorno avvenga «a occhi aperti» da parte di coloro che non rinunciano a rimeditare e attualizzare la lezione di Marx? Evitando il rischio di ulteriori errori e limiti di natura ideologica, se non propriamente dogmatica, proprio grazie al fatto che è stato abbastanza brutalmente tolto di mezzo l’equivoco di una costruzione in corso, con sicura ricetta, di «mondi nuovi»?
La discussione svoltasi per tre giorni a Alessandria, per iniziativa di Critica marxista e della Fondazione Luigi Longo, nel convegno intitolato appunto I ritorni di Marx, sembra fornire una prima significativa risposta positiva. Il pensiero dell’autore del Capitale è stato messo alla verifica di una quantità di punti di vista, legati alle fonti più ricche di una elaborazione critica rivolta a Marx senza alcun complesso. Si è parlato delle sue teorie economiche nella crisi attuale, della sua antropologia, del rapporto con lo Stato e col liberalismo, dei meccanismi di soggettivazione, del suo metodo di analisi sociale. Si è discusso di quanto possa sopravvivere delle sue intuizioni e delle sue profezie dopo il secolo della psicanalisi, dopo Antonio Gramsci e Simone Weil, dopo la rilettura classica di Sraffa e l’economia-mondo analizzata da Braudel, Wallerstein e Arrighi. Dopo la rivoluzione del femminismo e del pensiero della differenza sessuale.
Alla fine mi sembra si possa dire che lo spettro, con le sue inquietanti ambivalenze, si è trasformato in una più viva e concreta presenza fatta di intenzioni etiche profonde e attuali, e di un metodo di analisi sociale imprescindibile per una intenzionalità politica volta al mutamento dello stato delle cose presenti. E che se un filo più evidente di altri ha attraversato contributi assai diversi per ambito di competenza e per l’orientamento dell’approccio critico, esso riguarda il ruolo e la costituzione del soggetto dell’azione politica. Con tutta la complessità dei nessi relazionali che lo legano al mondo esterno, alle altre persone, nel contesto di un ambiente oggi sovradeterminato dalle logiche e dalle modalità tecnologiche della rappresentazione del neoliberismo, e a quella complessa societas – per riprendere un’ immagine utilizzata da Roberto Finelli – che costituisce anche il mondo interiore di ognuno.

Crisi e ruolo dell’Unione europea
Seguirò per comodità di una esposizione necessariamente molto sintetica l’ordine degli interventi, del resto non casualmente predisposto.
La visione più larga del contesto economico, sociale e culturale globale in cui necessariamente si colloca oggi ogni possibile rilettura di Marx è stata tratteggiata in apertura da Mario Pianta, avvalendosi della elaborazione di Giovanni Arrighi, soprattutto a partire dal suo libro sul Lungo XX secolo. È l’approdo di un filone di ricerche di diversi autori, del mondo occidentale e asiatico, ispirate in buona misura dal lavoro storico di Fernand Braudel, che «condividono l’intuizione di considerare il capitalismo contemporaneo come un sistema mondiale organizzato in un “centro” e in una “periferia”, caratterizzato da cicli di accumulazione e di egemonia».
È una linea di pensiero largamente debitrice a Marx, ma all’infuori di qualunque ortodossia. E del resto Marx aveva certamente visto la dinamica globale del capitale, ma non era andato sostanzialmente al di là della dimensione dello stato-nazione. La visione fatta propria da Arrighi, rispetto ad altri autori marxisti più “ortodossi”, gli ha permesso di prevedere assai prima gli esiti critici del recente sviluppo finanziario del capitalismo occidentale, e lo spostarsi a Oriente, e segnatamente nella Cina post-maoista, del baricentro mobile dell’economia-mondo. E questo grazie anche alla capacità di cogliere i nessi tra potenza economica produttiva e finanziaria e capacità egemonica del centro del potere capitalistico. Quando la capacità egemonica – come dimostra il caso americano, ma come è accaduto altre volte nei secoli dopo l’affermazione capitalistica – viene meno, aumenta la finanziarizzazione del sistema, ma questa dimensio- ne non ha in sé gli equilibri necessari per mantenersi in uno stato di stabilità.
Antonella Palumbo ha ripreso la rilettura della “teoria del valore” di Marx elaborata da Sraffa e poi da Garegnani, nell’ambito di una rivalutazione dell’“economia classica” rispetto a alle teorie marginaliste successivamente egemoni, e ricollocando in quel solco la posizione critica di Marx. Che in estrema sintesi introduce nella determinazione della distribuzione del reddito la variabile di ciò che produce il conflitto sociale, quindi un dato soggettivo.
Da una diversa angolatura, di teoria della politica, al nodo della soggettività è arrivato anche Stefano Petrucciani, a proposito del rapporto di Marx con il liberalismo. Dalla sua iniziale e giovanile adesione a certe istanze liberali, alla successiva presa di distanza critica, l’autore del Capitale svela le aporie della visione sociale liberale e neoliberale (perché lo Stato deve avere come priorità la tutela della proprietà e del mercato rispetto al benessere di ciascun individuo?), anche se non arriva lui stesso a comprendere che «la soddisfazione dei bisogni sociali passa in larghissima parte per ciò che il mercato non è, ovvero da un lato per lo Stato e dall’altro per i legami familiari o di solidarietà. Perciò la pretesa della mercatizzazione integrale distrugge paradossalmente le basi sociali che rendono possibile il mercato stesso».
Un altro economista, Vladimiro Giacchè, ha riattualizzato una seconda discussa e contestata “profezia” di Marx, la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, mettendola in relazione con l’idea di una «stagnazione secolare» recentemente ripresa da Lawrence Summers, recuperando a sua volta un concetto che risale agli anni Trenta. L’approccio marxiano si rivelerebbe più efficace di fronte alla crisi attuale, strutturale e non ciclica. E un’arma teorica utile nella battaglia per scongiurare che la soluzione alla crisi globale – come già dopo il ’29 – non si trovi nella guerra, ma in un “livello superiore di produzione sociale”.
Del resto – ha argomentato Emiliano Brancaccio, prendendo un po’ le distanze dagli approcci più filosofici per accettare il rischio di un maggiore “empirismo” – anche una terza idea di Marx, assai poco studiata, la legge della «centralizzazione dei capitali», sembra spiegare meglio ciò che accade sotto i nostri occhi. Quando il gioco della competizione globale si fa duro, ecco che il capitalismo più forte sconfigge il più debole, e si determinano enormi concentrazioni finanziarie. Per Brancaccio è un processo ben evidenziato in Europa dal ruolo della Bce, agente della concentrazione dei capitali nelle banche e nei paesi più forti, a scapito dei soggetti più deboli e periferici, e paladina dell’austerità.
Ma che cosa è esattamente oggi l’Unione Europea – in cui così forte è il ruolo di un soggetto non democraticamente eletto come la Bce di Mario Draghi e di altre burocrazie tecnocratiche – dal punto di vista delle formazioni statali? Se lo è chiesto André Tosel, aprendo una sessione del convegno che sul problema dello Stato, delle strutture sociali e di classe, e sullo “spirito” del capitalismo, ha visto intrecciarsi e dialogare anche gli interventi di Jacques Bidet e Giorgio Cesarale.
La risposta di Tosel è netta: oggi l’Europa unita è un “nuovo mostro” che non è stato ancora adeguatamente analizzato. Un «quasi stato senza popolo». Qualcosa che le elaborazioni di Marx sullo Stato – non univoche nella sua opera e non complete, nonostante intuizioni fondamentali sui nessi tra sovranità e modi di produzione con i loro propri rapporti di oppressione – non consentono di comprendere senza nuovi strumenti concettuali.
E una proposta di lettura sociale più complessa viene da Jacques Bidet, con un approccio da lui definito “metastrutturale”: nel regime neoliberale la classe dominante è costituita da due forze sociali distinte, anche se oggi più reciprocamente connesse di quanto avvenisse in una precedente fase “borghese”: i capitalisti che dominano proprietà e finanza e i “dirigenti-competenti” che informano l’organizzazione sociale e produttiva. Il terzo polo è una classe “fonda- mentale” o popolare in cui la vecchia matrice del proletariato si articola in modo più complesso. Per Bidet questa struttura tripolare nello stato-nazione e nello stato-mondo è mediata da equilibri egemonici meno rigidi di quelli pensati da chi descrive un potere schiacciante, pervasivo e inattaccabile del capitale e dei suoi apparati neoliberali. Una speranza per la riscossa soggettiva dei subalterni?
Per Cesarale, che si impegna in un confronto con Bidet sulla consistenza di una teoria dello Stato nella prima sezione del Capitale, c’è un eccesso di sofisticazione nella visione “metastrutturale” del filosofo francese.

Il tema del soggetto e della sua costituzione
Al concetto di ideologia in Marx e in Gramsci si è ricollegato Guido Liguori, sottolineando la visione anti-deterministica dell’autore dei Quaderni, che non vede nell’ideologia solo la «falsa coscienza» di un potere dominante e totalizzante, ma anche la capacità dei «subalterni» di reagire in una società moderna e articolata sul piano dei saperi e delle culture, per la creazione di un diverso «senso comune», basato però sull’ancoraggio strutturale della classe operaia, e da qui la affermazione di una diversa egemonia.
Dunque ancora il tema del soggetto e della sua costituzione. È il cuore del confronto a cui arrivano gli ultimi due contributi, di Roberto Finelli e di Lia Ci- garini. Se Finelli per criticare i limiti del- l’“antropologia” di Marx, troppo conclusa nella di- mensione collettiva dell’identità soggettiva, imbrac- cia soprattutto il sapere sull’individuo prodotto dalla psicologia e dalla psicanalisi moderna (da Freud a Jung e Bion, con fortissimi sospetti invece per Lacan), ma ancorando il suo discorso critico anche alla Fenomenologia dello spirito di Hegel, a Nietzsche e a Spinoza, Lia Cigarini ripropone le critiche a Marx e al marxismo di Simone Weil. Ma ricordando che negli ultimi anni della sua breve vita – per alcuni versi avvicinabile a quella di Antonio Gramsci – la Weil aveva respinto gli aspetti scientisti e infondati della dottrina di Marx (giungendo a dire che nemmeno di una “dottrina” si potesse parlare), ma ne aveva grandemente apprezzato la passione etica per la giustizia e il metodo di analisi profonda delle forze in campo nella dialettica sociale. Così come le intuizioni sulla natura dell’oppressione nell’organizzazione produttiva. Cigarini ha anche affermato come il femminismo della differenza pratichi e teorizzi da una quarantina d’anni una soggettivazione basata sul “partire da sé”. Un sé individuale che non nega però la dipendenza dagli altri. Da qui nasce una libertà relazionale che ha permesso alla donne di affrancarsi dal dominio simbolico patriarcale. Questo tipo di pratica politica può essere condivisa, produrre mediazione nuova anche da parte maschile, condurre a una “nuova filosofia del lavoro” capace di vedere anche il lavoro di cura e di manutenzione dell’esistente necessario alla riproduzione e alla vita, e di spezzare il dominio neoliberale del capitalismo? Bisognerebbe intanto che da parte degli uomini non si riproducesse l’incomprensibile “obliterazione” di ciò che ha prodotto il femminismo.
Ne è nato un ultimo denso scampolo di confronto tra molti dei partecipanti sul tema della libertà e della sua origine: dopo due secoli nel nome dell’uguaglianza forse non è più da qui che la liberazione dei subalterni può emergere. Il confronto, sotto lo sguardo certamente curioso del dottor Marx, sembra destinato a proseguire.

Torgiano, l'assestamento di bilancio infuoca il consiglio: "Torniamo subito al voto"


Riceviamo e pubblichiamo la nota del capogruppo di “Torgiano bene comune” Andrea Ferroni che attacca la maggioranza al Comune di Torgiano: “Si sottrae al confronto anche sull’assestamento di bilancio”
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Durante l'ultima seduta del Consiglio Comunale, convocato per discutere argomenti importanti come il riaccertamento straordinario e l’assestamento di bilancio 2015, la maggioranza targata Nasini ha mandato in scena l'ennesima pantomima, sottraendosi sostanzialmente al confronto con l'opposizione e non riuscendo a garantire nemmeno la democraticità dei lavori del consiglio comunale.
Intanto, a ventiquattro ore dal Consiglio non erano ancora disponibili sui punti in questione i pareri del Revisore dei Conti. Peggio. Rispetto al riaccertamento straordinario mancavano tutte le delibere di Giunta che avrebbero consentito l’approfondimento e la verifica del punto stesso. L'assestamento di bilancio, poi, è stato presentato senza una relazione all'altezza di una misura così centrale per il presente e il futuro di Torgiano.
Questo modo di amministare e di considerare il Consiglio Comunale dimostra ancora una volta che siamo di fronte ad una maggioranza che naviga a vista. Basti pensare che per il raggiungimento del numero legale l'amministrazione ha dovuto ricorrere al soccorso di qualche assessore quantomeno febbricitante. In questo senso il capogruppo di maggioranza non se la può cavare addossando responsabilità di tipo politico sulla macchina comunale.
Di fronte ad inadeguatezze di questo tipo, il nostro gruppo consiliare ha deciso di uscire dall'aula e di non partecipare al voto. Lo abbiamo già detto e lo ripetiamo: la maggioranza non è più in grado di garantire non solo sano confronto amministrativo sulle questioni concrete ma nemmeno una lucida e trasparente visione programmatica di ampio respiro. Per questo riteniamo che, a queste condizioni, per il bene della comunità Torgianese sia molto meglio tornare al voto!

Per fortuna c'è l'impero del male! di Fulvio Scaglione*

Per fortuna c'è l'impero del male!
Come ci hanno spiegato, i russi mentono sempre. Per fortuna! Pensate come dovremmo preoccuparci se, invece, i turchi aiutassero l'Isis, gli Usa aiutassero la Turchia che aiuta l'Isis, la Nato...
Noi occidentali siamo proprio fortunati! Sappiamo che la Russia è l'impero del male e che, quindi, nulla dalla Russia può venire che non sia menzogna. Pensate che disastro, se non fosse così.

Se non fosse così, dovremmo pensare che la Turchia, un Paese a cui l'Unione Europea, per mano della signora Mogherini (appunto Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, dicesi sicurezza!) vorrebbe consegnare 3 miliardi per controllare i confini e impedire che i profughi siriani si riversino verso l'Europa, usa uno dei suoi confini, quello con la Siria, per fare affari con i jihadisti che mettono a ferro e fuoco la Siria, producendo appunto quei profughi. Un bellissimo sistema, quello turco, per guadagnare tre volte su un'unica tragedia: comprando petrolio e opere d'arte dall'Isis; vendendo all'Isis armi e altre attrezzature e facendo passare i foreign fighters che vanno a rinforzare le sue file; infine, obbligandoci a versare milioni se non vogliamo veder arrivare i profughi.

Certo, l'impero del male ha prodotto foto e testimonianze. E anche chi scrive, visitando il Kurdistan iracheno, non ha mancato di notare le centinaia e centinaia di autobotti che ogni giorno partono per la Turchia, cariche di petrolio ”clandestino”, quello che il Kurdistan dovrebbe vendere attraverso il ministero del Petrolio di Baghdad e invece vende per conto proprio. Qualche tempo fa, inoltre,
Hisham al-Brifkani, iracheno e presidente della commissione Energia della provincia di Ninive, aveva pubblicamente detto che le forniture di petrolio contrabbandato dall’ Isis in Turchia avevano raggiunto un massimo di 10 mila barili al giorno, per assestarsi poi sui 2 mila barili, anche se molti altri esperti parlavano di un potenziale da 250 mila barili al giorno.

Ma non importa, per fortuna l'ha detto l'impero del male e noi sappiamo che son tutte frottole. Il che ci tranquillizza a cascata. Perchè se la Turchia è amica dell'Isis, che cosa sono gli amici della Turchia? Barack Obama, per esempio. Il superdemocratico Nobel per la Pace che, quando la Turchia abbatte un aereo russo dice ”la Turchia ha diritto a difendere i suoi confini” come se la Turchia fosse stata attaccata, e quando i russi mostrano le foto dei traffici al confine ribatte ”la Turchia non c'entra”? Se non sapessimo che l'impero del male mente sempre, potremmo persino pensare che è Obama a mentire. E' Obama che spalleggia gli amici dei terroristi. E' Obama che finge di combattere l'Isis, lasciandogli invece aperte tutte le porte di rifornimento: quelle della Turchia, certo, ma anche quelle del Golfo Persico, le cui monarchie continuano imperterrite a distribuire quattrini e armi ai jihadisti.

Dovremmo persino pensare (ma qui siamo proprio al colmo) che i satelliti del Pentagono hanno qualche disfunzione. Se un aereo russo esplode sul Sinai, dopo un paio d'ora sanno dirti per filo e per segno che cos'è successo. Ma se lunghissime colonne di autobotti attraversano il deserto (o una non meno lunga colonna di mezzi e blindati carichi di miliziani solca per ore il deserto per raggiungere Palmira) non vedono nulla. Misteri della tecnologia.

Non è dunque una gran fortuna sapere che l'impero del male mente sempre? E che sospiro di sollievo sapere che in ogni caso, a tenerlo a bada, c'è la Nato. L'Alleanza militare che per due anni ha taciuto sui maneggi della Turchia, e sul transito di armi e foreign fighters verso la Siria, ma si è tanto tanto preoccupata dei bombardamenti russi sui ribelli. E che adesso, di fronte al generale smandrappamento dei suoi amici, e al ”liberi tutti” nell'intervento anti-Isis in Siria (Germania, Francia e Gran Bretagna perché l'opinione pubblica non sopporta più le ciance, la Cina in nome di vecchi alleanze), non sa far altro che organizzare qualche provocazione a base di aerei abbattuti, Governi ucraini all'attacco e inviti al Montenegro.

Quindi che gran fortuna che l'impero del male menta sempre. Se no, sai quanto ci dovremmo preoccupare?
*da Famiglia Cristiana

Il modello Renzi: salvare le banche, affamare i risparmiatori di Claudio Conti, Contropiano

Il modello Renzi: salvare le banche, affamare i risparmiatori
Scartando dal piatto renzismo quotidiano, stamattina Repubblica presenta una serie di servizi sulle vittime del “salvataggio” di quattro banche sull'orlo del fallimento: Carichieti, Banca Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara e naturalmente Banca Etruria, nota per la vicepresidenza coperta dal padre di Maria Elena Boschi e, più in là nel tempo, per esser stata scelta da Licio Gelli come sportello cui far versare le quote di iscrizione alla loggia massonica P2. Coincidenze, naturalmente...
Il meccanismo di salvataggio scelto dal governo ricalca in parte quello deciso a livello di commissione europea, ovvero il bail in, che scarica una parte delle perdite su azionisti e obbligazionisti, oltre che sui normali correntisti che abbiamo sul conto più di 100.000 euro e per la parte eccedente questa soglia (c'è una garanzia statale fino a quella cifra).
In realtà il dispositivo del governo è leggermente diverso, perché chiama in causa l'intero sistema bancario italiano ma garantisce una defiscalizzazione equivalente all'impegno finanziario delle banche partecipanti. In pratica, garantisce lo Stato con i soldi dei contribuenti, meno la quota di perdite a carico degli incauti investitori. E questo non era piaciuto molto all'Unione Europea, che poi però ha fatto finta di nulla per non indebolire uno dei governi più complici dell'area a 28.
Repubblica fa un lungo elenco di casi di persone rovinate improvvisamente da questa decisione e illumina uno spaccato sociale – il famoso “ceto medio” delle analisi che rifiutano altre connotazioni di classe – che dice molto su come sono stati costruiti i redditi e il consenso sociale nel corso degli ultimi 25 anni.
Piccoli imprenditori, pensionati, impiegati ed ex operai, o meglio ancora gli eredi di questi piccoli risparmiatori che avevano fatto proprio il “sogno finanziario” proposto dal capitale, all'inseguimento di quell'”investimento sicuro” e senza rischi che fa sentire benestanti senza altre fatiche. Bastava poco, un 2-3% annuo, a far incassare una "quindicesima" con cui sistemare le scadenze di fine anno e magari permettersi qualche acquisto o spesa imprevista.
Gente senza alcuna competenza finanziaria, ovviamente, residente nella piccola provincia italiana moderatamente ricca, abituata ad affidarsi completamente nelle mani dello sportellista, del direttore di filiale, quasi sempre un paesano, se non addirittura un parente. Ovvero impiegati altrettanto a digiuno di covered bond o asset backed securities, semplicemente istruiti dai vertici dell'istituto a vendere certi titoli e certe obbligazioni – specie le “subordinate”, che offrivano assai meno garanzie – in cambio di modesti “premi di produzione”.
Se volessimo fare i facili moralisti, un tantino idioti, potremmo tranquillamente fare spallucce e dire: “avete voluto partecipare alla roulette? Se ci avete perso, sono affari vostri”. E' il mercato bellezza, mica pretendevi di vincere sempre...
Ma, dicevamo, questa vicenda illumina qualcosa di più sulla struttura del consenso sociale. Qualcosa che va oltre – senza escluderli – i livelli del salario, le aliquote della tassazione, le prestazioni del welfare, ecc. Qualcosa che, finché la finanza globale marciava di successo in successo, riusciva a garantire un po' di reddito aggiuntivo sotto forma di remunerazione del capitale produttivo di interesse.
La “finanziarizzazione delle coscienze” data da molto tempo, certamente, e il “popolo dei Bot” è ormai una categoria dell'analisi economica. Ma quest'ultimo, investendo i propri risparmi in titoli di stato, era in qualche misura una figura razionale e necessaria del sistema economico, retribuita poco ma in modo certo. La liberalizzazione nelle emissioni di titoli e azioni ha invece permesso anche a istituti con bassissima patrimonializzazione di creare denaro fittizio a costo zero, collocandolo in maniera privilegiata verso una clientela semplicemente senza consapevolezza e senza alternative. In regime di monopolio, tecicamente parlando. Un contadino, un operaio, un piccolo commerciante di un paesino di provincia, ha quasi sempre un solo sportello bancario a disposizione. E nessuna conoscenza dei meccanismi finanziari, se non quelli "basici" (prestito, tasso, mutuo, ecc) che riguardano la sua attività professionale.
Negli ultimi 25 anni, insomma, si è espanso ad libitum un “parco buoi” con patrimonio scarso o minimo, che arriva però a coprire tutta la popolazione che per varie ragioni può risparmiare qualcosa sui propri redditi ordinari o che si ritrova ad un certo punto tra le mani un piccolo gruzzolo (tipicamente, la liquidazione). Un parco buoi che si è identificato completamente – in modo altrettanto inconsapevole e bovino - con il sistema, i suoi valori, le sue aspettative.
Questo mondo paga ora esattamente come il lavoro dipendente (di cui spesso fa parte), perdendo in un attimo tutto o quasi quel che aveva accumulato con una vita di lavoro e piccoli sacrifici. È una devastazione sociale – per quanto limitata al momento a quattro sole banche, neanche tra le principali – che si ripeterà molte volte nei prossimi anni. E che può produrre effetti sistemici sul consenso sociale diffuso. Se dall'adesione fideistica al sistema, infatti, non derivano più modeste plusvalenze, ma solo perdite, magari anche drastiche, viene minato un dispositivo di identificazione.
E le banche possono finalmente essere identificate per quel che sono: associazioni a delinquere che fanno e disfano i governi nazionali, secondo un solo principio ordinatore - chi è più grosso se la comanda e fa più danni.
A suo modo, dunque, è anche questo un episodio della lotta di classe dall'alto condotta dal capitale finanziario contro tutte le figure a suo tempo cooptate e silenziate. Invece della redistribuzione di una quota degli interessi, oggi si dispiega un rastrellamento dispotico del risparmio disponibile. Una espropriazione senza indennizzo che recide, tendenzialmente, il legame di sintonia tra piccolo risparmio e grande capitale.
Se son rose, fioriranno... Ma serve lavoro e coscienza, e serietà, perché il raccolto - questa volta - sia a favore degli antagonisti del capitale.
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Il servizio principale di Repubblica.
Il volto nascosto del salva banche: le storie di chi ha perso tutto
Rabbia, frustrazione, amarezza: sono arrivate centinaia di segnalazioni di persone, soprattutto anziane, che si sono 'fidate' delle quattro banche salvate (Etruria, Marche, Chieti e Ferrara) sottoscrivendo titoli che ora valgono niente
di MAURIZIO BOLOGNI e LAURA MONTANARI
FIRENZE - "Perché di noi non scrivete?". Voci lontane, che arrivano da paesi, frazioni, piccole città di questa Italia. "Nessuno si occupa di questa truffa? Guardi che siamo tantissimi, siamo la nuova Parmalat". Esagerano. Messaggi via mail o registrati nelle segreterie telefoniche, grida di gente che teme di non avere abbastanza voce per farsi sentire. Sono i rovinati del decreto Salva-banche varato dal governo: "Siamo la macelleria sociale, quelli che è stato facile ingannare". Pensionati, casalinghe, operai, impiegati, piccoli risparmiatori, gente distante anni luce dalle alchimie finanziarie o dalla acrobazie azionarie, quelli che si presentano allo sportello e dicono: "Ho da parte questi soldi, cosa mi consiglia?". Quelli che raccomandavano: "Che sia un investimento sicuro, eh?". Benvenuti alla roulette russa delle azioni volatili, dei bond subordinati al veleno.
"Ho perso trentamila euro, la metà dei risparmi di una vita. All'Etruria mi hanno fatto vedere un foglio, dei miei soldi non resta niente". Zero. Mario è pensionato e abita a Empoli, in Toscana, ma il suo è soltanto uno dei tanti casi. Da Chieti, da Terni, da Pescara, da Ferrara, da Grosseto e Arezzo. Da nord a sud. Dalla Banca Etruria alla Banca Marche, dalla Cassa di Risparmio di Chieti alla Cassa di Risparmio di Ferrara. Dai posti insomma in cui ci si fida e l'impiegato della banca si trasforma in una specie di consulente finanziario consultato al volo, con le mani piene di borse della spesa. "Siamo le vittime di quel decreto - racconta Roberta Gaini, 50 anni, toscana, impiegata in una ditta chimica - non riesco più a dormire da giorni. Mi hanno preso i soldi che mi aveva lasciato mio padre, ho perso 62 mila euro in obbligazioni subordinate, 20 mila li ha persi mia madre e dieci mila mia sorella. Come la chiamiamo se non una truffa?".
Rabbia, sconforto e sospetti per migliaia di risparmiatori delle quattro banche "salvate" dal governo con un conto che pagano - e salato - loro: "Nel 2007 avevo un profilo a basso rischio, quando ho rinnovato le obbligazioni subordinate - riprende a raccontare in lacrime Roberta, mamma di due bambini -. Il profilo di rischio non me l'hanno dato. L'ho richiesto ora alla banca. Io non avrei mai accettato di rischiare il patrimonio per una percentuale di uno punto o due o tre in più. Ma ci rassicuravano, dicevano: signora ma ha mai visto fallire una banca?". Eccoci qua.
Silvia Trovò abita a Voghiera, in provincia di Ferrara, ha un'azienda agricola che produce frutta e seminativi: "Dal venerdì alla domenica del 22 novembre per noi è cambiato tutto, abbiamo perso 26mila euro in obbligazioni subordinate e azioni della CariFerrara. Erano i soldi che mio padre, anche lui agricoltore, ci aveva lasciato: non può capire il dispiacere e la rabbia".
Nella battaglia, schierati dalla parte dei piccoli risparmiatori, sono scese in campo subito le associazioni dei consumatori. I risparmiatori hanno aperto pagine su Facebook per tenersi aggiornati e organizzare manifestazioni: "Vogliamo andare a Roma e stiamo organizzando un pullman per arrivare a protestare davanti a Montecitorio" fanno sapere. "Non staremo zitti" promette un altro. Daniele scrive via mail: "A mia suocera, che ora ha 93 anni, Banca Etruria ha venduto quattro anni fa obbligazioni per 10mila euro in sostituzione di altre rimborsate alla scadenza naturale si sono guardati bene dall'avvisare che erano subordinate, fra l'altro con interessi non eccezionali, facendo firmare le solite paginate che non si leggono fidandosi dal funzionario, sono sicuro che quella operazione era stata richiesta a rischio zero. In questa storia non sono coinvolti come volevano far credere, gli investitori istituzionali, ma migliaia di risparmiatori".
Massimo Cionco è invece un risparmiatore di Banca Marche: "Sono possessore di azioni per 4.215 euro che adesso valgono zero, sono indignato. Alla mia banca cercavano di proporre o far acquistare queste azioni fino al giorno precedente al commissariamento! Sono indignato perché ci hanno proposto l'aumento di capitale del 2012, senza comunicare l'avvertimento dato dalla Banca d'Italia". Un altro cliente di Banca Marche si sfoga: "Siamo diventati all'improvviso i figli del Diavolo, da questa vicenda esco distrutto economicamente e moralmente".
Sono centinaia le storie e le mail postate dai lettori e in comune hanno la certezza di essere stati i protagonisti di un clamoroso raggiro: "Ci hanno fatto credere di poter avere rendimenti del 4 o 5 per cento lordi per dieci anni senza rischiare nulla" spiega uno di loro. E ancora: "Sono Liliana di Arezzo, scusi se disturbo le scrivo per far si che non passi inosservato l'esproprio autorizzato domenica 22 novembre nei confronti di noi risparmiatori che avevamo creduto in banche del territorio. Io e mio fratello abbiamo fatto un investimento con obbligazioni subordinate a detta della banca sicure, e con un buon andamento". Quando le cose cominciano a precipitare i clienti tornano a bussare alle loro banche: "Ci siamo informati se era il caso di rimanere o meno con Etruria e ci hanno rassicurato dicendo che la banca era sottoposta a controllo commissariata e che sarebbe mai fallita...".
Roberta, "Io, rovinata dal decreto Salva banche" Nessuno al momento ha il quadro esatto di quanti siano i risparmiatori coinvolti in questo crac: "Siamo duecentomila e nessuno ascolta la nostra disperazione". Spesso sono storie strazianti come quella che racconta Francesca Parisi, da Civitavecchia: "Mio padre, correntista Banca Etruria da 40 anni, invalido al 100% e cardiopatico cronico, aveva affidato i suoi risparmi di una vita da operaio (40mila euro) all'istituto di credito succitato, in virtù di un rapporto di estrema fiducia. Nessuno l'aveva avvisato dei rischi che correva con le obbligazioni subordinate, lui era tranquillo, si fidava ciecamente del dipendente che gliele aveva proposte, pur avendo un profilo di rischio basso (secondo la Mifid). In un momento lui si è visto azzerare i suoi risparmi, che gli servono per curarsi". E aggiunge: "Sono una dei tanti disperati, una vittima della macelleria socio-umana di questo governo, della gestione dissennata dei dirigenti di Banca Etruria e non so come comunicarlo a mio padre, perché potrebbe verificarsi un serio attentato alla sua fragile salute, oltre al danno finanziario subito. Il decreto, , in sordina, artatamente pianificato, ha ridotto al lastrico circa centomila risparmiatori italiani". Si sentono truffati e derubati, si sentono vittima di un raggiro gigantesco.

giovedì 3 dicembre 2015

Intervista al gen. Mini: "La guerra è diventata la negazione della politica"

Intervista al gen. Mini: "La guerra è diventata la negazione della politica"
Generale di Corpo d’Armata, capo di Stato Mggiore della NATO, capo del Comando Interforze delle Operazioni nei Balcani e comandante della missione in Kosovo.
Fabio Mini è uno dei più grandi conoscitori delle questioni geopolitiche e militari, su CS parla delle crisi attuali ma non solo.
E dice cose molto importanti.
  1. Gen. Mini, nel suo libro “La guerra spiegata a…” afferma che non esistono guerre limitate, o meglio che una potenza che si impegna in una guerra limitata ne prepara in realtà una totale. Nell’attuale situazione di conflittualità diffusa, che sembra seguire una specie di linea di faglia che va dall’Ucraina allo Yemen passando per Siria e Irak, dobbiamo quindi aspettarci lo scoppio di un conflitto totale?
R1. La categoria delle guerre limitate, trattata dallo stesso Clausewitz, intendeva comprendere i conflitti dagli scopi limitati e quindi dalla limitazione degli strumenti e delle risorse da impiegare. Doveva essere il minimo per conseguire con la guerra degli scopi politici. E la guerra era una prosecuzione della politica. Erano comunque evidenti i rischi che il conflitto potesse degenerare ed ampliarsi sia in relazione alle reazioni dell’avversario sia in relazione agli appetiti bellici, che vengono sempre mangiando. Con un’accorta gestione delle alleanze e delle neutralità, un conflitto poteva essere limitato nella parte operativa e comunque avere un significato politico più ampio. Oggi la guerra limitata non è più possibile neppure in linea teorica: gli interessi politici ed economici di ogni conflitto, anche il più remoto e insignificante, coinvolgono sia tutte le maggiori potenze sia le tasche e le coscienze di tutti. La guerra è diventata un illecito del diritto internazionale e non è più la prosecuzione della politica, ma la sua negazione, il suo fallimento. Nonostante questo (o forse proprio per questo) lo scopo di una guerra non basta più a giustificarla e chi l’inizia, oltre a dimostrare insipienza politica, si assume la responsabilità di un conflitto del quale non conosce i fini e la fine. Con l’introduzione del controllo globale dei conflitti e della gestione della sicurezza (anche tramite le Nazioni Unite), tutti gli Stati e tutti i governanti sono responsabili dei conflitti. E tutti i conflitti sono globali se non proprio nell’intervento militare, comunque nelle conseguenze economiche, sociali e morali. Quindi, a cominciare dalla guerra fredda che i paesi baltici hanno iniziato contro la Russia, dalla guerra “coperta” degli americani contro la stessa Russia, dai pretesti russi contro l’Ucraina, alla Siria, allo Yemen e agli altri conflitti cosiddetti minori o “a bassa intensità” tutto indica che non dobbiamo aspettare un altro conflitto totale: ci siamo già dentro fino al collo. Quello che succede in Asia con il Pivot strategico sul Pacifico è forse il segno più evidente che la prospettiva di una esplosione simile alla seconda guerra mondiale è più probabile in quel teatro. Non tanto perché si stiano spostando portaerei e missili (cosa che avviene), ma perché la preparazione di una guerra mondiale di quel tipo, anche con l’inevitabile scontro nucleare, è ciò che si sta preparando. Non è detto che avvenga in un tempo immediato, ma più la preparazione sarà lunga più le risorse andranno alle armi e più le menti asiatiche e occidentali si orienteranno in quel senso. E’ una tragedia annunciata, ma, del resto, abbiamo chiamato tale guerra condotta per oltre cinquant’anni “guerra fredda” o “il periodo di pace più lungo della storia moderna”. Dobbiamo quindi essere felici di questa “pace annunciata”. O no?
  1. Un’altra sua interessante considerazione riguarda il fatto che la guerra porti sempre ad una politica diversa da quella che l’ha preceduta e preparata, dobbiamo dunque prepararci ad un mondo diverso da quello che sta generando i conflitti attuali? E se sì, ha idea della direzione in cui ci stiamo muovendo?
R2. Direi di si, ma non credo che ci si possano fare molte illusioni sui risultati. Stiamo vivendo un periodo di transizione storica molto importante: il sistema globale voluto dai vincitori della seconda guerra mondiale sta scricchiolando, i blocchi sono scomparsi, molti regimi politici voluti dalle potenze coloniali sono in crisi, l’Africa si sta svegliando un giorno e regredendo il giorno successivo, le istanze economiche hanno il sopravvento su quelle politiche, sociali e militari, le periferie delle grandi potenze e i loro vassalli stanno cercando indifferentemente o maggiore autonomia o una servitù ancora più rigida. I conflitti attuali sono i segnali più evidenti di questo processo che porterà ad una nuova formulazione dei rapporti e degli equilibri internazionali. Tuttavia non è detto che questo passaggio porti al cosiddetto “nuovo ordine mondiale”. Le spinte al cambiamento e alla stabilità sono ancora flebili e rischiano di cronicizzare i conflitti e le situazioni, altrettanto pericolose, di post-conflitto instabile. Ci sono segnali di forte resistenza al cambiamento in senso multipolare da parte delle nazioni più ricche ed evolute come da parte di quelle più povere. Quelle più ricche si stanno di nuovo orientando verso una politica di potenza affidata soprattutto agli strumenti militari; quelle più povere si stanno orientando verso la rassegnazione alla schiavitù. Il cosiddetto “nuovo ordine” potrebbe essere quello vecchio del modello coloniale e le forze armate si stanno sempre di più orientando verso il sistema degli “eserciti di polizia” (constabulary forces). In molti paesi dell’Africa si parla da tempo di “nostalgia” del periodo coloniale o si accusano le potenze coloniali di averli abbandonati. La potenza e la schiavitù sono complementari. Un filosofo cinese diceva del suo popolo:“ ci sono stati secoli in cui il desiderio di essere schiavo è stato appagato e altri no.”
  1. Venendo alla situazione italiana, se è vero che una comunità che ospiti anche una sola base militare straniera è da considerarsi “sotto occupazione”, la presenza di basi USA sul territorio nazionale ci rende una nazione sotto occupazione o comunque non libera?
R3. I regolamenti dell’Aja del 1907, stabiliscono i criteri dell’occupazione militare non tanto sulla presenza militare in un paese ma nella sua funzione. Se una presenza militare anche minuscola si assume la responsabilità della sicurezza del territorio (non importa di quale estensione) in cui è stanziata, si ha l’occupazione “de facto”. Le basi degli Usa non garantiscono la nostra sicurezza, ma la loro. Non servono i nostri interessi ma i loro e quindi non sono legalmente “occupanti”. Il fatto che si dichiarino basi Nato o facciano riferimento agli accordi di Parigi del 1963 è una foglia di fico che nasconde la realtà: alcune basi italiane sono aperte anche ai paesi Nato nell’ambito degli accordi dell’Alleanza, ma le basi americane più grandi sono precedenti agli accordi Nato e sono state concesse con accordi bilaterali in un periodo in cui l’Italia non aveva alcuna forza di reclamare autonomia; anzi andava cercando qualcuno da servire in America e in Europa. In queste basi decidono gli americani (e non la Nato) a chi consentirne l’uso temporaneo. Si ha così un doppio paradosso: molti italiani anche di alto lignaggio politico e militare tentano di giustificare le basi con la funzione di sicurezza che svolgono a nostro favore. E avallano la condizione di occupazione militare. Gli americani sono più espliciti, ma non meno paradossali: ogni anno il Pentagono invia una relazione al Congresso nella quale indica e traduce in termini monetari il contributo dei paesi ospitanti delle basi “agli interessi e alla sicurezza degli Stati Uniti”. Dovrebbe essere un accordo fra pari, ma si avalla la nostra condizione di tributari.
  1. Nel suo libro ha mostrato come la guerra si sia evoluta nel corso dei secoli, adesso siamo giunti a teorizzare una guerra di quinta generazione o guerra senza limiti, una guerra cioè che non deve essere percepita come tale e che coinvolge anche mezzi finanziari. Possiamo dire di essere nel corso di una guerra di questo tipo?
R4. Senza dubbio. Ma anche questa quinta generazione sta trasformandosi nella sesta: la guerra per bande. Non essendoci più soltanto fini di sicurezza e non soltanto attori statuali, siamo nelle mani di “bande” con fini propri e senza alcuno scrupolo se non quello verso la propria prosperità a danno di quella altrui. Le bande si muovono senza limiti di confini e di mezzi, senza rispetto, solo all’insegna del profitto. Tendono ad eludere il diritto internazionale e la legalità, tendono a piegare gli stessi Stati ai loro interessi e a controllarne la politica e le armi. Oggi il problema degli eserciti e degli apparati di polizia non è quello di capire perché lavorano, ma per chi. Se lo Stato, per definizione, deve (o dovrebbe) pensare al bene pubblico, la banda pensa soltanto al bene privato, non statale e spesso contro lo stato. Quando nel 2004 chiesero ad un colonnello americano che tipo di guerra stesse combattendo in Iraq, quello rispose candidamente: “è una guerra per bande e noi siamo la banda più grossa”. Anche lui aveva capito che non stava lavorando per uno stato o un bene pubblico ma per qualcosa che esulava dal suo stesso “status” di difensore pubblico: era un mercenario, come tanti altri, al servizio di uno che pagava. E per questo si riteneva un “professionista” delle armi. La finanza è l’unico sistema veramente globale ed istantaneo e si avvale di mezzi leciti e illeciti: esattamente come fa ogni moderna banda di criminali. La struttura di comando delle bande ha due modelli di riferimento: il modello paternalistico e verticale e il modello comiziale e orizzontale. Quest’ultimo sta prevalendo sul primo anche se a certi livelli della gerarchia si ha comunque uno più forte degli altri. Il modello orizzontale è anche quello che meglio riesce a mascherare le guerre intestine e quelle esterne. Ci sono interessi contingenti che spesso portano gli avversari dalla stessa parte.
  1. Dal suo libro emerge anche il concetto di guerra come “strumento d’imposizione”, cioè uno strumento per obbligare una determinata parte a compiere azioni contro la propria volontà, nel recente caso della Grecia in cui la volontà popolare ha dovuto cedere alle richieste di segno opposto dell’Europa, possiamo parlare di un atto di guerra?
R5. Anche in questo caso dobbiamo riferirci alla guerra senza limiti e, purtroppo, a quella per bande. La Grecia ha subito un’imposizione che piegando la volontà del governo e della stessa popolazione è senz’altro un atto di guerra. Ma il vero scandalo della Grecia non è nell’imposizione subita, ma nell’apparente lassismo in cui è stata lasciata proprio dagli organismi internazionali che ne avrebbero dovuto controllare lo stato finanziario. La guerra finanziaria alla Grecia è la guerra per bande quasi perfetta. Solo qualche sprovveduto può pensare veramente che la Grecia abbia alterato i propri bilanci senza che né Unione europea, né Banca Centrale Europea, né Fondo Monetario, né Federal Reserve, né Banca Mondiale, né le prosperose e saccenti agenzie di rating se ne accorgessero. E’ molto più realistico pensare che al momento del passaggio all’Euro gli interessi politici della stessa Europa prevalessero su quelli finanziari e che gli interessi finanziari fossero quelli di far accumulare il massimo dei debiti a tutti i paesi membri più fragili. Abbiamo la memoria molto corta, ma ben prima del 2001 il dibattito sull’euro escludeva che molti paesi della periferia europea e quelli di futuro accesso (Europa settentrionale e orientale) potessero rispettare i parametri imposti. Non è un caso se proprio i paesi della periferia siano stati prima indotti a indebitarsi e poi a fallire, o ad essere “salvati” dalla padella per essere gettati nella brace. Irlanda, Gran Bretagna, Portogallo, Spagna, Italia e Grecia sono stati gli esempi più evidenti di una manovra che non è stata né condotta né favorita dagli Stati, ma gestita da istituzioni che si dicono superstatali e comunque sono improntate al sistema privatistico degli interessi del cosiddetto “mercato”.
  1. La “narrativa”, la fiction, gli spin doctors, giocano un ruolo fondamentale nella guerra di nuova generazione, può indicarci qualche caso concreto in cui ultimamente ha visto questi elementi in azione?
R6. In ambito militare ogni operazione è aperta, condotta e accompagnata dalla guerra dell’informazione e da quella psicologica. Dal 2000 in poi in Afghanistan e Iraq furono disseminate dall’alto migliaia di manifestini e radioline con le quali la coalizione tentava di dare la propria versione del conflitto. L’aereo C-130 destinato alla guerra d’informazione, chiamato “Commando Solo”, continua a sorvolare paesi come Iran, Iraq, Afghanistan, Yemen e Siria trasmettendo giornali radio e telegiornali dando la propria versione dei fatti. L’efficacia di tali mezzi tecnologici è minata dal dilettantismo. I primi volantini in Afghanistan e Iraq erano incomprensibili sia nella forma sia nella lingua. Le radioline furono acquistate in fretta dopo aver notato che gli afghani erano immuni alle trasmissioni radio visto che non avevano radio. E quando furono disseminate le radio gli americani si accorsero che oltre il 90% degli afghani non capiva la lingua usata. In Kosovo ho dovuto raddrizzare una campagna d’informazione, condotta tramite materiale edito da Kfor, dopo aver constatato che una rivista non veniva distribuita ai kosovari ma nelle caserme. In pratica si faceva guerra psicologica sui nostri stessi soldati. Più professionali, ma meno centrate sugli scopi militari, sono le trasmissioni radio della VOA (Voce dell’America) che parla in molte lingue e perfino dialetti centro asiatici. La Russia è entrata nel mondo della moderna guerra dell’informazione con nuove reti di stampa, internet, radio e televisione. I cinesi hanno interi canali dedicati all’informazione in varie lingue. Il programma Confucio, col quale s’insegna la lingua cinese all’estero, è ormai presente in tutto il mondo. Gli spin doctors del Pentagono avevano già immaginato nel 2011 come gestire la caduta di Bashar Assad in Siria e uno studio cinematografico ne stava realizzando il film. Il progetto è stato accantonato, ma il Pentagono spera che il film possa uscire nel 2016 (a Bashar Assad piacendo). Lo scopo di queste iniziative è difficilissimo perché la narrativa (la versione dei fatti) che si vuole fornire dovrebbe contrastare quella dell’avversario e della gente del luogo. In realtà nella comunicazione il messaggio più accettato è quello che conferma i fatti o le percezioni e non quello che le contrasta. La narrativa dell’avversario pur non avvalendosi di mezzi sofisticati e basandosi sulla trasmissione orale è molto più efficace anche perché racconta quello che si vede o ciò che qualcuno appartenente alla stessa comunità dice di aver visto. In Iraq, Afghanistan e altrove non è stato infrequente il grido di allarme dei vertici delle coalizioni occidentali: “stiamo perdendo la guerra della narrativa”. Fuori dal contesto militare, la stessa crisi greca è un esempio attuale di guerra dell’informazione accomunata alla guerra delle percezioni e alle operazioni d’influenza. In Grecia, come altrove, l’eccesso di debito pubblico e internazionale di uno stato non è di per sé un fattore fondamentale d’instabilità né d’insolvenza. E’ invece importante la credibilità che può ampliare a dismisura il credito. Per questo la guerra alla Grecia si è sviluppata sul piano della guerra psicologica con un’azione forte di discredito e di delegittimazione di tutto il paese. La delegittimazione che si è vista in maniera palese nel caso greco, non è avvenuta per altri paesi in via di fallimento, come il nostro; anzi, a dispetto dei dati oggettivi (debito, crescita, disoccupazione, investimenti), ci sono paesi che beneficiano di crediti oltre ogni ragionevole misura. Ogni volta che in Italia c’è un’asta di titoli pubblici, i media plaudono al “collocamento” di tutto il pacchetto sottacendo che in realtà si tratta di un aumento di debito. Anche il fatto che il debito di tale tipo sia “interno” viene manipolato e sottovalutato spacciandolo per una cosa senza valore. Come se il debito interno (quello nei confronti degli italiani che hanno acquistato titoli pubblici) non dovesse mai essere restituito ( e di fatto, così è), quasi che il rastrellamento costante del risparmio privato da parte dello stato non penalizzasse la disponibilità di denaro destinata agli investimenti produttivi. Oltre alle bande finanziarie internazionali, in Grecia, come in Italia e altrove, ci sono bande privatistiche interne che monopolizzano la finanza e la comunicazione. In Grecia, come altrove, queste bande hanno sperato e tuttora sperano in un ribaltone politico che le renda più potenti. E’ già successo, anche in maniera violenta.
  1. Pochi anni fa il fisico Emilio dei Giudice e il giornalista Maurizio Torrealta parlarono di armi nucleari estremamente miniaturizzate, di armi di nuova generazione che sarebbero state già impiegate sui campi di battaglia in Irak e in medio Oriente, e il cui uso sarebbe stato nascosto dietro la radioattività dei proiettili all’uranio impoverito. Crede che esistano elementi per ritenere fondata questa affermazione?
R7 Non mi risultano casi concreti, ma ho sentito le stesse storie in altri casi. Una caratteristica delle guerre moderne è anche la perdita di consapevolezza sulla verità. Di certo c’è che la moderna tecnologia, anche fuori dal campo sperimentale consente questo ed altro. Se tali armi sono state veramente impiegate, si tratta di una violazione del diritto internazionale e dei diritti umani delle vittime. Purtroppo, ogni violazione (anche del buon senso, come nel caso della tortura) è così frequente che non rappresenta più un ostacolo. C’è da sperare che lo abbiano fatto gli americani: almeno tra trent’anni i segreti di stato saranno derubricati e ci diranno la verità. Se le avessero usate i russi o altri paesi, come il nostro, non lo sapremmo mai. Dovremmo aspettare che diventasse un segreto di Pulcinella.
  1. CS è un sito che si occupa molto delle problematiche dell’informazione ed è noto che la prima vittima della guerra è la verità, può dare ai nostri lettori un consiglio per difendersi e cercare di distinguere tra realtà e manipolazione?
R8. Abbiamo due armi formidabili: diffidenza e ironia. La prima serve a neutralizzare il monopolio dell’informazione. Significa cercare continuamente altre fonti e altri riscontri senza bere tutte le scemenze ufficiali. La seconda tende a ridimensionare anche quella che può sembrare la realtà. Perché la verità non è più la vittima del primo colpo di fucile: non esiste più.
da http://www.enzopennetta.it/