martedì 14 marzo 2017

Torgiano, Ferroni: "L’amministrazione Nasini non si smentisce."


Lo scorso Lunedi 20 febbraio si e’ svolto il consiglio comunale che ha “discusso” e approvato il bilancio di previsione triennale per il comune di Torgiano. Stiamo parlando di un bilancio che apparentemente riduce la spesa corrente di 133.469,00€ ( - 2,7%) e ciò potrebbe sembrare quasi buono, anzi, se ci si basasse sulle posizioni della maggioranza é di gran lunga il miglior risultato che si poteva ottenere. In realtà, nascosta dietro quella che sembra un’operazione virtuosa, si annida il seme di una vera e propria " mattanza sociale ". Per l’ennesima volta si è scelto di far pagare i costi della crisi e economia la canna ai più deboli e  indifesi, ad esempio i nostri bambini, contro i soggetti che già ne stanno, direttamente o indirettamente, subendo le conseguenze più devastanti,  le famiglie, scaricando sui servizi a domanda individuale le incapacità politiche che sono anche talvolta tecniche di chi amministra la nostra Torgiano
 Ora proviamo ad entrare più nello specifico dei numeri di questo bilancio: la riduzione di spesa sulla parte corrente, andrà ad incidere pesantemente sui servizi a domanda individuale, come ad esempio la mensa (- 131.000 €) e trasporti scolastici (-33.000 €).
 Tuttavia, non solo il servizio  stesso è stato vittima di esternalizzazione, ma anche il sistema di riscossione delle rette! A questo punto risulta doveroso porsi alcune domande; con questo nuovo sistema chi garantisce il diritto al servizio mensa, visto che il comune sembra lavarsene le mani?In casi di morosità incolpevole di una famiglia versante in gravi difficoltà economiche, come si comporta l’azienda? Lascia il bambino senza mangiare? Queste scelte, purtroppo ci dimostrano, ancora una volta, la totale assenza di una visione politica e sociale da parte dell'attuale maggioranza: banalmente, pensiamo sia intollerabile rischiare di non garantire servizi primari come il trasporto scolastico o il pasto in orario scolastico ad ogni bambino, ancora più intollerabile che a correre questo rischio sia chi già riversa in gravi difficoltà economiche.
Ma entriamo più nello specifico e andiamo ora a vedere le entrate correnti previste dal bilancio:
   2016 5.018.000€
   2017 5.043.000€
   2018 4.653.000€
   2019 4.586.000€
 
  Mentre per le spese correnti si fa questa previsione:
   2016 4.854.878€
   2017 4.721.409€
   2018 4.352.582€
   2019 4.334.961€
Mentre la spesa per il personale resta sostanzialmente stabile (almeno quella), la voce per  l’acquisto di beni e servizi si riduce perche si abbassa il costo della mensa e dei trasporti scolastici, nonché la gestione e la manutenzione degli impianti sportivi (Sì, anche questo è un servizio che è stato esternalizzato).
A fronte di questa riduzione di spesa (che, a nostro avviso, è comunque sbagliata è inaccettabile nei modi e nelle intenzioni) il comune avrebbe dunque a disposizione maggiori risorse rispetto allo scorso anno, si sarebbe perciò potuto permettere, come minimo, di abbassare qualche aliquota di TARI e IRPEF, ridurre cioè la pressione fiscale sui cittadini, cosa che ovviamente non si è verificata. Una tutela alla cittadinanza che non tange l’attuale amministrazione, così come dimostra la non attuazione di una politica efficace di recupero della TARI, un’azione che, quando ben implementata, vede per legge la possibilità di essere utilizzata come fondo per la riduzione delle tariffe, magari proprio delle utenze domestiche di quelle famiglie schiacciate dalla crisi e dalla marginalità sociale.
Tirando le somme, il bilancio che ci ha sottoposto l’amministrazione Nasini è per l’ennesima volta un bilancio che tecnicamente sta in piedi, in cui banalmente “i conti tornano”, ma che politicamente imbarca acqua da tutte le parti e rischia di portare la nostra comunità alla deriva. Non basti la scarsa attenzione (ormai già tristemente nota) ai temi della giustizia sociale, questo bilancio sottende una completa assenza di lungimiranza e programmazione politica come si evince dalla “programmazione impossibile” per il 2018 e il 2019.
Un bilancio che evidenzia ancora di più (se ancora fosse necessario) l’identità e la mentalità politica della giunta Nasini: deresponsabilizzazione in un settore delicato e di grandissimo impatto sociale come quello dei servizi mensa e trasporto scolastici,  attenzione e impegno blandi nel recupero dell’evasione, una gestione tutta sulla pelle delle classi deboli ed in sofferenza della nostra comunità, grande dedizione nel far quadrare i conti. Una mentalità e un’identità politica a nostro avviso non congeniale all’affrontare le sfide della nostra epoca.
Per questi e alti motivi come gruppo di opposizione “Torgiano bene comune” abbiamo scelto di votare contro, perché sappiamo che si poteva e si doveva fare meglio, e non era nemmeno troppo difficile.
E perché crediamo che Torgiano e i suoi abitanti abbiano bisogno e meritino di meglio di calcolatrici come amministratori.
Andrea Ferroni, Capogruppo "Torgiano Bene Comune"

lunedì 13 marzo 2017

Involuzione continua di Luigi Altea

 
Diventa difficile ricordare tutti i movimenti, i gruppi, i partiti o le correnti che sostengono di collocarsi alla sinistra di Matteo Renzi.
E’ facile però riconoscere la caratteristica che li accomuna: nessuno vuole fare una “cosa rossa”.
E neppure di sinistra/sinistra.
Tutti escludono qualsiasi riferimento al passato.
Non se ne trova uno che rivendichi una radice, o riconosca un’origine.
Gli scaffali dell’anagrafe sono stati dati alle fiamme, le foto di famiglia bruciate.
Sembrerebbe che i loro leader non siano né di sinistra né di destra.
E invece, più semplicemente, si tratta di persone che non sono né di sinistra né di sinistra…
Se qualche distratto ammette di essere di sinistra, si affretta a precisare: “però della sinistra moderata”.
Come degli “islamisti” che per rassicurarci, dicessero:”però mi ubriaco di grappa e mangio carne di maiale”.
Per essere di sinistra… bisogna non esserlo completamente.
Bisogna non esserlo degnamente.
Tutto cominciò con la “terza via” e, di degrado in degrado, si è arrivati al Lingotto uno e al Lingotto 17.
Nulla fa intravedere un’inversione di rotta, e ancor meno una rottura…
Tutti, anzi, aspirano a ritrovarsi il più presto possibile, in una Ditta, opportunamente riverniciata.
Ma non di rosso!
A me comincia a girare anche la testa…
Ho visto un signore tutto di seta vestito e tante “anime vagule” corrergli incontro.
Io non ci capisco più niente.
E tuttavia continuo a credere che non sia di sinistra bonificare e blindare il centro storico, abitato dai ricchi, a danno delle periferie già troppo inquinate e popolate da povera gente.
Ai poveri che non possono curarsi i denti, è stato anche tolto il diritto di sorridere…
Non è neppure di sinistra gioire perché l’inflazione finalmente ha ricominciato a crescere.
Non capisco nulla di economia, ma trovo ripugnante rallegrarsi quando essere povero diventa sempre più caro.
Per fortuna c’è sempre un treno della speranza in partenza.
Anche se non sappiamo dove ci porterà, non ci resta che salirci sopra.
E’ risaputo, d’altronde, che la speranza è un rischio che bisogna correre….

Il Gattopardismo.

Risultati immagini per foto pisapia bersani, d'alema
di Roberto Musacchio.
Ma veramente il problema del centrosinistra è l'alleanza con Alfano? È Alfano che ha costretto il Pds e poi i DS e poi il PD a votare per Maastricht, il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio in Costituzione, fare tutte le controriforme sul lavoro e le pensioni che durano da venti e più anni, le privatizzazioni, le pessime leggi sulla immigrazione, e da ultimo jobs act, la buona scuola, lo sblocca Italia, l'assalto alla Costituzione? Quando provavamo a far fare a Prodi scelte diverse che non volle fare c'era Alfano ad impedirle? Io ricordo un'altra storia e credo che altri che hanno l'età e hanno avuto i ruoli per aver vissuto, anche da protagonisti, tutte queste vicende non possano dire che sia stato Alfano a impedire al centro sinistra di allearsi con la sinistra e, soprattutto, di fare una Italia ed una Europa migliori di quelle che sono oggi. C'è in questo Paese un vecchio gattopardismo che purtroppo ormai coinvolge anche chi dovrebbe per storia esserne vaccinato.

domenica 12 marzo 2017

Un’insana idea di progresso di Roberto Carocci

TheMatrix Renato Curcio (a cura di), L’egemonia digitale. L’impatto delle nuove tecnologie nel mondo del lavoro, Sensibili alle foglie, 2016, € 16,00.
L’impatto delle nuove tecnologie nel mondo del lavoro assume i contorni di un cambio epocale; per averne una stima quantitativa, il World Economic Forum di Davos calcola che in Italia, tra il 2015 e il 2020, questo comporterà la perdita del 48% dei posti di lavoro. In un tempo brevissimo, assisteremo dunque a un processo di desertificazione occupazionale con tutte le conseguenze del caso, come la generalizzata riduzione salariale e la scomparsa definitiva di figure professionali che ritenevamo ormai consolidate.
È un mutamento così rapido da mettere in seria difficoltà la nostra capacità di percepirlo, difficoltà che si riflette anche sul piano istituzionale dove, per fare un esempio dalle cronache recenti, lo stesso legislatore non sa dove collocare un’agenzia come Uber, indeciso fino al parossismo se considerarla un’azienda di trasporto o un’impresa digitale. La trasformazione in corso concerne l’insieme del mondo produttivo, dalle professioni tecnico-operaie, sempre più scavalcate dalla robotica, a quelle impiegatizie e cognitive, fino a comprendere anche le nobili professioni liberali dell’avvocato o del medico.
Questa metamorfosi è di tale entità da investire la stessa idea di progresso, almeno per come l’abbiamo fin qui concepita. Come segnala Renato Curcio, lo stesso Marx ha mostrato una certa ambiguità nel descrivere l’affermazione della modernità industriale. Nel Frammento sulle macchine, queste sono considerate strumenti utili a una riduzione dei tempi di lavoro, determinando, quindi, la liberazione dei tempi di vita e, più generale, un miglioramento delle condizioni facendo coincidere il progresso tecnico-industriale con quello sociale. D’altronde, l’interpretazione di Marx corrisponde a un immaginario diffuso tra le diverse tendenze del movimento socialista storico. Anselme Belleguarrigue, nel suo Manifesto del 1850 (considerato il primo manifesto complessivo dell’anarchismo),1 non fa affatto mistero di comprendere le possibilità della realizzazione dell’utopia libertaria nell’affermazione della società industriale. Pochi decenni dopo, Errico Malatesta, nel suo scritto forse più noto e di certo più tradotto e diffuso al mondo, Fra contadini, non si discosta dall’impostazione marxiana affermando anch’egli quanto le innovazioni tecniche, nella loro riappropriazione da parte dei produttori, comportino una riduzione dei tempi e delle fatiche del lavoro, in cui le macchine diventano «la causa principale del benessere umano».2 Alla fine del secolo XIX, il marxista eretico e teorico del sindacalismo rivoluzionario, Georges Sorel, individua nella “critica delle macchine” lo strumento per una più efficace conoscenza della natura, giacché ne permette sia un maggiore controllo sia la verifica dei rapporti esistenti tra questa e l’essere umano.3
egemonia_digitale 
Ancor più suggestive, finanche inquietanti, sono le successive note sull’Americanismo di Antonio Gramsci che arriva a considerare l’industrializzazione forzata proposta da Trotsky nella repubblica sovietica come un «principio coercitivo giusto» e a salutare l’affermazione della grande industria capitalista negli Stati Uniti come il «maggiore sforzo collettivo finora creatosi per creare con una rapidità inaudita… un nuovo tipo di lavoratore e di uomo». Nell’esigenza tecnica è così individuato un elemento di coincidenza degli interessi delle classi dominanti e di quelle subalterne, tanto da portare lo stesso Agnelli a proporre ai comunisti torinesi – che tuttavia rifiutarono – di assorbire nella Fiat la scuola economica dell’Ordine Nuovo. Gramsci va però oltre. L’«automatismo» industriale si traduce in una strana idea di «libertà di gruppo» contrapposta all’individualistico libero arbitrio, mentre l’«adeguamento forzato del modo di vita al modo di produzione» indirizza alla creazione, addirittura, dell’uomo nuovo. Il progresso industriale si fa così principio educativo, in forza del quale è possibile non solo il miglioramento sociale bensì una ridefinizione della stessa natura umana.4
Questi pensatori socialisti avevano ben chiaro il dramma dell’impatto delle macchine sul mondo del lavoro, ma individuavano un elemento di reale identità tra progresso tecnico e progresso sociale che, in effetti, non poteva essere dissimulato. Per fare alcuni esempi, l’introduzione della trebbiatrice a vapore nelle campagne alla metà dell’Ottocento ebbe di certo conseguenze catastrofiche, con un drastico innalzamento della disoccupazione, la dequalificazione delle maestranze e un generale ribasso dei salari. Al tempo stesso, le nuove tecniche agricole presupponevano un sicuro vantaggio sociale, come la possibilità di sfamare più persone in tempi più brevi e a costi più contenuti. Allo stesso modo, l’introduzione della linotype nelle stamberghe tipografiche alla fine del secolo, presentò gli stessi identici problemi, ma restituiva la possibilità di produrre più libri, di migliore fattura e a costi minori. E così si potrebbe continuare per l’introduzione del telaio meccanico nel comparto tessile ecc. Sfamare le persone, la lavorazione del libro (forse l’attività produttiva più preziosa conquistata dalla specie umana) rappresentano nel modo migliore l’esistenza di un’effettiva coincidenza tra progresso tecnico e progresso sociale.
Oggi, questo non è più vero. Il lavoro di ricerca coordinato da Curcio svela un mondo in veloce e irriducibile mutamento. Per come è posto, il problema non è rifiutare la modernità digitale o cercarne un utilizzo più o meno positivo, bensì comprendere quale sia la natura di tale trasformazione che sottende la definitiva rottura di ogni relazione tra innovazione tecnica e miglioramento sociale. Il dibattito su voucher e precarietà sta a indicare proprio questo tipo di frattura, che nessuna forma di elargizione statale di un reddito separato dal lavoro, per quanto auspicabile, può in alcun modo ristabilire. Sembrerà un paradosso, ma, non a caso, nel momento di massimo avanzamento tecnologico del mondo produttivo assistiamo al più grande fenomeno di arretramento dei rapporti di lavoro, caratterizzati dalla loro generalizzata de/contrattualizzazione (la cosiddetta precarietà), fino a tornare a precapitalistiche forme settecentesche di economia morale.
L’immissione delle nuove tecnologie irrompe in tutti i ranghi professionali nonché in tutti gli aspetti dei rapporti produttivi. Il controllo sociale e disciplinare, la dequalificazione generalizzata, l’inceppamento dei meccanismi di trasmissione del know-how, il ribaltamento del rapporto gerarchico tra lavoratore/trice e strumenti del lavoro, la drastica riduzione delle garanzie di salute e sicurezza come dell’autonomia individuale, la molecolarizzazione dei rapporti sociali come il ridisegnarsi del rapporto tra servizio pubblico e impresa privata, costituiscono i tratti di una ridefinizione in cui il lavoro si presta quale laboratorio complesso di un processo estensivo, se pure ancora iniziale, che investe la vita tutta, anche al di là del solo momento produttivo.
La ricerca curata da Renato Curcio e dalle persone che con lui hanno collaborato nei due cantieri da cui prende le mosse L’egemonia digitale permette di addentrarci in queste trasformazioni e nella ferocia del capitalismo coevo, illustrandone in profondità i presupposti già agenti dei suoi assetti futuri.

  1. Anselme Belleguarrigue, Manifesto, Altamurgia, 1975, passim
  2. Errico Malatesta, Fra contadini, Ortica, 2011, p.17. 
  3. Cfr. George Sorel, Scritti politici e filosofici, Einaudi, 1975; in particolare, le note introduttive di Giovanna Cavallari, p. XVII. 
  4. Cfr. Mario Alighiero Manacorda, Il principio educativo in Gramsci. Americanismo e conformismo, Armando, 2015, passim.

’77 Storia di un assalto al cielo

77
[Il Centro di Documentazione Lorusso – Giuliani ha pubblicato uno dei libri più utili e completi su origini, svolgimento, clima generale e conseguenze della rivolta giovanile iniziata a Bologna l’11 marzo 1977, a seguito dell’uccisione di Francesco Lorusso da parte delle forze dell’ordine (’77 Storia di un assalto al cielo, pp. 146, € 12,00). Il libro può essere acquistato in questo sito, oppure presso la sede del Centro, c/o Vag 61, via Paolo Fabbri 110, Bologna. Lasciamo che a presentarlo siano gli stessi autori del volume, che da parte nostra consigliamo vivamente.]
I fatti dell’undici marzo e il lunghissimo anno del ‘77 appartengono alla storia dei movimenti come pietre inamovibili: ci hanno segnato, ci hanno ucciso e ci hanno fatto rinascere; nulla è rimasto integro; ogni cosa, da quegli avvenimenti in poi, è stata riletta, analizzata e sviscerata. Parlarne ora non vuole essere una rievocazione, ma un percorso a ritroso, un reincontrarci, un riconoscerci, un modo ancora per raccontare vicende, avvenimenti, valutazioni, sentimenti che sono rimasti in disparte, accantonati, non narrati, come se non fossero mai accaduti.  Questo libro prova di raccontare quello “strano movimento di strani giovani”.  Sfogliando le 144 pagine di questa “piccola enciclopedia” del ’77 bolognese troviamo parole come proletariato giovanile, jacquerie, movimento femminista, compromesso storico.
Si parla della Bologna del sindaco Zangheri, dell’uso “legittimo” delle armi in piazza da parte delle forze dell’ordine, della repressione e delle leggi d’emergenza. La parte centrale del libro è dedicata alla comunicazione del movimento, la storia di radio Alice e l’enorme produzione di fanzine, fogli e giornali. Anche la musica si è presa molto spazio, come, del resto, se lo prese allora. Si racconta del festival del Parco Lambro, del pianista che suonava “Chicago” sulle barricate in via Zamboni e degli autori che piacevano al movimento: gli Stormy Six, Gianfranco Manfredi, Claudio Lolli, Rino Gaetano, Eugenio Finardi, Alberto Camerini, Enzo del Re, gli Skiantos e l’universo dei gruppi rock bolognesi. E poi ancora: il teatro nelle strade e nelle piazze, le feste alle repressioni, la guerriglia fatta con la matita dei fumettisti, il romanzo del ’77 bolognese, i film e i documentari su quell’annus horribilis. Le pagine finali sono riempite dalla cronologia per una “vetrina infranta”. Si tratta del  racconto ragionato degli episodi, avvenuti a Bologna, dal 1973 al 1979, con un risalto più accentuato alle giornate della rivolta del marzo, all’assassinio di Francesco Lorusso, alla chiusura poliziesca di radio Alice, ai carri armati nella cittadella universitaria, al convegno di settembre contro la repressione.
Questo libro si è potuto mettere assieme perché, da diversi anni, un gruppo di compagne e di compagni ha cominciato a raccogliere e, poi, a sistemare e catalogare un’enorme quantità di materiali, scovati nelle case, nelle soffitte e nelle cantine. Per riempire queste pagine sono stati “saccheggiati” gli archivi del Centro di documentazione dei movimenti “Francesco Lorusso – Carlo Giuliani” e dei giornali “Mongolfiera” e “Zero in condotta”. Quindi anche i  (furono) giovani redattori di queste riviste alternative bolognesi hanno contribuito con la loro scrittura e i loro articoli. Ma, se questo volume si è potuto fare, è perché migliaia di ragazze e ragazzi, per tutto il lunghissimo anno del 1977 riempirono le strade, le piazze, le aule universitarie con cortei, feste di strada, assemblee, scontri con la polizia. Usarono anche le frequenze modulate di una radio e tanti fogli di carta (diversamente impaginati) per far circolare le loro voci e le loro idee e amplificare la loro rabbia. Senza la loro creatività queste pagine non si sarebbero riempite. Si dice che il 31 dicembre del ’77 non sia mai arrivato, ecco perché ne abbiamo approfittato per dare alle stampe queste pagine.

martedì 7 marzo 2017

Una strategia per la sinistra? Fare il contrario di quel che predica Scalfari


Una strategia per la sinistra? Fare il contrario di quel che predica Scalfari


di Maurizio Acerbo
Tra le mie letture domenicali non c’è quasi mai quella del maxi-articolone di Scalfari su Repubblica. Oggi ho fatto un’eccezione e socializzo il gran finale con una nota di commento:
Il problema di Renzi e di tutti gli italiani è se vincerà alle elezioni sempre che sia lui a guidare il partito. Sul nostro giornale di ieri ci sono i risultati di un sondaggio molto accurato di Ilvo Diamanti. Da esso risulta che i 5 Stelle sono due punti sopra al Pd. È tuttavia molto probabile, anzi quasi certo, che gli ex dissidenti interni del Pd che sono ormai usciti dal partito e ne hanno fatto un altro, riscuotono in questi primi giorni della loro esistenza il 4 per cento. Se come è molto probabile si alleeranno al Pd l’alleanza si troverebbe due punti sopra ai 5 Stelle, ma la cosa potrebbe crescere molto di più se la nuova legge elettorale prevedesse coalizioni e nel caso specifico la coalizione comprendesse non soltanto i Dp ma anche tutti gli altri gruppi della sinistra che arrivano a circa il 10 per cento.
Sarebbe quello che Walter Veltroni si è augurato nell’intervista pubblicata qualche giorno fa dal nostro giornale e ha già manifestato nel suo intervento all’Assemblea del Pd: l’alleanza dell’intera sinistra democratica. Questo porterebbe la sinistra molto vicina al 40 per cento. Sarebbe una vittoria clamorosa che assicura la governabilità soprattutto se nella riforma delle legge elettorale il premio previsto attualmente del 40 per cento fosse ridotto intorno al 35. Governabilità e al tempo stesso rafforzamento della democrazia parlamentare visto che la legge elettorale ha come fondamento il principio proporzionale che accresce la rappresentatività del Parlamento.
Guardo con molto interesse a questa possibile soluzione e riassumo i risultati che, se raggiunti, rappresentano un notevole passo avanti della nostra Patria italiana ed europea. Europa unita, sinistra unita e forte in un Continente diventato Stato. Seguiamo dunque il Manifesto di Spinelli, la politica economica di Mario Draghi e quella valoriale di Veltroni. E l’insegnamento di Aristotele: lo Stato europeo da costruire, il potere delle clientele paramafiose da distruggere. Questo è il risultato che mi piace sognare”.
veltroni e scalfari
COMMENTO
Dunque Scalfari e Repubblica danno la linea.
1) Sulla legge elettorale reintrodurre il “voto utile” rendendo abbordabile il premio di maggioranza abbassando la soglia al 35% e reintroducendo le coalizioni.
2) Mettere insieme una coalizione che coinvolga anche gli scissionisti del PD, Pisapia e chi ci sta a “sinistra”.
3) Ovviamente per prendere per culo di nuovo gli elettori di sinistra con il fumo dei valori di Veltroni e l’arrosto della politica economica neoliberista di Mario Draghi e delle lettere della BCE, chiaramente presentati come realizzazione del Manifesto del povero Altiero Spinelli che non può rilasciare dichiarazioni e prendere le distanze da questi figli di troika.
Praticamente il sogno di Scalfari è un incubo che già viviamo da un pezzo: usare le foto di Berlinguer per far passare la legge Fornero senza grande opposizione sociale.
Non ho mai capito se Scalfari ci è o ci fa. Questo fine stratega non ragiona sul fatto che il solo aleggiare del pericolo che la coalizione del PD possa ottenere il premio di maggioranza non farà che concentrare il “voto utile” di tanti sul #M5S come meno peggio. Sono 30 anni almeno che Scalfari e Repubblica hanno egemonizzato la ex-sinistra italiana e il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Credo che chi voglia ricostruire una sinistra decente (cioè popolare, di classe, pacifista, ambientalista e dunque alternativa al PD) si possa facilmente dare un punto fermo strategico: fare sempre il contrario di quello che predica Scalfari.
E quindi:
1) Battersi per un sistema elettorale proporzionale come in gran parte dei paesi europei meglio governati (Olanda, Germania, paesi scandinavi) e in cui, al contrario della vulgata diffusa da quelli come Scalfari, le “clientele paramafiose” non hanno nemmeno lontanamente il peso che hanno in Italia;
2) Non allearsi col PD e i suoi satelliti ritenendoli con il centrodestra corresponsabili di 25 anni di politiche antipopolari e di saccheggio della cosa pubblica, nonché del proliferare delle “clientele paramafiose”;
3) Presentarsi con un programma rigorosamente alternativo all’agenda neoliberista di Draghi e dell’UE;
4) Diffondere tra il “popolo di sinistra” un’idiosincrasia per il duo Veltroni-Scalfari almeno pari a quella che già si sono già assicurati Massimo D’Alema e Matteo Renzi.
Concludo con un esercizio zen per i militanti della sinistra: non stancarsi mai di ripetere che quella di Scalfari, Veltroni, Napolitano e del PD (con o senza Renzi alla guida) non è la sinistra.

venerdì 3 marzo 2017

L’Ottobre sta arrivando.



Da settimane sui muri di alcune città italiane campeggiano dei manifesti che annunciano l’arrivo dell’Ottobre. Un riferimento immediato per ogni comunista, un messaggio più criptico per la maggioranza della classe che ha visto recisa ogni connessione, anche sentimentale, con la rivoluzione bolscevica. Ed è proprio da qui che, insieme ad altri compagni e ad altre organizzazioni politiche, siamo voluti ripartire. Con una campagna politica che metta al centro della discussione l’attualità e l’inattualità della rivoluzione bolscevica e la necessità di ritornare a pensare la trasformazione radicale dei rapporti di produzione. Ma che al tempo stesso sappia giocare sul piano sul piano dei simboli, della comunicazione e dell’immaginario. Senza nessun cedimento al nostalgismo o alla celebrazione liturgica, perché la testa dei rivoluzionari non è mai rivolta all’indietro. Domani, al Sally, nel pub più bolscevico di Roma, ci sarà la prima presentazione cittadina. E chi non viene è un menscevico!
L’Ottobre sta arrivando…
Appello per la costruzione di una campagna politica per il centenario dell’Ottobre
Preambolo
Quest’anno, come noto, cadrà l’anniversario del centenario della Rivoluzione d’Ottobre. Pensiamo che le celebrazioni fini a se stesse, come tutti i rituali privi di una forza vitale capace di renderli attuali, restino lettera morta e non abbiano alcun significato per chi si ponga come obiettivo la trasformazione rivoluzionaria dell’esistente. Tuttavia siamo convinti che il centenario offra un’occasione importante a chi, come noi, riconosce nel marxismo lo strumento politico fondamentale e nell’esperienza bolscevica, concretizzatasi nella rivoluzione del 1917, una tappa centrale della storia del movimento comunista. Senza aprire una corposa parentesi sul ruolo della memoria nella costruzione delle identità politiche e sulle battaglie ideologiche che inevitabilmente la costruzione della memoria scatena, è facile immaginarsi come il centenario dell’Ottobre susciterà interventi e iniziative da parte di tutte le forze e le correnti politiche. Certamente l’obiettivo ideologico centrale per i nostri nemici – borghesia imperialista insieme a tutti i suoi portaborse opportunisti – sarà quello di dichiarare l’anacronismo scientificamente sancito, la morte, senza resurrezione possibile, dell’idea di rivoluzione politica comunista. Ma non è difficile prevedere come anche nel campo della sinistra il 2017 sarà l’anno degli eventi, dei convegni, delle mostre, delle pubblicazioni legati alla Rivoluzione d’Ottobre. Un appuntamento a cui bene o male tutti sentiranno il bisogno di partecipare e in cui tutti sentiranno il bisogno d’intervenire. Il rischio che percepiamo è che in questo modo l’Ottobre rischierà di essere trasformato in un mito in fondo tranquillizzante e riducibile alle logiche evenemenziali dell’odierna società social, perdendo così qualsiasi mordente politico, qualsiasi attualità. In tal caso, insieme alla materialità della storia, si espellerà il nocciolo dell’esperienza dell’Ottobre: l’assalto al cielo. La rivoluzione d’Ottobre è stata tale in quanto è culminata con la presa del Palazzo d’Inverno: ossia con la presa del potere politico. Per questo, dunque, una “nostra” campagna politica sull’Ottobre è quanto mai urgente e necessaria, tanto quanto occorre riportare al centro del dibattito l’attualità della rivoluzione e del comunismo. Per certi versi, la recente scomparsa di Fidel ha messo in luce quanto ancora lo spettro comunista riesca a suscitare il latrato degli sciacalli e l’orgoglio e la speranza dei subalterni. L’attenzione mediatica e la contrapposizione politica che la scomparsa del Lider Maximo ha generato, rafforza l’indicazione della strada che occorre percorrere. La questione cui rispondere è dunque: come rendere una campagna sull’Ottobre politica ossia veramente attuale, come sfuggire alle retoriche celebrative e al rischio di ricadere nell’innocuo e impolitico novero dei nostalgici?
L’Ottobre e Noi: attualità e inattualità.
Essere comunisti, vuol dire saper leggere le contraddizioni della situazione concreta e in essa cogliere l’attualità della rivoluzione: in questo suggerimento metodologico e strategico è condensata la folgorante lettura leniniana del materialismo storico dialettico. Leggere la situazione concreta vuol dire non solo affermare che, rispetto al Secolo Breve, il mondo è radicalmente cambiato, ma anche saper analizzare questa trasformazione epocale. Non solo. Occorre anche saper cogliere in queste trasformazioni, le contraddizioni che rendono ancora attuale, immaginabile, esigibile, realizzabile la rivoluzione comunista.
Sta qui la sfida del centenario 1917-2017: dobbiamo parlare della Rivoluzione bolscevica e della sua attualità, partendo dalla sua inattualità. Esprimerne l’inattualità vuol dire costruire una sintesi efficace di come il capitalismo e l’imperialismo siano in una fase completamente diversa da quella del ’17 e di tutto il Secolo Breve: un cambiamento che investe la composizione di classe, la forma dello Stato, la forma della guerra. E pertanto di come quell’esperienza storica abbia contorni non immediatamente riproducibili. Molte questioni poste all’ordine del giorno nel ’17, oggi risultano completamente superate e molte di nuove si mostrano fondamentali per un pensiero strategico rivoluzionario all’altezza dei tempi. Eppure nella sua inattualità, ci restano almeno due nuclei, tuttora decisamente attuali: il metodo leniniano con cui costruire il pensiero strategico rivoluzionario di una organizzazione rivoluzionaria e l’internazionalismo proletario che nel ’17 riuscì a dare linguaggio a tutti i popoli colonizzati, fino ad allora espulsi da ogni terreno politico. Oggi più che mai l’attualità della necessità della soggettività rivoluzionaria e dell’idea forza internazionalista dell’Ottobre va riaffermata e praticata. Oggi questo diventa quanto mai urgente, in uno scenario dove la sconfitta dei movimenti rivoluzionari ha fatto scomparire e dimenticare il messaggio di emancipazione e riscatto per i proletari in quanto classe universale, contenuto nel comunismo, permettendo il dilagare del nichilismo tra i proletari occidentali e di ideologie alienate come l’Islam politico tra le masse diseredate, divenute facilmente preda di nuove forze imperialiste.
Per questo non è aggirabile, per affrontare fino in fondo l’inattualità dell’Ottobre, il tema della sconfitta e delle sue conseguenze, che occorre avere il coraggio di affrontare. L’implosione dell’Urss ha inaugurato l’epoca del pensiero unico, della fine della Storia, dalle cui maglie, nonostante la crisi sistemica di cui il capitalismo è preda da più di nove anni, fatichiamo a liberarci. Non solo, il fallimento del socialismo reale ha permesso alla borghesia di dichiarare superato il comunismo, di bollarlo come forma politica sconfitta e perciò archiviata per sempre. Il primo passo dunque – l’occasione da cogliere in questa ricorrenza – è costruire un nostro discorso, capace di restituire la complessità storica e politica che ha prodotto la fine dell’esperienza sovietica e di smascherare la natura ideologica del discorso prodotto dalle borghesie sull’esperienza rivoluzionaria sovietica durata quanto il Secolo Breve. Una complessità politica, quella dell’implosione dell’Urss, che squaderna un ampio spettro di questioni da saper pensare e affrontare, e che ci proietta immediatamente dentro il tema dell’attualità della rivoluzione. È necessario infatti cominciare a parlare nuovamente delle condizioni che rendono possibile fare la rivoluzione, non solo di come si distrugge il vecchio potere, ma anche dei contorni e dei contenuti che avrà il mondo che vogliamo costruire. A rendere assolutamente attuale e necessaria la pars construens del discorso rivoluzionario, è il dilagare dei populismi di destra come unica alternativa riconosciuta credibile dai proletari occidentali contro i progetti oligarchici delle élites imperialiste. Non può, infatti, certamente bastare invertire il segno ai discorsi populisti poiché la loro natura, per quanto eclettica, è completamente ascritta all’ambito della reazione. Qui, cioè sulla pars costruens, si aprono le vere questioni. Oggi, a differenza di quanto andava in scena nel ’17, il modo di produzione capitalista è interamente sussunto dal capitale finanziario. Il suo funzionamento è puramente parassitario. Esso non può, pertanto, più essere preso come base e al limite “modello” del socialismo. Il celebre esempio di Lenin sull’organizzazione della posta come presupposto per l’avvio di una economia socialista, non è più valido. Nel passato, e questo è stato vero fino almeno agli anni Settanta/Ottanta del secolo scorso, anche nei nostri mondi la produzione era legata a una serie di bisogni e necessità difficilmente contestabili. Oggi, di ciò, ne restano soltanto, ancorché importanti, semplici tracce. La stragrande maggioranza dei lavoratori avrebbe non poche difficoltà a prendere tra le mani, a socializzare, la propria attività, poiché questa o è inutile, il mastodontico mondo burocratico, o è l’esatto frutto di quel processo di alienazione, ben descritto da Marx nel VI Capitolo inedito del Capitale, che rappresenta il passaggio dal dominio formale al dominio reale del capitale. Senza dimenticare, perché si tratta di una questione difficilmente sottovalutabile, il peso che la questione ambientale nella sua complessità di implicazioni, riveste oggi.
Bisogna sognare! Il sogno, però, oggi dalla veglia sembra aver ben poco da attingere. Almeno nei nostri mondi. Ben diverso, però, si mostra lo scenario se osserviamo il sistema – mondo nel suo insieme. È qui, nell’internazionalismo mandato in scena dall’Ottobre, che oggi il messaggio del ’17 ritrova la sua piena attualità. Questo per almeno due buoni motivi. Da un lato la produzione è concentrata fuori dai perimetri dei tradizionali paesi imperialisti, il che consegna al proletariato internazionale un ruolo strategico forse mai conosciuto. In seconda battuta è il capitalismo stesso che ormai si muove su un piano transnazionale. Non si può, realisticamente, pensare di affrontare un nemico che agisce internazionalmente, giocando a tutto campo, rimanendo ancorati all’interno delle mappe territoriali del passato. Sulla rimessa in circolo dell’internazionalismo, come fattore centrale dell’iniziativa politica, sembra possibile mandare in archivio ciò che di inattuale vi è dell’Ottobre e attualizzarne il senso dentro la fase dell’imperialismo globale.
La sfida è ampia e complessa, ma raccoglierla in tutta la sua portata rappresenta l’occasione per riattivare un dibattito politico intorno a temi centrali e per cercare di ridare fiato ad un’ipotesi rivoluzionaria e ad una forza in grado di sostenerla.
Hic Rhodus. Hic salta.

lunedì 27 febbraio 2017

Grande è la confusione sotto il cielo.... di Alfonso Gianni, Il Manifesto del 26.02.2017

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Qualcuno sembra trarre un respiro di sollievo alla notizia che i sondaggi danno sempre come primo il Partito Democratico, attestato, secondo SWG, sul 28% in declino nel giro di una settimana di tre punti. Anche il M5Stelle perde, ma meno, dal 26,2 al 25,3%. Questo dato in particolare consolerebbe i renziani. Difficile condividere un simile irresponsabile ottimismo. Non solo perché si devono ancora diradare le nebbie e depositare le polveri perché il normale cittadino possa orientarsi nel nuovo confuso quadro dell’offerta politica. Per questo è certamente prematuro inseguire i sondaggi, che registrano peraltro un alta percentuale di non risposte. Ma soprattutto perché non è questo il metro di misura per giudicare quello che succede. In realtà siamo di fronte alla crisi definitiva di un progetto politico. Quello iniziato con Veltroni che voleva fare del Pd un partito a vocazione maggioritaria autosufficiente, ponendo così nel discorso del Lingotto del 2007 le basi per la caduta del secondo governo Prodi.
Ora il Partito di Renzi è andato a sbattere contro il voto popolare del 4 dicembre. Un voto denso di motivazioni democratiche e sociali. Non a caso i giovani e il Mezzogiorno sono stati i due artefici della sconfitta della controriforma costituzionale. Gli stessi contro cui si abbatte il conclamato fallimento del Jobs act, certificato dai dati Inps che ci raccontano che nel 2016 il numero dei nuovi contratti “stabili” è crollato del 91% rispetto all’anno prima. Diminuiti gli incentivi sono spariti i posti di lavoro. Il rapporto di lavoro precario torna a farla da padrone. Con i suoi tassi di sfruttamento bestiale, come è stato evidenziato nel caso tragico di Paola Clemente morta di fatica nelle campagne pugliesi. Reclutata da un’agenzia interinale, forma moderna dell’antico sempre persistente caporalato. Si comprende bene perché il governo tema il referendum sui voucher e sui subappalti e nicchi rispetto all’obbligo che la legge gli impone di fissare la data per l’effettuazione.
Di fronte a questo dramma le tempeste in atto nel quadro politico restano confinate in un bicchiere d’acqua. Che si determini una vera e propria scissione, o che nel Pd sia in atto un’implosione a scoppio ritardato o una lunga diaspora, ha importanza relativa – se non per i singoli protagonisti. Così come dove effettivamente si accasino quelli se ne sono andati via da Sinistra Italiana a congresso aperto, dal momento che non lo sanno neppure loro. Il nuovo condottiero, Giuliano Pisapia, può forse drenare voti in uscita dal Pd e da Sel, ma non resuscitare il cadavere del centrosinistra. Del resto anche chi decide di abbandonare Renzi – non sto parlando delle continue giravolte di Emiliano – lo fa senza esprimere una leggibile passione ideale e politica, così da rimanere senza popolo. E’ incredibile che qualcuno pensi che ci si possa appassionare, appena varcata la soglia dei locali riservati agli addetti ai lavori, alla data del congresso o alle modalità delle primarie, quando le questioni della vita quotidiana ruotano attorno ai grandi temi del lavoro, in particolare per i giovani (già ci siamo dimenticati della sconvolgente lettera di Michele, morto suicida a trent’anni), della mancanza di reddito, della povertà, del disastro della scuola, come della sanità, dell’assoluta incertezza nel futuro.
Un tempo ci si aggrappava alla celebre citazione di Mao “Grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente”. Non era sempre così neppure allora, ma oggi di vero è rimasta solo la prima parte. Confusione tanta, ma situazione pessima.
Eppure una via d’uscita c’è sempre. Anche in questo difficile caso. La vittoria del No è stato il frutto di una insorgenza democratica, ove le idee di società legate al dettato costituzionale hanno fatto momentanea egemonia anche sulle destre che brandivano il referendum per scopi puramente politicisti. In quello scontro è tornato a manifestarsi, legando assieme i temi costituzionali con quelli sociali, un popolo di sinistra, con una forte incidenza giovanile. Si sono creati centinaia di comitati popolari sul territorio che non hanno alcuna intenzione di sciogliersi e reclamano una legge elettorale proporzionale per dare vita a un parlamento legittimo costituzionalmente. L’operazione da fare è quindi capovolgere il punto di partenza. Neppure una lista elettorale, per quanto necessaria, ci salverà. Bisogna partire dalla capacità di relazione con un rinnovato popolo di sinistra – nel quale è così qualitativamente rilevante il protagonismo femminile – prima che dalla costruzione di un nuovo soggetto della sinistra di cui pure abbiamo estremo bisogno. Perché quest’ultimo senza il primo è privo di fondamenta, esposto ai venti più flebili.

domenica 26 febbraio 2017

Politica, ideologia, realtà di Franco Astengo



Un bell’intervento dell’editore Giuseppe Laterza (titolare della casa editrice che pubblicò Benedetto Croce) apparso su la Repubblica del 25 febbraio scorso affronta, sotto il titolo “Ma la politica non è morta”, un tema assolutamente fondamentale.
Laterza mette in discussione, infatti, un punto decisivo partendo da una valutazione molto precisa “Dopo la caduta del muro di Berlino in effetti si brindò non solo alla fine dell’ideologia comunista ma di tutte le ideologie, considerandole camicie di forza del pensiero, strumenti di autoritarismo culturale e politico. Molti liberali non consideravano la loro come ideologia: la intendevano piuttosto come l’unica concessione del mondo possibile per chi avesse a cuore la libertà”.
La conclusione che Laterza trae da questo assunto la si trova più avanti nel testo: “Date per morte tutte le ideologie, la maggioranza dei professionisti della politica ha smesso da tempo di citare i libri che ha letto mentre si dedica con passione ad inseguire i ritmi e le logiche della comunicazione televisiva. Siamo alla politica del giorno per giorno, la cui agenda è dettata dai sondaggi e in cui la personalità dei capi fa premio sulla qualità dei programmi”.
Insiste Laterza “Certo, bisogna fare una rivoluzione culturale. Compito molto difficile ma (la storia ci dice) non impossibile. E oggi quanto mai necessario”.
Un discorso antico, quello di Laterza, ma sempre attuale e che pone un interrogativo: come si passa dalle idee alle opinioni e dalle opinioni all’azione politica?
Attraverso quali strumenti d’iniziativa culturale, di aggregazione sociale, di raccolta di consenso, di formazione e sviluppo delle decisioni a tutti i livelli?
Interrogativi ai quali fornivano una risposta le grandi agenzie e le grandi strutture politiche organizzate, i partiti, le fondazioni culturali, i sindacati: soggetti oggi tutti azzerati nella pratica dall’omologazione avvenuta attorno al feticcio dell’immagine intesa quale esaustivo veicolo per condurre al potere in tutti i campi.
Nel frattempo sono cresciute le contraddizioni, si sono spazzati i fili dell’intreccio sociale, non esiste più rapporto tra progresso, sviluppo, eguaglianza : anzi quel rapporto si è rovesciato in un quadro di assoluta dequalificazione dell’agire politico.
Restiamo in Italia.
Ormai la condizione culturale del Paese è talmente ai minimi termini laddove la situazione si presenta in queste condizioni:
  1. Nel 2015 si stima che le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta siano pari a 1 milione e 582 mila e gli individui a 4 milioni e 598 mila (il numero più alto dal 2005 a oggi).
    L’incidenza della povertà assoluta si mantiene sostanzialmente stabile sui livelli stimati negli ultimi tre anni per le famiglie, con variazioni annuali statisticamente non significative (6,1% delle famiglie residenti nel 2015, 5,7% nel 2014, 6,3% nel 2013); cresce invece se misurata in termini di persone (7,6% della popolazione residente nel 2015, 6,8% nel 2014 e 7,3% nel 2013).
    Quest’andamento nel corso dell’ultimo anno si deve principalmente all’aumento della condizione di povertà assoluta tra le famiglie con 4 componenti (da 6,7 del 2014 a 9,5%), soprattutto coppie con 2 figli (da 5,9 a 8,6%) e tra le famiglie di soli stranieri (da 23,4 a 28,3%), in media più numerose.
  2. I nuovi dati riguardano l’Italia nel 2016 arrivano dall’Ocse, che nel suo rapporto sulle disuguaglianze calcola che l’1% più benestante della popolazione della Penisola detiene il 14,3% della ricchezza nazionale netta, praticamente il triplo rispetto al 40% più povero, che detiene solo il 4,9 per cento degli attivi totali. La crisi ha inoltre accentuato le differenze, dato che la perdita di reddito disponibile tra il 2007 e il 2011 è stata del 4% per il 10% più povero della popolazione e solo dell’1% per il 10% più ricco. Quanto ai redditi, nel 2013 il 10% più ricco della popolazione guadagnava undici volte di più del 10% più povero.
    La ricchezza nazionale netta, riporta ancora l’organizzazione parigina, in Italia è distribuita in modo molto disomogeneo, con una concentrazione particolarmente marcata verso l’alto. Il 20% più ricco (il cosiddetto “primo quintile”) detiene infatti il 61,6% della ricchezza e il 20% appena al di sotto (secondo quintile) il 20,9%. Il restante 60% si deve accontentare del 17,4% della ricchezza nazionale, di cui appena lo 0,4% per il 20% più povero.
    Anche nella fascia più alta, inoltre, la distribuzione è nettamente squilibrata a favore del vertice. Il vertice della piramide, cioè 5% più ricco della popolazione, detiene infatti il 32,1% della ricchezza nazionale netta, ovvero oltre la metà di quanto detenuto del primo quintile, e di questa quasi la metà è in mano all’1% più ricco.
  3. 40,1 è il tasso di disoccupazione giovanile in Italia 22%, è la percentuale media di disoccupazione giovanile nell’Eurozona 19,4%, è il tasso di disoccupazione giovanile avuto in Italia nel 2007, uno dei tassi più bassi mai registrati.
    Uno dei grandi problemi del nostro Paese è sicuramente la disoccupazione giovanile (15-24 anni), un male non solo economico ma anche psicologico e culturale per i giovani italiani. Le cause della disoccupazione sono ricondotte al sistema scolastico, ai cattivi collegamenti fra scuola e impresa, ad una diffusa mentalità anti-impresa e alla criminalità organizzata .Secondo una rilevazione datata dicembre 2015, il tasso di disoccupazione in Italia è del 37,9%, in Germania del 7%, in Grecia del 48,6%. Il tasso medio dell’Eurozona è del 22%.
    Nel 2007 il nostro Paese ha avuto un livello di disoccupazione basso (disoccupazione giovanile al 19,4%, disoccupazione totale al 5,9%) a dimostrazione della cattiva conduzione della cosa pubblica così come è stata attuata in Italia nella fase delle crisi della globalizzazione a causa del processo di finanziarizzazione dell’economia e di crescita dei conflitti armati nel mondo.
Dove si sviluppa allora, nella situazione data, la battaglia delle idee in Italia: non certo rispetto ai temi che Laterza suggerisce nel suo intervento (che in realtà appare del tutto anomalo rispetto al quadro politico – culturale corrente) ma attorno al tetto degli stipendi alla RAI fissato in 240.000 euro all’anno e al riguardo del quale alcuni inamovibili che si aggirano attorno ai 2 milioni protestano e c’è chi argomenta che riducendo i compensi come previsto dalla legge la RAI finirebbe “fuori mercato”.
E’ questo il livello drammatico della situazione nella quale ci troviamo e questo il livello infimo della discussione di merito che si sta sviluppando: ben oltre lo scenario delle mosse delle contromosse che il vieto politicismo corrente ci sta mostrando.
Non ci si venga, alla fine, a replicare che descrivere le cose in questo modo (come effettivamente stanno) alla fine alimenta il cosiddetto populismo (le cui espressioni meramente verbali, nel caso italiano, alla fine risultano tra l’altro complici della conservazione di quel potere che ha costruito il disastroso stato di cose in atto).
Non servirebbe forse portare avanti un’ideologia alternativa a quella dominante (che non vuol definirsi tale) adottata da tutti e che ha portato a questi esiti?

giovedì 23 febbraio 2017

Tumulti corporativi di Militant


Non è certo per casualità che la reazione corporativa dei tassisti sia brodo di coltura dell’estrema destra. Se ha ancora un senso storico l’attualizzazione del concetto di fascismo (non quello di neofascismo, attenzione), questo si ritrova esattamente nei tumulti corporativi dei tassisti, a Roma come in Italia, in Europa e nel resto del globo. E’ la reazione ad una perdita di status socio-economico quella che spinge i tassisti alla mobilitazione. Ma se fosse solo questo, potrebbe apparire speculare alla difesa degli altri innumerevoli diritti sociali calpestati dal liberismo. In realtà, per i tassisti il nocciolo della questione non è la lotta alla “sharing economy” o alle varie articolazioni del capitalismo pervasivo globalizzato: ogni tassista infatti, al di fuori del proprio problema corporativo, è ben contento di aumentare il proprio apparente potere d’acquisto girando il mondo con le compagnie low fares, pernottando su Airbnb, prenotando la cena su Foodora o Deliveroo, scaricando musica da Spotify, spostandosi con Blablacar, e via elencando le innumerevoli altre applicazioni che “disintermediano” il rapporto tra “produttore” e “consumatore”. Non fossero direttamente coinvolti, non avrebbero problemi neanche a servirsi di Uber, ovviamente fuori dal proprio territorio lavorativo. Alla protesta tassista, ovvero al fascismo in essa contenuta, non interessa e anzi viene esplicitamente rifiutato il discorso generale di critica dell’economia politica contemporanea. Ai tassisti interessa unicamente difendere il proprio status economico, che è quello di una piccola borghesia che vede perdere il proprio potere di rendita stabilito dalla licenza. Una licenza per cui si sono indebitati, e che li avrebbe dovuti trasformare, nei sogni di gloria di questa borghesia pezzente, in rentier post-litteram. Questo investimento viene ora messo in crisi dalle trasformazioni del capitalismo liberista, che per definizione spezza ogni piccola rendita di posizione che non sia fondata sulle grosse concentrazioni finanziarie. Il resto dei rapporti sociali non verrebbero minimamente intaccati dall’eventuale vittoria della lobby tassista sul governo. E’ una mobilitazione ad uso e consumo di una categoria, non generale né generalizzabile. L’esatto opposto delle vertenze sindacali, che nello stesso momento in cui risolvono un problema particolare (la singola vertenza), guadagnano diritti per tutta la società salariata. Questa la differenza tra protesta sindacale e lobbismo corporativo: quest’ultimo si caratterizza come reazione a una perdita del privilegio, non allargamento dei diritti erga omnes.
Ovviamente, alle spalle della retorica sulla sharing economy si nasconde il frutto avvelenato del più complessivo attacco ai diritti sociali dei lavoratori salariati. Un attacco che non avviene “per decreto”, non è cioè volontà politica di questo o quel soggetto ideologico. Sta, al contrario, nella dinamica stessa del capitalismo, che innovando costantemente il proprio modo di riproduzione fa macerie delle modalità non più utili alla valorizzazione del profitto. Uber, come il resto della sharing economy, non è stato “inventato” o concepito assecondando qualche linea politica: è l’inevitabile traiettoria del capitalismo nella sua forma liberista contemporanea. I tassisti, in questo simili al mondo artigianale dei mestieri dileguatosi alla fine dell’Ottocento, non possono più essere compresi nel flusso economico-produttivo dell’economia globale. Per questo spariranno, nel senso che rimarranno come curiosità turistica, ma perderanno ogni funzione reale nella mobilità urbana. Come i risciò in Cina, chi ne deterrà il monopolio continuerà magari a guadagnarci, ma trasformando il proprio ruolo da centrale a marginale. D’altronde, il fordismo non ha certo estinto il piccolo o medio artigianato. Ne ha cambiato semplicemente di segno: da modello produttivo-riproduttivo tipico di una certa società, a fantasia elitaria per ristrette cerchie abbienti della popolazione.
Questo non si traduce evidentemente in una resa alla pervasività di un liberismo che tende apparentemente alla “condivisione” riproduttiva, in realtà al controllo monopolistico dei fattori di produzione. Ma è una battaglia politica, non corporativa contro questa o quella fastidiosa applicazione post-moderna. Ed è, per ciò stesso, una battaglia generale contro un modello produttivo, che non preveda fughe all’indietro verso bei mondi antichi, ma la capacità di controllo di quei flussi del capitale oggi completamenti anarchici e, proprio per questo, controllati dal capitale più grande su quello più piccolo. Non ci sarà alcuna resistenza che non passi dal controllo pubblico, cioè politico, su quei flussi del capitale. Ma questo è proprio ciò che i tassisti non vogliono, perché manderebbe in crisi le fondamenta su cui si basa quel sogno di gloria di questa borghesia pezzente: mimare un modo di riproduzione capitalistico senza possederne i capitali.