martedì 29 settembre 2015

Quattro cose per orizzontarsi nel Gioco di tutti i Giochi



di Pier Luigi Fagan.
C'è un gioco che condiziona tutti gli altri giochi. Condiziona significa che ne determina le condizioni di possibilità e, talvolta, financo gli esiti. Che sia l'euro o l'Europa o la sovranità nazionale o la Siria o i migranti o la disoccupazione o il bilancio dello stato o il ruolo di certe élite, tutti i giochi si giocano in un gioco più ampio di cui, soprattutto in Italia, c'è assai scarsa conoscenza. Paese che ha perso la guerra, capitalistico per certi versi ma ancora "ancien règime" per altri, umanistico e financo religioso quanto mai estensivamente scientifico, più idealista che illuminista, ancora fratturato dalla questione meridionale, ripiegato nel confort del proprio paesaggio, tradizione e gastronomia, sempre più estraneo al mondo. Sarà bene allora far pratica di conoscenza con questo gioco di tutti i giochi perché anche se facciamo finta di non saperlo, noi siamo anche pedine di questo gioco.
  • La prima cosa da considerare è che le condizioni interne di un sistema dipendono in gran parte dal suo esterno.
compare-countries-money-01Quando analizziamo lo stato di potere, di forza e di salute di una civilizzazione, di uno stato, di un sistema economico, dobbiamo prioritariamente riferirci a quali sono i suoi rapporti con l' esterno. Il suo esterno è ciò che lo contiene e i tre stati qualitativi dipendono in gran parte dall'assetto della relazione che il sistema intrattiene con ciò che lo contiene. Lo scenario ultimo, quello che non dipende da altri ma da cui tutti dipendono è quindi, semplicemente, il mondo. Il mondo è il contenitore di tutti i sistemi.
Nel mondo, oggi, si muovono diverse forze ma le principali, quelle che lottano l'un con l'altra per il controllo migliore del mondo sono due. Una è gli Stati Uniti d'America. Gli USA sono la forza di gran lunga dominante e il loro dominio proviene da almeno sessanta anni di potere sostanziale sul mondo o quantomeno su sua larga parte. L'altra non è una singola forza ma un potenziale sistema, un sistema che al momento non è ancora tale essendo ancora allo stato di aggregato. Tale aggregato, passibile di divenire un sistema, è formato da tre entità: Germania, Russia, Cina. Queste tre entità coprono tutte e tre le parti del continente euroasiatico, Germania ad ovest, Russia al centro, Cina ad est. Se queste forze minori, si saldassero in sistema, è la semplice geografia che determinerebbe la struttura portante del potere sul mondo, gli USA diventerebbero un satellite del centro del mondo ed i satelliti non hanno alcuna autonomia, dipendendo da ciò intorno a cui gravitano. Se e per quanto avere un mondo dominato dagli USA e se, quando e come, avere un mondo diverso è il Grande Gioco.
  • La seconda cosa da considerare è la natura sistemica dei giocatori del gioco.
Gli USA sono un sistema, l'aggregato Germania - Russia - Cina no, è un sistema potenziale. Gli USA sono un sistema perché sono uno stato-nazione, con un paio di secoli di storia e senza un ingombrante passato. Non è quindi percorso da linee di faglia interne per quanto tutti i sistemi molto estesi sono sempre a rischio di frattura. L'unità degli Stati Uniti significa un unico sistema politico, militare, economico, culturale, religioso che riporta ad un centro intenzionale, un potere o un gestore centrale in grado di far muovere il sistema come un organismo unico. Gli Stati Uniti sono posizionati su un'isola con due oceani ai meridiani e nessuna seria minaccia ai paralleli, sono quindi una fortezza isolata ed inespugnabile. Il gioco in difesa degli USA sarà sempre un gioco in attacco, sarà cioè un gioco che si svolge fuori dei propri territori, sul continente euroasiatico o altrove ma mai sul proprio territorio. La posta del suo gioco è il controllo di buona parte del mondo, da questo controllo deriva il suo benessere.
L'aggregato Germania - Russia - Cina (GRC) invece non è un sistema.
La parte di massima estensione spaziale, la Russia, ha uno popolazione che è poco meno del doppio di quella tedesca ed un decimo di quella cinese. Essa non esercita alcuna forza di gravità ad est dove la massa cinese è padrona del campo, esercita una forza di gravità naturale nel centro-Asia ed esercita una forza di gravità contrastata sul suo ovest dove una serie di stati europei si trovano in mezzo tra la Russia e la Germania. Qui è la storia recente più che la geografia o la storia profonda a segnare le dinamiche. Questi paesi che "stanno in mezzo" furono satelliti dell''URSS ed hanno un ricordo assai sgradevole della perdita di autonomia che connotò quella faMap of GfK purchasing power Russiase storica.
Map of GfK purchasing power Russia
Essi quindi cercano e cercheranno in tutti i modi di sottrarsi al risucchio gravitazionale russo. In questi casi, si cerca un altro centro di gravità che possa contrastare quello da cui si vuole evadere. Sembrò che l'Europa e la Germania potessero rappresentare questa alternativa ma l'Europa non è a sua volta un sistema e la Germania è troppo debole per esercitare questo ruolo. Così, sono diventati il perfetto pied à terre per gli Stati Uniti in cerca di alleati fidati nel territorio euroasiatico che è lì dove si gioca la partita. La Russia ha un centro politico forte ed una forza atomica e militare altrettanto competitiva (essendo l'eventuale gioco militare dettato dalla forza più forte, cioè l'arma atomica, la consistenza delle tre armi tradizionali -terra/aria/mare- è importante fino ad un certo punto. La guerra condizionata dall'atomica è una guerra di pura e semplice altrui distruzione non di conquista territoriale come è stata nei millenni passati). La Russia non ha una economia forte, né alcuna capacità di egemonia culturale. Come la storia insegna, la Russia non si può "conquistare" poiché ha sempre un territorio alle spalle nel quale rifugiarsi ma può essere seriamente danneggiata ovvero resa relativamente impotente.
china_water_stress_2La Cina ha una estensione territoriale meno vasta dell'apparente essendo altissima la sua composizione demografica ed essendo più di metà del suo territorio difficilmente abitabile. La Cina ha una fragilità intrinseca che è la sua totale dipendenza quanto a fornitura di acque dolci da un territorio specifico, il Tibet. La nuclearizzazione mirata delle fonti fluviali tibetane, porterebbe ad una carenza d'acqua drammatica. Sebbene si siano verificate tensioni nella consistenza interna (Tibet e Xinjang), la Cina non è facilmente divisibile al suo interno come per altro la Russia. Intorno, la Cina ha potenziali partner e potenziali nemici, i potenziali nemici possono ovviamente essere amici dell'avversario. Il principale è il Giappone. Con l'India i rapporti sono variabili ma non è né nella storia e nelle tradizioni, immaginare evoluzioni negative (una guerra indo-cinese) o positive (una concreta alleanza indo-cinese). Comunque delle due, è semmai più probabile la seconda che non la prima. La Cina ha dunque un problema nel suo stesso intorno perché ognuno degli stati che la circondano, può diventare pied à terre per l'eventuale nemico in un confronto dichiarato. La forza economica della Cina è basata su quella che è anche una debolezza in termini strategici, una massa demografica enorme. I richiami allo "sviluppo armonioso", il recupero delle linee di saggezza strategica addirittura del periodo confuciano, sono equivocate in Occidente. Per la Cina, queste direttive sono ontologiche, quindi senza alternative, un cinese che ha cuore il proprio sistema, sa da migliaia di anni che: a) internamente deve prevalere la concordia alla discordia perché il territorio non consente la presenza di parti in competizione pena la guerra eterna ed inconcludente (cioè senza scopo possibile); b) ogni diversione esterna peggiora l'equilibrio, già di suo problematico, della concordia interna. Chi immagina una Cina imperialista che si lancia alla conquista del suo mondo circostante, non sa quel dice. Ciò ovviamente non toglie che il sistema cerchi in altri modi il controllo del suo intorno ma è più un legare che un controllare. La forza militare della Cina non è nota. Si suppone non sia molto competitiva in assoluto ma si teme (dal punto di vista americano, ovviamente) abbia sviluppato qualche "sorpresa". Il potere cinese, da sempre, ha nella strategia e nel tempo, un suo a priori. Quindi i cinesi, da quando decisero di aprirsi al mondo, avranno sviluppato una simulazione ampia di scenari e previsto almeno a livello di pensiero, diverse alternative. A che punto è la realizzazione pratica di queste alternative, quelle militari e dei sistemi d'arma nello specifico, non sappiamo e non sappiamo neanche se lo sanno o pensano di saperlo i vertici strategici USA.
screen-shot-2013-05-31-at-2-10-43-pmLa Germania è, dei tre, il sistema più squilibrato e problematico. Del tutto privo di autonomia militare, questo ne fa un paese a sovranità zoppa. Con una estensione territoriale contenuta ed una contenuta popolazione, l'unica vera forza della Germania è la posizione e l'economia. Ma come spesso accade, i punti di forza hanno le loro debolezze. Posizione ed economia, in Germania, sono direttamente correlate. Una buona parte della sua forza economica è dovuta a: a) dominio del sistema monetario dell'euro che le dà una serie di vantaggi noti, nel controllo delle relazioni economiche con Francia, Italia, Spagna, nord Europa. La Gran Bretagna, notoria seconda gamba del sistema anglo-sassone, è fuori da questo raggio sebbene rimanga un vicino geografico; b) mantenimento del sistema mondiale degli scambi dove esercita, tramite una politica economica mercantilista, un ruolo di rilievo assoluto. Se però si arrivasse ad una qualche perturbazione di tale mercato mondiale (se si arrivasse ad un irrigidimento nel confronto delle forze, non necessariamente una guerra vera e propria) la Germania sarebbe, con la Cina, una delle prime entità a risentirne. La Germania è un sistema al centro di un parallelogramma di forze. L'unica alleanza non problematica e naturale è con i paesi del Nord Europa. Con gli altri europei il rapporto è di cuginanza conflittuale e per altro, sino ad oggi, la Germania non ha mai mostrato reali capacità egemoniche che tra l'altro non fanno assolutamente parta delle sua storia, né di quella del continente. Quanto fatto a Luglio scorso alla Grecia, ricorda (semmai ce ne fosse stato il bisogno) a Francia ed Italia, cosa significa avere a che fare coi tedeschi. Naturalmente antagonista è il rapporto con il Regno Unito. Interessata ad allargare la sua egemonia ad Est andando incontro alla richiesta di maggiori legami proveniente dalle nazioni in fuga dal "Grande orso russo", non ha mostrato reali capacità di saper gestire questo possibile incontro. Per altro, deve sempre bilanciare questo suo eventuale interesse espansivo con la necessità di non mettersi in urto con la Russia. Se alla Germania fosse permessa una amicizia organica coi russi, nel contratto si potrebbe prevedere lo spazio consentito all'espansione d'influenza tedesca ma a questo punto agisce l'altra forza traente, gli Stati Uniti d'America. I rapporti tra Germania e Stati Uniti sono assai complicati. Storicamente, non c'è simpatia ma ricordiamoci che sia gli Angli, sia soprattutto i Sassoni, originano proprio da quelle terre.
La Germania è stato protettorato statunitense lungamente dopo la Seconda guerra mondiale e tutt'oggi, la forza militare tedesca è americana. La Germania dipende vitalmente dai rapporti con i cugini europei che possono, all'occasione, giocare sull'amicizia interessata con gli USA per bilanciare la maggior forza tedesca. In sostanza, la Germania dipende dall'esistenza di quella globalizzazione che gli americani hanno senz'altro favorito ma che potrebbero revocare anche solo in parte (ad esempio diminuire o rendere meno facile quella delle merci ma mantenere in quella dei capitali dove controllano l'intero sistema), proprio per mettere in difficoltà eventuali competitors geopolitici. Né la leadership interna, né le condizioni di possibilità esterne, permettono a questo punto di pronosticare una facile soluzione del "problema Germania".
  • La terza cosa è simulare i possibili sviluppi del gioco.
geopolitics-of-myanmar-26-638 (1)Prima però bisogna dire qualcosa anche sul sistema forte. Se i tre GRC sono ancora un aggregato potenziale e non un sistema, la cui analisi delle forze indica qualche luce e molte ombre, l'unico vero sistema esistente e quindi il player più forte, come esce da una analisi che si sforza di essere realista? Gli USA partono con quattro punti di forza ed uno di debolezza. I punti di forza sono: A) come detto, gli USA, sono l'unico vero sistema, unito e compatto. Hanno inoltre una lunga tradizione di controllo del mondo e quindi un expertise. Possono disordinare gli altri più o meno a piacimento e molto difficilmente possono essere disordinati; B) la potenza militare degli Stati Uniti è inarrivabile anche si mettessero assieme le forze dei tre aspiranti poli di un nuovo sistema. Tra l'altro, al di là delle contabilità delle armi, il solo fatto che da una parte c'è un sistema unico e rodato e dall'altra un sistema nuovo, fa partire questo secondo in deciso svantaggio; C) la potenza più che economica, finanziaria o banco-finanziaria. Dal dollaro al sistema Wall Street - la City - l'offshore, gli Stati Uniti sono in grado non solo di controllare relativamente ma sostanzialmente i competitors ma anche tutti gli altri. Ci sono infatti coreani, australiani, indiani, iraniani, sauditi, israeliani, egiziani, turchi, africani e sud americani oltre che i rissosi e casinisti europei occidentali (e gli affamati ed impauriti europei orientali) nel Grande Gioco e tutto il Grande Gioco verte sul sistema banco-finanziario-off shore anglosassone. In un modo o nell'altro, tutte le élite del mondo hanno i propri soldi in quel sistema e sono le élite a decidere i destini dei popoli. D) Gli Stati Uniti, rappresentano ancora la certezza del sistema vigente che tutti consociamo e non è mai facile lasciare il conosciuto per lo sconosciuto. La loro egemonia è hard nella struttura ma le popolazioni poco o niente sanno di strutture, per lo più hanno contatto con le sovra-strutture e sul piano sovra-strutturale, il soft power americano, ancora oggi, non ha rivali.
Se idealmente chiedessimo a chiunque se preferisce stare sotto l'egemonia apparentemente benevola americana o sotto quella tecno-ottusa dei tedeschi o quella alieno-repellente dei cinesi o quella neo-zarista dei russi, non v'è dubbio che buona parte del mondo sceglierebbe ancora gli yankee. Il punto è che l'alternativa all'egemonia americana non è un'altra egemonia ma l'autonomia. In teoria tra egemonia anche benevolente e piena autonomia non c'è partita ma raggiungere l'autonomia è un problema ciclopico, questa è l'inerzia su cui giocano gli americani.

zoellick-20090929Gli USA hanno quindi quattro punti di forza, la debolezza allora qual è?
La debolezza è che gli Stati Uniti, possono solo perdere, di più o di meno, più velocemente o lentamente ma possono solo perdere. Gli USA dipendono strutturalmente da un forte controllo su più o meno tutto il mondo ma il mondo è giunto ad un livello di complessità tale che nessuno può sensatamente pensare di controllarne l'intera complessità. Su questo non c'è dubbio alcuno. La partita è certo molto complessa ma GRC sono solo la cuspide di un possibile sistema mondiale, il sistema multipolare.
La vera posta in gioco nel Gioco di tutti i giochi e questa: un polo americano a governo, con geometrie variate, dell'intero sistema o comunque della parte maggiore o l'apertura di una nuova fase di mondo con un nuovo gioco complesso che coinvolge diversi poli. Tutti tranne gli USA, avrebbero interesse ad aprire una nuova fase planetaria in cui tutti giocano con tutti (con o contro), in cui ognuno si possa giocare la sua partita, in cui anche il più remoto staterello periferico possa giocarsi la sua ricerca di autonomia relativa pasandosi ora di qui ora di là in qualche tenzone locale, portandosi a casa comunque un qualche maggior vantaggio che non fare da colonia a qualche macro-sistema dominante. C'è infatti una seconda corona di stakeholders interessati al Grande Gioco ed è nell'elenco riportato precedentemente. Assicurare a tutti il loro interesse non è facile. La realtà è sempre più complessa della teoria per cui pur essendoci un oggettivo interesse di tutti al nuovo sistema multipolare, c'è comunque e per lungo tempo di sarà (basta vedere gli stati europei e il loro harakiri - seppuku (切腹) - dell'interesse oggettivo nei rapporti con i russi per compiacere il sistema dominante americano) un gioco asimmetrico di resistenze, ricatti, inerzie, attriti, che freneranno l'esplicarsi di un fronte attivo in favore dei nuovi equilibri. Sarà una transizione, una transizione lenta e difficile.
Tra l'altro conviene a tutti sia una transizione lenta perché se il sistema americano dovesse trovarsi in seguito ad una forte contrazione in una improvvisa, grave, crisi ontologica, si rischierebbe tutti un qualche colpo di testa della bestia ferita ed una bestia con qualche migliaio di testate nucleari, può decidere di morire portandosi appresso molte altre bestie attorno a lei. Sarebbe un funerale assai affollato. Questa è una incognita che ha molti gradi. In sostanza, non è facile rispondere alla domanda: quanto possono contrarsi gli Stati Uniti d'America senza perdere la loro natura essenziale che li obbligherebbe ad una svolta storica di riconfigurazione della mentalità e delle strutture del loro vivere associato, dall'esito assai incerto? Nell'incertezza, cautela è obbligo.
  • La quarta cosa è tentare di prevedere il reale svolgersi del gioco.
TTIP-mapA questo punto è chiaro che gli Stati Uniti, giocheranno il gioco di difesa della loro posizione di controllo cercando di limitare, ritardare e rallentare la crescita di competitività degli avversari. Il miglior modo per farlo è metterli in difficoltà. Lo sviluppo di questa nuova fase dei rapporti internazionali ha già visto le prime mosse.
La prima in assoluto è stata il varare una strategia di compattamento dello schieramento USA&friends. Ciò sta avvenendo con la promozione dei tre trattati (TPP, TTIP, TISA) commercial-giuridici che possono creare una piccola globalizzazione centrata su gli interessi e soprattutto gli standard, americani. Gli standard (giuridici e normativi), cioè la fissazione del regolamento di sistema, sono financo più importanti dei vantaggi commerciali perché creano una forma forte che, nel tempo, omogeneizza le strutture politiche ed economiche, rendendo il processo quasi-irreversibile. Coi trattati, gli USA non promuovono sesso ma un matrimonio. L'andamento di questo pezzo di strategia è contrastato ed il suo happy end (che sarebbe un punto di vantaggio quasi decisivo per gli Stati Uniti) è tutt'altro che scontato.
La seconda è il rafforzamento dei legami militari diretti (NATO) ed indiretti.
76b419815558999f29bd279bebe7186bIl terzo è stato l'operazione Ucraina, tesa prioritariamente a creare un motivo di tensione nei rapporti Russia - Europa di modo che non si saldasse un mercato dei comuni interessi (energia vs tecnologia con flussi di investimenti incrociati).
image_largeIl quarto avanza a piccoli passi ed è una sorta di tortura cinese inflitta ai cinesi stessi. Che sia il Tibet, il Mar cinese, rivolte ad Hong Kong, il riarmo giapponese, la tensione confinaria tra le due Coree, il rifiuto momentaneo di includere lo yuan nel paniere IMF, i crolli di Shanghai e chissà cos'alto che non sappiamo, la pressione verso il Paese di Mezzo crescerà e sarà continua. Altresì, si agirà su tutta la corona di stati confinanti com'è dichiarato pubblicamente nella strategia obamiana "pivot to Asia". E' stato naturalmente previsto che, come sta avvenendo, russi e cinesi superino la loro reciproca diffidenza naturale (sono infatti paesi con frontiere in comune) e creino una alleanza almeno difensiva ma se volete dominare un gioco molto complesso, il diminuirne la complessità (amici vs nemici) è il primo passo di buonsenso che potete compiere. Bisogna poi vedere se e quanto cambierà questa strategia col cambio d'inquilino della Casa Bianca.
Il quinto è stato creare un sistema che tende all'ordine ma rimane in perenne disordine sebbene controllato, nel Medio Oriente. Questa mossa non ha altro intento che evitare di formarsi un ordine spontaneo e permettersi un progressivo disinteresse sull'area, stante che gli USA hanno investito storicamente molta attenzione e soldi su di esso. Ora però il gioco principale è un altro e questa regione non può più assorbire cotanta energia. Per cui: a) dotarsi di energia in proprio (gas di scisto); b) sdoganare l'Iran come forza di un rettangolo formato anche da Arabia Saudita, Egitto e Turchia quanto a mondo arabo, pentagono con Israele come libera variante; c) alternare carezze e schiaffi (Isis, Iraq, Yemen, Siria, accordo con l'Iran) per agitare le acque ma mai fino in fondo. Tra shale gas e controllo indiretto del mercato petrolifero arabo, si può altresì privare la Russia del potere scaturito dagli enormi giacimenti di gas siberiano.
russia-wants-war-us-bases-sarcastic-mapIl sesto è il più facile e riguarda l'Europa. L'Europa produce internamente il proprio disordine in maniera naturale per cui basta stare a guardare e pigiare qualche tasto ogni tanto, tanto il grosso del casino lo fanno da soli. Questa considerazione vale per l'Europa ma più in generale per il mondo intero data la sua crescente complessità la cui natura caotica (in attesa dei tempi lunghi dei processi di auto-organizzazione) è implicita. La riduzione coatta della Germania s'impone sia per ragioni geo-politiche sopraesposte, sia per convertire gli europei ad una più convinta politica monetaria espansiva che aiuti a non grippare il motore del capitalismo mondiale affetto da rischi di "stagnazione secolare", contando sulle sponde italo-francesi.
Il settimo è quello di rinunciare gradatamente alle strutture della globalizzazione delle merci (restringendola alle aree dei trattati) che oggi favorisce più la Germania e la Cina che gli USA ed intensificare quelle della globalizzazione finanziaria ed, ovviamente, gestire la contrazione di potenza del dollaro.
La strategia è quindi negativa ovvero distruttiva (distruggere forme d'ordine alternativo) e quindi diretta a creare ordine dal disordine. Il disordine è quello che si vede e sempre più di vedrà, sia perché naturale, sia perché c'è un attivo agente disordinante, l'ordine è ciò che rimane del potere unificato americano: tanto più gli altri combatteranno col disordine, tanto più loro manterranno una facoltà di ordinare (mettere in ordine e ordinare nel senso di comandare).
La contro-strategia dell'aggregato aspirante sistema è giovane ed incerta. I BRICS sembravano una premessa di coordinamento sistemico agito su gli interessi economico-finanziari ma è bastata l'avvisaglia di una contrazione del sistema economico mondiale e qualche operazione mirata di disordine finanziario e valutario per indebolire molto le volontà.
Lo SCO (Shanghai, Cooperation Organization), l'alleanza russo-asiatica è un processo lento che comunque procede. L'asse russo-cinese si è recentemente saldato ma va ricordato che l'amicizia tra i due popoli non è mai esistita. La Cina sta lanciando la sua nuova super-banca di investimenti, stile IMF/WB ma bisognerà vedere quando sarà operativa e quali sono i progetti. L'idea centrale è quella di infittire le relazioni economiche lungo i due assi detti "Vie della Seta", dal polo cinese a quello euro-tedesco, via Russia e non solo. Tutto questo ed altro ancora, sconta il fatto che non è facile fare mentre è molto più facile non far fare o sabotare. Una strategia distruttiva contro una costruttiva ha costantemente la meglio nel breve-medio periodo. Nel lungo periodo è un altro discorso.
B8MFbGxUna sguardo specifico, voglio infine riservare al problema militare visto che molti temono la Terza Guerra mondiale.
Il primo movente del creare tensioni è evitare relazioni pericolose per la posizione americana.
Il secondo, quando le tensioni prendono la dimensione militare, è creare un costo. La struttura economica del bilancio americano prevede storicamente il costo militare, quello degli altri no, inoltre gli americani hanno il dollaro, gli altri no. Anche solo dover prevedere un minimo o un massimo se la tensione cresce, di improvement dei costi di armamento, crea una difficoltà a chi ha bilanci al limite della capienza e tende a concentrare gli investimenti nello sviluppo economico. La provocazione continua ed incrementale, gli appelli agli europei affinché non facciano conto supinamente sull'ombrello americano, il preoccuparli perché la Russia si mostra aggressiva (che poi sia in effetti solo difensiva non importa data la capacità di manipolare l'informazione mainstream), l'incitarli ad armarsi per proprio conto, hanno tutti fine nel sabotaggio degli equilibri di bilancio sapendo che un bilancio squilibrato porta o all'IMF, quindi alla dipendenza finanziaria o a premere sul tessuto sociale di modo che le popolazioni siano sempre più nervose e le loro élite sempre più preoccupate e quindi desiderose di soluzioni di ricambio della leadership, facili ed immediate. Col soft power, fondazioni, servizi segreti, primavere, ong, massoneria, amici degli amici o altro si potrà poi ben infilarsi nei processi di ricambio delle èlite fallite promuovendone di nuove, ovviamente "amiche". Poiché strutturalmente inglobato nel bilancio USA, il costo militare lì è addirittura un keynesismo oltre che il volano del famoso complesso militare-industriale-tecnoscientifico. Quindi i "problemi del mondo" per gli USA, sono vitali per controllare il suo esterno ma anche perché trainano il funzionamento interno. Le crisi locali poi sono dei precisi esperimenti di controllo indiretto delle situazioni. Una "crisi baltica" ad esempio, galvanizzerebbe i paesi est-europei, continuerebbe a mettere in difficoltà i russi già sotto sanzioni e col prezzo del gas in saldo ma disturberebbe anche ogni velleità autonomista della Germania.
Credo si possa suggerire, a chi segue i fatti del mondo, di mettersi comodo. Emergerà una sempre più intricata complessità ed apparente contraddittorietà nello sviluppo delle due strategie, la costruttiva e la distruttiva. Siamo in una transizione epocale e quindi i tempi non sono brevi. Certo, c'è sempre il rischio che maneggiando provocazioni, testate nucleari, ardite manovre from behind, qualche cosa vada storto ma non è reale interesse di alcuno far diventare il Grande Gioco, un Grande Dramma. Una guerra aperta tradizionale non è possibile per via del nucleare e una guerra aperta nucleare non avrebbe senso. Questa è una delle contraddizioni insite nel nucleare che gli strateghi dei giochi americani ben conoscono, avendola sfruttata lungo tutta la Guerra Fredda.
Working on the Next Move: Axis & Allies 1942 SE TournamentE' un Grande Gioco davvero, il più grande si sia visto nella nostra storia planetaria, il primo che prevede per campo il pianeta intero. Sarà una lunga e tortuosa transizione alla fin della quale il mondo si troverà in uno stato strutturale nuovo, quella che chiamiamo l'Era della complessità. Ci vorrà molto o poco tempo? Sarà confusa ma infine sostanzialmente pacifica sebbene punteggiata da micro-conflitti e forti tensioni o transiterà com'è tradizione occidentale attraverso un qualche olocausto? E noi, noi qui, nel nostro immediato "quartiere di mondo", cosa e come vivremo, in quale struttura più fine di quella qui tratteggiata, ambienteremo la nostra ansiosa e preoccupata esistenza? Ci torneremo su un'altra volta.

Ma l'Umbria....no !


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 Hanno già messo a punto i quesiti. Prossimo appuntamento domani in Cassazione per depositare tutta la documentazione. E discutere la strategia per il redde rationem. Da una parte le Regioni e dall’altra il governo, sordo alle richieste di trovare un accordo per dire “no” alle trivellazioni in mare previste dal decreto “Sblocca Italia”. Otto i consigli regionali favorevoli ad un referendum abrogativo: a Puglia, Sardegna, Molise, Basilicata e Marche si sono aggiunte anche Abruzzo, Calabria e Veneto. A parte quest’ultimo, guidato da Luca Zaia, le altre 7 giunte vedono a capo esponenti di quel Partito democratico (Pd) di cui è segretario lo stesso Renzi 

 
 
Referendum "No trivellazioni", Flamini: «La maggioranza regionale si conferma un proconsolato renziano»
 
Mentre nella mattinata del prossimo 30 settembre dieci Regioni depositeranno in Cassazione la richiesta di referendum sulle trivellazioni impugnando su questo tema lo “sblocca Italia”, il Pd umbro ha deciso che la strategia energetica del nostro paese non riguarda gli umbri. E lo ha fatto facendo scadere i termini grazie ad un balletto stucchevole di rimandi tra Consiglio Regionale e commissione competente. Per la verità il segretario-capogruppo Leonelli è stato chiaro: la materia non interessa direttamente l’Umbria e si tratterebbe di una presa di posizione contro un provvedimento governativo. Cioè Leonelli non solo ci ricorda che l'Umbria non ha il mare, ma chiarisce una volta per tutte che il governo regionale è nei fatti un proconsolato renziano. Peggio. La situazione conferma che l'Umbria è governata da un monocolore Pd disinteressato a difendere l'autonomia regionale e che gli attuali alleati sostengono una maggioranza senza che ce ne sia bisogno e senza contare nulla al di là di dichiarazioni di buona volontà e di circostanza. Noi pensiamo invece che le scelte energetiche nazionali riguardano eccome gli umbri perché le trivellazioni sotto i mari italiani e lungo l'appennino non solo sono del tutto inutili, ma metteranno in forte crisi la pesca e il turismo. All'Umbria e all'Italia serve invece una politica che punti alle fonti rinnovabili e all'efficienza energetica. Detto questo, visto che il Pd umbro ha deciso di non disturbare il manovratore, c'è da scommettere che anche su sanità, trasporti e stato sociale finirà molto male. Per questo ci rivolgiamo a tutte le forze politiche e sociali della sinistra umbra per prendere un’iniziativa unitaria contro questo governo regionale completamente subalterno al Pd e a Renzi

Enrico Flami
Segretario Regionale Prc Umbria

Ancona – Contro Sblocca italia e grandi opere: 4 ottobre assemblea nazionale


Ancona – Contro Sblocca italia e grandi opere: 4 ottobre assemblea nazionale


Comitati, associazioni, movimenti a confronto. Per la nostra terra, per il nostro mare, la democrazia. Domenica 4 ottobre – Ancona – Forte dei Pirati, via Scrima 13

 Ci siamo lasciati per rivederci presto, dopo il Festival a Trivelle Zero tenutosi a San Vito Chietino lo scorso agosto a cui hanno partecipato molte realtà da 15 regioni.
Lo abbiamo fatto constatando l’esigenza di un’assemblea che sia nazionale nel senso della ricomposizione volontaria di forze protagoniste delle lotte territoriali.
Partendo dalle movimentazioni che si stanno dando sulle questioni più specifiche delle trivellazioni e dello Sblocca Italia, ma declinandole anche in una ottica più allargata, sulla scorta passata e presente delle resistenze alle grandi opere, e nell’invito allargato a tutte quelle vertenze territoriali sparse e forse anche confinate nei limiti dei giardini precostituiti da altri.
Movimenti e questioni che a nostro avviso ci pare limitativo etichettare solo come “ambientalisti”, ma che interrogano simultaneamente l’esigenza di democrazia e partecipazione reali, di ripensamento delle forme del lavoro, di difesa delle strutture economiche e sociali legate e frutto delle esperienze territoriali.
E quindi No Ombrina e Trivelle Zero, insieme ai NO tav della Valsusa e a No Grandi Navi veneti, e il coordinamento comitati ambientalisti Lombardia, i Comitati cittadini per l’ambiente di Sulmona, V Forum Friuli, il Forum Acqua, i NoTRIV di Potenza, gli StopBiocidio, e tanti altri ancora…
Fedeli quindi a questa atipicità che spinge a liberarci da facili etichettature proponiamo di iniziare a pensare e praticare uno scenario nazionale che sia da subito connessione anche con altre lotte: Lavoro, scuola, beni comuni, privatizzazioni… Nel generalizzarsi delle politiche di “devastazione e saccheggio”, dallo Sblocca Italia alla Buona Scuola, al Jobs Act alle riforme costituzionali, non ci si può perdere in discussioni che attentano alla stessa coesione dei movimenti. Le strade per resistere sono tante e possono essere sperimentate e praticate tutte, è importante però che si creino i tempi e le condizioni giuste affinché tutte le azioni che mettiamo in campo siano efficaci e in sincronia tra loro.
Si dibatte sulla questione del referendum. Emergono da più parti perplessità poiché si sottovaluta un aspetto fondamentale, quello del quorum. Non dimentichiamo il risultato positivo del referendum sull’acqua, che molti di noi hanno vissuto in prima persona, che continua ancor oggi a essere oggetto di numerosi attacchi e proprio per questo non si è dispiegato in tutta la sua efficacia originaria. Il referendum non può essere inteso come momento meramente informativo, piuttosto sarebbe meglio agire nei territori per prepararli a livello sociale e culturale per poter poi eventualmente pensare anche ad iniziative di questo tipo. E in questo senso, per avere successo in iniziative referendarie e per dare loro un significato più ampio di generale opposizione all’ideologia liberista su cui si fondano gli atti del Governo, è fondamentale allargare la questione anche alla “Buona scuola” e al “Jobs act”. In ogni caso una vittoria referendaria può ottenere formalmente il cambiamento di una legge, che può però rischiare di rimanere anche lettera morta o momento di resistenza simbolico e non di costruzione di modelli alternativi, in assenza di una continua e generalizzata movimentazione sociale anche a posteriori. Anche perchè siamo di fronte ad una deriva autoritaria delle politiche di Governo, che stanno completamente ignorando il volere e il dissenso diffuso in tantissimi territori, dalle province alle metropoli. Nelle decisioni di Governo emerge addirittura una totale esclusione anche di quelle regioni che avevano posto delle questioni a livello nazionale.
Le questioni della deriva petrolifera, delle grandi opere e in generale dei processi devastanti attivati e/o esacerbati dallo Sblocca Italia, come ad esempio la questione degli inceneritori promossi con l’Art.35 del decreto, hanno ormai una dimensione che tocca quasi tutte le regioni.
Dobbiamo ribaltare questa situazione, valorizzare le ricchezze di quanto si produce nei territori e non lasciarle isolate e se stesse , schiacciate dalle proprie vertenze territoriali. Dobbiamo avanzare e costituire, non tanto o non solo coordinamenti, ma anche e soprattutto campagne. C’è urgenza di forte concretezza e dell’assunzione di consapevolezza che se non lo facciamo noi, nessun altro lo farà.
Coordinamento No Ombrina

lunedì 28 settembre 2015

Augusto Graziani, l’uomo che ha davvero capito la moneta di Steve Keen

moneta romana antica procilius 1992453Cos’è la moneta e come viene creata? Queste dovrebbero essere due delle domande più semplici a cui rispondere in economia; dopo tutto, la moneta è l’unica cosa che tutti noi usiamo in un’economia; ma davvero sappiamo di cosa si tratta, e da dove viene?
Purtroppo conosciamo la moneta allo stesso modo in cui i leggendari ciechi di Hindustan sanno cos’è un elefante: colui che ha afferrato il tronco sa che è “come un albero”, mentre quello che ha afferrato la zanna sa che è “come una lancia “, e così via. La moneta è un elemento così sfaccettato e onnicomprensivo del nostro sistema – il proverbiale “elefante in salotto” [qualcosa così ovvia da non poter non essere vista, ndt] – che la nostra attitudine a fissarci su un suo singolo aspetto ci impedisce di sviluppare una comprensione corretta di cosa è realmente.
Non sapendo cosa sia, diamo vita a “miti della creazione” riguardo la sua origine, scontrandoci poi su questi come bande di fanatici religiosi rivali. A un estremo troviamo persone come Paul Rosenberg, le quali sostengono che il nostro sistema monetario è basato sulla frode :
“Possiamo voi ed io scrivere assegni “emessi a nostro nome”? Ovviamente no. Dobbiamo sostenerli con un valore. La Fed non lo fa. E così, il potente dollaro USA non è sostenuto né da oro né da argento né da niente altro; è semplicemente un trucco contabile.” (da “That Couldn’t Possibly Be True”: The Startling Truth About the US Dollar).
All’altro estremo ci sono economisti mainstream come Paul Krugman, i quali sostengono che come si crea la moneta non è un grosso problema e che quindi quando si fanno modelli economici la si può ignorare
“C’è un che di gioco di prestigio nel modo in cui trattiamo la moneta stessa. Prima riconosciamo che è un bene del tutto speciale che la gente desidera solo in quanto ce ne è dell’altra che ne vuole, poi ignoriamo questa sua peculiarità per tutto il resto dell’analisi.” (da There’s Something About Money).
Ma sbagliano gli uni e gli altri e per lo stesso motivo. Non hanno compreso cosa sia la moneta. C’è una sola persona che lo abbia mai fatto e no, non si tratta di Ayn Rand. Si tratta di Augusto Graziani(*), un professore italiano di economia scomparso all’inizio dell’anno scorso. Egli ha capito cos’è la moneta poiché ha posto e correttamente risposto a una semplice domanda: in che cosa differisce un’economia monetaria da una in cui le transazioni si realizzano attraverso il baratto?
Ciò esclude che l’oro sia moneta, poiché l’oro è un bene che chiunque può produrre da sé con un po’ di estrazione mineraria (e molta fortuna). Nonostante sia tanto peculiare e incredibilmente raro, l’oro non è dunque altro che una merce: un’economia che utilizza l’oro nei suoi scambi è a tutti gli effetti un’economia di baratto e non un’economia monetaria. Come ha sostenuto Graziani:
“una vera economia monetaria è incompatibile con la presenza di una moneta merce. Una moneta merce è per definizione un tipo di moneta che qualunque produttore è in grado di produrre da sé. Ma un’economia che utilizza come moneta una merce che deriva da un normale processo produttivo, non può essere distinta da un’economia di baratto. Un’economia monetaria dovrà allora necessariamente utilizzare una moneta segno, che attualmente è di tipo cartaceo” [lo scritto risale al 1989, prima che fosse sviluppato il moderno sistema di moneta elettronica].
Ciò non esclude naturalmente un mondo nel quale l’oro sia usato come base per gli scambi: significa semplicemente che non si tratta di un’economia monetaria. Coloro che affermano che “faremmo meglio a tornare all’oro” stanno in realtà dicendo che non vogliono un’economia monetaria e che considerano che in un’economia di baratto ci sarebbe invece maggior benessere.
Tuttavia non  è sufficiente identificare la moneta come segno, poiché vi sono alcuni strumenti cartacei – come le lettere di credito – che sono utilizzate nelle transazioni ma lasciano un’obbligazione di debito tra il compratore e il venditore. Un’economia che utilizza cambiali non è un’economia monetaria – ha precisato Graziani – ma un’economia basata sul credito.
“Se in un’economia basata sul credito alla fine di un periodo alcuni operatori debbono ancora del denaro ad altri, è necessario un pagamento finale, il che significa che non è stato utilizzata moneta.”
Per essere moneta, il “segno” dato in cambio di un bene deve essere accettato come pagamento definitivo, ma ciò comporta il rischio che chi ha prodotto il “segno” riceva qualcosa in cambio di nulla, e anche questo dovrebbe essere escluso in un sistema economico ideale.
Ciò ha portato Graziani a stabilire tre condizioni basilari che la moneta deve soddisfare per essere tale:
1) La moneta deve avere valore di segno (altrimenti darebbe luogo a baratto e non a scambi monetari)
2) La moneta deve essere accettata come mezzo di regolamento definitivo delle transazioni (altrimenti sarebbe credito e non moneta);
3) La moneta non deve garantire privilegi di signoraggio a qualunque agente che effettui un pagamento.
Graziani ha individuato un solo modo per soddisfare queste tre condizioni:
“l’unico modo per soddisfare quelle tre condizioni è quello di effettuare pagamenti attraverso ‘promesse di pagamento’ fatte da un agente terzo ed è la banca il tipico agente terzo dei nostri giorni”
Quindi la moneta è fondamentalmente la promessa che una banca fa al suo cliente, e un pagamento monetario è il trasferimento di quella promessa da un cliente all’altro. Graziani ha descritto la tipica transazione basata su assegni che ha dominato lo scambio monetario prima che si sviluppassero i pagamenti elettronici:
“Quando un agente effettua un pagamento per mezzo di un assegno, egli soddisfa la sua controparte con la promessa della banca di pagare l’importo dovuto. Una volta che il pagamento è effettuato, non rimangono rapporti di debito e credito tra i due agenti. Ma uno di loro è ormai un creditore della banca, mentre il secondo è un debitore della stessa banca. Ciò assicura che, nonostante il fatto che i pagamenti finali sono effettuati a mezzo di moneta cartacea, gli agenti non godono di alcun tipo di privilegio.”
Questa accurata visione della moneta ha portato Graziani a due rivelazioni su cui si è basato il mio modo di modellare la moneta dal primo momento in cui sono venuto a contatto con i suoi scritti. In primo luogo, anche se tutti noi tendiamo a pensare allo scambio come qualcosa che coinvolge due persone che commerciano due beni, in realtà tutte le operazioni coinvolgono tre parti -un venditore, un acquirente, e una banca – e solo una merce, la cui contropartita è il trasferimento di una promessa di pagamento della banca dal compratore al venditore. Pertanto tutte le transazioni sono triangolari: qualsiasi pagamento monetario deve quindi essere una transazione di tipo triangolare, che coinvolga cioè almeno tre agenti, il pagatore, il beneficiario, e la banca.
In secondo luogo, le banche devono essere parte dell’analisi economica – lasciandole fuori si omette il principale (anche se non unico) modo in cui si crea denaro in un’economia moderna – e non possono essere semplicemente accorpate alle altre imprese:
“Le imprese sono presenti sul mercato come venditori o acquirenti di merci e ricorrono alle banche per effettuare i loro pagamenti; le banche d’altro canto producono mezzi di pagamento, e agiscono come stanze di compensazione tra imprese. In un modello di economia monetaria, le banche e le imprese non possono essere aggregate in un unico settore.”
Purtroppo, questo [errore] è precisamente ciò che fanno gli economisti tradizionali. Come Krugman ha affermato recentemente:
“in un certo senso la moneta è una strana cosa, che può riguardare le persone in quanto attività reale- denaro contante – ma è in ultima analisi, come ha detto Paul Samuelson, un “congegno sociale”; il suo valore è più o meno evocato dal nulla. La Macroeconomia Mainstream ne riconosce la stranezza – in particolare, si basa molto sulla possibilità delle banche centrali di decidere quanta moneta legale creare – ma per il resto considera i soldi un po’ come dei beni ordinari. Questa visione non è però naturale per molti, quindi c’è sempre spazio per gli eccentrici della moneta.”
La suddetta “visione” è in realtà un errore, ed è il motivo per cui gli economisti mainstream non vedono l’importanza delle banche nella creazione della moneta. Non è solo la Federal Reserve che può creare moneta, come ritengono molti dei quali Krugman etichetta “eccentrici della moneta” – né la Fed può controllare il credito bancario come credono i macroeconomisti tradizionali, tra cui Krugman.
Le banche creano moneta mediante l’emissione di un prestito ad un contraente; registrano il prestito come una attività, e il denaro che depositano nel conto del contraente come una passività. Questo, in un certo senso, non è diverso dal modo in cui la Federal Reserve crea moneta, contro cui Rosenberg si scaglia definendolo una frode. In realtà è semplicemente la natura di un’economia monetaria: la moneta è semplicemente la promessa di un terzo di pagare, che noi accettiamo come pagamento definitivo in cambio di beni. I due principali soggetti terzi le cui promesse accettiamo sono lo Stato e le banche.
E’ semplicemente la natura della moneta: non è sostenuta da nulla di “fisico” ed invece si basa sulla fiducia. Naturalmente ci possono essere degli abusi di fiducia – e francamente questi provengono più spesso dalle banche che dallo Stato. Ma grazie all’avversione degli “eccentrici della moneta” come Rosenberg nei confronti dello Stato, e la predominanza di “eccentrici del baratto” come Krugman – che ignora completamente le banche e nonostante ciò finge di capire l’economia – continuiamo ad ignorare il gioco principale: è ciò che le banche fanno (nel bene e nel male) che guida l’economia.

Le citazioni sono tratte da: Graziani, A. (1989). “The Theory of the Monetary Circuit.” Thames Papers in Political Economy Spring: 1-26.
Fonte: http://www.forbes.com/sites/stevekeen/2015/02/28/what-is-money-and-how-is-it-created/
(*) Nota di Keynes Blog: l’autore qui esagera retoricamente. Il lavoro di Graziani non è certo l’illuminazione di un solitario e geniale economista. Al contrario, essa si inserisce di una consolidata letteratura che parte da Wicksell e passa per Keynes (nel Treatise on Money ma non nella General Theory), toccando economisti di scuole anche contrapposte, come Hayek da un lato e Kaldor dall’altro.

In barba al risparmio energetico: più consumi, meno paghi.

Tariffe elettriche, consumatori contro la riforma che scoraggia risparmio di energia e autoproduzione
Tariffe elettriche, consumatori contro la riforma che scoraggia risparmio di energia e autoproduzione
Nonostante le modifiche fatte dopo la consultazione, le novità proposte dall’Autorità per l’energia e il gas continuano a non piacere a Adusbef, Greenpeace, Legambiente e Wwf. Secondo cui bloccherebbe lo sviluppo delle fonti rinnovabili e aumenterebbe i costi per le famiglie più povere. E il sottosegretario Vicari ha ammesso che è così
Più consumi, meno paghi. In barba al risparmio energetico e ai continui appelli sulla riduzione delle emissioni inquinanti. Secondo ambientalisti e consumatori, sarebbe questa la logica su cui si basa la riforma delle tariffe elettriche, proposta dall’Autorità per l’energia e il gas. Non solo. La riforma bloccherebbe anche lo sviluppo delle fonti rinnovabili a favore di quelle fossili, e aumenterebbe i costi della bolletta elettrica per le famiglie più povere. Per questo le associazioni di categoria sono sul piede di guerra e lo stesso governo, per bocca del sottosegretario allo Sviluppo economico Simona Vicari, ammette che c’è il rischio di un aumento degli esborsi “per molti consumatori”.
Sono mesi che l’Autorità ci lavora ma, nonostante varie limature, il testo continua a essere oggetto di critiche. L’obiettivo del Garante è quello di aggiornare il metodo di calcolo delle bollette della luce, eliminando la progressività che ora permette a chi consuma meno di pagare in proporzione di meno e spostando gli oneri di rete e di sistema (che servono per esempio a finanziare la promozione delle fonti rinnovabili e delle “assimilate”) dalla parte variabile della bolletta, cioè l’importo da pagare sulla base dell’energia elettrica trasportata sulla rete per soddisfare la richiesta del cliente, a quella fissa (tutte le altre spese indipendentemente dai consumi). In questo modo, è il ragionamento, chi consuma di più, come le famiglie numerose e le piccole imprese, avrà una bolletta più leggera.
Di contro salirà quella di chi consuma poca energia, come single, coppie e non residenti con bassi consumi. Va da sé, però, che al contempo si rende meno conveniente risparmiare energia o autoprodurla, con il risultato di disincentivare il ricorso alle rinnovabili e all’efficienza energetica. Inoltre, famiglie numerose ma molto povere possono comunque avere consumi più bassi di un single benestante.
Una prima versione di riforma era già stata presentata a febbraio scorso. Ma, dopo molte polemiche, il garante ha deciso di avviare una nuova consultazione su una proposta più soft, per arrivare al testo finale entro novembre prossimo. “Secondo alcuni partecipanti alla consultazione – si legge nel nuovo documento – investimenti in efficienza energetica e per l’autoconsumo perderebbero parte del proprio valore e l’introduzione della riforma tariffaria rischierebbe di modificare gli equilibri economici di investimenti già compiuti e di rallentare la naturale evoluzione del mercato verso soluzioni tecnologiche caratterizzata da una maggiore sostenibilità ambientale”.
Rispetto alla prima versione, il nuovo testo prevede un’applicazione più graduale delle misure, che entrerebbero in vigore tra il 2016 e il 2018, e uno spostamento degli oneri rimodulato in modo da non penalizzare troppo il risparmio energetico e l’autoconsumo. Altra novità è il mantenimento della differenziazione tra residenti e non residenti per diminuire l’impatto della riforma sui clienti nelle loro abitazioni di residenza, anche se a svantaggio delle abitazioni non di residenza.
Ma i cambiamenti non sono serviti a smorzare le critiche. Adusbef, Codici, Greenpeace, Italia Solare, Kyoto Club, Legambiente e Wwf continuano a chiedere di fare un passo indietro sulla progressività introducendo il principio del “consumerismo ecologico“. Ossia “minor consumo, maggior risparmio”. Per le sette associazioni la riforma non è adeguata alle esigenze sociali, ambientali, economiche e produttive: “Aumenta i costi dell’energia elettrica, in particolare per le fasce deboli della popolazione e incoraggia il consumo di energia elettrica prelevata dalla rete, che è ancora prevalentemente prodotta da fonte non rinnovabile, disincentivando ogni forma di risparmio di energia elettrica”, dicono.
A scendere in campo anche i presidenti delle commissioni Ambiente di Camera e Senato, Ermete Realacci e Giuseppe Francesco Maria Marinello: si “rischia di favorire un uso meno efficiente dell’energia, con conseguente aumento delle emissioni e delle bollette”, in particolare “per le famiglie più povere”, si legge in una lettera congiunta all’Autorità per l’Energia.
Obiezioni a cui il sottosegretario Vicari ha cercato di rispondere in occasione di un’interrogazione sul tema presentata dal senatore pentastellato Gianni Girotto in commissione Industria al Senato. “Il governo ha chiesto all’Autorità di conoscere l’impatto complessivo della proposta” e “valuterà i dati che saranno forniti, riservandosi gli opportuni interventi”, ha affermato Vicari. Ammettendo però che “il graduale superamento dell’attuale struttura tariffaria può portare un aumento di alcune componenti tariffarie, con impatto per molti consumatori”.

Brebemi, l’autostrada “senza soldi pubblici” costerà allo Stato 1,7 miliardi

Brebemi, l’autostrada “senza soldi pubblici” costerà allo Stato 1,7 miliardi
Il premier Renzi giurò che era "tutta finanziata dai privati". Ora il ministro dei Trasporti Delrio scopre di dover pagare tutte le perdite della Brescia-Bergamo-Milano e pensa a una legge per far cedere traffico ad Autostrade
Il 23 luglio 2014, Matteo Renzi inaugurò la nuova autostrada Brebemi, “tutta finanziata dai privati, senza oneri per lo Stato”. Fu il premier a prendere in giro gli italiani o la banda della Brebemi a prendere in giro lui? Se l’onnisciente di Rignano avesse chiesto in giro, avrebbe potuto rivelare agli esausti contribuenti che, dei 2,4 miliardi che costerà la Brescia-Bergamo-Milano, almeno 1,7 li pagheranno loro.
Grazie al consolidato imbroglio detto project financing, i mitici privati hanno già presentato il conto e il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio può solo tentare di limitare i danni. Lo scontro vero sarà con il numero uno di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci, che non vuol concedere alla Brebemi l’allaccio con la sua A4, l’altra Brescia-Milano: ha un traffico cinque volte superiore alla concorrente parallela e non vuole cederle profitti.
La Brebemi comincia a 20 chilometri da Milano e finisce a 18 chilometri da Brescia, perciò tende a restare deserta. Nei 5 mesi di esercizio del 2014 ha incassato pedaggi per 11 milioni e pagato interessi alle banche per 101. Nel 2015 il traffico è raddoppiato, ha detto Brebemi, anche se Dario Balotta di Legambiente Lombardia ha rivelato che non c’è nessuna crescita. Comunque, anche concedendo a fine anno ricavi per 60 milioni e costi per 30, con un margine di 30 milioni all’anno quando li ripagano i 2,4 miliardi? Mai. Infatti già prima dell’inaugurazione hanno battuto cassa. Il presidente della Brebemi Francesco Bettoni era stato chiaro: “Se lo Stato non ci aiuta noi gli lasciamo l’autostrada e ci deve dare 2,4 miliardi”. Già, è proprio scritto così sui contratti. Il 6 agosto scorso il Cipe, cioè il governo, ha ceduto.
Delrio tamponerà l’emorragia dell’autostrada senza traffico con 260 milioni da pagare in rate annuali da 20 milioni, la Regione Lombardia ci metterà altri 60 milioni, in più la concessione viene allungata di sei anni, a 25 anni e mezzo. In più il ministro deve convincere Castellucci ad accettare l’innesto diretto della Brebemi sulla A4 a Brescia. Autostrade per l’Italia può opporsi e lo farà. Il governo sta pensando a una legge (in sé sacrosanta) per imporre l’interesse generale di interconnettere le autostrade. Lo scontro è singolare. Da una parte un privato difende il suo business. Dall’altra Delrio difende il business di un altro privato visto che, se Brebemi va male, tocca allo Stato pagare.
La società Brebemi ha vinto la gara nel 2003, quando il suo principale azionista era proprio Autostrade per l’Italia. Il costo totale previsto era 800 milioni. Poi accade di tutto, sul modello della Metro C di Roma. Nelle varie procedure autorizzative il ceto politico pretende le famigerate opere compensative e altri adeguamenti. Il privato dice sì a tutto per poter poi dire “è la politica che ha fatto saltare i conti”.
Nel frattempo Autostrade per l’Italia ha passato l’affare a Intesa Sanpaolo, che nel 2007 era in preda all’estasi cementizia di Corrado Passera e del suo braccio destro Mario Ciaccia. E la convenzione tra lo Stato e Brebemi è stata riscritta completamente, introducendo nuove clausole che garantissero la famosa “bancabilità”. Esempio: se i conti non tornano sarà lo Stato pagare. Oppure: la remunerazione del capitale privato passa dal 3,59 per cento all’anno del bando di gara all’8,90. E soprattutto: a fine concessione il privato avrà diritto a 1,2 miliardi per il cosiddetto subentro. La Brebemi è costata alla fine 1,6 miliardi ai quali andranno aggiunti 800 milioni di interessi alle banche. Dei 2,4 miliardi totali il privato che faceva tutto con soldi suoi e con i pedaggi avrà indietro dallo Stato, sull’unghia, la metà.
Tutto questo fu denunciato dal senatore Paolo Brutti il 4 luglio 2007, quando la commissione Lavori pubblici di Palazzo Madama dette parere negativo sulla nuova convenzione. Di Pietro reagì con una tirata demagogica da vero leghista: “Brutti vada a spiegare perché l’autostrada non si può fare ai lavoratori che ogni mattina si muovono dalle valli del Bergamasco e del Bresciano per andare a lavorare a Milano”. Sapevano tutto ma tutti d’accordo (destra, sinistra, centro, leghisti, quirinalisti, burocrati, pubblici e privati) sono andati avanti.
Conto finale. Su 2,4 miliardi di costo dell’autostrada i contribuenti dovranno mettercene 1,7: 1,2 miliardi di penale di subentro, 320 milioni appena deliberati dal Cipe, più il valore dell’allungamento della concessione di sei anni, almeno 200 milioni. Nella migliore delle ipotesi i privati ripagheranno un terzo dell’opera, 800 milioni. I soldi dei contribuenti, 1,7 miliardi, saranno equamente divisi tra le banche (800 milioni di interessi) e gli azionisti Brebemi (800 milioni di giusto profitto).
Nel frattempo Bettoni, storico leader della Confagricoltura lombarda, ha espropriato ai colleghi un migliaio di ettari di terreno agricolo al cosiddetto prezzo di mercato (cioè a trattativa privata): 200 mila euro all’ettaro. Intesa Sanpaolo, prima azionista della Brebemi, ha finanziato la Brebemi. Con Unicredit, Montepaschi, Centrobanca e Credito Bergamasco ha preso 600 milioni dalla Bei (banca europea pubblica) al 2 per cento per girarli alla Brebemi al 7 per cento. Uno spread di 30 milioni all’anno per vent’anni su un’opera senza rischi, visto che pagherà tutto lo Stato.
Adesso che l’affare è fatto Intesa vuole uscire dall’attività “non strategica”, come ha confermato il presidente del consiglio di gestione Gian Maria Gros-Pietro, che però è anche presidente della Astm, holding del gruppo Gavio, secondo azionista della Brebemi. Gros-Pietro è la vera scatola nera della Brebemi. Nel 1999 era presidente dell’Iri che privatizzò Autostrade facendo un gran regalo ai Benetton, che poi lo chiamarono alla presidenza della società da lui privatizzata giusto in tempo per vincere la gara per la Brebemi. Nel 2007 come presidente Autostrade firmò la cessione di Brebemi a Intesa Sanpaolo. Adesso come presidente di Intesa Sanpaolo dice che è ora di squagliarsela. E questi sono i mitici privati che secondo Renzi salveranno l’Italia da burocrati e sindacalisti.
da Il Fatto Quotidiano

domenica 27 settembre 2015

All’ultimo congresso del Pci: «Sono per una rifondazione comunista, non si può restare in mezzo al guado»


 
di Pietro Ingrao, Rimini 1991
Io parto dalla que­stione che mi sem­bra cen­trale nella rela­zione di Occhetto: siamo a una svolta della situa­zione mon­diale. La svolta si mate­ria­lizza nella vicenda del Golfo. Per­ché una guerra tutto som­mato con­cen­trata in un’area ristretta e finora durata poche set­ti­mane, sta assu­mendo signi­fi­cato gene­rale? La que­stione del petro­lio non basta a spie­gare tutto. E nem­meno la paz­zia di Sad­dam o la volontà di Bush di far fronte a un declino eco­no­mico ame­ri­cano. L’unica spie­ga­zione che rie­sco a tro­vare è che la vicenda squa­derna dinanzi a noi l’immagine scon­vol­gente che è o può essere la scienza della guerra moderna. Que­sto emerge da ambe­due i fronti della vicenda.
Dal lato dell’aggressore ira­cheno: vediamo un pic­colo tiranno di un paese a eco­no­mia subal­terna, di pochis­simi milioni di abi­tanti che può lan­ciare mis­sili su Israele e minac­ciare la guerra chi­mica e bat­te­rio­lo­gica. Con­tro que­sto pic­colo despota i più pos­senti paesi dell’Occidente indu­stria­liz­zato dichia­rano di non avere altri mezzi che una guerra senza pietà, con­dotta con i loro più sofi­sti­cati stru­menti di ster­mi­nio. Quanto più mi dicono che que­sta guerra è neces­sa­ria, tanto più mi spavento.
C’è un’altra strada? Io vedo qui il grande valore della scelta che sta dinanzi a que­sto con­gresso. Noi stiamo dicendo qui che per risol­vere i con­flitti tra gli Stati e bloc­care l’aggressore ci può essere un’altra via. E dinanzi all’orrore della guerra del Due­mila stiamo cer­cando, pro­vando, lot­tando per una nuova, grande strada pacifica.
La Costi­tu­zione ita­liana dichiara che l’Italia rifiuta la guerra. Invece per la prima volta in quarant’anni l’Italia è di nuovo in guerra. Que­sta è la scelta che ci sta dinanzi: se quel ripu­dio scritto nella Costi­tu­zione è solo una frase, o invece qui deve diven­tare realtà. Per­ciò la lotta per il ritiro delle navi dal Golfo non è supe­rata o mar­gi­nale o acces­so­ria. È coe­renza con ciò che diciamo: atto signi­fi­ca­tivo e neces­sa­rio di una strategia.
È pos­si­bile un’altra strada? Noi stiamo pro­po­nendo e cer­cando una lotta con­tro l’aggressione e una via per la rego­la­zione dei con­flitti che siano paci­fi­che. Oggi cer­chiamo di agire con­cre­ta­mente per met­tere in pra­tica, qui e ora dinanzi a que­sta crisi, a que­sta guerra del Due­mila, la via della pace. Non è una via rinun­cia­ta­ria. Anzi è quanto mai ambi­ziosa. Discu­tiamo tanto della nostra iden­tità. Se sce­gliamo dav­vero, se ten­tiamo dav­vero que­sta strada, que­sta è una straor­di­na­ria assun­zione di identità.
Que­sta strada chiede una forte coe­renza. Una con­fe­renza sul Medio Oriente non può essere affi­data a un impe­gno gene­rico, su un impre­ci­sato domani, come era ancora anche in quel comu­ni­cato del segre­ta­rio di Stato Usa e del mini­stro degli Esteri sovie­tico, che pure giorni fa è stato rifiu­tato da Bush. E non fer­marsi ai pale­sti­nesi e alla sicu­rezza di Israele ma deve riguar­dare anche il Libano e non solo l’indipendenza, ma la libertà del Kuwait. Cioè dob­biamo lavo­rare per­ché si affermi una auto­no­mia e libertà dei popoli arabi come coes­sen­ziale obiet­tivo della pace. Que­sta via ha impli­ca­zioni poli­ti­che subito: vuol dire che noi lot­tiamo con­tro Sad­dam, ma anche con­tro il despota siriano Assad, di cui nes­suno parla e che oggi è l’amico di Bush e di Gor­ba­ciov; e con­tro i satrapi miliar­dari degli emirati.
Ho apprez­zato che il segre­ta­rio del par­tito abbia detto che biso­gna allar­gare il Con­si­glio di sicu­rezza dell’Onu e abo­lire (ho capito bene?) il diritto di veto. Que­sto signi­fica dire oggi che 1’Onu non è un orga­ni­smo demo­cra­tico ma è con­trol­lato e mano­vrato dalle grandi potenze, sino alla cla­mo­rosa vio­la­zione del suo Sta­tuto com­piuta con la riso­lu­zione 678.
Quanto ci vorrà per rom­pere que­sta oli­gar­chia? Ci vorrà mol­tis­simo se noi già da ora non comin­ciamo ad aprire que­sto ter­reno di lotta. E su ciò, invece, in que­sti mesi abbiamo con­sen­tito una misti­fi­ca­zione. Par­lai al con­gresso di Bolo­gna degli F16. Non mi ver­go­gno di tor­nare a par­larne dopo un anno. Oggi lo vediamo: non si tratta di una base qua­lun­que. Si tratta del fianco sud del sistema mili­tare atlan­tico sul Medi­ter­ra­neo. Il mini­stro De Miche­lis dichiara let­te­ral­mente che «il peri­colo viene da Sud e non più da Est» e che è neces­sa­ria una forza mili­tare capace di inter­ve­nire non solo fuori dai con­fini nazio­nali, ma «a distanza». Gioia del Colle, Cro­tone, Taranto, Sigo­nella, sono solo l’anticipo di una stra­te­gia: apriamo final­mente una lotta reale e di massa per un Mez­zo­giorno di pace? Apriamo final­mente una con­tro­ver­sia per il rifiuto uni­la­te­rale degli F16?
Alle parole deve cor­ri­spon­dere la lotta. Tutti, più o meno, abbiamo cri­ti­cato qui il pesante defi­cit di ini­zia­tiva della Cee nel con­flitto medio­rien­tale. Ma c’è una base, o almeno un primo ter­reno reale di parti nella Cee? No. E non solo per l’egemonia finan­zia­ria tede­sca, ma per­ché ci sono nella Cee due potenze ato­mi­che: Fran­cia e Inghil­terra. Que­sto dato non è mai con­te­stato o fatto oggetto di reale nego­ziato. Su que­sto punto non è esi­stita nem­meno una lotta.
Voglio dire che la grande, enorme, scom­messa sulla pace come rego­la­trice dei con­flitti, come base di un primo germe di governo mon­diale, ha biso­gno di una rigo­rosa coe­renza. Non si può fare a spicchi.
Non si può restare in mezzo al guado. E ha biso­gno di costruire nuovi sog­getti reali. Que­sto con­gresso invece è ancora con­trad­dit­to­rio. Per un verso spinge a una scelta di pace che sem­bra allu­dere ad una nuova idea della poli­tica; e per un altro verso è monco nell’autocritica sul limite grave che la sini­stra euro­pea, ma anche noi, ha avuto nella lotta per il disarmo e per il Sud del mondo. E io stesso qui tac­cio sulla posi­zione assunta dal sindacati.
Sostengo che sce­gliere la via della pace per affron­tare que­sto con­flitto è un modo forte di assol­vere ad una fun­zione nazio­nale e inter­na­zio­nale. Il ritiro delle navi dal Golfo non è trarsi fuori, un rim­pic­cio­lirsi oppure l’Italietta che si sot­trae a un ruolo inter­na­zio­nale. È un’altra stra­te­gia. E anche la pro­po­sta di una tre­gua uni­la­te­rale riceve così una moti­va­zione di fondo, non solo tat­tica. Una simile strada sarebbe un grande atto verso il Sud del mondo: un cam­bia­mento nella sto­ria stessa dell’Occidente cattolico-cristiano. Anche per que­sto parla Woj­tyla. E io non ho per nulla in testa lo schema di una Ame­rica spo­sata alla causa o alla fun­zione di gen­darme mon­diale. Tanta Ame­rica di oggi discute più lai­ca­mente che in Ita­lia della guerra del Golfo. Noi, sini­stra euro­pea, pun­tiamo su que­sta Ame­rica o su Bush? Ecco un nodo essen­ziale su cui si misura e si costrui­sce l’alternativa. Fac­ciamo l’ipotesi che si possa comin­ciare a cam­mi­nare su que­sta strada paci­fica, io credo che man mano che avanzi una tale pra­tica di pace essa si river­be­re­rebbe su tutto il pano­rama sociale. Anche la pre­po­tenza di Romiti sarebbe più debole.
E que­sta stra­te­gia di pace sarebbe un potente anti­corpo con­tro i reami della vio­lenza e le fonti del domi­nio sociale. Sarebbe anche una rot­tura con­tro l’etica maschi­li­sta del possesso.
Io sono comu­ni­sta e sono sceso in campo per una rifon­da­zione comu­ni­sta. E vedo quale novità, e arric­chi­mento que­sto affron­tare con­cre­ta­mente la vio­lenza con la pace intro­duce anche nella tra­di­zione alta del comu­ni­smo ita­liano; e quale ter­reno straor­di­na­rio esso può aprire con altre cul­ture e civiltà. Altro che il ghetto in cui ci vede chiusi Craxi. Ma lo sa Craxi che in Fran­cia si è dimesso il mini­stro socia­li­sta della Difesa?
Se siamo coe­renti, se non arre­triamo spa­ven­tati, assume un forte signi­fi­cato che que­sto par­tito, dato per defunto, si cimenti in una tale inno­va­zione paci­fica e con que­sto tema grande e ine­dito dav­vero il peg­gio sarebbe restare in mezzo al guado.
Allora, su la schiena. E attenti al rischio della sepa­ra­zione. Voi che siete la mag­gio­ranza avete ogget­ti­va­mente il potere più forte per evitarla.
Per­ciò provo a fare un appello a me stesso. Non credo alle con­fu­sioni e ai pasticci, e forse ne ho dato qual­che prova. Credo alla fecon­dità delle dif­fe­renze che si dicono alla luce del sole. Ma se in qual­che modo siamo dav­vero al cimento di cui ho par­lato, e a que­sto punto di svolta della vita mon­diale, tutti dob­biamo par­lare in modo diverso. Tutti dob­biamo cam­biare qual­cosa fra di noi e soprat­tutto fra noi e gli altri. Spe­riamo dav­vero di farcela.