mercoledì 6 luglio 2011

L'Intifada in Valle di Susa continua

La copertura politico-mediatica della menzogna è quasi totale. Dal governo all'opposizione (parlamentare, s'intende) viaggia veloce un messaggio univoco: in Valle di Susa è andata in scena una guerriglia indecente, scatenata dai black bloc, resuscitati alla bisogna per accreditare nell'immaginario collettivo, nella realtà virtuale frutto della manipolazione, l'idea di una protesta selvaggia, refrattaria ad ogni regola e legittimità democratica e, per giunta, retriva e antimoderna. I valligiani che da anni resistono e argomentano, argomentano e resistono, ignorati e vilipesi, sono spacciati per ottusi montanari, privi di visione politica, comunità chiusa in se stessa, refrattaria a considerare l'interesse generale che la Tav rappresenterebbe. Questo (pre)giudizio liquidatorio, con qualche differenza di accenti, accomuna quasi tutti i commentatori, ripiegati sul medesimo refrain, con un delta che va dall'esplicita accusa di connivenza della comunità valsusina con i violenti «non infiltrati, ma invitati», alla più tradizionale e prefabbricata tesi dei provocatori estranei venuti lì ad intorbidire le acque. Ogni tessera del mosaico concorre a formare l'ordito di una trama a tinta unita: la polizia - dispiegata in forze con un contingente da missione afghana - che spara ad altezza d'uomo lacrimogeni (guardate sul sito di Liberazione le eloquenti immagini filmate da un nostro inviato) ed usa gas vietati, diventa per la vulgata giornalistica la risposta «misurata e professionale» di forze dell'ordine chiamate a difendere lo Stato e la democrazia dal sopruso di pochi sciagurati; l'imponente manifestazione aperta da 21 sindaci - la più grande di sempre - è totalmente oscurata: solo poche e sfuggenti immagini tv per non documentarne le proporzioni. Il resto è colonizzato dalla guerriglia. E dai commenti, spettacolarmente bipartisan, che si rincorrono nella gara alla condanna più risoluta e senza appello dei No-Tav. Fassino firma una nota congiunta con Cota, l'indecente commissario di governo Virano straparla di «perdita di autorità morale del movimento», Bersani si allinea, persino Napolitano (per favore, si informi meglio Presidente) aggiunge la sua censura. Parlano, come un sol uomo, tutti i segretari di partito, non ce n'è uno che usi la virtù della prudenza. Nessuno di loro - tranne Paolo Ferrero che manifesta con i No-Tav - è presente in Valle. Ma tutti - tranne Paolo Ferrero - vengono ripetutamente interpellati.
Si prova persino ad alzare un polverone su una frase di Beppe Grillo, eletto a re dei guastatori. Il coro ipocrita ingrossa, travolge tutto, come un fiume in piena e riesce a travolgere (purtroppo) anche opinionisti generalmente attenti. Così, gli attori più beceri e in malafede si sentono autorizzati ad affondare i colpi: il ministro degli Interni Maroni, manco fosse un pubblico ministero, invoca l'incriminazione dei manifestanti con l'accusa di tentato omicidio.
Nessuno, invece, parla più della Tav. Nessuno vuole ricordare che si tratta di un'opera dall'impatto devastante, che sbanca l'equilibrio idrogeologico di quel territorio: si chiudono disinvoltamente gli occhi sul fatto che per quindici anni continuerà l'estrazione dalle gallerie escavate di milioni di metri cubi di terreno ove è presente anche amianto. Nessuno, soprattutto, si cura di rispondere ad una contestazione che si riferisce proprio all'interesse generale, e cioè che la Tav è un'opera inutile, oltre che dannosa, essendo la linea del Frejus utilizzata solo per il 35%. Nessuno pare sfiorato dal dubbio che gli impieghi finanziari necessari per sostenere la costruzione prima e la manutenzione poi della Tav rappresentino uno spreco enorme e che altre dovrebbero essere le priorità di un governo che in questi giorni sta varando una manovra economico-finanziaria micidiale, tutta sulle spalle della povera gente e dei piccoli risparmiatori. Si trova in giro anche chi, al corto di più solidi argomenti, prova a spiegare che, in ogni caso, la Tav produrrebbe occupazione e crescita del Pil in sofferenza. Certo, anche scavare buche e poi riempirle genera Pil. Peccato che esistano impieghi ben diversamente necessari, economicamente e socialmente, come la ristrutturazione e la bonifica di una rete ferroviaria che fa acqua da tutte le parti e che costringe tanti pendolari a viaggiare quotidianamente dentro tradotte simili a carri bestiame. Ma tutto fa brodo se si tratta - come si tratta - di difendere il colossale affare che remunera i rapaci beneficiari degli appalti.
Ci si convinca che in Valle di Susa il bene comune lo stanno difendendo, con le unghie e con i denti, per conto di tutti, proprio i valligiani. Gente tosta, si è detto, non avvezza a farsi sopraffare, soprattutto perché sa di avere dalla propria ottime ragioni.
Non si facciano illusioni, politicanti, faccendieri, speculatori senza scrupoli: l'intifada da quelle parti continuerà.
di Dino Greco
su Liberazione del 06/07/2011

martedì 5 luglio 2011

LE RAGIONI DELLA VAL SUSA

NO TAV OVUNQUE, ALLARGHIAMO LA RESISTENZA

Oggi ho messo fuori di casa mia la bandiera dei NO tav. Quando la mia vicina di casa mi ha detto che voleva dire io gli ho risposto che era una campagna contro le spese inutili e perchè il Governo non mettesse i ticket sulla sanità. Lei mi ha sorriso, e mi ha detto che se ne avevo un'altra l'avrebbe appesa anche lei.
Nessuno ne ha parlato, ma il governo del Portogallo, in piena crisi economica, costretto dall'Europa a severe misure di austerity ha tagliato le spese per la TAV. Nessuno si è stracciato le vesti, e nessuno ha detto che erano contro la modernità.

Penso che dovremmo da subito considerare la lotta dei NO TAV come una parte complessiva di una lotta estremamente più ampia che riguarda la democrazia, la difesa dei beni comuni, le scelte di bilancio del nostro governo, scelte che premiano le cricche che s'ingrassano di opere pubbliche inutili e massacrano il popolo.
La resistenza popolare in Valsusa è stata ed è uno dei punti più alti del conflitto del nostro paese. Dobbiamo organizzare manifestazione in tutti i territori d'Italia e raccontare questa lotta, dire cosa abbiamo visto e respirato come abbiamo fatto dopo Genova 2001. Dobbiamo da subito fare in modo che questi spazi di confronto abbiano una dimensione costituente, in grado di costruire parole comuni per un movimento in attesa della mobilitazione d'autunno contro il governo dell'austerity.
La Valsusa ha bisogno di noi, noi abbiamo bisogno della Valsusa!


Piobbichi Francesco - per controlacrisi.org

lunedì 4 luglio 2011

Violenza e Politica. Basta ipocrisie e stanche commedie!

Scritto da jacopovenier on 04/7/11

A dieci anni dai fatti di Genova e trentaquattro anni dopo il ’77 la discussione sul rapporto tra violenza e politica sembra un eterno ripetersi di una stanca commedia. Come sempre tuonano le trombe di chi vuole vedere in ogni atto violento il riemergere del terrorismo e come sempre la sinistra “ufficiale” risponde con la teoria degli infiltrati o degli sbandati che fanno il gioco dell’avversario. Nessuno (nemmeno Grillo che prima grida al regime e poi si augura arresti di massa dei “black block”) vuole fare i conti con la realtà. E’ molto più comodo evocare fantasmi dietro cui nascondersi.

Tutti sanno che anche in Italia esistono da sempre gruppi politici che teorizzano ed organizzano pratiche di scontro violento. Ovviamente tra loro ci saranno certamente degli infiltrati. Ma non è affatto questo il problema. Se questi gruppi oggi trovano cittadinanza piena nelle manifestazioni, in Val di Susa come il 14 dicembre a Roma, è perché le loro pratiche corrispondono ad una frustrazione crescente.

Milioni di persone oggi sono tagliate completamente fuori dai circuiti della rappresentanza. Le loro idee, i loro bisogni, i loro sogni, anche quando si organizzano ed agiscono all’interno delle “regole costituite” non vengono presi in nessuna considerazione. L’intero mondo politico è impermeabile ad ogni richiesta che modifichi i parametri di compatibilità definiti, non dal mitico mercato, ma dai reali potentati monopolisti che determinano l’economia italiana e globale. La democrazia costituzionale è violentata ogni giorno data la presenza al governo del Paese di un aggregato di forze che nella Costituzione non si riconosce affatto. Quando poi , grazie alla caparbietà di gruppi straordinari come coloro che hanno reso possibili i referendum sull’acqua, si aprono spazi di partecipazione diretta milioni di persone si esprimono chiaramente ma passano pochi giorni e cresce la sensazione che quella vittoria ti verrà scippata appena la tensione politica si sarà ridotta. Insomma quello che Berlusconi ha detto sul nucleare prima del voto il PD ( ma e non solo il PD) sembra dirlo dopo…

In questo quadro la violenza politica è giustificabile o comprensibile? E’ una discussione eterna a sinistra.

Dalla Resistenza all’attentato a Togliatti, alla lotta contro Scelba fino allo scontro con le BR il PCI si è spesso interrogato sul tema senza mai escludere per principio la necessità di usare la forza per difendere la democrazia e la libertà. Quasi fino alla sua estinzione quel partito ha continuato a contenere in sé i miti della Resistenza e della Rivoluzione che non furono fatti proprio incruenti. Il PCI, in quanto partito che voleva farsi stato, al contempo non tollerava che nessun altro potesse far valere questo diritto “all’autodifesa democratica” ed ha combattuto duramente coloro che a partire dalla fine degli anni ’60 tragicamente scelsero una strada che è risultata politicamente fallimentare e devastante. Il PCI rispetto al tema della violenza nella politica agiva come garante sia verso il suo popolo, assicurando una rappresentanza alle lotte ed alle esigenze anche le più radicali, sia in qualche modo verso lo Stato ed i suoi avversari di classe essendo l’unico attore in grado di “dosare” e controllare le spinte di rottura, anche violenta, che si esprimevano nella società.

Questo almeno fino alla metà degli anni ’70 quando appunto questa “esclusiva” “rivoluzionaria” si ruppe nel modo più tragico per tutti. Sono passati quarant’anni da allora ma la discussione è ferma alla lotta contro il terrorismo e gli opposti estremismi.

La società di oggi non ha nulla a che fare con l’Italia degli anni settanta del secolo scorso. Siamo una società liquida che sta regredendo rapidamente. Sopra la società c’è un tappo fatto di poteri politici, mediatici e finanziari oscuri del tutto impermeabili ed inamovibili. La violenza è indubbiamente una delle forme magari infantile, magari controproducente, magari manovrata, ma una delle forme con cui questa società può essere tentata di rispondere ad una situazione senza sbocchi. Ricordiamoci che pochi anni orsono Los Angeles fu devastata per giorni dalla sua stessa popolazione.

Sarebbe necessario quindi di smettere di discutere di violenza e politica immersi nelle ipocrisie del politicamente corretto e senza tener conto della società. Usciamo dalla necessità di dire ogni volta che siamo contro chi tira pietre o prende vanghe in mano e cerchiamo di capire chi sono e perché lo fanno e soprattutto perché molti, sempre più numerosi, applaudono le loro azioni. Se guardiamo a questi fenomeni senza moralismi e ideologismi allora scopriremo che la vera risposta a pulsioni autodistruttive non può che essere trovata in un progetto politico che nasca proprio dai quei bisogni e quelle frustrazioni che rischiano di cercare sfogo nella violenza di un momento.

Molti dicono che compito della sinistra è quello di mettere in campo un progetto politico ma è sempre più chiaro che senza una sfida alle compatibilità imposte, senza quella che un tempo si sarebbe detta una rivoluzione (con la maiuscola o con la minuscola come preferite) e cioè senza un cambiamento delle fondamenta del sistema le soluzioni per la Val di Susa come per l’Acqua o la Scuola Pubblica alla fine le determinerà sempre chi conserva nelle proprie mani il potere reale.

Questa sfida sarà certo democratica, partecipata, politica ma da Genova in poi è ormai chiaro che abbiamo di fronte avversari che non escludono affatto l’uso della violenza per reprimere ogni forza che rappresenti un rischio reale per il loro dominio. Quando queste forze si scatenano o si scateneranno come è giusto reagire? La pratica della nonviolenza è in grado di reggere efficacemente? Quale organizzazione serve per praticare e difendere il cambiamento?

A queste domande chi si candida a rappresentare il popolo dell’Acqua come i NO TAV, gli studenti come i precari, ma soprattutto una sinistra che voglia cambiare davvero “lo stato di cose presente” deve dare risposte nette anche se scomode. Senza questa chiarezza saremo per sempre vittime di una rappresentazione stanca e noiosa dietro alla quale le forze più oscure continueranno giocare con la democrazia come il gatto con il topo.

www.jacopovenier.it

Le lotte per i beni comuni. Oltre il riformismo e il pensiero debole

Oggi siamo in Val di Susa alla grande manifestazione contro la Tav e l'occupazione militare della Maddalena. Le ragioni della nostra opposizione alla Tav sono note: in Val di Susa esiste una linea ferroviaria internazionale che è utilizzata al 30%. Perché bisogna sprecare 20 miliardi di euro per fare una nuova linea ferroviaria che non servirebbe a nulla e che trasformerebbe la Valle Susa in un cantiere per i prossimi 15 anni? Perché non ci sono i soldi per la sanità e l'istruzione invece trovano 20 miliardi per fare un'opera inutile e dannosa? Per questo siamo stati, siamo e saremo contro la Tav in Val di Susa.
Ieri e oggi a Roma, al teatro Vittoria di Testaccio, nella riunione dei Comitati per l'acqua pubblica, si discute di come valorizzare il risultato dei referendum, evitando che venga scippato da un parlamento orientato in larga parte a proseguire sulla nefasta strada della privatizzazione dell'acqua. Per questo i Comitati - e noi con loro - chiedono che venga approvata in parlamento la legge di iniziativa popolare avanzata dai comitati per sancire per legge che l'acqua in Italia deve essere pubblica.
Queste iniziative sono legate da un doppio filo rosso. Da un lato perché il popolo dell'acqua pubblica e il popolo della Val Susa si trovano a combattere contro lo stesso avversario: un capitalismo che cerca di mercificare e di estrarre profitto da ogni ambito della vita umana e da ogni territorio. Dall'altra perché il popolo dell'acqua pubblica e il popolo della Val di Susa hanno come obiettivo la trasformazione dell'acqua come della Val Susa in un bene comune.
Realtà così distanti hanno cioè identici avversari ed identici obiettivi. Ma lo stesso varrebbe se avessimo parlato del lavoro: la Fiom si trova a lottare contro questo capitalismo globalizzato e nello stesso tempo pone il problema che il lavoro deve diventare un bene comune e non più una merce, per di più assai svalorizzata.
Questo non accade a caso. Da un lato il capitalismo oggi, nella crisi del neoliberismo, mostra appieno il suo volto distruttivo e moltiplica i soggetti che ne pagano i costi. Non è però solo l'avversario che unifica i movimenti: lo sono anche le parole d'ordine, l'obiettivo condiviso e praticato dei beni comuni. Parlare oggi di beni comuni vuol dire parlare di demercificazione e di partecipazione popolare alle decisioni.
Demercificare vuol dire innanzitutto liberare dalla logica del profitto la produzione dei beni e dei servizi che servono alla riproduzione del genere umano. Significa mettere al centro il valore d'uso e non il valore di scambio. Partecipazione popolare significa che la crisi delle democrazie rappresentative non deve essere piegata in direzione populista e leaderistica ma può essere invece superata in direzione di una socializzazione della democrazia, attraverso la partecipazione diretta delle popolazioni alla gestione dei beni comuni.
Penso sia necessario cogliere il punto fondamentale di questa situazione.
Per la prima volta da decenni, i movimenti di lotta non sono soltanto protagonisti di una lotta difensiva, ma avanzano rivendicazioni unificanti che superano l'orizzonte socialdemocratico, riformistico, per porre obiettivi comunisti, di socializzazione della gestione della riproduzione umana e di socializzazione della democrazia.
In questo contesto è importantissimo stare dentro le lotte e i movimenti, lavorare per ottenere risultati concreti. Diventa però altrettanto importante operare per costruire una Costituente dei Beni Comuni, un luogo di relazioni e di iniziativa che unifichi i diversi movimenti che si pongono il problema di uscire dal neoliberismo e di generalizzare i beni comuni. A dieci anni da Genova, la strutturazione di una soggettività antiliberista, la capacità di costruire istituzioni di movimento che connettano i saperi sociali di cui questi movimenti si nutrono, non solo è un obiettivo necessario ma anche praticabile. Cominciamo, dall'alto e dal basso, dai territori come dal livello nazionale a costruire la Costituente dei beni comuni. Se unico è l'avversario e comune è l'obiettivo, non c'è tempo da perdere.
Paolo Ferrero, segretario PRC

"Incazzati" contro l'accordo

L'appello di delegati e delegate Cgil contro l'intesa su contratti e rappresentanza firmata il 28 giugno. Appuntamento al direttivo della Cgil, martedì 5 luglio

Siamo delegati/e Rsu, lavoratori/ici, precari/e che in questi anni si sono mobilitati contro il tentativo di padroni-governo-cisl-uil di cancellare il contratto nazionale, la democrazia nei luoghi di lavoro e trasformare il sindacato in soggetto complice. Negli ultimi mesi anno abbiamo lottato contro il modello Marchionne, consapevoli che a Pomigliano e Mirafiori si giocava una partita generale per i lavoratori e le lavoratrici, per sostenere le rivendicazioni dei precari e di tutti i lavoratori a cui si vogliono far pagare i costi di questa crisi.

Abbiamo fatto tutto ciò sostenendo la necessità di una pratica sindacale democratica e conflittuale con al centro i diritti e i bisogni dei lavoratori, non quelli dell’impresa.

L’ipotesi di accordo sottoscritta anche dalla Cgil accetta di fatto il modello Marchionne e regala a Cisl-Uil una vittoria senza precedenti vanificando le battaglie di questi mesi dentro e fuori la Cgil che hanno coinvolto milioni di persone.

Non potremo più votare gli accordi che ci riguardano, non si potrà più lottare contro un accordo separato truffa perché obbligati a rispettarlo, la rappresentanza non sarà in mano ai lavoratori, subiremo le deroghe ai CCNL spostando la centralità sui contratti aziendali, i salari saranno sempre più vincolati ai parametri di produttività decisa unilateralmente dalle aziende.

Una vergogna! Per questo siamo incazzati!!!
Non possiamo permettere di farci cancellare con un tratto di penna le lotte di questi anni.
Ribelliamoci tutti e tutte contro l'accordo della resa!!

Portiamo la nostra rabbia, la voglia di partecipazione e cambiamento
Martedì 5 luglio in Corso Italia 25 alle ore 10 sotto la sede della Cgil dove si svolgerà il direttivo nazionale.

Chiediamo:

* Il ritiro della firma della Cgil
* La proclamazione di uno sciopero generale contro i tagli e la manovra lacrime e sangue del governo
* La costruzione di una piattaforma generale del mondo del lavoro contro quella di padroni, governo e BCE

Inviate le vostre adesioni (con indicazione di azienda, città, incarico sindacale) a: scioperogenerale@gmail.com

Firmatari

Pasquale Loiacono, rsu Fiom Cgil Fiat Mirafiori; Osvaldo Celano, rsu (espulso CGIL) Marcegaglia Milano; Massimo Cappellini, rsu Fiom Piaggio Pontedera; Angela Recce, rsu Fiom Piaggio Pontedera; Antonella Bellagamba, rsu Fiom Piaggio Pontedera; Claudio Bardi, rsu Fiom Piaggio Pontedera; Andrea Parra, rsu Fiom Piaggio Pontedera; Alessio Pardelli, rsu Fiom Piaggio Pontedera; Massimiliano Malventi, rsu Fiom Piaggio Pontedera; Rossella Porticati, rsu Fiom Piaggio Pontedera; Simone Selmi, rsu Fiom Piaggio Pontedera; Giorgio Mauro, rsu SAME Bergamo; Andrea Paderno, rsu SAME Bergamo; Giuseppe Bonazzi, rsu SAME Bergamo; rsu SAME Bergamo; Matteo Carioli, rsu SAME Bergamo; Corrado Scotti, rsu SAME Bergamo; Alessandro Perrone, Fiom Cgil coord. cassintegrati Eaton Monfalcone; Eugenio Giordano, Alenia Pomigliano Direttivo Fiom Napoli; Alberto Pantaloni, rsu/rls Slc Cgil Comdata Torino; Antonello Tiddia, rsu Cgil Carbosulcis; Sebastiano Leotta, rsu Fiom N&W Vending Bergamo; Ulisse Pellegrinelli, rsu Fiom Brembo Bergamo; Gianni Covino, rsu Fiom Brembo Bergamo; Ivana Mazzola, rsu Fiom Brembo Bergamo; Michele Laporta, rsu Fiom Brembo Bergamo; Marina Carrara, rsu Fiom Eutron Bergamo; Marco Sironi, rsu FP Comune di Dalmine Bergamo; Catia Moro, rsu Fiom Cam Bergamo; Gabriele Trovenzi, rsu Fiom Corali Bergamo; Luca Climati, rsu Fp Cgil Inpdap Roma; Daniele Villazzi, rsu SMA; Yuri Parfeni, rsu SMA; Luigi Mosca, rsu SMA; Roberta Roberti, rsu Itis Leonardo da Vinci; Patrizia Costa, rsu Comune di Parma; Ugo Bertinelli, rsu SMA; Paolo Gonzaga, rsu SMA; Andrea Mozzoni, rsu Robuschi; Paolo Bettuzzi, rsu Robuschi; rsu Robuschi; Tiziano Peracchi, rsu Mingazzini; Marco Cleri, rsu OCME; Deborah Rossi, rsa Comet Parma; Mario Rabboni, rsa Comet Parma; Fausto Grispo, rsa McDonald Parma; Massimiliano Andrea Ferrari, rsu SGIG; Renzo Fanzini, rsu CFT spa; Giuseppe Massari, rsu CFT spa; Francesco Paolo Caputo, insegnante precario Flc Cgil direttivo Roma Nord; Fausto Torri, impiegato ENEL Distribuzione direttivo Camera del Lavoro La Spezia; Fabrizio Cottini, Fiom Cgil Sielte; Sante Marini, Fiom Cgil Alcatel Alenia; Maurizio Bacchini, Fiom Cgil Baxter SpA Roma; Marina Citti, Cgil Menarini SpA Pomezia; Claudio Simbolotti, ferroviere RFI Roma; Luigi Presutti, rsu ATAC Roma; Giorgio Baldini, ATAC direttivo Filt Roma Sud; Carlo Carelli RSU Filctem Cgil Lodi; Francesco Doro, Comitato Centrale Fiom Cgil; Andrea Bezeredy, rsu Fiom Cgil Ultraflex SpA Genova; Alberto Bertoli, rsu Fiom Gasket Bergamo; Pietro Goisis, operaio Olman dir.vo Fiom Bergamo; Luca Mantovani, rsu Fiom Dalmine Bergamo; Concetta Morelli, comm. Pari Opportunità Cgil Inpdap, Lamberto Pantano, Resp. Comitato Iscritti Cgil Inpdap; Francesco Cori, Coordinamento Precari Scuola Roma; Leonardo De Angelis, rsu Sistemi Informativi Roma dir.vo reg.le Filcams Cgil Lazio; Francesca Paoloni, rsu Cgil FP XI gruppo Comune di Roma; Armando Morgia, rsa Cgil FP VIII Municipio Roma; Francesco Locantore, insegnante precario dir.vo regionale Flc Cgil Lazio; Nando Simeone, rsa Cgil Filcams Farmacap Roma; Spartaco Martinelli, rsa Filcams Cgil ipercoop casilino Roma; Andrea Furlan, Direttivo Filcams Cgil Roma Centro; Claudio Nalli, Istat Roma direttivo Flc Cgil Roma; Massimiliano Murgo, Flmu Cub Marcegaglia Buildtech Milano; Stefano Quitadamo, rsu Flmu Cub Maflow Trezzano sul Naviglio; Riccardo De Angelis, rsu Flmu Cub Telecom Italia, Roma; Paola Liberto, iscritta FP Cgil Roma; Andrea Fioretti, rsa Flmu Cub appalti Sirti Roma; Riccardo Filesi, coord. cassintegrati Alitalia Cub Trasporti Roma; Roberto Villani, Cobas Scuola Roma; Virginio Pilò, CUB Università Bologna; Cosimo Antonio Ciliberto, insegnante; Gigi Malabarba, operaio Alfa Romeo in pensione; Stefano Placucci, rsu Officine Maraldi Bertinoro dir.vo Fiom Forlì; Irene Rossetti, rsu/rls per Flmuniti Cub Comdata Torino; Achille Zasso, Comitato Direttivo Camera del Lavoro di Milano; Luigi Sorge, Fiat Cassino Coord. Nazionale Usb lavoro privato; Francesco Buonavita, direttivo CGIL CDL Torino INCA-CGIL; Paolo Casole, Fiom Cgil Piaggio Pontedera; Giacomo Russo, coordinamento nazionale precari Flc Cgil Palermo; Emanuela Pulcini, Pierreci Codess Direttivo regionale Cgil Lazio e CdL Roma Centro; Vincenzo Di Blasi, rsu Fiom Fgs Colombo San Giorgio Su Legnano (MI); Luca Marini, insegnante precario Prato; Renato Caputo, docente Roma; Roberto Firenze, rsu Usb Comune di Milano; Gabriele Attilio Turci, RSU Cobas Scuola Forlì; Flavia Fornari, rsu Slc Cgil Cinema the Space Moderno Roma; Massimo Carlini, pensionato DirettivoXVI lega Spi Roma Ovest; Alberto Napoli, Usb Pubblico Impiego Pisa; Giusi Di Pietro, rsu Fiom Scienzia Machinale Pisa; Stefano Amidani, rsa Filcams Cgil Unicoop Tirreno Livorno; Felice Dileo, rsu Natuzzi Jesce Santeramo (Ba) dir.vo Fillea Cgil Bari; Paolo Gianardi, Spi Cgil Piombino; Raffaele Argenta, Fiom Cgil Fiat Mirafiori; Gianluca Quaglierini, rsu Stabilimento SOL Piombino; Yuri Apostolou, rsu Fiom Cgil SPX Italia Sala Baganza (PR); Donato Romito, rsu Unicobas Scuola Pesaro; Bruno Buonomo, tecnologo,comitato ente INFN Flc Cgil; Federico Giusti, rsu/rls Cobas Comune di Pisa; Paolo Garbarino, Fiat Mirafiori Carrozzeria dir.vo Fiom Torino; Mario Pizza Balla, Direttivo di Zona Lega SPI Cgil Brignano (Bg); Monica Giovannini, Fiom Cgil Piaggio Pontedera; Gianni De Giglio, lavoratore ristorazione; Marco Pettenella, impiegato INCA Cgil Verona; Massimiliano Bocchi, rsa Comet Parma; Beppe Violante, rsu Fiom Maserati; Simone Faini, Flai Cgil Cono Firenze snc Bagno a Ripoli (FI); Fabio Clerici, rsu Marzoli Palazzolo dir.vo Fiom Brescia; Guido Bedini, direttivo Fiom Cgil Pisa; Adriano Margelli, impiegato tecnico ASA Livorno; Silva Benedetti, Lag Modena dir.vo Fiom; Rino Depietri, operaio cassaintegrato Terim Modena; Bruno Demartinis, Confederazione Cobas Genova; Valeria Ghiso, Dir.vo Provinciale e Regionale Flc Cgil Savona; Adriano Alessandria, rsu Fiom Lear Corporation Grugliasco (To), dirett. regionale Fiom; Roberto Berselli, rsu Filctem Cgil Ascot Ceramiche Castelvetro (MO) dir.vo Filctem di Modena; Innocente Tralli, rsu Filctem Cgil Ascot Ceramiche Castelvetro (MO) dir.vo Filctem di Modena; Massimo Albinelli, rsu Filctem Cgil Ascot Ceramiche Castelvetro (MO) dir.vo Filctem di Modena; Davide Bacchelli, rsu Fiom IMA direttivo Fiom Cgil Bologna; Ascanio Bernardeschi, Spi Cgil Volterra; Stefano Simo, rsu Fiom Antonio Carraro spa Campodarsego (PD); Angelo Cardone, ferroviere Ferrovie del Sud Est Bari; Catia Galassi, Usb Servizi Sociali Comune Novara; Luca Bellardone, Usb ANFFAS Borgomanero; Ugo Lucignano, dir.vo provinciale Fiom Torino; Emanuele Cupidi, rsu Usb Rhodia Livorno; Alfonsina Palumbo, rsa Fisac Cgil Benevento; Enrico Pellegrini, dir.vo Confederale Cgil Venezia; Silvia Di Fonzo, direttivo Fiom Cgil Trieste; Luca Furlan, Filcams Cgil Gorizia; Sergio Falcone, istituto centrale per i beni sonori ed audiovisivi; Luca Tremaliti, funzionario Fillea Cgil; Luisa Andreani, rsu Fiom Italpresse Bergamo; Vittorio Cerase, Flai Cgil dirigente camera del lavoro Padova; Francesco Santoro, rsu Fiom Cgil Terim Modena dir.vo reg.le Fiom ER; Cristina Tuteri, dir.vo Fisac Cgil Lazio; Roberto Ghiandoni, rsu Fiom I.VER. Plast Perugia; Paolo De Luca, Comitato Iscritti Cgil FP Comune di Torino; Giorgio Ellero, operaio GMA srl indotto Fincantieri Monfalcone (GO); Roberto, Mazzarello Usb KME Brass Serravalle Scrivia (Alessandria); Leonardo Favaro, rsu direttivo Filcams Cgil Treviso; Domenico Filazzola, rsu Fiom Cgil Emar Gruppo Martinelli Sassuolo; Massimiliano Falleti, rsu/rls Mtm/Brc Cherasco (cn); Ilario Germinario, Pres. ASIA Usb Grosseto; Silvia Cortesi, Deutsche Bank Milano dirigente Fisac Cgil regione Lombardia; Gino Caraffi, rsu Fiom Emmeti Montecchio Emilia; Domenico Stratoti, rsa HTL Majestic direttivo regionale Filcams Lazio; Ettore Pasetto, Direttivo Fiom Roma Sud; Ciro Risolo, Nexsoft Spa Direttivo Fiom Roma Sud; Attilio Folliero, prof. Scienze delle Comunicazioni Università Centrale del Venezuela (UCV); Domenico Bruni, Flc Cgil I.S.I.S. “Andrea Torrente” Casoria (Napoli); Maria Rosa De Maria, rsu Elbi International spa Collegno (TO); Laura Scappaticci impiegata Roma; Norma Bertullacelli, Cobas Genova; Rosario Ruta, rsu USB Fiat Powertrain Mirafiori Meccanica; Isidoro Migliorati, rsu Usb MEMC Electronic Materials Novara; Daniele Caboni, rsu Fiom Continental Pisa; Joe Fallisi, tenore; Marina Sartor, operaia Fiom Trigano Poggibonsi (Si); Le rsu Fiom GKN (indotto Fiat) Firenze; Paolo Ranieri, Direzione regionale INPS Bari; Antonio Uzzi, pubblico impiego Comitato degli Iscritti Cgil Nichelino (TO); Mauro Puliani, amministrazione Provinciale di Roma Dip.to XIII; Giuseppe Aragno, storico docente Napoli; Marina Izzi, rsu Flc Cgil Università di Bologna; Paolo Ventrice, rsu/rls Iride Servizi, Torino; Antonella Rossilli, rsu scuola “Iqbal Masih” Roma; Susanna Cavalleri, rsu Fiom N&W Vending Bergamo; Vincenzo Graziano, Flmuniti Cub Comdata; Cinzia Abramo, Comitato degli iscritti Flc Cgil Università di Perugia; Ivana Graglia, rsu Usb ASL Varese; Paolo Ventrella, rsu Fiom Ferrari; Matteo Parlati, rsu Fiom Ferrari; Elvis Fischetti, rsu Fiom Ferrari; Michele Adorni, rsu Fiom Ferrari; Daniele Manzini, rsu Fiom Ferrari; Sauro Palazzi, rsu Fiom Ferrari; Maurizio Grillenzoni, rsu Fiom Ferrari; Fausto Alborghetti, operaio Brembo (Bergamo), Alda Colombera, FP Bergamo, Ilario Poloni, rsu Filctem Cgil Bergamo, Emanuele Rota, rsu Filctem Bergamo; Ivano Valente, Nidil Cgil responsabile lavoro PRC Brindisi; Fatighenti Rossana, Flc Cgil direttivo provinciale di Livorno; Massimiliano Rancati, rsu Usb IMQ S.p.A. Milano; Federico Mugnari, rsu Sistemi Informativi Direttivo Filcams Cgil Roma Sud; Donatella Biancardi, rsu Usb Regione Lombardia; Stefano fontana, Fincantieri Marghera direttivo Fiom Venezia; Aurelio Macciò, rsu Ministero della Salute e Direttivo Camera del Lavoro Genova; Eligio Lupo, rsu/rls FP Cgil Agenzia delle Dogane Roma; Maria Lucia Bisetti, operaia Azimut-Benetti Avigliana (To); Sasha Colautti, Comitato Centrale Fiom Cgil segr.ria prov. Fiom Trieste; Riccardo Rossi, Dir. Regionale Flc Cgil Puglia.

domenica 3 luglio 2011

Il coraggio di divorziare dalla CGIL

Chissà se Susanna Camusso ha pensato alle straordinarie giornate del 16 ottobre, del 28 gennaio e del 6 maggio mentre firmava l’accordo su contratti e democrazia sindacale con Confindustria, Cisl, Uil e Ugl? Probabilmente ha rivisto nei suoi occhi quei migliaia di giovani, di cui il 29,6 % disoccupati, che sfilavano davanti alle fabbriche e nelle piazze di tutte le città d’Italia. Ha ricordato quelle tute blu che minacciate da Marchionne hanno comunque, nonostante le sue velate direttive, votato per la dignità, anche a costo di perdere il posto di lavoro.

Per alcuni secondi sarà addirittura ritornata a quelle contestazioni a Bonanni, Angeletti, Confindustria, Marchionne di chi non accettava di svendere i propri diritti. Chissà se ha rivisto quegli studenti arrabbiati che chiedevano da ottobre uno sciopero generale? Sicuramente Susanna Camusso e con lei tutti coloro che in CGL hanno condiviso quella firma su quell’inaccettabile accordo hanno pensato a tutto questo. E proprio per questo hanno firmato.
Non era normale per l’Italia infatti la straordinaria mobilitazione dell’autunno e dell’inverno, non era normale uno sciopero generale convocato in assurdo ritardo ma comunque partecipatissimo, non era normale la rabbia di operai e studenti, dalla Sapienza ai Cantieri Navali,
che, per la prima volta da tanto tempo, affrontava potenti e potere senza la paura della loro repressione. E occorreva ritornare alla normalità: lasciare gratuitamente lotta e conflitto per restaurare una concertazione al ribasso. Troppo schiamazzo facevano quei rozzi operai e quegli ignoranti degli studenti. Avevano perfino vinto un referendum palesemente antiliberista, per il pubblico contro le privatizzazioni, per i beni comuni contro i profitti.


In fondo non si poteva fare altrimenti, l’Italia si prepara al post-Berlusconi e bisogna apparire affidabili, migliori di quelli che c’erano prima, più coraggiosi e meno combattivi, pacati e moderati. Ovviamente agli occhi dei poteri forti.
Non credo che in questa sede occorra addentrarsi nella valutazione sistematica dell’accordo sottoscritto. Per capire a cosa va incontro tutto il mondo del lavoro probabilmente basta leggere le reazioni di Governo e Confindustria o gli articoli di Loris Campetti su Il Manifesto o le dichiarazioni di Giorgio Cremaschi.
Ciò su cui vorrei che con onestà ci confrontassimo, senza quell’orrendo opportunismo politico che contraddistingue qualsiasi discussione che tira in ballo il maggiore sindacato italiano, è il ruolo della sinistra alla luce del ricompattamento di destra, Confindustria e Cgil, il nostro ruolo nei confronti di coloro che credono ancora nell’efficacia della lotta e del conflitto, il nostro rapporto con la dirigenza sindacale della Cgil francamente incompatibile con tutte le parole d’ordine urlate in piazza nello scorso autunno e durante le mobilitazioni dell’inverno.
La Cgil infatti non è più davanti ad un bivio. Ha legittimamente imboccato una strada. Quella sbagliata. Al vento di cambiamento si è preferita l’afa della compatibilità di sistema, al sollevamento di intere fasce della popolazione italiana si è preferito l’ossequioso inchino ai soliti potenti. Proprio mentre un referendum puntellava gli equilibri e il silenzio intorno al sistema neoliberista dominante, mentre si affacciava la speranza di mettere all’ordine del giorno del dibattito politico la critica ed il cambiamento dell’attuale modello di sviluppo, la Cgil ha deciso di salire sul carro di quei perdenti che, purtroppo e speriamo ancora per poco, detengono il potere.
E di fronte a ciò, che fare? Certo non si può fare di tutta l’erba un fascio, la Cgil non è tutta uguale, il suo dibattito interno è composito e acceso, le sue categorie, a partire da FIOM e FLC, hanno spesso osato e dato battaglia. Ma ci sono delle regole “democratiche” e chi parla, chi firma, lo fa a nome di tutti. La sinistra, quella vera, quella che continua ad avere le stesse posizioni dell’autunno su CCNL e diritti dei lavoratori, da una parte non può che caldeggiare un cambiamento di rotta della Cgil, un mutamento dei rapporti di forza al suo interno. Ma dall’altro non può che prendere una posizione netta, drastica, efficace sul più grande sindacato italiano.
Basterebbe, con chiarezza, rompere la subalternità.
La sinistra assomiglia infatti sempre più ad un coniuge continuamente cornificato, tradito, umiliato ma che, chissà se per amore o interessi, non ha mai uno scatto d’orgoglio, non chiede mai la separazione. Continua a subire, con la consapevolezza di non essere più amato. Forse, dopo trent’anni di concertazione al ribasso nei quali stipendi e diritti si sono via via assottigliati, è ora di emanciparsi. Di chiedere il divorzio. Infondo abbiamo ragione noi, lo hanno dimostrato i fatti. Se l’amore si dovesse riaccendere e chi ha tradito e fallito riconoscerà gli errori commessi allora la grande madre o moglie o marito che è la Cgil potrà pure tornare. Chiedendo scusa. E certamente non dovrà inginocchiarsi di fronte ad un ceto politico della sinistra sistematicamente complice delle cattive scelte del sindacato, ma di fronte a migliaia di donne e uomini che credono ancora nel conflitto, nella dignità del lavoro, nell’imprescindibilità dei diritti, di fronte a tante e tanti che proprio per la delusione verso un sindacato moderato e troppo opportunista, hanno perso la voglia di combattere.
D’altronde per la sinistra c’è in Italia un mare aperto e sconfinato, fatto di movimenti, comitati, sindacati di base, centri sociali, associazioni, sezioni di partito. C’è quel mare di gente che, nonostante tutto, ha detto no alla privatizzazione dell’acqua e al nucleare. Quella gente esasperata che a Napoli ha votato per il cambiamento radicale. C’è per la sinistra ed è la sinistra quella moltitudine che non ha mai smesso di lottare che spesso in solitudine ha creato conflitti e battaglie, che ha avuto il coraggio di mantenere passione e coerenza, che ha prodotto percorsi politici indipendenti e radicali. Non è una minoranza né inutile, né minoritaria. È la forza di un cambiamento che nel nostro Paese e nel mondo è quanto mai necessario.
La sinistra e non la Cgil è davanti a un bivio. Può continuare nel solco dell’ambiguità, come ben continua a fare Sinistra Ecologia e Libertà, da un lato retoricamente vicina ai movimenti sociali e dall’altro piegata alle logiche politiciste ed affariste del Partito Democratico, o come fa Lavoro e Solidarietà, area della CGIL interna alla Federazione della Sinistra, che da un lato chiede lo sciopero generale contro il piano Marchionne e poi difende la firma al piano Marchionne nazionale rappresentato dall’accordo con Confindustria sui contratti. Oppure possiamo guardare oltre.
Gli ultimi avvenimenti politici italiani dimostrano che cambiamento radicale, coerenza e determinazione sono vincenti, sono maggioritari. Bisogna, ora o mai più, trovare il coraggio di stare dalla parte del cambiamento. Che esso provenga da una minoranza della Cgil, dai sindacati di base, dai movimenti. Se vinceremo questa sfida, daremo una speranza in più a chi ogni giorno combatte. Se questa sfida decideremo di non affrontarla, schiavi dei nostri equilibri, allora avremo già perso. Il vento di cambiamento calerà definitivamente. E torneremo ad un’Italia normale. Ad un’Italia francamente insopportabile.

di Matteo Iannitti,
Esecutivo Nazionale Giovani Comuniste/i

sabato 2 luglio 2011

Vendesi CGIL

L’accordo tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria è stato giustamente accolto da Tremonti, Sacconi, da tutto il mondo del potere economico e governativo e dalle finte opposizioni come un grande successo. Con esso si afferma la centralità dell’aziendalismo e soprattutto si pongono limiti senza precedenti alla libertà sindacale, ai diritti contrattuali, ai poteri dei lavoratori.
Il principio ispiratore di questo accordo è che nel contratto aziendale la maggioranza dei sindacati decide, la minoranza non si può opporre. E’ un mostruoso centralismo burocratico applicato alle relazioni sindacali. (...) Ma vediamo in concreto i punti che portano a questo disastro.
Nella premessa l’accordo assume totalmente l’ideologia confindustriale. L’obiettivo comune è quello di: “un sistema di relazioni industriali che crei condizioni di competitività e produttività tali da rafforzare il sistema produttivo, l’occupazione e le retribuzioni.” E’ la filosofia di Marchionne: prima la competitività e la produttività e poi l’occupazione e, ancora dopo le retribuzioni e chissà quando i diritti.
Che Marchionne sostenga questo è in fondo parte del suo ruolo ampiamente retribuito. Che lo sostenga anche la Cgil è distruttivo per l’autonomia sindacale.
Ma superate queste enunciazioni filosofiche si arriva alla sostanza, cioè a un’intesa che ha lo scopo di rendere “esigibile” il comportamento delle parti, in particolare rispetto al livello aziendale. Infatti sul contratto nazionale, che a parole rimane, si stabilisce solo il principio che chi ha più del 5% delle deleghe e dei voti nelle Rsu, può andare a trattare. Non interessa all’accordo, invece, come si fanno i contratti nazionali, con quali regole e con quali diritti per i lavoratori. Tutto questo è affidato ad accordi tra le categorie, cioè a niente. E’ la dimostrazione che lo spirito di quest’accordo è quella di rendere sempre più forte l’accordo aziendale e sempre più debole il contratto nazionale.
Infatti il sistema diventa rigorosissimo quando si parla degli accordi aziendali. La maggioranza di una Rsu eletta dai lavoratori approva un accordo aziendale e questo è valido per tutti, senza bisogno di voto dei diretti interessati. La minoranza ha l’obbligo di accettare l’accordo, perché sono impegnate a rispettarlo: “tutte le associazioni sindacali firmatarie del presente accordo interconfederale operanti all’interno dell’azienda”. Cioè, le strutture della Cgil, e anche naturalmente la Fiom, non possono più opporsi in Fiat da un accordo sottoscritto dalla maggioranza delle Rsu, come è avvenuto a Mirafiori e Pomigliano, ma devono accettarlo e applicarlo in quanto la casa madre confederale si è preventivamente impegnata per loro. Questo significa anche rinunciare allo sciopero perché le “clausole di tregua sindacale finalizzate a garantire l’esigibilità degli impegni” hanno “effetto vincolante” per tutti i firmatari dell’accordo interconfederale. D’ora in poi se Fim, Uilm e Fismic firmano in Fiat, la Fiom deve solo obbedire e non può scioperare, perché la Cgil si è impegnata per essa.
3. Il sistema dei contratti nazionali è ampiamente derogabile. La parola deroghe non compare nell’accordo, per scelta ipocrita e complice. Ma si scrive che i contratti collettivi aziendali possono definire “specifiche intese modificative delle regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro”. Si aggiunge anche che se i contratti non prevedono clausole di deroga, queste si possono fare lo stesso a livello aziendale, in particolare sulla “prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro”. Non si capisce a questo punto di che cosa dovrebbe lamentarsi la Fiat. La Cgil ha messo la firma tecnica agli accordi del passato e, in ogni caso, si impegna ad accettare quelli futuri.
4. I lavoratori non votano mai, se non quando in azienda operano le Rsa. Qui c’è un’altra novità negativa, perché gli accordi del passato non prevedevano più le Rsa, che come si sa sono nominate dalle organizzazioni sindacali e non elette dai lavoratori. In questo caso invece si riscopre la loro esistenza, forse perché gli accordi separati in Fiat prevedono tutti l’istituzione delle Rsa al posto delle Rsu elettive. Solo in questo caso è ammesso il voto dei lavoratori sugli accordi, quando un’organizzazione o il 30% degli interessati lo richiede. Tutto questo chiarisce ancor di più che in tutte le altre situazioni ai lavoratori è negato il diritto al voto sugli accordi. Non si vota più. Non nel contratto nazionale, dove non è prevista nessuna validazione democratica dell’accordo. Non a livello aziendale, dove decidono le Rsu. Insomma, passa una sorta di porcellum sindacale. Come per l’attuale Parlamento c’è un maggioritario che decide per tutti e che obbliga l’opposizione ad adeguarsi. E’ il sogno di Berlusconi.
5. Questo accordo chiede al governo di ridurre le tasse e i contributi sul salario aziendale legato alla produttività. Mentre si promette la riduzione delle tasse sulle retribuzioni, questo accordo chiarisce che essa va solo al salario flessibile che interessa alle aziende e a una minoranza dei lavoratori. Anche qui la Cgil improvvisamente aderisce all’ideologia di Bombassei, Sacconi, Bonanni e del libro bianco.
In conclusione, questo accordo cambia la natura del sindacato, cambia la natura della Cgil, distrugge la libertà e l’autonomia della contrattazione ai vari livelli mentre stabilisce un sistema burocratico aziendalistico governato dalle imprese e dagli accordi corporativi con le grandi confederazioni. E’ il sistema della complicità sindacale auspicato dal libro bianco di Sacconi. E’ bene inoltre ricordare che resta totalmente in vigore l’accordo separato del 2009, che la Cgil non aveva sottoscritto. Ora quell’accordo viene regolato da questa intesa unitaria.
Con questa intesa si opera una rottura profonda con questo anno di lotte e di movimenti, mentre, come ha giustamente sottolineato Tremonti, si dà un vero aiuto alla politica economica del governo e alle banche europee che chiedono flessibilità, aziendalismo e tagli allo stato e ai diritti sociali. La segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, con questa firma è venuta meno allo spirito e alle stesse norme statutarie della confederazione, e come minimo dovrebbe dimettersi. Non lo farà ma sappia che c’è chi glielo chiede e continuerà a chiederglielo. Mobilitiamoci per far ritirare alla Cgil la firma da questa intesa e, in ogni caso, per contrastarla e rovesciarla. E’ una battaglia di democrazia e giustizia sociale contro un modello economico autoritario e aziendalistico che si vuole imporre ai lavoratori perché paghino tutti i costi della crisi. Contro questo accordo bisogna ribellarsi.
Giorgio Cremaschi

Intervista a Paolo Ferrero: «Primarie sul programma: questo serve al cambiamento»

di Tonino Bucci (Liberazione del 02/07/2011)

Qual è il giudizio sull'accordo tra Confindustria e sindacati confederali?

Penso che vada preso sul serio il quotidiano di Confindustria, il Sole 24 ore, che da un giudizio entusiastico dell'accordo. L'accordo sposta il baricentro della contrattazione sulle posizioni tenute dalla Cisl e dalla Uil negli ultimi anni. Per la Cgil non è una mediazione, ma un cambio di linea. L'accordo indebolisce il contratto nazionale e quindi riduce la capacità dei lavoratori di organizzarsi in una situazione di crisi, in cui i padroni mettono i lavoratori in concorrenza gli uni contro gli altri. In secondo luogo viene marginalizzato il referendum, finora lo strumento principale di battaglia politica dal basso utilizzato dai lavoratori. Inoltre il criterio della maggioranza sindacale necessaria per rendere valido un accordo ingabbierà la Cgil anche nelle situazioni in cui non condividerà l'esito di un negoziato. Insomma, un patto neocorporativo, che conferma l'impianto di Cisl e Uil, mette al centro le organizzazioni sindacali e marginalizza la partecipazione i lavoratori.

Ma per quale motivo la Fiat continua a lamentarsi?

La posizione della Fiat è ancora più estremistica e contiene persino violazioni costituzionali. Questo accordo va in direzione della Fiat, ma non include la sua posizione. Per questo Marchionne continua a dare battaglia. Non è per nulla escluso che oltre al danno ci sarà pure la beffa: potrebbe arrivare dal governo una legge che garantisca anche i diktat della Fiat.

C'è chi tira in ballo l'analogia con l'accordo del '93. Eppure quell'accordo - contestabile su molti punti - perlomeno andava in direzione delle Rsu, organi eletti dai lavoratori...

Qui c'è una rivalutazione delle Rsa che come sappiamo sono nominate dai sindacati ma non elette dai lavoratori. E' passata la linea della Cisl che mette la priorità sulle organizzazioni e non sulla partecipazione democratica. L'accordo indebolisce la soggettività dei lavoratori e la loro capacità di resistenza in una fase in cui il capitale finanziario gioca tutte le sue carte sulla guerra tra i poveri.

Questo accordo la dice lunga sull'assenza di strategie industriali del padronato italiano per reggere alla crisi della globalizzazione. Non credi?

Nulla di nuovo. Per ora è una Grecia al rallentatore. Il padronato italiano non investe, la produttività è bassa - e non per responsabilità dei lavoratori. Non c'è una politica industriale. E poi si scarica tutto sul lavoro. Purtroppo questo accordo conferma i padroni nella validità della loro linea che scarica tutto verso i piani bassi dell'edificio sociale.

Anche la riforma fiscale del governo riflette l'assenza di un piano industriale per il paese. La manovra regala ai ceti sociali benestanti una redistribuzione di ricchezza al contrario, dal basso verso l'alto. Ma non si vede una risposta funzionale - neppure in termini capitalistici - per uscire dalla crisi economica e produttiva dell'Italia. Non credi?

Il grosso dell'operazione è sul fisco e sul taglio dei trasferimenti agli enti locali. Riduzione delle aliquote fiscali, a partire da quelle più alte, aumento della tassazione indiretta - quella che pagano tutti allo stesso modo, ricchi e poveri indifferentemente - e tagli agli enti locali con conseguente aumento dei costi dei servizi: tutto questo combinato funziona come una redistribuzione dal basso verso l'alto. Non solo: si tratta anche di una manovra recessiva perché colpisce i consumi e, nella fattispecie, il potere d'acquisto di lavoratori e pensionati. In fondo siamo di fronte a una gestione neocorporativa che porta all'impoverimento del paese e dei lavoratori.

Dici che a passi lenti ci avviciniamo allo scenario greco. La manovra prevede in futuro il blocco degli stipendi nel pubblico impiego e l'intervento sulle pensioni...

Speculazione internazionale permettendo, tutto accade al rallentatore ma la direzione è quella. Questa manovra non ci fa uscire dalla crisi: c'è solo la gestione degli interessi di parte, che vengono garantiti a spese dell'intera società, ma senza alcuna prospettiva. Si mira al puro e semplice mantenimento delle posizioni di rendita delle classi agiate. E' un meccanismo di impoverimento del paese che erode, poco a poco, le proprie basi.

Fin qui l'analisi. Ora veniamo alla proposta politica. Per fortuna non siamo in un deserto. La società si muove. Ma come si può costruire un'opposizione sociale che non rimanga confinata entro singoli temi e che abbia, contemporaneamente, un'efficacia politica?

Siamo in una situazione aperta. Il successo del referendum sull'acqua ci dice di un'importante maturazione sociale contro le privatizzazioni. Poi ci sono movimenti radicali di lotta: la Val di Susa, ma non solo. L'autunno scorso è stato tutto un susseguirsi di mobilitazioni. Dobbiamo provare a unificare questi diversi movimenti perché l'avversario - che si protesti contro la privatizzazione dell'acqua o contro la Tav o contro Marchionne - è uno solo: il capitalismo finanziarizzato che si muove nell'alto dei cieli bombardando chi vive in terra. Per questo abbiamo proposto di dar vita ad una Costituente dei beni comuni - dall'acqua al lavoro al territorio - aperta a partiti e movimenti, sul modello dei social forum. L'obiettivo è quello di ottenere una legge nazionale che senza ambiguità e furbizie affermi il carattere pubblico dell'acqua. Insomma, non si tratta solo di organizzare un movimento che contenga tutte le lotte particolari, ma di costruire anche una coscienza diffusa antiliberista, di costruire una proposta di uscita dalla crisi contro il capitalismo finanziario. Lo scontro in atto non si vince solo sul terreno sindacale, c'è bisogno anche di una dimensione politica. La battaglia sindacale da sola non ce la fa. Nel paese c'è una coscienza diffusa sul versante dei beni comuni e di alcune lotte specifiche, c'è la resistenza della Fiom. Occorre connettere i movimenti, costruendo una vera sinergia tra le diverse lotte. Occorre superare i meccanismi di delega e costruire una soggettività, un movimento antiliberista strutturato, in grado di far valere le sue ragioni.

Non c'è il rischio che questo movimento rimanga separato e non influisca sul sistema politico?

Abbiamo visto con i referendum che non è così. Detto questo, di fronte alla crisi organica delle destre, noi proponiamo l'unità delle forze di sinistra e proponiamo a Sel di fare insieme il referendum contro la legge 30. Parallelamente proponiamo di iniziare subito la discussione sul programma di alternativa. Una discussione che non rimanga confinata ai soli partiti politici ma si apra ai movimenti, ai comitati, alle associazioni e sindacati che in questi anni hanno fatto opposizione nel paese. La discussione su quale programma cacciare Berlusconi non deve avvenire in un luogo separato, ma deve vedere la partecipazione di tutte le soggettività che hanno animato l'opposizione. Per questo proponiamo le primarie sul programma. Occorre aprire la discussione e poi se vi sono contrasti - sulla guerra o sulle privatizzazioni, per non fare che due esempi - occorre dirimerli in un rapporto di massa. Occorre spostare la discussione dal candidato premier a quella sul programma e sul profilo dello schieramento che si deve opporre alle destre.

venerdì 1 luglio 2011

Siamo a un bivio: o svolta vera o "rivoluzione passiva"

Vi è una grande confusione sotto il cielo della politica; ma la situazione non mi appare affatto eccellente. Stiamo vivendo, infatti, un paradosso che da giorni il nostro giornale illustra. I risultati delle elezioni amministrative, dei referendum, il conflitto sociale e territoriale diffuso alludono ad un cambiamento di fase, alla partecipazione popolare come fuoriuscita dal disincanto del popolo di sinistra, ad una volontà di ricostruzione di una società organizzata democraticamente e autogestita. Vi è una consapevole e, a volte, inconsapevole rimessa in discussione del dogma neoliberista; vi è, cioè, un mutamento profondo dello spirito pubblico. Eppure dal parlamento arrivano, da parte del centrosinistra, solo risposte centriste. Mentre il regime naufraga in quello che Pasquale Voza ha chiamato, sul nostro giornale, “sovversivismo delinquenziale”, le sinistre allontanano da sè stesse il compito di ricostruire l’alternativa, rinchiudendosi in nicchie centriste. Già emergono, infatti, i guasti delle derive politiciste, che utilizzano i movimenti come orpelli e poi pretendono di tenerli lontani dai processi decisionali e dalle scelte strategiche (proprio per evitare che la politica si riduca, rispetto ai movimenti, al “tornate a casa, lasciateci lavorare”, abbiamo proposto la “costituente dei beni comuni”, per scongiurare risse personalistiche, corti circuiti populisti, riflusso della partecipazione).

Ma emergono anche, dall’altra parte, le illusioni di chi pensa che i movimenti possano fare da soli liquidando i partiti. Credo, invece, che dovremo iniziare una feconda discussione, non accademica ma sul campo, sulle forme della rappresentanza, sul significato della militanza politica e sociale, sulla inderogabile necessità di una profonda autoriforma dei partiti che devono fuoriuscire dalle loro oligarchie autoreferenziali e costruire, con i movimenti, senza gerarchie incomprensibili, confederazioni territoriali di iniziative politiche e sociali.

E’ più che mai tempo di “partito sociale”, di partito che non sequestra la rappresentanza, ma costruisce conflitto creando dal basso un nuovo spazio pubblico. Di patti di vertice oligarchici sono pieni i fossi. Sono preoccupato: non è ancora iniziata questa riflessione collettiva, che pretende grandi discontinuità, anche nei comportamenti pratici, e già lo spirito pubblico antiliberista deve fare i conti col tentativo di imbrigliarlo con equilibri politici moderati. E’ una disastrosa coazione a ripetere.
Basti ricordare i temi centrali intorno ai quali si definisce un’alternativa: la guerra, che vede impegnatissimo il Pd, che è silente, invece, sul sabotaggio governativo della Freedom Flottilla. E vi sarà, nel centrosinistra, una critica radicale dell’economia politica, una tensione a fuoriuscire dai vincoli europei, a partire dal congelamento del debito della Grecia oppure il centrosinistra naufragherà sugli scogli di una strategia liberista più realista del re che è, tra l’altro, la bancarotta definitiva della liberaldemocrazia? Penso anche ai temi di queste ore: gran parte del centrosinistra è ancora chiuso ottusamente all’interno di una logica di sviluppismo beota che pretende che la Tav vada imposta anche con l’esercito; mentre, non a caso, vengono presentate leggi sul tema della ripubblicizzazione dell’acqua bene comune che, come quella Toscana e, in parte, quella pugliese, tradiscono spirito e lettera del referendum che noi consideriamo il paradigma fondativo unico della risocializzazione dell’acqua che non può essere negato per gli interessi della Confindustria e del lobbismo di sinistra. Né il partito democratico (e non solo esso) riesce a prendere una posizione univoca rispetto al referendum che vuole ripristinare la legge proporzionale nella formazione della rappresentanza parlamentare.


Sono, cioè, i fondamentali che mancano; così, con poche idee ma confuse, si va allo sfascio. Come nel caso che ritengo più grave (di cui hanno già parlato, su Liberazione, Dino Greco, Cremaschi, Landini, la Fantozzi). E’ incredibile, infatti, che, in una fase in cui le sinistre hanno vinto, laddove hanno rilanciato partecipazione, democrazia, iniziativa unitaria dal basso, l’accordo fra sindacato e Confindustria incida proprio sull’abbattimento della partecipazione, della decisionalità di ogni lavoratrice e di ogni lavoratore con il proprio voto, sulla limitazione del diritto di sciopero. E’ un punto di non ritorno, che ci parla delle modalità stesse del conflitto, di una decisionalità affidata a delegati non eletti ma nominati; di natura stessa quindi delle organizazzioni sindacali, che diventano parti integranti dello Stato allargato, gestori corporativi del mercato del lavoro delle precarizzazioni.

Perciò non mi convincono i compagni che, in buona fede, partono dalla vittoria referendaria e dal clima mutato per proporre, quasi automaticamente, il tema del governo. Mi sembra, tra l’altro, un pericoloso avventurismo idealista; mentre invece occorre ricostruire, nel conflitto e nella proposta, un rapporto di forza alternativo rispetto ad un presunto “patto fra produttori” (oggi grottesco e obsoleto di fronte alla crisi della globalizzazione liberista) che dovrebbe fare da base strutturale alla formazione del nuovo centrosinistra. Gramsci, di fronte a situazioni così complesse, che vedono il pericolo di egemonie moderate, parlò di “rivoluzione passiva”; rapportando le scelte di vertice a processi di passivizzazione e frantumazione di massa (che, infatti, stanno oggi dietro l’angolo e che possono nascere dalle mancate risposte alle aspettative nate negli ultimi tempi); ma si poneva anche drammaticamente il problema di come contrastare questo processo, di come elaborare una teoria della soggettività politica, di come costruire processi radicali e unitari di massa come base dell’alternativa. Occorre agire subito. Giorgio Mele e Fabio Vander hanno scritto, ieri, della proposta di convocazione di «stati generali della sinistra», aperti ed inclusivi «ma anche concludenti; su questa base di unità e di rinnovamento della sinistra può poi porsi il problema di una coalizione insieme al Pd ed ad altre forze politiche, di movimento e di società civile...». Costituente dei beni comuni come priorità degli assetti strategici e programmatici e stati generali della sinistra per costruire un polo autonomo della sinistra anticapitalistica mi sembrano le due proposte che possano tenere insieme spirito antiliberista diffuso e sbocco politico. Siamo, infatti, di fronte ad un doppio movimento: se non avanzano le nostre proposte (o altre dello stesso tenore), vincerà la palude della “rivoluzione passiva”, di una alternativa senza popolo. Anzi, contro il popolo.
di Giovanni Russo Spena (Liberazione del 1 luglio 2011)