sabato 18 maggio 2013

Intervista a Christian Marazzi: «Il rigore europeo non è finito» da Glialtrionline.it




Fino a qualche mese fa l’economista Christian Marazzi, docente dell’ università di scienze applicate di Basilea, era convinto che l’euro fosse prossimo a spaccarsi. Non era il solo. «Da Roubini a Krugman ma anche secondo molti altri economisti, la sua fine era prossima. Non è successo e questo si deve alle politiche monetarie di Draghi che dalla fine del 2011 in poi ha impresso una svolta monetaria molto forte. Nel confronto tra gli americanisti da una parte e i tedeschi dall’altra, l’hanno spuntata i primi. Molti ora si riempiono la bocca il calo dello spread, ma la verità è che ciò è frutto della politica monetaria della Bce, non è il risultato di chissà quali riprese di fiducia nei confronti di paesi come l’Italia o la Spagna. Bisogna anche dire che hanno salvato l’euro, le banche europee ma non hanno salvato l’economia».
La fine dell’euro allora è solo rinviata?
Sono più cauto adesso, ma si, penso che l’euro alla fine si spaccherà a causa delle sue contraddizioni interne e che quindi il problema sarà di tipo geopolitico più che monetario. Perché la spaccatura dell’euro porterebbe a una spaccatura dell’Europa in due aree, l’asse atlantico e quello tedesco, finlandese, orientato a est verso la Cina e la Russia in particolare. La situazione fuori dall’Europa rimette in gioco quello che sembrava essersi stabilizzato.
Si riferisce alla svalutazione monetaria in America, Giappone, Cina e altri paesi? Lei l’ha definito keynesismo finanziario.
Il keynesismo finanziario è il modo nel quale si cerca di governare un capitalismo che non sembra politicamente governabile. Da una parte contiene delle grosse contraddizioni: si tenga conto che entro la fine dello scorso anno praticamente tutte le grandi banche centrali del mondo – la Fed, la Banca d’Inghilterra, la Banca del Giappone e anche la BCE – hanno deciso di iniettare liquidità a più non posso. É impressionante la quantità di liquidità che queste banche stanno iniettando e continuano a iniettare per contenere o gestire queste contraddizioni, che sono quelle di un capitalismo nel quale la creazione di liquidità di moneta resta all’interno del circuito finanziario e non ricade sull’economia cosiddetta reale, non genera quella domanda necessaria per contenere la recessione che è comunque strisciante o reale come in Europa. Perciò, se vogliamo usare l’espressione keynesismo non possiamo non riferirlo oggi soprattutto alla creazione di liquidità da parte delle banche centrali che genera un aumento della domanda effettiva sui mercati finanziari, ma certamente non su quelli dell’economia reale. C’è un welfare finanziario in corso che vede attraverso le forme dell’indebitamento la creazione di una domanda di titoli che a sua volta genera ulteriore domanda.
Dunque una politica che non aiuta realmente le economie dei paesi che la praticano.
Nel breve termine sì, ma secondo alcuni studiosi non nel medio e lungo termine. Perché la svalutazione dello yen aiuti le esportazioni giapponesi bisognerebbe che le queste aumentassero moltissimo. Si parla di un aumento del saldo della bilancia commerciale di più del 10 per cento. E questo è molto improbabile che accada vista la competizione per accaparrarsi i mercati esteri svalutando.
Ma per l’Europa quali sono le conseguenze della massiccia svalutazione attuata dal Giappone?
Una delle conseguenze della svolta monetaria giapponese è che questa enorme iniezione di liquidità invece di restare all’interno del paese si riversa sui mercati che offrono i rendimenti maggiori, e quindi sull’euro, sui buoni del tesoro, eccetera. Con un effetto – se vogliamo chiamarlo così – benefico sui mercati azionari europei perché oltre alla liquidità iniettata dalla Bce ci sarebbe quella proveniente dal Giappone che permetterebbe di aumentare il valore delle obbligazioni pubbliche, ridurre i tassi di interesse e di andare sui mercati azionari. Ma parliamoci chiaro. Questa situazione porta dritti alla bolla finanziaria, siamo già ai limiti storici per le quotazioni borsistiche, figuriamoci con tutta questa liquidità che si aggiunge a quella della Federal Reserve e a quella europea.
Cosa comporta la bolla finanziaria?
Un’ulteriore stretta sulla spesa pubblica e cioè ulteriori tagli alla spesa sociale per far fronte alla svalutazione dei titoli pubblici, poi un ulteriore trasferimento di potere, di sovranità, di governance ai mercati finanziari.
Dunque tutte le dichiarazioni in sede europea sulla necessità di allentare il rigore per dare fiato all’economia reale sono fasulle?
Mi sembra che in atto ci sia solo la volontà di attenersi alle regole del gioco imposte dai mercati finanziari, dalla Bce e dalla commissione europea ancora dominata dalla Germania e non vedo niente all’orizzonte per quanto riguarda la necessità di sostenere la domanda interna. E se non lo fa la Germania, che ha una situazione tra le migliori, figuriamoci cosa può fare la Spagna o l’Italia a questo proposito. La crisi continua alla grande e in un senso opposto agli obiettivi della zona euro. Per esempio negli ultimi mesi si è assistito intanto ad una divergenza tra paesi del nord e paesi del sud, e poi le politiche di austerità non hanno favorito la diminuzione dei debiti e dei deficit pubblici. Poi il keynesismo finanziario non ha inciso sull’economia reale perché la liquidità creata è rimasta nei circuiti finanziari ma non è arrivata alle imprese o ai consumatori. Come ultima cosa c’è una rinazionalizzazione dei destini finanziari ed economici. Si è visto con Cipro. Gli investitori si orienteranno a questo punto su valutazioni nazionali, non secondo una logica europea. Tutte queste cose congiurano contro la solidità dell’euro.
Molti economisti di sinistra in Italia affermano che dovremmo uscirne.
L’euro così com’è non ci piace. Uscire dall’euro però è una cosa che vedo con un certo timore. Intanto se è vero che lo si dice a sinistra è vero anche che la stessa cosa avviene nell’estrema destra. La rivendicazione del ritorno alla sovranità nazionale può portare a forme di protezionismo, di autarchia secondo me pericolose. Non c’è dubbio che il progetto neoliberista di piegare i popoli europei alle logiche della finanza siano state realizzate attraverso l’euro. Però penso che bisogna in un certo senso trovare una via diversa. Essere dentro l’euro ma contro di esso. Senza però con questo ritornare alle monete nazionali. Non perché non ci siano progetti in tal senso che sono anche convincenti.
Per esempio?
Si parla di una sorta di bancor europeo, sulla scia di quello proposto da Keynes a Bretton Woods nel 1944, una sorta di moneta sovranazionale che funga da veicolo di poteri d’acquisto negli interscambi intraeuropei. Questo permetterebbe un ritorno alle monete nazionali che sarebbero agganciabili secondo delle modalità fisse ma aggiustabili. C’è la possibilità di immaginare un’Europa monetaria che non sia vittima o intrappolata dentro queste logiche dell’euro. Bisogna dire che in verità all’interno della zona euro non c’è più l’euro come moneta unica. Si comincia già a parlare di monete parallele. Per esempio, il fatto che sia stata vietata la mobilità dei capitali in uscita da Cipro vuol dire che un euro a Cipro non vale la stessa cosa di un euro in Italia o in Francia e Germania. Dentro questa tendenza, se è una tendenza, qual è la prospettiva di questa sorta di moltiplicazione di euro all’interno della moneta unica? Da una parte complica le dinamiche monetarie intraeuropee però dall’altra costringe ancora di più i movimenti, le forme di resistenza, a porsi di più su un piano europeo e paradossalmente a rivendicare una moneta non unica, ma comune a tutte queste monete parallele.
Come vede la situazione politica in Italia?
Mi sarei aspettato una maggiore instabilità finanziaria dal risultato elettorale ma non penso che la relativa stabilità sia determinata da ciò che Draghi ha definito il “pilota automatico” con cui l’Europa procede. Penso che dipenda invece dal fatto che gli investitori finanziari stanno approfittando della politica di Draghi di immettere liquidità e arraffano tutto quello che possono prima di chiudere. Come evolverà la situazione non ne ho idea, penso però che se si va verso un governissimo non sarà altro che la continuazione delle politiche alla Monti. E’ un peccato perché i grillini, che non giudico né in un senso né nell’altro, hanno posto temi interessanti, sia rispetto all’euro che alle politiche sociali. Penso al reddito di cittadinanza in particolare.

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