giovedì 30 maggio 2013

L'Ue, le panzane del governo, la crisi e noi. C'è molto da fare, compagni/e! di dino Greco, Liberazione.it




C’è qualcosa di stupefacente (e di spudoratamente ipocrita) nei commenti entusiastici con cui in queste ore viene accolta la decisione dell’Unione europea di chiudere la “procedura d’inflazione per deficit eccessivo” contro l’Italia. Perché, contemporaneamente, resta inchiodato al palo quel vincolo a mantenere il deficit, anche per il 2013, entro quella soglia, di origine “metafisica”, del 3 per cento.

Persino un commentatore in genere attento come Massimo Riva (la Repubblica) ammonisce a “non interpretare la sentenza di proscioglimento come una licenza al bengodi fiscale”, perché in tal caso “la pur sempre precaria costruzione del bilancio pubblico ci crollerebbe addosso. E il tanto temuto ed odiato spread tornerebbe pane quotidiano sulle mense degli italiani”. Come a dire: l’austerity continuerà ad essere l’idolo sacro a cui genuflettersi, per cui non soltanto le “mense”, ma la vita intera degli italiani resterà sotto il giogo imposto dalla dittatura monetarista dell’Unione europea.

Dunque, nessuno si faccia illusioni: il blocco delle retribuzioni pubbliche prorogato da D’Alia, l’aumento dell’Iva deciso da Saccomanni, l’inasprimento del già miserabile regime pensionistico annunciato da Giovannini continueranno a fare il proprio micidiale corso.

Non solo. L’Ocse – ne abbiamo dato ieri dettagliata informazione – ha rivisto, in discesa, le previsioni economiche per l’Italia, con un calo del pil dell’1,8 per cento per quest’anno e un ulteriore aumento della disoccupazione, fino al 12,5 per cento per l’anno prossimo. La cosa non avrebbe dovuto sorprendere nessuno che non porti spesse bende sugli occhi: la quotidiana chiusura di imprese manufatturiere e commerciali di ogni dimensione, la crescita esponenziale dei fallimenti aziendali, l’imperversare della cassaintegrazione, il crollo dei consumi alimentari di massa sono dati così empiricamente evidenti da rendere persino superflue ulteriori e più sofisticate indagini. Eppure, sempre gli eccelsi commentatori di cui sopra accolgono le previsioni dell’Ocse come una “doccia fredda”, come “rivelazioni” di una realtà nuova, se non addirittura inaspettata.

Così, da quei santuari da cui, per nostra sciagura, si reggono le redini del potere, si affacciano ancor più dure ipotesi di misure deflazionistiche, di ancor più dolorosi tagli alla spesa pubblica di natura sociale. E proprio sul lavoro costoro meditano un ulteriore giro di vite, in ragione dell’ideologia fraudolenta secondo cui un’azienda sottocapitalizzata, povera di creatività e di investimenti potrà tornare a vendere i propri prodotti fuori mercato se saprà massacrare di più i suoi lavoratori e se sarà messa in condizione di disporne della prestazione a costi sempre più bassi.

L’altra strada – la denuncia e la violazione unilaterale dei patti iugulatori, l’adozione di radicali politiche redistributive della ricchezza tali da rilanciare la domanda aggregata e colpire la capitalizzazione patrimoniale improduttiva, l’adozione di misure che mettano in moto ingenti risorse per investimenti pubblici nelle fondamentali infrastrutture civili, l’intervento dello stato negli asset strategici dell’economia (dalle banche alla siderurgia) – sono, per chi sta governando il paese, ipotesi da fantascienza, in un’Italia che per trent’anni ha dissipato con metodo le proprie migliori risorse intellettuali per affidarsi agli istinti ciechi del mercato e alle peggiori perversioni speculative delle sue classi dominanti.

Ma queste cose, alla gente, chi glie le dice? Nessuno. Tranne noi, quando ne siamo capaci, dove ancora ci siamo e con i modesti mezzi di cui disponiamo. Per cui la possibile transizione dalla realtà data alla prospettiva dell’alternativa che noi indichiamo appare ai più come una vaga predicazione, priva di concretezza e di reale fattibilità.

Tuttavia, continuiamo a non fare tutto quello che potremmo. Non utilizziamo efficacemente i nostri saperi, non sempre così claudicanti come ingenerosamente si pensa, anche nelle nostre file.

Occorre scrollarsi di dosso quel perniciosissimo fatalismo depressivo che induce una parte dei nostri compagni e delle nostre compagne, provati da tante diaspore e sconfitte, a ritirarsi nella “riserva indiana”, in una mugugnante introflessione, o a muoversi con la psicosi claustrofobica del clandestino.

Non è vero che non c’è più niente da fare e che la politica appartiene ormai soltanto alla camarilla affaristica o ai demagoghi che cialtroneggiano a buon mercato.

C’è spazio per altro. E ce n’è un bisogno estremo.

Dobbiamo re-imparare a lavorare meglio, con più intelligenza, inventiva, continuità. E con più fiducia in noi stessi.

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