sabato 1 luglio 2017

Perché non saremo in piazza con Pisapia di Anna Falcone, Tomaso Montanari


Il 18 giugno al teatro Brancaccio abbiamo iniziato un percorso aperto per la costruzione di un programma e di una lista unitaria, civica e di sinistra, per dare voce e rappresentanza ai tanti italiani che non partecipano più al voto, che non si riconoscono più nelle istituzioni e in una politica sorda ai loro bisogni, e alla comune sete di giustizia e uguaglianza. Lo abbiamo fatto per dare seguito alle tante richieste venute da chi, il 4 dicembre, ha rigettato la riscrittura autoritaria della Costituzione, e oggi chiede di ripartire dalla sua attuazione per contrastare la deriva neoliberista cavalcata dagli ultimi governi, anche di centro-sinistra, che hanno piegato lo Stato da promotore a liquidatore di diritti e spazi democratici.
In questo percorso abbiamo invitato tutti coloro che si riconoscessero nella volontà di cambiare nettamente rotta rispetto al passato, per convergere sulle grandi sfide del nostro tempo: a partire dalle battaglie per l'eguaglianza e per la giustizia sociale. Prima e a prescindere dalle alleanze. Impossibili, del resto, con chi persevera su una visione opposta di Stato e di società.
Moltissimi hanno risposto a questo appello, e stanno già partendo le assemblee territoriali sul programma, plurali e aperte a tutti i cittadini.
Altri hanno risposto dicendo che "non c'erano le condizioni": nemmeno le condizioni per poter parlare al Brancaccio. Sono gli stessi che hanno risposto di no alla nostra richiesta di poter prendere la parola in piazza Santi Apostoli. La ragione ufficiale è che l'incontro del primo luglio «non è un'assemblea, come da voi al Brancaccio, ma un happening». Così ci ha detto il portavoce di Giuliano Pisapia (con quest'ultimo non abbiamo avuto il privilegio di poter parlare), spiegandoci che si presenta un nuovo soggetto politico, e che parlano solo «coloro che ci hanno lavorato».
Peccato: si è persa un'occasione per ricostruire quell'alleanza tra la politica e il popolo delle diseguaglianze, senza la quale non c'è progetto politico che tenga, e che possa presentarsi alle elezioni con qualche chance di successo. Crediamo che l'unità si persegua non con gli slogan o gli eventi, ma con comportamenti coerenti, e conseguenti. Oggi è questa la prima responsabilità di chi voglia veramente costruire unità su orizzonti futuri, e non su formule passate.
È per questo che non saremo in Piazza Santi Apostoli. Seguiremo gli interventi in streaming, con grande attenzione: ma non saremo in quella piazza. Abbiamo il massimo rispetto per ogni tipo di incontro pubblico, e anche per ogni stile: ma in coscienza non ci sentiamo di interpretare il ruolo del popolo che legittima, con la sua plaudente presenza, la consacrazione di un leader e di un percorso già decisi, e decisi dall'alto.
Dobbiamo andare oltre. L'Italia e la Sinistra devono andare oltre, e aprirsi a quel pezzo del Paese che chiede partecipazione democratica e, soprattutto, il coraggio di cambiare davvero.
Per questo pensiamo che non servano «happenings» dalla liturgia predefinita, ma assemblee critiche, plurali e magari anche rumorose, in cui le convergenze si costruiscono dal basso, mettendo definitivamente da parte personalismi e tentazioni paternalistiche o dirigiste.
Una Sinistra autonoma e di governo non può nascere dalla fusione a freddo di sigle e ceto politico, ma solo da una reale alleanza fra cittadini, realtà sociali e forze politiche definitivamente emancipate da tentazioni egemoniche, o conservatrici.
Ecco: noi vorremmo che nascesse "qualcosa di serio" a sinistra del PD.
Quale sarà la direzione imboccata nell'«happening» del primo luglio? Si ripete che non si vuol fare una sinistra, ma un centro-sinistra. Se si tratta di costruire politiche di compromesso, di fatto in continuità con le scelte degli ultimi vent'anni, non siamo d'accordo. Si ripete che si vuol costruire un centro-sinistra «di governo», ma si dice anche di voler essere «alternativi» al Pd: vorremmo capire come si scioglie questo nodo. E crediamo che lo si debba capire prima, e non dopo, il voto.
Soprattutto, non sappiamo cosa pensa Giuliano Pisapia di tutti i nodi cruciali: e basta elencare il Job's Act, la Buona Scuola, lo Sblocca Italia, il decreto Minniti. Vanno bene così, vanno corretti, o – come noi pensiamo – vanno invece rigettati, per invertire drasticamente la rotta in direzione di una reale riaffermazione dei diritti, a scapito degli interessi economico-finanziari che hanno fagocitato la politica e commissariato la democrazia? E, ancora, non sappiamo cosa Pisapia pensi del fatto che la prossima legislatura dovrebbe (secondo Pd e Forza Italia) riprovare a cambiare la Costituzione: noi non siamo disposti ad accettarlo. E lui?
Speriamo, anzi chiediamo con forza, che, celebrato l'happening, si apra la stagione del confronto pubblico, partecipato, includente, trasparente e profondo su questi e su tanti altri temi.
Perché una sinistra unita si può costruire solo sulla chiarezza, e prendendosi la responsabilità di dare soluzioni alternative e credibili ai problemi delle persone. Con l'ambizione di cambiare, in meglio, la vita di tutti e di ognuno. Di dare respiro e futuro a quella spinta democratica che ha cambiato la vita di questo Paese il 4 dicembre e che ha dimostrato di non voler più cedere al ricatto del voto 'utile' o aderire a opzioni chiuse e a formule del passato.
Prima cominceremo a parlarne, tutti insieme, e meglio sarà.
Anna Falcone, Tomaso Montanari

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