venerdì 1 febbraio 2013

Intervista a Ferrero: «Il patto Pd-Monti c'è già»


Mercoledì alla Grimeca, un tempo la fabbrica più grande di Rovigo, oggi in una crisi a picco. Ieri in Veneto, assemblea con i lavoratori, altri licenziamenti. Per Paolo Ferrero, segretario Prc, «il primo problema di questa campagna elettorale è l'egemonia della destra anche sui temi: si parla solo del debito e non di economia reale e di come si fanno nuovi posti di lavoro. E la gente ha percepito la disoccupazione come un fatto privato e lo spread un fatto pubblico. Una follia». 

C'è un nesso: da giorni Monti accusa Vendola e la Cgil di essere la sinistra che frena le riforme e spaventa i mercati.
L'accordo fra Pd e Monti c'è già, è palese. I dirigenti del Pd nel retrobottega te lo dicono anche. E non da oggi: da quando Bersani, di sponda con Berlusconi, non ha cambiato la legge elettorale. Aveva già in tasca l'accordo con i centristi. Del resto è scritto nella carta delle primarie.

La Carta d'intenti parla di un dialogo con le forze moderate, non di un governo.
Le forme dell'accordo sono variabili, ma inessenziali. Dipenderà anche dai rapporti di forza. Ma c'è un gioco delle parti: cercano di raccattare voti, Monti sul versante del Pdl e il Pd e centrosinistra sul nostro. Lo scontro molto teatralizzato fra Monti e Cgil e Vendola è funzionale alla futura maggioranza.

Quindi gli attacchi di Monti a Vendola secondo lei sono solo teatro, solo scena?
Non sto dicendo che la pensano tutti nello stesso modo. Ma che lo scontro fra questi elementi cerca di catalizzare i voti, da una parte e dell'altra.

Rivoluzione civile è disponibile a far nascere il governo Bersani, nel caso avesse bisogno dei vostri voti al Senato?
Il Pd è disponibile ad abolire la riforma Fornero? A tassare le grandi ricchezze e a introdurre il salario sociale? A smetterla con le grandi opere e con i cacciabombardieri? È disponibile il Pd a rimettere in discussione il fiscal compact?

Su cacciabombandieri e grandi opere il Pd ha detto di sì.
Poi bisogna anche farle le cose. E sulla Tav non ho visto cambi di rotta. Se non modifica le politica di Monti per me non c'è nessuna ragione per favorire la nascita del governo Bersani.

Nella lista Ingroia la pensano tutti così?
Sì, ma Rivoluzione civile è nata a gennaio. Un percorso unitariO non avviene in un giorno.

Smentisce chi dice che il 26 febbraio tornerete a dividervi?
Assolutamente sì. Faremo un gruppo unico alla camera, e lavoreremo perché sul territorio si costruiscano le assemblee di Rivoluzione civile, uno spazio pubblico aperto e di sinistra. I deputati risponderanno alla coalizione, non al proprio partito o alla propria associazione.

Salta fuori qualche candidato rosso-arancione che mette in imbarazzo Ingroia per curriculum o altro. Perché?
Colpa della fretta, un po' più di tempo ci avrebbe fatto fare le cose molto meglio. È già un miracolo che in un mese abbiamo costruito una lista e un programma chiaro. Ma il tema della partecipazione e della costruzione democratica lo abbiamo davanti, non l'abbiamo già risolto.

È la Syriza all'italiana che lei si augurava qualche mese fa?
Ogni paese ha i suoi percorsi. È un pezzo di quell'idea, non c'è ancora tutto quello che dovrebbe. Per esempio non siamo ancora riusciti ad aggregare tutto il sindacato di base.

Avete avuto qualche incomprensione con i NoTav, di cui non avete candidato un'esponente storica, Nicoletta Dosio. Avete ricucito con loro?
Teniamo fermo il no al Tav nel programma. Abbiamo candidato il sindaco di Venaus, al senato. Faremo assemblee in Valle. Ripeto, la fretta non ha aiutato. E a me dispiace moltissimo.

Non è che questa vicenda ha a che vedere con le posizioni dell'Idv contro i No Tav?
Nel nostro programma è chiarissimo il no secco al Tav. E Ingroia ha aperto un dialogo con il movimento.

Cosa pensa dello scontro Ingroia-Bocassini e della frattura fra i magistrati antimafia?
C'è un equivoco. Ingroia non si è paragonato a Falcone. Ma non è un elemento rilevante, fa solo spettacolo.

Sull'Unità Luciano Gallino, firmatario dell'appello Cambiare si può, dice che voterà Pd-Sel. Crede che altri lo faranno?
Io non ho sentito di altri. E sono stupito di Gallino, che ha sempre dichiarato contenuti molto netti, dal no al fiscal compact alla follia del pareggio di bilancio in Costituzione.

Si sta consumando un'ulteriore rottura nella sinistra «di qua e di là». Il manifesto vi ha chiesto di chiarirne le ragioni vere, astenendovi dalle scorciatoie di propaganda e insulto.
Lo scontro a questo livello lo ha iniziato Nichi, non Ingroia.

Dopo che Di Pietro gli ha dato del «venduto» e «traditore».
E allora mi fermo qua e passo ai contenuti. È vero, ci sono molte similitudini fra i programmi di Sel e Rivoluzione civile. Ma è possibile fare le cose che dice Sel avendo accettato il fiscal compact, con i centristi in maggioranza, e il Pd che non cancella le riforme di Monti? Con il voto a maggioranza nei gruppi parlamentari? Per me la risposta è no. Il nodo che oggi c'è in Italia e in tutta Europa - ed è per questo che oggi a Roma faremo un'assemblea con il leader del Front de gauche Mélenchon e con Ingroia - è costruire una sinistra autonoma dai poteri forti, banche, Confindustria, Vaticano. E il Pd non ha nessuna autonomia. Per questo la proposta di Sel è inefficace. È il cuore della divisione: non quello che diciamo nei comizi ma la strada praticabile per ottenerlo. La nostra strada è accumulare forze su posizioni alternative alle politiche neoliberiste. Vogliamo andare al governo, ma assicurandoci che una volta arrivati potremo fare le riforme. Nichi invece ripete l'errore che le sinistre hanno fatto in passato: voler governare senza preoccuparsi di avere la forza di imporre il proprio piano antiliberista. Conosciamo già la fine di questa strada.

E allora perché Ingroia aveva chiesto di dialogare con il Pd?
Intanto Ingroia lo ha chiesto al Pd e a Grillo. Ma il fatto che il Bersani non gli abbia neanche risposto è la prova che al Pd, semplicemente, di dialogare con noi non gliene fregava niente.

di Daniela Preziosi, Il Manifesto

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