lunedì 1 luglio 2013

Fuoco sulle pensioni, parte l'attacco finale di Claudio Conti, Contropiano.org

Fuoco sulle pensioni, parte l'attacco finale
Il governo preparara per settembre una nuova offensiva contro il sistema pensionistico. La logica della nuova "riforma" spiegata anche a chi non sa nulla di pensioni. E forse non l'avrà mai.

Com'è stato subito chiaro, anche questo governo – per ridurre la spesa pubblica – lavora sulle tre voci del bilancio di più grandi dimensioni: scuola, sanità, ma soprattutto pensioni. L'idea fissa è quella di arrivare a eliminarle del tutto, e quindi c'è un bel po' di rammarico per il fatto che solo un quarto dei lavoratori ha abboccato – negli anni scorsi – alla bufala speculativa dei “fondi pensione privati”.
Ora vogliono andare più a fondo. Ma come, non è stata sufficiente neanche la criminale “riforma Fornero”? No, ci dicono ora. Del resto, se l'obietivo è quello di toglierle, neanche quella poteva bastare.
Bisogna a questo punto ringraziare il quotidiano di Confindustria, che ha rissunto in undici brevissime schede obiettivi di bilancio del governo attuale e “idee” da trasformare in decreti legge entro settembre. Proviamo a rivelare la materia reale dietro le aride formule verbali, spesso contorte dalla necessità di presentare come “positive” delle ipotesi che potrebbero rivelarsi mortali per la maggior parte dei cittadini a reddito fisso.
I nostri commenti sono in corsivo.

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Pensioni, ecco come il Governo vuole cambiarle e perchè la riforma Fornero non basta più

Dalla «flessibilità» con penalizzazioni per chi esce dal lavoro prima dei 66 anni al super-prelievo sui guadagni alti, torna in attività il cantiere delle riforme su previdenza e Fisco

1. Pensioni e stipendi: penalità e contributi in arrivo

Flessibilità. È questa la parola d'ordine che guida il lavoro del Governo e della maggioranza sulla riforma delle pensioni, e che sembra destinata a sfociare a settembre in un esame di riparazione della riforma Fornero. Nelle esigenze di «flessibilità» ci sono appunto le ragioni per tornare sul tema: i risparmi (consistenti ma teorici) prodotti dalla riforma dipendono dall'innalzamento automatico dei requisiti, che però si scontra con le esigenze delle imprese e degli stessi lavoratori.
Redazione. Prima rilevazione: la teoria (neocapitalista e ultraliberista) si scontra con la realtà che pretende di descrivere e addirittura governare. Quindi il fallimento è già inscritto in questo tentativo. Miss Fornero ha messo giù una serie di Meccanismi automatici”, quindi rigidi, che si scontrano la la concreta esigenza delle imprese. Il Sole ci aggiunge i lavoratori, per equità. Se sottolineasse come una serie di professioni e attività non sono più praticabili a una certa età farebbe opera più utile. Ma il datore di lavoro – Confindustria – si incazzerebbe molto.

2. Misure anticrisi
Le aziende sono alle prese spesso con processi di ristrutturazione necessari a snellire la struttura e ringiovanire gli organici, anche per fare fronte in modo più flessibile a processi produttivi in grado di mantenere margini anti-crisi, ma si sono viste sfilare il primo strumento da utilizzare a questo scopo: l'uscita anticipata dei lavoratori attraverso incentivi e scivoli in grado di accompagnare l'interessato al traguardo previdenziale.
Red. Ed ecco qua la realtà nuda e cruda: le imprese vogliono cacciare i lavoratori “anziani”. I motivi sono espliciti: costano troppo (perché assunti in altre epoche, con regole contrattuali più favorevoli, in quanto frutto di un ciclo decennale di lotte), hanno ancora qualche diritto, ecc. E in determinati lavori “usuranti”, o semplicemente di fatica bruta, rendono meno con l'avanzare dell'età. Le imprese vogliono perciò sostituirli con ragazzi assunti con contratti precari, quindi ricattabili sia sul piano salariale che su quello delle condizioni di lavoro (sicurezza, inquinamento, ritmi, orari, starordinari, festivi, notturni, ecc). Ma hanno problemi perché non dispongon più di quegli strumenti – quelli sì “flessibili” - che consentivano di metterli fuori accolando contemporaneamente allo Stato l'onere di garantirne la sopravvivenza (ammortizzatori sociali, incentivi, “scivoli”, contribuzione figurativa per il periodo residuo di non lavoro, ecc). L'unica strada per “scaricare” i vecchi lavoratori sarebbe per loro dichiarare lo “stato di crisi”, scaricando sulla cassa integrazione i costi del personale. Purtroppo per loro, ma giustamente, se fanno questo non possono assumere i giovani da spremere. Quindi chiedono “flessibilità” su questo punto...

3. Il nodo «esodati»

Chi aveva attuato queste misure prima della riforma ha finito per creare gli «esodati», cioè i lavoratori che avevano siglato accordi con le aziende per un accompagnamento verso una pensione che però si è spostata improvvisamente in avanti, aprendo degli squarci temporali in cui il lavoratore restava senza reddito e senza pensione. Con diversi decreti il Governo (Monti) è intervenuto in più puntate per «salvaguardare» gli esodati, ma non tutti sono stati ancora abbracciati da queste misure (circa 130mila sono le persone coinvolte, ma le diverse stime misurano una platea che in qualche calcolo arriva a 350mila persone) e soprattutto molte imprese devono ancora avviare processi di ristrutturazione, con il rischio di creare nuovi «esodandi»: che altro non sono se non nuovi lavoratori che escono dal processo produttivo (e dalle tutele reddituali) troppo tempo prima di raggiungere i traguardi previdenziali inaspriti dalla riforma Fornero.
Red. L'esempio pratico è già sotto gli occhi, non serve mica fare un'analisi predittiva... La stupidata fatta con la Fornero in via Flavia non è stata ancora “ricucita”, nonostante vari interventi mirati. Per metterci effettivo riparo servono soldi (pubblici, ma guarda un po'), e in proporzione con una “platea” di cui si sono sempre – e volutamente – sottostimate le dimensioni per ridurre anche la portata della cretinata fatta. O meglio, per non far agitare più di quanto non sia già accaduto i lavoratori”quasi pensionandi” che non hanno ancora realizzato quali pericoli si stiano addensando sulla loro testa.

4. I progetti in campo

Per questa ragione maggioranza e governo stanno studiando dei ritocchi, che devono affrontare una doppia sfida: garantire la possibilità a imprese e lavoratori di affrontare processi di ristrutturazione senza rimanere in mezzo al guado, e non mettere in pericolo una quota eccessiva dei risparmi garantiti per i prossimi anni dalla riforma Fornero, e che ammontano a 80 miliardi di euro nel solo periodo 2011-2021. Proprio questo secondo aspetto, va detto subito, appare il punto debole delle varie misure che gli esperti di Pd e Pdl stanno componendo in vista dell'appuntamento di settembre.
Red. Non esistono misure a costo zero, specialmente in questo campo. I “risparmi” promessi dalla riforma Fornero sono stati ormai contabilizzati nei futuri bilanci e su questo si è ottenuto l'approvazione della Troika. Qualsiasi “flessibilizzazione” delle forme di uscita dei lavortori verso la pensione ha un costo (pubblico, ancora una volta). Botte piena (per le imprese) e moglie ubriaca (i conti pubblici) non vanno più insieme. Tutti quelli che hanno sparso promesse ai (sempre meno) elettori sono ora nella bratta.

5. Flessibilità

È questa, appunto, l'idea-guida delle proposte di riforma, che riprendono meccanismi già pensati in passato per provare a coniugare i parametri rigidi della legge Fornero con l'esigenza di imprese e lavoratori di garantire una previdenza «anticipata». Il principio è semplice, e sviluppa un nucleo già contenuto nella riforma del 2011: è possibile andare in pensione prima dei 66 anni (e un numero di mesi crescente con l'adeguamento automatico dei mesi alla speranza di vita media degli italiani), ma chi sceglie questa strada deve pagare pegno con una penalizzazione, mentre chi rimane al lavoro anche dopo il raggiungimento dell'«età pensionabile» potrà godere di un assegno maggiorato.
Red. La soluzione “ottimale” resta dunque quella di un'ulteriore “alleggerimento” dei rendimenti pensionistici per i lavoratori che escono. Non bastano tutti gli aumenti dell'età pensionabile, né le riduzioni degli assegni futuri, né il “congelamento” di quelle attuali che superino (al lordo) di cinque volte la pensione minima. “Bisogna” limare ancora la pensione di quanti saranno obbligati ad andarci. Il meccanismo perverso è chiaro: se si va in pensione prima dei 66 anni, ti verrà decurtato l'assegno di una certa percentuale per ogni anno. Qualcuno ci aggiunge anche – come per gli statali – il calcolo fatto con il metodo “contributivo” al posto di quello “retributivo” (ancora in vigore per i lavoratori che avevano 18 anni di contributi nel 1996) ai fini della liquidazione.
La domanda ancora in piedi è una sola: l'uscita sarà “volontaria” o “obbligatoria”?

6. I tagli allo studio

Tradotto in cifre, l'ipotesi di base a cui la maggioranza sta lavorando è quella di tagliare dell'8% l'assegno di chi lascia a 62 anni, del 6% quello di chi lavora fino a 63 anni, del 4% il conto di chi va in pensione a 64 e così via, fino alla neutralità di chi "sceglie" le regole generali e lascia l'ufficio a 66 anni. In modo speculare, chi lavora fino a 67 anni (più, come sempre, i mesi aggiuntivi dettati dall'adeguamento automatico) potrebbe avere un bonus del 2%, che sale al 4% per chi rimane al lavoro fino a 68 anni e così via fino all'8% riconosciuto a chi inizia a riposarsi a 70 anni. Semplice, no? Ma le controindicazioni non sono poche.
Red. Il calcolo è impietoso. In quali mestieri si può restare al lavoro fino a 66 anni? Non molti, a conti fatti. E comunque pochissimi nel lavoro dipendente (inutile, deviante, da bastardi, fare esempi presi dalle “libere professioni”, come avvocati, architetti, ecc). Una maestra d'asilo di 70 anni vi sembra possibile? E un macchinista di treni, un autista d'autobus urbano, un pilota d'aerei, un'hostess? Per non parlare ovviamente degli operai in fonderia o alla catena di montaggio...
Questi numeri andrebbero insomma tradotti in vita vissuta. E apparirebbero per quel che sono: progetti di sterminio su vasta scala. Come nella Russia post-sovietica.

7. I problemi: i conti statali...

Le difficoltà, appunto, si nascondono nei bilanci, sia in quelli dello Stato sia in quelli dei lavoratori interessati. I primi possono apparire lontani, ma l'esperienza degli ultimi anni ha insegnato che la condizione dei conti pubblici ha influenza diretta sulla vita quotidiana di lavoratori e contribuenti. Da questo punto di vista, l'interrogativo principale è legato al fatto che una penalizzazione dell'8% non è sufficiente a mandare in pensione anticipata un lavoratore mantenendo inalterati i saldi previdenziali. Su ogni stipendio, azienda e lavoratore pagano un'aliquota complessiva del 33%, per cui se l'uscita anticipata (e la conseguente fine dei versamenti) non è accompagnata dalla creazione di nuovi posti di lavoro, i saldi previdenziali peggiorano e quindi occorre trovare una copertura aggiuntiva. Un ostacolo non da poco, come mostrano le travagliate vicende delle ultime settimane per la ricerca dei finanziamenti per un solo miliardo di euro destinato a finanziare il rinvio trimestrale dell'Iva.
Red. Qui il gioco solito delle imprese e dei governi che le hanno sempre coccolate mostra la corda. Entro le regole di Maastricht e quelle del prossimo Fiscal Compact, non è più possibile addebitare allo Stato – ovvero a questa specie di amministrazione “provinciale” sotto il bastone della Ue – i costi economici degi amortizzatori sociali. Specie se, come sta avvenendo ormai da anni, le stesse imprese (una quota rilevante di esse) preferirisce delocalizzare l'attività in altri paesi, contribuendo in modo determinante a mandare in recessione il paese. E se la “crescita” non c'è non ci sono nemmeno i contributi previdenziali; quindi non si può pagare un numero crescente di pensioni. Senza contare che “penalizzazione dell'8% non è sufficiente a mandare in pensione anticipata un lavoratore mantenendo inalterati i saldi previdenziali”; e forse nemmeno a convicerlo a lasciare prima il lavoro. E allora?

8. ...e quelli dei lavoratori

Anche dal punto di vista della finanza "personale", i nodi non sono semplici da sciogliere. Proprio a seguito della riforma Fornero del 2011, tutti i trattamenti sono influenzati in maniera più o meno profonda dal numero di anni di contribuzione. Merito del metodo di calcolo contributivo «pro-rata», che anche per i lavoratori con un'anzianità maggiore conteggia gli anni post-riforma in base al principio «tanto versi-tanto ricevi». L'estensione del metodo contributivo nel tempo abbassa di per sé il «tasso di sostituzione», cioè il rapporto percentuale fra l'ultimo stipendio e il primo assegno previdenziale. In sostanza, come mostrano i periodici monitoraggi condotti dalla Ragioneria generale dello Stato, le pensioni si abbassano nel tempo a causa dei nuovi meccanismi di calcolo dell'assegno, e soprattutto per gli autonomi e per chi ha lavori discontinui il rapporto fra ultimo stipendio e prima pensione potrà arrivare anche al 40-60%: su questa base, l'applicazione di ulteriori penalizzazioni non è certo indolore.
Red. Quindi ha perfettamente senso parlare di “disegno di sterminio su vasta scala”. E non ha assolutamente senso accettare la divisione – indotta dagli stessi criminali che stanno smantellando il sistema – tra chi è già andato in pensione, chi ci dovrà andare nei prossimi anni e chi ci andrà in un futuro lontano. La loro idea è infatti di ridurre al minimo e anche meno le pensioni per tutti. Gli strumenti per farlo sono già in azione : niente più “adeguamento” (recupero parziale rispetto all'inflazione) per quelle in essere, “metodo contributivo” per quelle in essere e a venire, precarietà come formula di vita. Ovvero fine precoce della vita stessa, per la maggioranza della popolazione.

9. Le pensioni «d'oro»

Anche per questo, torna d'attualità l'eterno dibattito sulle pensioni «d'oro», cioè sugli assegni superiori a una certa cifra (ognuno colloca dove meglio crede l'asticella da cui parte il trattamento aureo) che una recente sentenza della Corte costituzionale ha salvato da ogni prelievo aggiuntivo. I giudici delle leggi (sentenza 116/2013) hanno cancellato il «contributo di solidarietà» che chiedeva il 5% delle quote di pensione superiore a 90mila euro, il 10% di quelle superiori a 150mila e il 15% della parte che supera i 200mila euro. La Consulta, con un ragionamento analogo a quello con cui aveva cancellato un simile contributo di solidarietà sugli stipendi dei manager pubblici, ha negato la legittimità costituzionale del meccanismo, perché per la nostra Carta fondamentale (articolo 53) ogni reddito è uguale e ciascuno paga in proporzione alla propria «capacità contributiva», a prescindere dal fatto che i guadagni derivino da rapporti di lavoro (pubblici o privati) o da pensione.Red. Qui ci sarebbe poco da dire. Sembra logico, anche se complicato sul piano giuridico, pretendere che più prende – anche di pensione – contribuisca in proporzione a tamponare una situazione difficile. È invece stupefacente – ma non sorprendente – che siano le categorie pubbliche in assoluto più privilegiate (magistrati e grand commis) a farsi scudo con quelle tutele Costituzionali che per le categorie a basso reddito vengono considerate ormai “da superare”.
10. Il contributo di solidarietàDal punto di vista della finanza pubblica, la questione è tutto sommato secondaria, visto che il contributo di solidarietà sulle pensioni dava 84 milioni all'anno ai conti dello Stato. Il nodo politico però è evidente, perché praticamente tutti i partiti si dicono favorevoli a imporre un sacrificio aggiuntivo sulle pensioni più alte, soprattutto se si tradurrà in pratica il taglio generale per chi va in pensione prima dei 66 anni. Per superare le obiezioni costituzionali, però, bisogna intervenire su tutti i redditi sopra un certo livello, come ha prospettato nei giorni scorsi il sottosegretario al Lavoro Carlo Dell'Aringa in Parlamento.

11. La platea possibileLa strada più semplice, già emersa in passato, sarebbe quella di un'aliquota aggiuntiva su chi dichiara un reddito superiore a una certa soglia: volendo assumere i 90mila euro lordi annui a cui si riferivano i vecchi contributi di solidarietà, una misura di questo tipo potrebbe incidere più o meno pesantemente su 555mila persone, cioè l'1,35% dei contribuenti italiani.
Red. Stupefacente, per chiudere, è solo il numero degli italiani che “confessano” di essere benestanti. Questo non è un problema della “politica” (anche, ma non solo). Questo è un problema di classi dominanti. Fetenti, evasori, ladri, bugiardi... barricati dietro le “forze dell'ordine” a pretendere che la “legalità” sia rispettata – soltanto – da quelli stanno sotto. Pretendono insomma di avere una "protezione fisica" senza neppure pagarne il costo, anzi, addebitandocelo.

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