Pensioni e scuola. In attesa della sanità. L'attacco
renziano ha segnato un salto di qualità nel golpismo esplicito sul piano
istituzionale.
Golpismo quasi dichiarato sulla cosiddetta “riforma della scuola” che
ha sollevato l'opposizione unanime di tutto il mondo che dovrà subirla
(compresi studenti e famiglie, sbrigativamente schiacciati nella
definizione di “clienti” che dovrebbero condividere la demolizione di un
servizio che li ha aiutati a uscire dalle tenebre dell'ignoranza). Più
sottile, ma forse più devastante sulla questione delle pensioni.
La decisione del governo di rimborsare soltanto una piccola parte del
mancato adeguamento degli assegni pensionistici all'inflazione è stata
fin qui letta soltanto in chiave di sostenibilità per i conti pubblici o
al contrario sul piano sindacale-rivendicativo. È invece rilevante
perché per la prima volta una sentenza della Corte Costizionale non
viene rispettata alla lettera, ma “interpretata” dall'esecutivo in modo
che disturbi il meno possibile il previsto corso delle cose e i
parametri contabili stabiliti a Bruxelles.
Nessuno ci aveva provato prima, neanche Berlusconi. Il quale si
limitava a inveire contro i “giudici di sinistra”, ma alla fin fine non
osava rovesciare il tavolo davanti ai custodi della Costituzione. Renzi
lo sta facendo, nel silenzio più totale degli oppositori parlamentari –
che forse neanche hanno colto, fin qui, la gravità della scelta – e tra
gli appalusi entusiasti dei golpisti in nome del bilancio.
Un altro tassello nella de-costituzionalizzazione delle forme di
governo al tempo dell'Unione Europea, quando i trattati e i decreti
elaborati da un ristretto numero di tecnocrati apolidi deve forzosamente
prevalere su qualsiasi altra cornice istituzionale.
Non è un passaggio qualunque. Il tramonto della cornice costituzionale – per ogni paese europeo – accompagna la scomparsa dei diritti sociali,
quelli che hanno un costo e servivano a garantire una sopravvivenza a
chiunque. Diritti sociali conquistati o concessi in un secolo di
conflitti sindacali e/o politici, che hanno motivato l'esistenza di
istituti di welfare più o meno complessi.
Restano formalmente i diritti civili,
quelli che costano poco o nulla - come ebbe a dire Giuliano Amato -, in
nome dei quali spesso si individuano i nemici da combattere, ma che
vanno anch'essi declinando. Basti guardare ai diritti politici
violentati dai Mattarellum, Porcellum o Italicum,
spostamenti progressivi lungo una strada che nega la rappresentanza
corrispondente ai propri interessi o opinioni, costringendo a trovare su
un mercato politico ristretto a due-tre opzioni di fatto
interscambiabili la finzione del pluralismo. O al diritto di parola,
minacciato anche nell'inoffensivo sfogatoio dei social network.
De-costituzionalizzare la formazione sociale è mossa audace, ma forse
stupida dal punto di vista del potere. Certifica che il più forte può
fare quel che vuole e chiamarlo "legge", al di là di ogni duraturo
"patto sociale". Certo, i rapporti di forza sociali sono al momento
straordinariamente squilibrati a favore dell'impresa e del comando
capitalistico. Certo, non ci sono alternative di sistema abbastanza
credibili da sollevare un'opposizione al tempo stesso coerente e
numericamente forte.
Ma cancellare la sfera dei diritti sociali riporta in primo piano, in
ogni normale “relazione di mercato” tra strati sociali diversi, la
necessità di identificare chiaramente i propri interessi – come individui e figure collettive, che condividono la stessa condizione reale – come differenti e magari contrapposti a quelli dell'impresa.
Battersi per i propri interessi, per chi è senza potere e magari
senza lavoro, costringe a guardare avanti, a riconoscere come superata e
irrecuperabile una stagione da lungo tempo finita. Costringe a guardare
in faccia la realtà dello sfruttamento, non più nascosto dagli istituti
della mediazione sociale.
Se nulla è più garantito con qualche certezza, tutto deve essere conquistato.
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