martedì 10 febbraio 2015

Crisi del lavoro e terremoti finanziari. Storia e tesi del Gruppo Krisis di RICCARDO FROLA

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In quest’articolo si ripercorre il senso di una delle esperienze più originali della sinistra tedesca degli ultimi anni, e cioè quella del Gruppo Krisis. Nell’analisi prodotta dai membri del gruppo la superfetazione finanziaria è ricondotta immediatamente all’esaurimento della figura della forza-lavoro come agente produttivo di merci.
«I nostri genitori ci hanno insegnato la religione del lavoro»
Mario Draghi[1]
La crisi, dal 2008, sembra aver messo tutti d’accordo, almeno sul piano psicologico: viviamo in un periodo di rimpianti. Le nostalgie per un giardino dell’Eden incontaminato fatto di fabbriche, uffici, lavoro full time, risparmi e seconde case al mare; si mescolano al rimpianto per la vecchia politica attiva, le lotte sindacali, l’opinione pubblica e i valori illuministi perduti. Un arcadico ambiente «naturale», costituito da un capitalismo sano e operoso, frutto supremo del progresso dell’Occidente, che si sarebbe pervertito – secondo la vulgata ufficiale – a causa dell’avidità e della corruzione delle élites politiche ed economiche. In questa narrazione biblica e larmoyante, le tesi della corrente internazionale nota come «critica del valore», elaborate negli ultimi trent’anni principalmente in Germania attorno alle riviste Krisis ed Exit! da R. Kurz, N. Trenkle, E. Lohoff, A. Jappe, R. Scholz e altri autori meno noti in Italia, rappresentano l’unica eccezione rimasta lucidamente a ciglio asciutto.
I titoli di alcuni degli scritti questi autori: «La fine della politica», «Manifesto contro il lavoro», «Denaro senza valore», suonano oggi come una bestemmia alle orecchie di un pubblico che, stordito dalla crisi, non fa che chiedere lavoro, denaro e politica. Eppure, la figura di Krisis era apparsa blasfema, ai suoi esordi, per ragioni contrarie, quando – unica eccezione nel contesto eccitato degli anni’90 -, era stata la prima a segnalare proprio quella crisi che è oggi sotto gli occhi di tutti.
Nel 1991, mentre le macerie del muro di Berlino venivano trasmesse in mondovisione e «l’euforia della vittoria si diffondeva fra coloro che erano da sempre convinti […] che il libero mercato e la democrazia occidentale rappresentassero l’ultima parola della storia»[2], Kurz pubblicava il suo primo libro, Il collasso della modernizzazione[3], dove sosteneva « che, lungi dall’essere il segnale del trionfo finale del capitalismo occidentale, la caduta dell’Europa dell’Est non era che una tappa del crollo […] dell’economia mondiale basata sulla merce, sul valore, sul lavoro astratto e sulla moneta»[4]. Un’ipotesi respinta tuttora persino dagli ambienti più radicali, e non solo per ragioni corporative (il milieu intellettuale diffida di qualsiasi outsider che non sia «accademico, giornalista, o intellettuale di professione», e Kurz, addirittura, «si guadagnava da vivere lavorando di notte nel reparto di confezionamento di un giornale locale»[5]). Il rifiuto della «critica del valore» ha ben più solide ragioni teoriche, dato che il suo corpus critico, basato sulla parte più vitale dell’opera di Marx, porta necessariamente a liquidare, e una volta per tutte, le ultime, stantie repliche del marxismo tradizionale.
Secondo Kurz e compagni, infatti, il capitalismo è una società primitiva, un’«universalità sociale» feticista il cui nucleo, non diversamente da quello delle religioni premoderne, si è fatto indiscutibile come una «seconda natura», anche per i suoi sedicenti «critici». Il feticcio mercantile, anzi, in misura perfino maggiore di quelli arcaici, ingloba ogni aspetto della vita comune per sottometterlo ad un «sistema di codificazioni simboliche ciecamente presupposto»[6]. Crea a sua immagine e somiglianza tutte le diverse sfere sociali contemporanee (comprese quelle di «economia» e «politica», per nulla autonome) e i diversi attori sociali che le agiscono come semplici burattini. A tenere i fili, dietro le quinte, le anonime categorie del «valore» (l’unico vero «soggetto automatico»): il «lavoro», la «merce», il «denaro», e le loro cieche leggi di accrescimento continuo.
«Il feticismo è una società dove gli uomini fanno la loro storia, ma senza saperlo»[7]. Tutti gli uomini. Siano essi capi di partito, banchieri, intellettuali, occupanti di un centro sociale, operai o imprenditori.
Una visione delle cose che, pur essendo di origine marxiana, è sempre stata inconciliabile con la Weltanschauung «radicale», sempre schierata «dalla parte del lavoro», sempre alla ricerca di un «soggetto» capace di ingaggiare una «lotta di classe» o un’«insurrezione» quale che sia.
Ma, come se non bastasse, gli autori della critica del valore ereditano da Marx anche quella teoria del crollo che è sempre stata, per il marxismo tradizionale, un trauma da rimuovere.
Il capitalismo è in crisi, certamente; ma non a causa dell’opposizione militante dei suoi nemici.
La genesi del tracollo capitalista è piuttosto da ricercare nelle contraddizioni interne alla sua stessa dinamica sociale. La «società del lavoro», che non permette a nessuno di vivere senza acquistare o vendere quote di lavoro, sta eliminando proprio il lavoro da ogni ambito produttivo. A causa della rivoluzione microelettronica ed informatica, avviate dalla concorrenza fra capitalisti, il lavoro vivo è stato espulso dal processo di valorizzazione, che è rimasto così senza ossigeno.
Il capitalismo, dunque, sta per crollare, senza dubbio; ma all’orizzonte non si intravede ancora nessun sole dell’avvenire.
Non si tratta di questioni astratte: senza la teoria del feticismo e del crollo, anche le migliori intenzioni possono ruzzolare su versanti minacciosi. La attuale confusione teorica ha già creato sinistre convergenze: le migliori aperture di emancipazione si mischiano ai peggiori incubi reazionari e il guazzabuglio è divenuto un tratto tipico della nostra epoca.
E non è soltanto il caso di segnalare l’evidente avanzata di una nuova «destra dei valori che si accompagna spesso a una certa dose di antisemitismo e che è in generale associata ad una postura da “sinistra del lavoro”, ostile al liberalismo economico»[8], fenomeno spesso ripreso anche dalle telecamere di certi Talk-show no-Euro nostrani. Quanto piuttosto di evidenziare come l’idea stessa che alcuni soggetti privilegiati possano avere un ruolo nel determinare a tavolino l’andamento dei mercati e i destini del mondo, non produca esclusivamente quell’innocua epica da Kriegsspiel economico che apprezzano i clienti dei quotidiani.
Se i pochi lettori colti sopravvissuti, infatti, si appassionano ancora, sorseggiando un caffé, alla «guerra delle valute», si esaltano a paragonare il Quantitative easing voluto da Draghi alla «vittoria storica […] di Napoleone a Marengo nel 1800»[9], divorano le raffinate gesta di questo o quel presidente di Banca Centrale che, agganciando all’Euro il tasso di cambio della propria moneta, o sganciandolo, o creando inflazione con misure «non convenzionali», mette sotto scacco lo sprovveduto presidente avversario; platee molto meno sofisticate aggiungono ai colori di questa concezione, le tonalità, strutturalmente antisemite, del complotto. Trenkle e Lohoff hanno sottolineato recentemente come per quasi tutti gli osservatori «La responsabilità» della «crisi economica e sociale debba essere imputata ad “avidi investitori finanziari”»[10]. Non sfuggono a questa rischiosa personificazione della crisi i vecchi baluardi della sinistra, che parlano da anni di «rivoluzione dall’alto» ai danni dei subalterni; né i centri sociali, che in alcuni casi si sono spinti fino ad appoggiare movimenti come i «Forconi» italiani, fra i quali l’antisemitismo, spesso, non era soltanto metaforico.
Ma quali giustificazioni teoriche ha la «critica del valore» per ritenere che limitarsi a criticare solo il capitale finanziario (per quanto sia da criticare anch’esso) significhi rovesciare pericolosamente la «connessione di causa-effetto […] della logica capitalistica»?[11] E quali per sostenere che la stessa enfatizzata sfera della «politica», alla quale si delega ogni soluzione, non sia altro che una «funzione secondaria nell’incessante processo di automediazione della forma merce»[12]?
Per capirlo bisogna decifrare le categorie del capitalismo ritornando sulle pagine dell’«opera di Marx» che, pur non essendo «un “testo sacro” […] resta l’analisi sociale più importante degli ultimi centocinquanta anni»[13].
«Che cos’è una merce? sembra una domanda sciocca, alla quale chiunque saprebbe rispondere. Una merce è un oggetto venduto o acquistato, che cambia di mano contro pagamento»[14]. Tuttavia, come è possibile che merci così diverse come un iPhone e quattro paia di scarpe possano essere scambiabili con la stessa quantità di denaro? Sembra, dice Marx, che ci sia una misteriosa «sostanza», una «terza cosa» in comune fra due o più merci, in grado di renderle, al di là delle apparenze, del tutto equivalenti qualitativamente, e diverse solo quantitativamente.
Secondo la teoria marxiana[15], il valore delle merci, la «terza cosa» misteriosa – e l’unica ricchezza valida nella nostra società-, è dato dal tempo di lavoro speso per la loro produzione. Il lavoro portatore di valore, che Marx chiamava lavoro astratto, non è però quell’attività che l’uomo ha esercitato nei secoli per soddisfare i suoi bisogni; ma un’astrazione tipica del solo capitalismo, in grado di ridurre tutti i differenti lavori umani concreti a «una mera quantità di tempo indifferenziato speso per produrre una merce»[16]. Tutte le merci diventano così semplici espressioni di quote di valore (di cui il denaro è la manifestazione superficiale) qualitativamente uguali.
Nella società del lavoro astratto, anche i lavoratori in carne ed ossa vengono privati delle loro differenze concrete e ridotti a semplici portatori di «capacità di lavorare», una capacità qualsiasi da riversare a piacere nelle diverse branche della produzione. Un operaio dell’industria telefonica può essere rapidamente convertito in addetto all’imballaggio, purché lavori e produca nuovo valore da immettere nel ciclo. In questo gioco sociale, la «capacità di lavorare» è a sua volta una merce (la forza-lavoro, nel linguaggio di Marx), che viene venduta sul mercato ai capitalisti in cambio di un salario.
La ricchezza capitalista non è dunque altro, per Marx, che tempo di lavoro astratto umano speso, che deve moltiplicarsi nel processo produttivo. Ma come? Durante la produzione i capitalisti costringono i portatori di forza-lavoro a lavorare più tempo di quanto sia necessario a riprodurre il salario che costeranno. Questo diktat della valorizzazione, che ha imposto un forte e distruttivo dinamismo alla nostra società, fu storicamente gestito dai proprietari di capitale dapprima aumentando il più possibile le ore di lavoro giornaliere dei loro operai; e poi, poiché la giornata solare, le forze e la pazienza dei lavoratori non erano infinite come le esigenze del valore imponevano, aumentando la produttività del lavoro tramite le tecnologie. La limitazione della giornata lavorativa a sole otto ore, costrinse infatti i capitalisti ad applicare sfrenatamente la scienza alla produzione mercantile dotandosi di macchine continuamente più efficienti e rapide per diminuire la quota di tempo di lavoro astratto dedicata dal lavoratore a ripagare il suo valore. Contrariamente a quanto si pensi, quindi, le rivendicazioni operaie e le lotte sindacali, che servirono certamente a rendere meno brutale la vita dei lavoratori, ebbero anche il ruolo, ben poco rivoluzionario, di aiutare il capitalismo ad assumere la sua vera fisionomia: industriale, tecnologica, depurata da tutte le sue scorie premoderne. Questa rincorsa, però, generò la più grave contraddizione della società capitalista. Le macchine, incapaci di generare valore perché in grado di immettere nel ciclo solo il valore che «costano», e non un grammo di più, cominciarono a sostituirsi in tutti gli ambiti produttivi, all’unica sostanza del valore: il lavoro vivo.
Secondo la critica del valore, l’evoluzione informatica e microelettronica portò negli anni ‘80 la produttività ad un tale livello che la forza-lavoro umana nel processo di produzione divenne del tutto superflua. Il capitalismo ha incontrato così, a causa delle sue stesse dinamiche, un limite storico invalicabile. «Di fronte a questo sviluppo» tecnologico, dice Lohoff, «la teoria di Marx, secondo la quale l’utilizzo delle conoscenze scientifiche nella produzione comporterà la distruzione della società della merce, acquista un substrato empirico»[17].
La terza rivoluzione industriale, secondo Kurz, «fece sciogliere come neve al sole il nucleo occupazionale nell’industria», una «diminuzione non [...] compensata […] dall’espansione fordista in Asia e altrove, come invece crede un certo discorso […] del tutto ingenuo sul terreno della teoria dell’accumulazione»[18].
Ma allora perché l’economia mondiale non è crollata già con l’esaurirsi del fordismo? Secondo i nostri autori, proprio grazie alla stampella offerta dalla finanza e dal capitale fittizio.
Nella prima metà degli anni ’70, con l’esaurirsi delle possibilità di profitti industriali, «gli investimenti in impianti di produzione […] vennero accantonati»[19]. Le enormi quote di capitale così liberate, non potendo più essere reinvestite nel processo di valorizzazione, generarono una «congestione» che avrebbe portato rapidamente l’economia mondiale all’asfissia, se non fosse stata risolta dirottando i capitali sui mercati finanziari. Negli euforici anni ottanta, infatti, l’accumulazione di capitale sembrò riprendere a ritmi elevati: «tale crescita, tuttavia – spiega Lohoff –, non proveniva più dalla produzione di valore effettivo». Nella creazione dei prodotti finanziari, infatti, il denaro venduto come merce ad un acquirente ritorna accresciuto, dando l’impressione che si accresca anche la massa di valore a livello globale.
In realtà, il capitalismo finanziario era ed è soltanto una «capitalizzazione anticipata di valore futuro», una scommessa sulla futura «reale» creazione, attraverso l’uso di lavoro vivo nel processo di produzione, del valore anticipato con promesse di pagamento.
«Un valore non ancora esistente – e che probabilmente non potrà mai esistere – si trasforma in capitale fittizio» e viene utilizzato fin da subito sul mercato come se fosse «reale». A livello macroeconomico, però, con il tramite dei titoli di proprietà creati nella circolazione, nessun valore «nuovo», viene generato. Le merci che sguazzano nel mercato finanziario(titoli, azioni, obbligazioni), sono cioè in grado di accrescere il capitale senza aumentare la massa di valore globale.
Presto o tardi, tuttavia, se il valore anticipato dai prodotti finanziari non viene realmente generato nella produzione di merci tradizionali, il meccanismo crolla. Tutte le bolle finanziarie presentatesi in ogni crisi capitalistica sono rapidamente scoppiate.
Il capitale fittizio è riuscito finora ad esercitare un lunghissimo differimento del crollo grazie alla liberalizzazione dei mercati e all’abbandono dei vincoli del gold standard. Ma quanto più lungo è il differimento, tanto più grande è la bolla, e tanto più fragorosa sarà la sua esplosione. Oggi «il 97 per cento di tutti i flussi finanziari trasnazionali ha finalità meramente speculative», è dunque facile farsi un’idea del gigantesco «potenziale di crisi che è stato accumulato».
La produzione reale, gli Stati, i Comuni, i partiti e le associazioni fanno quadrare i loro bilanci quasi soltanto più reggendosi sui prodotti della sovrastruttura finanziaria. Aziende dal bilancio prospero crollano a causa semplici speculazioni errate sui mercati finanziari. Il «denaro senza valore» si è gonfiato a tal punto che «se […] l’intera montagna dei valori commerciali fittizi si mettesse oggi in moto come reale domanda, ciò significherebbe l’iperinflazione immediata anche in Occidente […] (e) la rapida bancarotta di un numero sorprendentemente alto di imprese in apparenza “sanissime”[…]»[20].
Ma il valore basato sul lavoro, e il denaro che ne è la manifestazione superficiale, pur essendo diventati obsoleti a causa delle contraddizioni del capitalismo, restano ancora solidamente a fondamento della società: senza ottenere una quota di valore, senza vendere il proprio lavoro, non è ancora possibile accedere a nessuna risorsa. Milioni di disoccupati cercano ogni giorno, per sopravvivere, di interpretare un ruolo ormai storicamente superfluo, rischiando di morire di fame in mezzo all’abbondanza.
Ha ancora senso, in questo contesto, richiedere una soluzione «politica», «statale»?
Secondo la critica del valore la politica e lo Stato sono anch’esse categorie secondarie della forma-merce, del tutto interne al sistema che vorrebbero trascendere. Esortare ad un ritorno dell’«autonomia del politico» non è soltanto un pio desiderio naïf; ma una contraddizione in termini. «Tutto ciò che fa lo Stato tramite la politica – spiega infatti Kurz –, lo deve fare con il mezzo del mercato, cioè nella forma-denaro […] la sfera politica e statale non può creare autonomamente denaro. […] Solo da processi riusciti di valorizzazione, mediati dal mercato, lo Stato può trarre il denaro per il “finanziamento” di tutte le sue misure […] tutte le sue decisioni, risoluzioni e leggi, intorno a cui vertono le lotte politiche, rimangono completamente inefficaci, se il loro funzionamento non è stato “guadagnato” regolarmente nel processo di mercato». La funzione regolativa della politica quindi, nel tempo della crisi del capitalismo che l’ha generata, si «sfalda insieme con il meccanismo funzionale economico».
Ma di questa consapevolezza teorica, non v’è traccia nel dibattito pubblico, meno che mai in quello italiano: i cosiddetti «soggetti» critici hanno svolto fino in fondo il loro compito e hanno assunto la forma tipica della società che abitano. Fin dall’illuminismo, la società capitalista e le sue insufficienti critiche si sono adoperate per rendere «naturali» le forme di socializzazione mercantile. I concetti base di «economia» e «politica» sono stati inconsciamente attribuiti, dalla coscienza borghese, anche alle società premoderne che non li conoscevano, come se fossero stati da sempre parte della stessa essenza umana. L’attuale dibattito tra austerity e ritorno al politico è un sintomo evidente di questa cecità storica. Se le politiche di risanamento sono, secondo Trenkle e Lohoff, una tragica fiction con la quale gli Stati chiedono «alla popolazione […] ogni possibile sacrificio» pur di «conservare […] credibilità nei confronti dei mercati finanziari» e rimandare ancora di un poco il crollo della montagna di promesse di pagamento ormai insolvibili; le soluzioni politiche, per quanto in buona fede, di ritorno alle sovranità monetarie nazionali, di reddito di cittadinanza, di tagli al debito pubblico e reddito di cittadinanza; o quelle economiche, che si limitano ormai alle proposte di acquisto, da parte delle banche centrali, di titoli di Stato tossici; sono destinate a naufragare sugli scogli dell’esaurimento del valore.
«Oggi», scrive Jappe, «la sola “politica” possibile è la rottura radicale con il mondo della politica e delle sue istituzioni, della rappresentanza e della delega, per inventare al loro posto delle nuove forme di intervento diretto»[21]. Solo smascherando la falsa «naturalità» delle categorie profonde del capitalismo – date per scontate sia dai suoi critici, che dai sostenitori – , sarà possibile contestarle davvero e rivelarne la disumana nocività. Una nocività che non merita rimpianti o nostalgie.
La «religione del lavoro», in fin dei conti, si è rivelata un oppio molto più stupefacente della sua vecchia versione confinata nell’alto dei cieli: a quando una nuova emancipazione?

NOTE [1] G. Di Lorenzo, la Repubblica, 15/01/2015.[2] A. Jappe, Towards a History of the Critique of Value, traduzione mia.[3] La cui traduzione giace già pronta in un cassetto da anni.[4] Towards, cit.[5] Towards, cit.[6] R.Kurz, La fine della politica e l’apoteosi del denaro, Manifestolibri 1997, p.18[7] A. Jappe-S. Latouche, Uscire dall’economia, Mimesis 2014, p.69[8] J-L. Amselle, Les nouveaux rouges-bruns, Lignes 2014, traduzione mia.[9] F. Forte, Il Foglio 23/01/2015.[10] N. Trenkle, E. Lohoff, Terremoto nel mercato mondiale, p.27.[11] Terremoto nel mercato mondiale, cit. p. 31.[12] La fine della politica, cit.[13] A.Jappe, Les aventures de la marchandise, traduzione mia.[14] Les aventures, cit.[15] Mi permetto di rinviare, per approfondimenti, alla mia postfazione di Crisi: nella discarica del capitale, Trenkle-Lohoff, Mimesis 2014.[16] A. Jappe, postfazione a Manifesto contro il lavoro, DeriveApprodi, 2003, p. 126.[17] Crisi: nella discarica del capitale, cit.[18] La fine della politica, op. cit. p. 115[19] Questa e seguenti Crisi: nella discarica del capitale, cit.[20] R. Kurz, op. cit. p. 122.[21] A.Jappe Crédit à mort, traduzione mia.

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