Quattro referendum per ridare dignità al lavoro. Roberta
Fantozzi, responsabile Lavoro del Prc illustra le ragioni dei referendum
su art. 8, art. 18, pensioni. In cosa consiste la richiesta di
abrogazione dell’articolo 8?
L’articolo 8 è una norma varata dall’ultima manovra del governo
Berlusconi. Prevede che gli accordi aziendali possano derogare in peggio
al contratto nazionale e alle leggi, su materie importantissime quali
l'inquadramento delle lavoratrici e dei lavoratori, le mansioni,
l'orario di lavoro, i contratti a termine ed in somministrazione, il
regime degli appalti, le modalità di assunzione e la disciplina del
rapporto di lavoro. L’articolo 8 è stato dettato da Marchionne con
l’obiettivo di cancellare tanto il contratto nazionale, quanto l’intera
legislazione a tutela del lavoro. E’ una norma di una gravità senza
precedenti perché in sostanza vuole distruggere cinquant’anni di
conquiste del movimento operaio. E’ il modello americano di relazioni
industriali: quello in cui non ci sono condizioni minime di diritti e
retribuzioni per tutti, ma ogni lavoratore è messo in competizione con
l’altro, in una spirale al ribasso senza limiti in cui si rompe ogni
solidarietà del mondo del lavoro. Oggi c’è una ragione in più per
raccogliere le firme, arrivare al referendum e vincerlo.
Ti riferisci al “Patto per la Produttivita”?
Certo. Il “Patto per la Produttività”, è attuativo dell’articolo 8.
Il governo Monti ha provveduto cioè a far sì che l’articolo 8, fino ad
oggi scarsamente utilizzato, diventi invece operativo e il cardine della
riscrittura delle relazioni industriali. Per far questo Monti ha messo a
disposizione più di 2 miliardi di euro per la detassazione del salario
variabile e li ha condizionati alla firma di un accordo, anzi di
quell’accordo. In sostanza il governo che non trova risorse né per gli
ammortizzatori sociali, né per gli “esodati”, le ha invece trovate per
arrivare alla distruzione del contratto nazionale. Il Patto per la
produttività prevede che una quota degli aumenti salariali del contratto
nazionale che dovrebbero tutelare il potere d’acquisto delle
retribuzioni di tutte le lavoratrici e i lavoratori (cosa che già non
avviene dato che l’indice IPCA introdotto nel 2009 non prevede il
recupero dell’aumento dei costi dell’energia) siano legati agli
“incrementi di produttività e redditività definiti dalla contrattazione
di secondo livello”. In sostanza quegli aumenti non sono più certi per
la generalità dei lavoratori, diventano anch’essi variabili aprendo la
strada alla differenziazione dei minimi salariali. Il salario variabile
non è più aggiuntivo ma sostitutivo del salario fisso.
C'è anche una stretta sulle condizioni di lavoro...
Il testo prevede inoltre che non sia più materia del contratto
nazionale, ma delegata al secondo livello, la disciplina della
“prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro”, cioè
tutto. Si vuole arrivare in sostanza al comando assoluto su orari,
ritmi, organizzazione del lavoro. Il Patto chiede poi che vengano
eliminate le tutele legislative esistenti su mansioni, orari e
dispositivi di controllo a distanza dei lavoratori, per aprire la strada
al demansionamento e all’ulteriore diminuizione delle retribuzioni,
all’eliminazione di ogni vincolo di legge sugli orari, a meccanismi di
controllo esplicitamente vietati dallo Statuto dei Lavoratori. La sola
buona notizia è che la Cgil non ha firmato. Il contrasto al “Patto sulla
produttività” richiede iniziative a tutti i livelli, sindacali e
politici. E il referendum diventa un’occasione importantissima per dire
no a un modello che non è altro che la trasformazione della società in
una giungla in cui tutti sono contro tutti ed il lavoro è pura merce
senza diritti.
Perché intendete ripristinare la versione originaria dell’articolo 18?
Perché l’operazione che ha fatto Monti sull’articolo 18 è un altro
tassello decisivo di quell’offensiva. Se non esiste più l’obbligo di
reintegra nel posto di lavoro di chi è stato ingiustamente licenziato,
tutte le lavoratrici e i lavoratori diventano precari e ricattabili: chi
più oserà nei posti di lavoro far valere i propri diritti sapendo di
correre il rischio di perdere il posto di lavoro? E’ in gioco la
sostanza della democrazia, che non esiste se dentro i luoghi di lavoro è
cancellato ogni diritto. E veniamo ad un’altra “riforma” del Governo
Monti, quella delle pensioni. Il governo Monti ha allungato di 6 anni e
più il tempo di lavoro, gettando nella disperazione centinaia di
migliaia di persone. La controriforma delle pensioni avrà effetti
devastanti su tutta la società. Per le lavoratrici e i lavoratori che
non ce la fanno fisicamente a lavorare fino a 67/70 anni. Per coloro che
sono espulsi per la crisi dai luoghi di lavoro e non riusciranno ad
arrivare alla pensione, non sapendo più come vivere. Per i giovani che
avranno ancora più difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro, in un
paese in cui la disoccupazione giovanile è al 35%. Per le donne su cui
continua a scaricarsi il peso del doppio lavoro, produttivo e
riproduttivo. La controriforma è tanto più ingiusta perché il nostro
sistema previdenziale era in equilibrio fino ed oltre il 2060! Persino
Monti l’aveva ammesso nel proprio discorso di insediamento! Salvo poi,
nemmeno un mese dopo, usare i contributi delle pensioni per fare “cassa”
e per distruggere in prospettiva la previdenza pubblica a favore dei
fondi privati.
Come sta andando la raccolta delle firme?
Il problema principale è l’oscuramento mediatico, appena scalfito
dall’iniziativa assunta nei giorni scorsi nei confronti della RAI per
quel che riguarda i referendum sul lavoro, ma che sta invece continuando
sulle pensioni. Se le lavoratrici e i lavoratori, le cittadine ed i
cittadini sono informati, firmano con grande determinazione. Quindi va
davvero fatto tutto il possibile, usato ogni minuto utile per
raccogliere le firme. I referendum sono una parte decisiva di una
piattaforma di alternativa alle politiche iperliberiste. Un’alternativa
che non verrà da chi come il PD oggi sostiene Monti, assumendosi ogni
giorno di più la responsabilità della distruzione dei livelli minimi di
civiltà e diritti del lavoro. Verrà dalle lotte, dalla riappropriazione
di potere diretto delle cittadine e dei cittadini attraverso strumenti
come il referendum, dall’unità delle forze antilberiste.
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