mercoledì 29 aprile 2015

Italicum. "Vedo molta tristezza in giro, questa non è più la mia Ditta". Pier Luigi Bersani verso il non voto.

BERSANI
"Vedo molta tristezza in giro". Basterebbero queste parole per descrivere lo stato d'animo di Pier Luigi Bersani dinanzi alle divisioni nel Pd per l'Italicum. Il Pd che "non è più la mia ditta", ammette sconsolato l'ex segretario. Io, se serve, di sberle ne prendo quante volete. Il problema non è Bersani, è l'Italia", afferma Bersani in diverse interviste concesse fra gli altri a Repubblica, Corriere della Sera e Stampa, "davanti a scelte di questa portata, ognuno deve assumersi le sue responsabilità. Vedremo cosa fare assieme e poi vedrò cosa fare io".
A chi gli chiede perché Renzi abbia deciso di forzare, Bersani commenta dicendo che "lui è in natura così. E non è una bella natura". Poi aggiunge: "Io non avevo dubbi che avrebbe messo la fiducia. Ma che bisogno c'era? Si dice che la gente non capisca di che cosa si sta discutendo in Parlamento. Ma insomma, tocca a me spiegarlo? Può essere che tocchi anche a me, ma tocca a tutti. Parliamo delle regole del gioco, parliamo della nostra democrazia. Una cosa che non riguarda Bersani contro Renzi". 
Ed ancora: "Non è più la ditta che ho costruito io. Questa è un'altra cosa, un altro partito". Sullo sfondo incombe l'ipotesi di scissione, ma Bersani commenta amaro: "Ma dove posso andare... Sa come diceva Dante Alighieri? Se io vo, chi rimane? Se io rimango, chi va?". E conclude: "Con questa legge qua la demagogia va in carrozza. Ma lei se lo immagina cosa diventeranno le prossime elezioni? Sarà il festival della demagogia", saranno "una gara a chi la racconta più grossa".
"Secondo me alcune correzioni si potevano apportare e non necessariamente sull'Italicum ma anche sulla riforma costituzionale" afferma Gianni Cuperlo a "Radio anch'io" su Radio Rai. "L'idea di garantire un assetto più convincente avrebbe garantito le riforme, unito il Pd, garantito il sistema. Perché non lo si è voluto fare? Io mi interrogo su questo anche con un tratto di amarezza".
Parla al Quotidiano Nazionale anche Enrico Letta, confermando che "non voterò la fiducia sull'Italicum. E uscirò dall'Aula. E' una decisione meditata e sofferta. Prima di prenderla ho riflettuto lungamente, mi sono chiesto; se una decisione del genere l'avesse presa Berlusconi come ci saremmo comportati? Saremmo in piazza a manifestare. Anche se sono sicuro che la forzatura di far approvare una legge elettorale da soli neppure Berlusconi l'avrebbe fatto". Letta giudica "profondamente sbagliata" la scelta della fiducia, "uno strappo immotivato, il segno di una umiliazione delle Camere. Che peraltro crea anche un precedente, e magari tra un po' qualcun altro lo userà per comprimere ulteriormente la libertà del Parlamento". Come finirà? "Renzi vincerà questa partita perché ha la maggioranza, ma la vincerà tra le macerie. Avere la maggioranza del partito di maggioranza gli pare sufficiente".
Più incerta la posizione di un "lettiano" doc come Francesco Boccia. "Ho voluto sentire i circoli di Barletta, dove sono stato eletto. E il 60% mi ha detto di votarla" dice al Corriere della Sera l'esponente della minoranza dem. "Io sono uno che sulle scelte ci mette la faccia. Il momento è delicato e mi confronto con il territorio" spiega, aggiungendo che "la scelta di Enrico mi interroga, parecchio. Deciderò nelle prossime ore, è un passaggio delicato. Sulla legge elettorale non ho cambiato idea. E' fatta male". E a chi insinua che spererebbe di non essere sostituito come presidente della commissione Bilancio replica: "Questo a me non lo può dire nessuno. Ho già dato prova di non essere attaccato alla poltrona. Se trovano uno più bravo di me, che capisca di bilanci, si accomodi pure. Io sono a disposizione".
Un altro presidente di Commissione, Cesare Damiano, si dice pronto a votare la fiducia. "Penso che la fiducia sia una forzatura non necessaria, soprattutto perché il voto sulle pregiudiziali ha dimostrato come anche con il voto segreto il governo abbia una larga e solida maggioranza. Renzi avrebbe dovuto fidarsi dei suoi parlamentari, che hanno il costume di dire come votano anche col voto segreto, assumendosi le proprie responsabilità". In ogni caso "non ho mai fatto mancare il mio voto di fiducia ai governi nei quali era presente il Pd, a partire dal governo Monti. A quei tempi votare per una riforma delle pensioni che non condividevo -per lealtà nei confronti del mio partito- mi è costato lacrime e sangue".

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