Quello che fa veramente spavento è il collettivo e generalizzato processo di deresponsabilizzazione.
La stragrande maggioranza degli italiani (molto più ampia di quella
che ha votato Movimento Cinque Stelle) si dice profondamente indignata
per il comportamento delle classi dirigenti. E’ una indignazione liquida
e trasversale, che sfonda differenze di classe, cultura e condizione
socio-economica. E si declina in una partitura di sentimenti che spazia
dall’odio all’insofferenza, passando per rabbia, schifo, orrore e
tenebra.
Tra questi – e sono decine di milioni – in pochi si domandano se e
quanto la cosa li riguardi. Se e quanto, insomma, in questi ultimi
vent’anni ci abbiano messo anche del loro.
Chi oggi si schifa davanti alla persistenza di Berlusconi non si
chiede quanto ci abbia messo del suo, votandolo per anni oppure non
votandolo ma spaparanzandosi sul divano quattro sere a settimana davanti
alle reti Mediaset, così da perpetuare il suo potere economico
consustanziale a quello politico.
Chi oggi alza il suo deluso sopracciglio davanti alle inadempienze
del Partito democratico non si chiede perché non ha mai alzato il sedere
dalla sedia e si è iscritto a quel partito, provando assieme ad altri a
dargli una bella svegliata esponendosi in prima persona.
Chi oggi inveisce e strepita contro lo schifo della casta non si
chiede quante volte ha provato ad ammiccare al suo vigile urbano
evitando la multa sulla ennesima doppia fila. E così il commerciante,
oggi umiliato e offeso dalla crisi, non si domanda quante volte ha
soprasseduto nel pigiare il ditino sul registratore di cassa per
emettere il suo scontrino.
Non se lo chiede l’imprenditore, quello che ha delocalizzato non per
evitare di chiudere ma per quadruplicare il suoi già discreti profitti.
Non se lo chiede il padre che invece di spaccarsi la testa con il figlio
per costringerlo a chinarsi sui libri o sul tavolo di un artigiano, ha
chiesto per lui un “aiutino” all’amico dell’amico.
E non si pone il minimo dubbio il cittadino comune, o il giornalista,
il contabile, il magistrato, che per quieto vivere ha scelto di non
litigare col suo capoufficio, manager, direttore, capocantiere invece di
correre il rischio personale dello scontro.
Non tutti, certo. Nella geografia dell’italica indignazione c’è un
sacco di gente che ha tutto il diritto di fare le vittima. Esodati,
neolaureati a pieni voti senza mercato, espulsi di ritorno dalla
catastrofe dei distretti industriali. E ancora gli esercenti onesti e
fiscalmente fedeli, gli imprenditori coraggiosi, i ricercatori
scurpolosi e solitari.
Ma decine di milioni di quelli che oggi gridano al sopruso e
fallimento dei potenti non si chiedono perché in questi anni sono stati
accucciati e vagamente lieti, preferendo arrangiarsi in pubblico per poi
lamentarsi comodamente in privato. Fino a salvarsi l’anima con la
catarsi vaffanculea, che scarica e moltiplica la rabbia magari per
lenire i propri sensi di colpa.
Le colpe della classe dirigente sono conclamate ed evidenti. Ma
l’aggressivo vittimismo di un bel pezzo dell’opinione pubblica italiana è
disgustoso e disonesto. Una versione di comodo nella quale lo Stato
sono sempre gli altri, mai ciascuno di noi; e dove l’alibi delle
malefatte del potere consente di sentirsi sempre in credito.
Leggere la storia degli ultimi vent’anni come la storia di un Paese
dove una casta cattiva e puzzona ha soffocato la meraviglia
dell’opinione pubblica non è una falsificazione, ma una barzelletta.
Come se una buona democrazia fosse il risultato di una concessione del
principe e della sua corte, o di una delega in bianco, e non di uno
sforzo comune di una (intera) società.

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