lunedì 11 giugno 2012

Il coraggio delle scelte, di Alberto Burgio


Per brevità, vorrei commentare tre frasi, che mi sembra racchiudano il senso della nostra situazione. La prima l’ha detta ieri Ferrero nel corso della sua relazione «Noi – ha detto – dobbiamo avanzare un programma di governo». Io sono del tutto d’accordo. Dico anche che dovrebbe essere in un certo senso superfluo affermarlo, per una forza politica. Essere una forza politica significa avere degli obiettivi programmatici, e avere degli obiettivi programmatici implica avere di mira l’obiettivo del governo, per il semplice fatto che non si può coerentemente volere il fine senza volere anche il mezzo
Perché credo che sia stato comunque importante che Ferrero abbia espresso con chiarezza questo concetto? Perché ho spesso l’impressione che tra noi un malinteso realismo si traduca in una sciagurata pulsione o vocazione minoritaria – o, più verosimilmente, la sottenda
Noi sappiamo bene che oggi il nostro programma (quello al quale sta lavorando Bruno Steri; ma anche gli obiettivi esposti ieri da Maurizio Landini: all’assemblea della Fiom, ieri, Ferrero – se ho inteso bene – ha esordito dichiarando di considerare quegli obiettivi «un ottimo programma di governo») – sappiamo bene che oggi il nostro programma non sarebbe interamente condiviso da tutte le forze della sinistra e in particolare non sarebbe recepito (se non in minima parte) dal Pd.
Ma credo che sia sbagliato – politicamente e culturalmente, sul piano della cultura politica – cominciare questo discorso escludendo interlocutori: cominciarlo dichiarando: «mai più col Pd!».
A parte il fatto che questa è una posizione un po’ ridicola, visto che mi pare che in questa fase noi siamo oggetto di esclusione, piuttosto che soggetto (la subiamo, piuttosto che deciderla – non fosse che per ragioni di dimensioni), credo, in linea di principio, che sia buona regola, in politica, produrre contraddizioni in campo altrui, non risolverle in partenza
I nostri obiettivi programmatici vanno proposti a tutto il campo delle forze democratiche e della sinistra; vanno impiegati come elementi di confronto e di interlocuzione con tutta questa area di forze, e come fattori di ricomposizione di uno schieramento il più vasto possibile
Se poi una forza politica non ne vuole sapere (e di questo non credo proprio che dovremmo gioire), sarà compito suo dichiararlo con le parole e i comportamenti, e sarà affar suo giustificare questa scelta, tanto più grave, quanto più quegli obiettivi saranno stati da noi ben concepiti, e saranno in grado di aggregare e mobilitare vaste basi di massa.
Questo mi sembra implicito nella seconda frase che vorrei ricordare, detta ieri dal segretario generale della Fiom. Landini ha detto di considerare l’unità sindacale un dovere per i gruppi dirigenti, in quanto essa è un diritto del mondo del lavoro.
Io credo che questo argomento valga tale e quale per i partiti: noi abbiamo il dovere di ricercare il massimo di unità possibile tra le forze democratiche e della sinistra, perché questa unità è in primo luogo un diritto della nostra gente, che non manca di ricordarci di non accontentarsi di grandi idee: vuole anche le condizioni della loro possibile realizzazione.
Se avessi tempo svolgerei a questo proposito un’altra riflessione, relativa ai nostri comportamenti. Ieri all’assemblea della Fiom l’aspetto più irritante per me è stata la litania delle dichiarazioni unitarie da parte di tutti gli intervenuti. Naturale: la Fiom chiedeva unità, come si poteva andar lì a dichiararsi contrari?
Il fatto è che mai come in questo momento regnano, a sinistra, divisione, contrapposizioni, frammentazione. Non posso entrare nel merito delle cause di questo deplorevole stato di cose.
Mi limito a dire che ne siamo responsabili tutti, nessuno escluso: tutti a sinistra predichiamo unità e pratichiamo divisione – e le difficoltà in cui, sin dall’inizio della sua costituzione, versa la Fds (difficoltà sulle quali si sono soffermati già molti interventi) ne sono, mi pare, la più esplicita dimostrazione.
Questi comportamenti non sono semplicemente incoerenti, ma anche scriteriati, e per spiegarmi in un minuto citerò l’ultima frase che vorrei ricordare. Ieri Ferrero ha insistito molto sulla paura, sulle conseguenze negative della paura (che impedisce – ha detto – di capire e di agire razionalmente), quindi sulla necessità di non avere paura. Credo di capire che cosa intendesse dire, ma penso che, formulata così, questa sia un’idea un po’ pericolosa.
Ascoltando queste parole mi è venuta in mente un bel documentario storico sulle donne partigiane. A una di queste compagne che raccontava un episodio eroico della Resistenza di cui era stata protagonista (portava alcune bombe a mano in un paniere di uova) l’intervistatore chiedeva se avesse o meno paura. Lei rispose: «certo che avevo paura: avevo sempre paura, altrimenti non sarei sopravvissuta».
Poi spiegò che il coraggio non è assenza di paura, è scelta, volontà consapevole dei pericoli; il coraggio convive con questa consapevolezza e con la paura che ne discende. Altrimenti, se questa consapevolezza non c’è, non si tratta di coraggio, ma di incoscienza – quella che avrebbe indotto la compagna partigiana a correre rischi inutili o eccessivi e probabilmente a lasciarci la pelle.
Perché dico questo (e sono certo del resto che anche Ferrero sia d’accordo)? Perché noi dobbiamo proseguire nella nostra battaglia (di autonomia, di coerenza e di unità) senza rimuovere la coscienza dei gravi pericoli oggi incombenti – sul nostro partito, sulla sinistra italiana, sul Paese e sulla democrazia, in Italia e in tutta Europa.
Chi tra noi non dovesse avere coscienza di questi pericoli (qualche volta sembra che a qualcuno di noi in effetti venga meno, quando ci ripieghiamo in estenuanti discussioni bizantine su questioni che si vogliono di principio mentre a me sembrano, con tutto il rispetto, di lana caprina) – chi non avesse coscienza di questi gravissimi pericoli, non dimostrerebbe, secondo me, di avere coraggio, ma semplicemente di vivere fuori dalla realtà.

Alberto Burgio - Intervento al Comitato Politico Nazionale di Rifondazione Comunista del 10 giugno 2012

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